Il vecchio lettore | Numero 1 (autunno 2011)

Reminiscenze e borbottii / 2

Il vecchio lettore

«Belfagor», che il vecchio lettore ha già avuto occasione di citare in questa sede, è una bella rivista di quelle che si facevano una volta: ricca di informazioni, di pensiero e di sacrosanto spirito polemico. Il suo direttore, il grecista Carlo Ferdinando Russo, figlio del fondatore Luigi, grande critico letterario, è più vecchio perfino del vecchio lettore. E non stupisce che, pur rispondendo garbatamente ai rilievi privati, non ne tenga alcun conto. Tuttavia dispiace che proprio «Belfagor» non dia l’esempio del rispetto verso i traduttori. Spesso non menziona nemmeno il nome di chi traduce saggi di autori stranieri pubblicati nelle sue pagine (è il caso di due articoli di Arno Mayer comparsi in fascicoli recenti). Ma il colmo, riprovevolissimo, lo raggiunge nel fascicolo 4 del 2011 (annata LXVI: un bel record, coi tempi che corrono), in cui pubblica un articolo di Galina Denissova – ricercatrice all’università di Pisa – intitolato Tradurre gli autori russi contemporanei (pp. 472-476). Denissova fornisce «un cataloghetto» molto interessante sullo stato della disponibilità in italiano di produzione letteraria contemporanea russa corrente, elencando ben 80 titoli. Tuttavia, paradossalmente, parlando espressamente di traduzioni (alcune addirittura premiate!), non menziona i nomi dei traduttori e si limita, secondo un uso ormai invalso, a indicare solo le case editrici, come se a tradurre fossero loro. Anzi, fa di peggio: indica sì dei nomi di persona, ma, con vezzo tipicamente accademico, solo quando si tratta di curatele (9 su 80), il che le consente di citare se stessa tre volte e Marco Dinelli due volte. Tre sole eccezioni: Margherita Crepax per una traduzione fatta e non pubblicata (Kys’ di Tat’jana Tolstaja), il venerabile Pietro Zveteremich per l’ormai antica traduzione di La coda di Vladimir Sorokin (Guanda 1988) e, per Ghiaccio, sempre di Sorokin (in corso per Einaudi), ancora Marco Dinelli.

 

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[...]

looking for an angry fix,

angelheaded hipsters burning for the ancient heavenly

connection to the starry dynamo in the machinery of night,

[...]

publishing obscene odes on the windows of the skull,

who cowered in unshaven rooms in underwear,

«Ma che cosa vuol dire? Chi sono ‘sti hipsters? E fix? È giusto tradurlo letteralmente? E se allude a cose e circostanze di San Francisco che io poveretto non conosco? Ma, poi, che cosa ha a che fare con me, tutto questo?»

Questi e mille altri dubbi frullavano per la testa al giovane lettore posto davanti a Howl, di cui rischiò di essere il primo traduttore italiano. Si arrese. Non osava confessare a se stesso che era proprio l’insieme di quella composizione che lo contrariava. Coltivava sogni da rivoluzionario, come tanti suoi coetanei, ma era ben lontano dal coltivare la trasgressione. E, diciamolo, si sentiva anche, in epoca di persistente prevenzione verso gli omosessuali, un po’ macho, anche se il termine ancora non si usava. Quell’impasto di droga alcol e sesso ambiguo non stava proprio dentro il suo orizzonte. Per fortuna, seppe perdere l’occasione di fare una pessima figura. Purtroppo però fece anche perdere alla rivista che gli aveva chiesto (o offerto?) la traduzione l’occasione di precedere di anni Fernanda Pivano.

 

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Poiché gli esempi di italiano stridente che seguono, tratti dalla traduzione, per molti versi eccellente, di un saggio fondamentale per chi si occupa di traduzione, servono qui solo come spunto a borbottii e reminiscenze, li si porta senza indicarne né il luogo né il responsabile («si dice il peccato, non il peccatore»: è ancora in uso questo cattolicissimo detto?).

