Numero 4 (primavera 2013) | Studi e ricerche

Il quaderno nero di Paolo Boringhieri

LE SFIDE POSTE DALLA TRADUZIONE SCIENTIFICA NEL DOPOGUERRA

di Giulia Boringhieri

Paolo BoringhieriSe è vero che la traduzione è lo strumento indispensabile perché un prodotto culturale proveniente dall’estero possa attecchire nell’humus italiano destinato ad accoglierlo, allora i momenti in cui determinati ambiti culturali irrompono nella nostra cultura come fattori, parziali o totali, di novità, portando nuovi linguaggi, sono momenti in cui il ruolo della traduzione assume un’importanza ancora più decisiva: epocale, addirittura. Il secondo dopoguerra in Italia è stato uno di questi momenti, uno dei più intensi e fondamentali, nel quale la cultura italiana è stata segnata per alcuni decenni da un’enorme opera di «sprovincializzazione» (termine in voga all’epoca) e di apertura alle influenze straniere.

Accanto all’arte, allo spettacolo, al cinema, ai giornali, l’editoria ha svolto in questo periodo un ruolo fondamentale; in particolare l’editoria di cultura, che si è trovata a coprire un doppio ruolo informativo e formativo verso un pubblico meno ampio dell’editoria popolare, certo, ma influente nella scuola, nelle università e nelle professioni: la futura classe dirigente dell’Italia repubblicana.

Di tutte le sfere culturali, ce n’era una che era rimasta particolarmente indietro e necessitava di un’opera imponente di svecchiamento: la scienza. Non tanto la ricerca, o la scienza applicata (che pur essendo anch’esse in posizione di retroguardia, avevano però dei protagonisti di altissimo livello), ma il pensiero scientifico. La scienza era arrivata al momento di svolta del dopoguerra stremata dalla “dittatura” dell’idealismo crociano e dalla riforma scolastica gentiliana – a loro volta intrecciatesi con un contesto politico di chiusura verso l’esterno e verso alcuni mondi in particolare (si pensi all’antisemitismo) – che l’avevano tenuta ai margini del dibattito culturale più vivo, separata da una rigida cortina dalla cultura umanistica. La scienza aveva ricevuto dall’intellettuale più influente sulla società italiana del tempo, Benedetto Croce, la patente di conoscenza tecnica destinata ad usi pratici e del tutto priva di interesse per la storia, la letteratura, la filosofia – le uniche “vere” forme di conoscenza, espressione del mondo dello spirito. Il suo insegnamento aveva così profondamente segnato gli intellettuali italiani, insieme all’antifascismo, da arrivare più forte che mai al dopoguerra. Le grandi questioni poste dalla fisica quantistica o dalla biologia evoluzionistica, per fare due esempi significativi, erano diffuse fra pochi addetti ai lavori e non partecipavano alla circolazione delle idee. I cataloghi editoriali erano, naturalmente, lo specchio di questa situazione.

L’avventura di Boringhieri durò trent’anni, dal 1957 al 1987, quando la casa editrice mutò nome e proprietà. Trent’anni di grandi cambiamenti sociali, di grandi novità, di entrate e uscite di scena di protagonisti vecchi e giovani della scienza mondiale, in un contesto caratterizzato ancora e sempre da un mercato ristretto e da un dialogo difficile, quando non inesistente, fra scienze umane e naturali. L’obiettivo di Boringhieri, di fornire con il proprio catalogo editoriale gli strumenti perché la scienza potesse ritornare ad avere in Italia una centralità di stampo classico, rinascimentale e illuminista, era sempre in fieri. C’era continuamente terreno nuovo da dissodare, e nuova semenza da gettare, nel vasto e trascurato campo dell’«umanesimo scientifico» (sul significato di questo termine come progetto editoriale, e su tutte le altre notizie di cui non indico altrimenti la fonte, mi permetto di rimandare a Boringhieri G. 2010).