Il primo è questo: «Più dell’attacco diretto, il «passaggio sotto silenzio» (secondo l’espressione francese) del libro fu la risposta caratteristica del mandarinato». Si preferirebbe: «Più dell’attacco diretto, la reazione tipica del baronato fu quella di passare il libro sotto silenzio». Oltre al rovesciamento di posizione tra soggetto e predicato nominale, si noterà che, essendo l’espressione «passare sotto silenzio» adoperata normalmente anche in italiano, tanto vale inglobarla, evitando la palese goffaggine di quel «passaggio» tra virgolette e sopprimendo il richiamo alla sua origine francese, per noi (ormai?) superfluo. È lo stesso motivo per cui è un po’ ridicolo ritrovarsi, nelle traduzioni dall’inglese di testi politologici o storiografici, davanti all’espressione in corsivo coup d’état (di cui la lingua inglese non possiede un corrispettivo) invece del nostro normale «colpo di stato». E neanche «mandarinato» ha alcun senso in Italia, dove la categoria di intellettuali accademici, i cattedratici ordinari, viene di norma definita con l’epiteto di «baroni».

La frase immediatamente successiva suona così: «Una nota in una recente monografia [...] sulla filosofia della traduzione illustra bene questa strategia». Ma non sarebbe meglio: «Questa strategia è illustrata molto bene da una nota in una recente» ecc.? Qui siamo in presenza di un caso tipico di differenza di sensibilità tra le due lingue in fatto di uso del passivo e dell’attivo, che molto spesso non coincide, proprio – come s’è visto sopra – per la diversa collocazione che nella frase hanno, secondo l’orecchio italiano e quello anglosassone, soggetto (o agente) e oggetto (o soggetto del passivo). Il traduttore deve infatti affidarsi molto all’orecchio, in questi casi.

Nel suo toscano isolano lo insegnava più di cinquant’anni fa, al ragazzino avido di letture e chiamato alle sue prime prove di traduzione di saggi (pessime, nonostante gli ottimi maestri), un navigato traduttore di cui si avrà modo di riparlare: «Te rovescia la frase; lo senti com’è meglio? L’inglese è sempre uguale: soggetto, predicato, complementi. L’italiano no: deve variare, sottolinea questo o quello, cambia posto alle parti della frase». «E come si fa saperlo?» chiedeva l’ingenuo ragazzino. «Lo senti, no? Lo senti a orecchio». Già, l’orecchio. E come te l’eri educato l’orecchio?

 

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Tutta la nostra formazione si fondava sul tradurre. Si cominciava già alle elementari: che cos’altro erano le «riduzioni in prosa» delle poesie, se non traduzioni? Si era costretti da subito a pensare al lessico, alla sintassi, senza che nessuno te lo prescrivesse. Il tutto accompagnato dall’apprendimento a memoria delle poesie, che era ostico, e non riusciva, a chi non si sforzava di capire il testo, cioè di tradurlo, assimilandone nel contempo il ritmo e la cadenza, a cominciare dall’uso della punteggiatura. Certo, era avvantaggiato chi in casa parlava «in lingua», e non in dialetto, e aveva già qualche libro o addirittura un dizionario e magari perfino chi consultare per farsi spiegare questa o quella parola, questa o quella frase. Per gli altri la traduzione era duplice e talvolta appariva impossibile. Era una scuola di classe, quella. Non abbiamo aspettato il 1968 per batterci allo scopo di cambiarla. Ma non per ridurre tutti a non imparare l’italiano e a non apprezzare la poesia, come poi è accaduto; al contrario: affinché tutti potessero godere di questo beneficio, abbattendo gli ostacoli che lo negavano alla maggioranza dei nostri compagni delle elementari. Non è andata così. Abbiamo perso.

Quindi, chi poteva permetterselo (o aveva una famiglia che faceva i salti mortali per permetterglielo) proseguiva alla «scuola media inferiore» pre-riforma 1962, dove cominciava subito a tradurre anche ufficialmente: dal latino, le favole di Fedro. E poi via via sempre più difficile, fino al Tacito e all’Eschilo della terza liceo. Non si imparava a padroneggiare quotidianamente una lingua straniera, che infatti al sublime, fastosamente inutile, sontuosamente superfluo liceo classico di allora neppure si insegnava e mal si insegnava anche negli altri ordini di scuola: una scelta del nazionalismo gentiliano dalle conseguenze nefaste. Ma di sicuro si imparava a padroneggiare l’italiano (nonché la logica formale), ad avere «orecchio» per l’italiano.