La traduzione costituiva insieme il primo ostacolo e il primo segnale della qualità della proposta editoriale. Ostacolo, perché un terreno scientifico nazionale chiuso in ristretti confini aveva prodotto naturalmente pochi studiosi in grado di farsi interpreti delle novità e che coniugassero competenza e disponibilità. Ciononostante, solo libri curati nella traduzione e negli apparati potevano proporsi come apripista culturali: non potevi «buttare» i testi nel mercato italiano lasciando al lettore di sbrogliarsela da solo con contenuti e linguaggi nuovi. L’editore doveva essere la guida, il mediatore, l’interprete della cultura espressa nel suo catalogo e assumersene tutti gli oneri derivanti. Boringhieri, in particolare, era convinto che solo un pubblico fedele e fiducioso potesse garantire la sopravvivenza di un’azienda di medie dimensioni votata esclusivamente alla scienza. Il marchio del celum stellatum doveva essere perciò, a sua volta, garanzia di qualità, in un nesso inscindibile di forma e contenuto. Dalla scelta del traduttore, alla revisione e alla correzione di bozze (svolte internamente), senza dimenticare le tavole abituali in molti libri scientifici, il prodotto Boringhieri era curato in ogni passaggio in una maniera che qualcuno poteva giudicare addirittura eccessiva. Ma, come disse una volta Boringhieri quasi a sua difesa, «la qualità dei libri non era un mio capriccio personale, ma derivava dal rigore scientifico dei libri. Era un rigore editoriale che rispecchiava quello dei contenuti» (corsivo mio). Questa semplice frase era la cifra del suo stile editoriale.

Boringhieri aveva imparato il mestiere lavorando nella casa editrice Einaudi, dove, come direttore delle Edizioni Scientifiche Einaudi (ESE) dal 1949 al 1957, aveva avuto il compito di ampliare e rafforzare il catalogo scientifico einaudiano, la «Biblioteca di cultura scientifica» (la cosiddetta «collana azzurra») nata nel 1938 e i «Manuali», varati nel 1941. Nel 1957, poi, Boringhieri aveva acquistato l’ESE (cui si erano aggiunte altre tre collane) ed era diventato editore in proprio con il simbolo del celum stellatum. Reperire bravi traduttori era stato da subito uno dei suoi compiti e problemi principali, anche perché i primi traduttori einaudiani erano stati spesso i consulenti stessi che avevano proposto i testi, o i loro allievi migliori, destinati a futura fama, ed erano poco propensi a continuare questa attività secondaria. Uno dei migliori traduttori che Boringhieri trovò in questi anni era infatti uno scrittore non ancora assurto alla fama meritata: Primo Levi, che il 22 marzo 1952 firmò un contratto di traduzione per il primo volume di Organic Chemistry di Henry Gilman. Boringhieri fu così contento del suo lavoro, «in ordine perfetto, curatissimo non solo nella traduzione ma in tutti i particolari» che gli propose una collaborazione fissa, che però riguardò solo la revisione di altri due volumi e finì presto perché Levi aveva altri obiettivi prioritari.

Gli anni dell’ESE furono importanti nella formazione di Boringhieri – e del catalogo scientifico da lui diretto, che arrivò a contare 156 titoli – oltre che nella ricerca di traduttori e revisori dedicati e non sporadici che lo affiancassero nella cura dei testi, anche per la consapevolezza di dover intervenire editorialmente a fissare alcune regole formali e terminologiche fino a quel momento inesistenti e lasciate all’arbitrio dei singoli autori. Con il bolognese René Corbi, fisico e redattore della rivista della Società italiana di fisica «Il nuovo cimento», traduttore e revisore di moltissimi libri di questi anni, fu messo a punto un elenco di norme per la fisica distribuito a tutti gli autori e traduttori, sul quale furono anche rivisti i volumi antecedenti il 1949. Gli autori italiani furono i primi ad apprezzare questo lavoro di regolamentazione. Mario Ageno, autore di un fortunatissimo manuale di fisica, nel 1956 ringraziò Boringhieri confessandogli di aver ignorato fino ad allora il valore del lavoro editoriale, essenziale nel «trasformare un volume di dispense in un libro». Ageno era uno dei pochi eccellenti autori italiani che fossero portati alla comunicazione della loro disciplina, ma se si pensa che nel 1957, al momento del passaggio dell’ESE a Boringhieri, la Biblioteca di cultura scientifica contava solo sei autori italiani su cinquantatré, e i Manuali circa la metà dei trentasei pubblicati, è facile capire come il «valore del lavoro editoriale» dovesse cominciare anzitutto dalla traduzione.

La discrepanza fra testi di autori italiani e testi tradotti non cessò mai. A sedici anni dalla nascita della Boringhieri, descrivendo la situazione dell’editoria scientifica in Italia e definendola «lo specchio della situazione culturale del Paese», Boringhieri spiegò: «L’Italia ha una tradizione illustre nel campo degli studi scientifici, sin dai tempi di Galileo. Ciò nonostante oggi noi siamo una nazione che si sforza soprattutto di seguire ciò che vien fatto in altri paesi. […] L’Italia ha un bisogno estremo di entrare nel vivo della circolazione internazionale delle idee scientifiche, e ciò pone particolari problemi a noi editori scientifici. In primo luogo, quello delle traduzioni» (Boringhieri P. 1973a).