 

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Dell’italiano fa parte integrante, a tutt’oggi, nonostante i suoi molteplici e talvolta autorevoli detrattori e le ricorrenti infrazioni, il congiuntivo. D’altronde, nonostante le frequenti lamentele dei sopracciò, gode di salute discreta, parola di Stefano Bartezzaghi, uno che se ne intende. Della sua necessità ecco un altro bell’esempio tratto dallo stesso testo preso pretestuosamente di mira poco sopra: «Per quanto io possa giudicare, i suggerimenti d’indagine contenuti in questo libro non sono stati affatto seguiti». Paradossalmente, la necessità dell’esistenza del congiuntivo è dimostrata proprio dal fatto che qui esso è fuori posto. Che cosa significa qui quel «per quanto»? Significa «nella misura in cui», «nei limiti entro i quali». In questo caso va benissimo l’indicativo. Il traduttore aveva invece nell’orecchio la necessità del congiuntivo nei casi nei quali «per quanto» ha valore concessivo, nel senso di «quantunque», «sebbene» ecc. E ha strafatto, in questo punto e altrove. L’orecchio l’ha tradito ed è partita una piccola “stecca”.

 

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A proposito di congiuntivo e di chi vuole abolirlo (e di concessive): «sebbene in apparenza, per sposare suo [del protagonista] padre, Anne Jephson si era convertita al protestantesimo,» ecc. L’autore di questa frase è Glauco Felici, stimato traduttore dallo spagnolo, nel suo lavoro da El sueño del celta di Mario Vargas Llosa, recente premio Nobel (Il sogno del celta, Einaudi 2010, p. 10). I casi sono due. O si tratta di un’umanissima e comprensibile svista, e allora la croce va data addosso alla casa editrice (revisore, editor o chi altro per loro). Oppure si tratta di una scelta. Felici è della scuola degli abrogatori del congiuntivo? Padronissimo di cercare di convincerci. Il dibattito si può aprire. Dovrà però far cadere nel dimenticatoio anche quasi tutte le congiunzioni concessive, che il congiuntivo lo impongono, riducendosi al solo nesso «anche se». Ma il vecchio lettore non è vecchio per niente ed è convinto, da buon conservatore, che il congiuntivo sia una ricchezza e non una remora della lingua italiana.

 

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Maria Luisa Maggioni e Paola Tornaghi hanno scritto un documentatissimo libro sulla diffusione dell’inglese nel mondo e sulle caratteristiche che esso ha assunto nel tempo e nello spazio: Arcipelago inglese (SugarCo, Milano 2002). Purtroppo spesso l’italiano del testo risente di calchi delle fonti utilizzate, che sono ovviamente pressoché tutte in inglese. Siccome è un male abbastanza diffuso nella saggistica italiana, non è il caso di dilungarsi con degli esempi. Più impressione fa invece al vecchio lettore l’utilizzazione di una terminologia americana in ambito storico: a pagina 169 sono menzionate una guerra della regina Anna (1702-1713) e una guerra del re Giorgio (1744-1748) che invano uno studente cercherebbe (ne avesse voglia!) sul suo manuale di storia. Quei conflitti, infatti, nella storiografia europea vengono denominati rispettivamente guerra di successione spagnola e guerra di successione austriaca. L’inizio di questa però va datato al 1740, tanto è vero che il re Giorgio in questione, ossia Giorgio II, della dinastia degli Hannover da poco assurta al trono di Gran Bretagna, comandò personalmente gli eserciti della coalizione anglo-sardo-austriaca contro i franco-prussiani nella loro vittoria di Dettingen, il 27 giugno 1743. Ma gli americani distinguono le vicende belliche svoltesi sul loro continente nella seconda fase di quel conflitto, seguita a Dettingen, e adottano un’altra denominazione, decontestualizzandola, come se si trattasse di una loro questione privata; e, soprattutto, snobbando, da buoni e ardenti repubblicani, gli interessi dinastici allora prevalenti nel vecchio continente (anche se, giocoforza, sempre di re e regine devono parlare).

Ma lo studente di cui sopra non cercherà sul manuale: troppa fatica. Troverà quelle guerre sul web. E quelle denominazioni americane finiranno per prevalere su quelle europee. Niente di male, purché ci si capisca.

 

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All’estremo opposto della BUR c’era l’Einaudi, tutt’altra cosa da quella di oggi. I giovani lettori si incantavano davanti alle vetrine delle librerie. Queste non erano ancora a scaffale aperto e intimidivano: c’era un banco, e dietro le spalle del «commesso» – spesso un grande libraio, tipo Branduani o Battaglini o Cortina o Aldovrandi – si intravvedevano gli oscuri meandri in cui erano nascosti i libri. Si incantavano a guardare quelle magnifiche copertine avorio con stupende riproduzioni di quadri d’autore e titoli in un elegante corsivo. Inarrivabili, per la tasca del giovane lettore. Quando si riusciva ad averne uno per le mani, ci si rendeva conto di quanto fosse delicato: non si poteva aprire a molto più di un centinaio di gradi perché si aveva l’impressione, infondata, che il dorso di tela si sfasciasse. E a sfasciarsi puntualmente furono poi i dorsi dei libri del «Bosco» (dalla copertina orrenda) e della BMM, le collane in cui negli anni Sessanta Mondadori poté riversare, su licenza, una buona quantità di quegli ambiti titoli Einaudi, rendendoli finalmente accessibili ai giovani lettori, a cominciare dalla sospirata Ricerca proustiana.

 

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Mondadori non era ancora, per fortuna, «la casa di Segrate». Lo sarebbe diventata di lì a poco, ma intanto stava ancora in via Bianca di Savoia, in un quieto quartiere all’interno dei Bastioni a due passi da Porta Ludovica. Lì, in un portone d’angolo, c’erano anche i magazzini: ci andava, il giovane lettore, munito di una lettera su carta intestata della rivista che gli chiese poi (o offrì?) di tradurre Howl e firmata in bianco dal suo direttore, sulla quale aveva vergato col batticuore i titoli dei libri che in tal modo poteva acquistare lì con lo sconto dei librai, un magico 30 per cento. Il batticuore era dovuto al fatto che non sempre trovava il magazziniere disposto a riconoscere il cosiddetto «diritto di reciprocità» a una rivista di raffinati intellettuali, nota in tutte le facoltà letterarie del mondo, ma assolutamente priva di mercato (lui, però, non lo sapeva, che avrebbe dovuto definirla così). Il vecchio lettore, a ripensarci oggi, trova commovente questo potere discrezionale di cui era in possesso un umile impiegato per difendere gli interessi di quella che era già allora – anche se non a Segrate e ancora nelle mani del vecchio Arnoldo e di suo figlio Alberto – la più grande casa editrice italiana.

 

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Non è un caso che numerosi, fra i grandi traduttori di narrativa che il vecchio lettore ha conosciuti, abbiano alle spalle un’esperienza, o almeno una passione, teatrale. Tre per tutti, di due generazioni lontane tra loro: Vittorio Di Giuro da una parte e Maurizia Balmelli e Daniele Petruccioli dall’altra. Alla pari con la passione e la competenza linguistica, se non al di sopra, sta in loro la capacità di immergersi nelle situazioni e immedesimarsi coi personaggi, di aderire ai dialoghi nella parte di chi li conduce. Insomma, il metodo Stanislavskij applicato al tradurre.

(PS. Queste righe sono state scritte mesi e mesi prima che Claudia Zonghetti rilasciasse la sua bella intervista alla nostra Giulia Baselica).

 

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Si incontrano non di rado, nei saggi in lingua inglese, incongruenze, ovvero improprietà, sintattiche (non veri e propri anacoluti: il vecchio lettore confessa di non sapere quale sia il termine tecnico che le definisce) che stupiscono il traduttore italiano, costretto a rigirare tutta la frase per poter farla quadrare, ma che evidentemente non danno nessuno scandalo né all’autore né al revisore né al (l’eventuale) correttore di bozze né al lettore del testo originale, e che quindi devono rientrare nella norma mentale dei locutori di quella lingua. Un esempio occorso sotto gli occhi di recente: a Smirne agli inizi del Settecento (per carità, evitare il brutto «XVIII secolo» tutto allofono) due greci sudditi di Venezia uccidono in una rissa un giannizzero e riescono a fuggire perché protetti dai potenti consoli europei; i commilitoni della vittima, infuriati per la palese ingiustizia, si danno a trucidare i cristiani presenti in città. Nell’eccidio, «Up to 1500 Christians – mainly Greeks – lost their lives, including an entire school burnt with sixty pupils inside» (Philip Mansel, Levant. Splendour and Catastrophe on the Mediterranean, John Murray, London 2010, 40). Una scuola che perde la vita è, al nostro orecchio, insostenibile, se non come metafora. Che potrebbe attagliarsi all’istruzione pubblica oggi in Italia.