Tradurre significa avere costi editoriali superiori. In primo luogo «il compenso ai traduttori è bilanciato solo in piccola parte dalla cifra che paghiamo all’estero per i diritti di traduzione», in secondo luogo

l’editing di una traduzione è assai più laborioso dell’editing di un manoscritto originale. Il motivo di ciò sta nel fatto che nelle materie che noi trattiamo è pressoché impossibile valersi di traduttori professionali. Un traduttore non professionale non dedicherà mai al suo lavoro la cura che ne ha l’autore. Le traduzioni che noi riceviamo sono perciò nella maggior parte dei casi difettose per l’inesperienza dei traduttori – pur persone capacissime nel loro ambito professionale -, e quindi la revisione e la responsabilità che gravano sulla casa editrice implicano tempi di lavorazione lunghissimi di un personale specializzato interno, che ogni casa editrice deve formarsi. Di qui anche l’enorme differenza di livello tra le traduzioni pubblicate dalle case editrici organizzate a questo scopo e quelle non specializzate.

Se l’italiano avesse un mercato internazionale, come l’inglese o la spagnolo – aggiungeva Boringhieri in quell’intervento bolognese – la possibilità di aumentare le tirature compenserebbe questi svantaggi, ma così non essendo, e non potendo gli editori italiani alzare il prezzo di copertina per non scoraggiare il già piccolo mercato nazionale, la lingua costituisce un limite intrinseco dell’editoria scientifica italiana.

La più grande impresa editoriale della Boringhieri, l’edizione completa delle opere di Sigmund Freud, avviata nel 1959 dopo la firma del contratto con la Imago Press di Londra e uscita in dodici volumi dal 1966 al 1980, è l’esempio più importante ed eclatante della situazione in cui si trovò l’editore e degli strumenti con i quali decise di risolverla.

Si trattava di un autore sul quale in Italia non esisteva un lessico specialistico assodato, essendo comparsi fino ad allora solo pochi volumi presso diversi editori, ciascuno dei quali aveva compiuto scelte terminologiche differenti. Si trattava, poi, di un grande autore di lingua tedesca, di valore letterario oltre che disciplinare, con uno stile assolutamente personale. E si trattava, per finire, di un corpus di opere che copriva mezzo secolo di attività di Freud, e che andava rispettato nella sua continuità e omogeneità. Nel suo rigore scientifico, anche: come già Einaudi – complice Cesare Pavese – con i due volumi di Freud inseriti nella collana azzurra all’inizio degli anni cinquanta, anche Boringhieri riteneva infatti che si dovesse rispettare la pretesa di scientificità di Freud, di cui era espressione il linguaggio preciso e idiomatico.

Jung-Opere Freud-opere

La consulenza scientifica di Cesare Musatti, la collaborazione con il germanista Mazzino Montanari e la traduzione esemplare dell’Interpretazione dei sogni (primo volume uscito delle Opere) da parte dello psicoanalista Elvio Fachinelli, rivista e corretta mille volte prima dell’imprimatur finale, furono le basi di un lavoro ventennale che coinvolse diversi traduttori, che implicò il controllo personale di Paolo Boringhieri su ogni pagina e ogni giro di bozza, la scelta stessa da parte sua di alcuni vocaboli d’intesa con Musatti, per affidare poi a metà degli anni settanta la supervisione della traduzione a Renata Colorni, che diede un apporto determinante alla qualità e omogeneità finale dell’edizione italiana, in tutti i suoi aspetti. Il quaderno con la copertina nera conservato da mio padre, con l’elenco a matita, pieno di segni, appunti e correzioni, della traduzione di tutti i vocaboli psicoanalitici – un glossario freudiano preparatorio – è una testimonianza semplice e allo stesso tempo sbalorditiva del grande lavoro artigianale compiuto per dotare anche l’Italia di un’edizione definitiva, e di un definitivo vocabolario, degli scritti di un autore che aveva un’influenza enorme sulla cultura occidentale, e che una sua parziale, cattiva o superficiale conoscenza esponeva ad ambiguità e fraintendimenti.

Non un’edizione affrettata per far conoscere il più rapidamente possibile il pensiero di Freud, ma fatalmente per ciò stesso sviante e largamente provvisoria, ma l’edizione che per decenni potesse costituire il punto di riferimento degli studiosi italiani. La traduzione doveva quindi essere il più possibile fedele al testo tedesco anche nelle minuzie, dando al lettore la sicurezza che Freud aveva detto quelle cose. Ogni traduzione tende inevitabilmente ad accentuare certe sfumature rispetto ad altre, ma l’attenzione doveva essere concentrata ad evitare il più possibile questo inconveniente (Boringhieri P. 1989, 29).