 

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Sia nella scuola elementare e media sia nelle università i test a quiz, spesso a formula chiusa, soppiantano in modo sempre più massiccio il colloquio e l’elaborato scritto come strumento di verifica. Si preparano generazioni definitivamente deprivate di articolazione concettuale e incapaci di elaborazioni complesse, tranne quanti potranno permettersi scuole di eccellenza (private). Le chiameremo generazioni paratattiche, perché quel fenomeno si aggiunge al crescente trionfo del periodo breve, composto praticamente solo di proposizioni principali, in gran parte della narrativa. Hemingway ha avuto il sopravvento definitivo su Proust. Lui, grande, sapeva che in questo modo avrebbe raggiunto migliaia e migliaia di lettori in più, ma per portare loro efficacia narrativa e sintesi di genio. I suoi tardissimi e ormai inconsapevoli epigoni, privi di genio ma non meno vogliosi di raggiungere – oggi – milioni di lettori in più, non sarebbero nemmeno in grado di fare altrimenti.

 

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La rivista si chiamava «Inventario». Nacque a Firenze nell’immediato dopoguerra, si trasferì a Milano nel 1949, insieme con la capitale della cultura. La redazione contava su nomi altisonanti: tranne Salvatore Quasimodo, gli altri erano tutti docenti di Harvard, da Jorge Guillen a Harry Levin, da Vladimir Nabokov (ancora lontano dalla fama di «Lolita») a Pedro Salinas e Réné Wellek. Li aveva raggruppati sotto il tetto di «Inventario» Renato Poggioli, vulcanico cervello fiorentino tempestivamente émigré anteguerra dopo aver dato già brillante prova della sua padronanza della poesia russa novecentesca. Ma direttore era un altro toscano, molto meno noto: traduttore, narratore e vero poeta, a Luigi Berti non bastava, per mantenere una famiglia numerosa e inquieta, passare la giornata a guidare la redazione di «Selezione dal Reader’s Digest», un mensile che negli anni Cinquanta e primi Sessanta furoreggiava in tutte le famiglie piccolo e medio-borghesi italiane anelanti all’american way of life e terrorizzate dal pericolo comunista. La sera vestiva panni regali e curiali per immergersi nella traduzione di Melville e Eliot, di Hardy e Thomas e di tanti altri piccoli e grandi, altra sua principale fonte di guadagno, o per scrivere poemetti dall’onda lunga o narrazioni che avevano al centro, e gli uni e le altre, la natia isola d’Elba. Come trovasse anche il tempo da dedicare alla corrispondenza, all’organizzazione, alla cura redazionale e tipografica richieste da «Inventario», sul quale teneva anche una sua rubrica, per lo più polemica, intitolata Saldi d’inventario, già allora il giovane lettore se lo chiedeva. E a maggior ragione se lo chiede oggi.

 

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OdB non era ancora OdB. Compariva in casa Berti con quella sua aria umile e dimessa, immediatamente autoironica, ma gli occhi puntuti come quelli di Gigi Berti, evidentemente caratteristica elbana (anche lui infatti aveva radici nell’isola, anche se era cresciuto a Milano), dicevano la consapevolezza di sé. Aveva già all’attivo le sue belle traduzioni flaubertiane per la BUR. E compariva Quasimodo, elegante e sorridente. Che festa, quando vinse, del tutto inaspettatamente, il Nobel. Emilio Cecchi, che non a torto (se ne rendeva ben conto perfino il giovane lettore) avrebbe preferito che il premio fosse andato a Montale già allora, scrisse sul «Corriere»: «A caval donato non si guarda in bocca». E Quasimodo rispose, sullo scandalistico «Le Ore», che allora Cecchi, autore di una raccolta di saggi fantasiosamente intitolata Corse al trotto, avrebbe fatto bene a darsi all’ippica. La battuta era già corrente a casa Berti. E compariva Roberto Sanesi, giovane, bello e coltissimo. Berti aveva già tradotto per Guanda, primo in Italia, Eliot. Sanesi lo surclassò. Ma Gigi, carattere altrimenti pugnace e permalosissimo, lo portava ciononostante in palmo di mano. E altri comparivano, che tutti il giovane lettore ascoltava fervidamente.