Di certo l’impresa a cui nel 1958 si accinse l’editore mettendo insieme un’équipe tutta interna, senza finanziamenti o supporti esterni delle società psicoanalitiche, dell’università o di privati, sembrava rendere questo inevitabile «inconveniente» di «ogni traduzione» una sfida immane.

Occorre avere idee chiare su un problema centrale: la differenza fra un’edizione di tutte le opere e la pubblicazione di un volume singolo. Nel secondo caso si tratta di risolvere alcuni problemi specifici di quello scritto e, stilisticamente, si gode di gran libertà. Nel primo caso non ci sono solo problemi che riguardano quelle 100 o 200 pagine, ma essi vanno risolti in modo conforme alle altre 6000 pagine; inoltre Freud è anche un classico della lingua tedesca, che richiede un’attenzione continua a questo aspetto. Piccola differenza? In pratica significa che la difficoltà del lavoro – in altre parole, il tempo e il costo che esso richiede – si moltiplica in misura che il profano stenta a credere.
È da osservare che questo concetto di traduzione globale accurata implicava necessariamente la lentezza della pubblicazione, e non mancarono i difensori di un’editoria più superficiale, più attenta al profitto, che avrebbe sfornato una rapida traduzione più disinvolta. La casa editrice Boringhieri fu addirittura accusata di ritardare ad arte, per suoi occulti fini, la conoscenza del pensiero di Freud. Basti dire che un’edizione “popolare” dell’Interpretazione dei sogni, uscita quasi contemporaneamente in concorrenza, era “tradotta” (dall’inglese) da una persona digiuna della lingua tedesca (ivi, 30-31).

Come esempio della conformità richiesta dal corpus freudiano, Boringhieri menziona la «terminologia secondaria», cioè non il vocabolario psicoanalitico in senso stretto ma, ad esempio, l’uso dei sinonimi, che «permettono spesso, nel loro alternarsi, o ripetersi in scritti diversi, di seguire meglio il filo del ragionamento». Oppure «l’uso preciso di certi aggettivi, che in tal modo diventano particolarmente significativi. E così via. Il problema di questa terminologia secondaria è una delle debolezze inevitabili delle traduzioni, vecchie e recenti, di scritti singoli, non affrontati dal traduttore nel loro contesto più generale».

Perché darsi tanto da fare intorno a una traduzione, investire tanti soldi, affrontare l’indifferenza delle istituzioni e perdere il sonno dietro la resa, ad esempio – per citare una delle scelte più impegnative – di Trieb (diventato «pulsione»), per distinguerlo da Instinkt («istinto»)? Per fare bene il suo lavoro di editore, avrebbe risposto mio padre, come disse una volta a proposito dell’edizione in corso di Jung, di poco successiva a Freud: perché la cura con cui viene pubblicato un classico moderno è «un modo di entrare nel vivo della circolazione internazionale delle idee non in una posizione provinciale, dilettantesca, ma con impegno scientifico, con probità intellettuale, qualità queste che, se mancano, indeboliscono i fondamenti stessi di ogni e qualsiasi sapere moderno» (Boringhieri P. 1973b).

A distanza di tanti anni, con un Freud che si leggerà sempre più in digitale e sempre meno su carta, l’amore per il lavoro ben fatto e l’onestà intellettuale non sembrano cose che, almeno per quanto riguarda la traduzione, gli editori potranno rinunciare a rappresentare.

Bibliografia

Boringhieri G. 2010: Giulia Boringhieri, Per un umanesimo scientifico. Storia di libri, di mio padre e di noi, Einaudi, Torino

Boringhieri P 1973a.: Paolo Boringhieri, Intervento al «Marketing Meeting» organizzato da Federico Enriques (Zanichelli) e Gianni Merlini (Utet) per l’International Group of Scientific, Technical and Medical Publishers, Bologna, 5 e 6 aprile 1973 (dattiloscritto conservato nell’archivio privato di Paolo Boringhieri – APB).

Boringhieri P. 1973b: Paolo Boringhieri, Appunti manoscritti conservati insieme al dépliant del convegno Jung e la cultura europea, Roma 21-24 maggio 1973 (APB). Gli atti si possono leggere in Jung e la cultura europea. Atti del convegno internazionale «Jung e la cultura europea», Roma, 21-24 maggio 1973, in «Rivista di psicologia analitica», anno IV, n. 2, ottobre 1973

Boringhieri P. 1989: Paolo Boringhieri, L’edizione delle opere di Sigmund Freud, in «Psicoterapia e scienze umane», a. XXIII, N. 4, 1989.

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