Numero 12 (primavera 2017) | Pratiche

Ci son volute tre notti, per averlo

COME È ARRIVATO IN ITALIANO AZ DI HAKAN GÜNDAY

di Claudia Tarolo

Disegno originale della copertina di Az: ©Laura Fanelli.

Disegno originale della copertina di Az: ©Laura Fanelli.

La prima notte è sul Bosforo, a bordo di un barcone carico di scrittori.

Torniamo da una serata di letture, tartine e birra all’istituto culturale austriaco, in pieno festival letterario Tonpinar.

Riconosco alcuni volti dalle schede che Nermin Mollaoglu, anima della Kalem Agency, mi aveva mandato e che avevo scorso prima di partire per Istanbul, per partecipare alla fellowship organizzata, insieme al festival, da questa agenzia letteraria particolarmente vivace e piena di inventiva in una terra che diventa sempre più complicata.

Sul ponte, faccia al vento, birra in una mano e sigaretta nell’altra, c’è Hakan Günday.

Avevo letto qualche capitolo del suo romanzo intitolato Az.

Tra le variegate iniziative della Kalem Agency ce n’è un’altra fondamentale: far tradurre integralmente dal turco all’inglese, da ottimi traduttori (Az viene proposto nella traduzione di uno dei più importanti traduttori dal turco) i testi su cui punta.
Doversi basare soltanto su relazioni altrui, almeno per me, rende tutto più difficile.

Az, in inglese The Few, comincia con una scena forte: una bambina che batte la testa e muore cadendo da un letto in alto nel dormitorio di un collegio.

Protagonista del romanzo è un’altra bambina, quella che dorme nel letto in basso, e che con prepotenza aveva costretto l’altra a dormire di sopra.

Questa bambina si chiama Derdâ, e teme di essere punita, ma per tutt’altre ragioni dovrà lasciare la scuola, con un destino da reclusa: sua madre l’ha venduta, sposa bambina, a un mercante turco che la porterà lontano.

Erano bastate poche pagine per sentire l’intensità della scrittura e la forza della storia.

Conoscere Hakan Günday, con il suo aspetto dark e la sua faccia buona, decisa e dolce, con lo sguardo luminoso di chi sa anche tacere e ascoltare, mi spinge, tornando in albergo, a lasciar perdere il sonno per continuare a leggere.

È un romanzo lunghissimo, più di quattrocento pagine, ma riesco ad arrivare al punto dove la storia di Derdâ si interrompe e inizia la storia di Derda, teppistello che cresce in una baracca addossata al muro del vecchio cimitero di Istanbul, e si mantiene lucidando le tombe.

Poi su Google digito il nome di Günday.

Meno di quarant’anni, figlio di diplomatici, ha vissuto a lungo in Francia, Belgio e Inghilterra. Ha scelto lui, già adulto, di tornare in Turchia per l’università. Ha già pubblicato sette romanzi e ne ha appena finito uno, ancora inedito.

Az è stato abbastanza tradotto all’Est, (India, Bulgaria, Corea, Ungheria, Grecia etc): per ora solo una traduzione in Occidente, quella di un piccolo e raffinato editore francese, Galaade (traduzione di Jean Descat); i diritti sono stati appena venduti anche in Germania.

La mattina sono molto assonnata e molto decisa. Voglio Günday in Marcos y Marcos. Il nostro primo autore turco. Ha uno sguardo molto europeo, una scrittura sanguigna ed emotiva molto turca, si parla persino di un video porno con il burqua, scrivo a Marco Zapparoli, l’altra metà di Marcos y Marcos: dobbiamo assolutamente pubblicarlo.

Intorno a me, a Istanbul, c’è solo Hakan Günday.

Pile di Az in una piccola libreria indipendente; una gigantografia della bella copertina turca sulla facciata di un’altra grande libreria. Durante l’incontro con un editore importante, un collega tedesco gli chiede: qual è l’autore non tuo che ti sarebbe piaciuto pubblicare? La risposta, inutile dirlo, è «Hakan Günday».

Dico a Nermin Mollaoğlu, l’agente letteraria che ci fa da guida, che mi sta piacendo tanto. Lei mi manda via mail l’ultimo romanzo, Daha. Traduzione inglese: More. È disponibile, per ora, solo un assaggio, e una sinossi dettagliatissima.

La seconda notte la passo così, con il piccolo Gaza, figlio di un trafficante d’uomini, che i migranti vedono come un aguzzino senza cuore e così finisce per vedersi anche lui. «Se mio padre non fosse stato un assassino, non sarei mai nato» è la prima frase del libro. Penso che in senso lato vale per tutti noi.

La terza notte è a Milano, una settimana dopo. Ho finito di leggere Az e mi sono sbilanciata con Nermin, voglio pubblicare Az di Hakan Günday. Lei ne è felice, ma ha una notizia per me: c’è un altro editore italiano interessato. Un editore grande. Aspetta la loro offerta da un momento all’altro. Mi invita però a non disperare, Günday è una persona pura, va molto a istinto, non bada al denaro più di tanto, o almeno il denaro non è l’unico criterio.

È l’impressione che mi aveva fatto, però friggo. Ora dopo ora, la mia offerta diventa un manifesto: pubblicheremo due romanzi, Az e Daha, anche se di Daha ho letto solo un piccolo pezzo, e devo fare un atto di fede. Li pubblicherò entrambi in gennaio, a un anno di distanza, e lanceremo Hakan Günday come la nuova voce turca. Lo inviteremo in Italia in festival importanti. Sarà un nostro autore di punta. Due anticipi più che discreti, il secondo più alto. Spiego diffusamente perché mi piace così tanto.

«Mi piace la scrittura, lo spirito e la storia» sarà la mia frase che Nermin riprenderà nella newsletter con cui annuncia la nuova acquisizione italiana e rilancia Günday in tutto il mondo. In privato mi dirà che Hakan Günday era molto contento di vedersi accanto a Hilsenrath, Kennedy Toole e Boris Vian, che Marcos y Marcos gli era sembrata una buona casa dove stare, fatta di persone come lui.

È vero: quando racconto di questo nuovo autore, i ragazzi della Marcos sono elettrizzati. Faranno a gara per accompagnarlo nei molti tour italiani. Lo vedranno ridere, bere birra fino a tardi, ma anche sentire l’urgenza di isolarsi a scrivere. In Italia ha lasciato il segno, lo invitano di continuo: il primo aprile, era a Torino, per la Biennale Democrazia.

Tutte le decisioni che prenderemo per Günday saranno sempre discusse, condivise.

Questo entusiasmo moltiplica la nostra forza, quando ne parliamo con gli altri, che siano lettori, giornalisti, librai.

Ora che l’abbiamo conquistato, comincia la parte più bella: ideare l’edizione italiana, curarla, accompagnarla verso i suoi lettori.

Prima di tutto, dunque, scegliere traduttore, titolo e copertina.

È il nostro primo romanzo turco; Nermin mi segnala dei traduttori, amici e colleghi ne suggeriscono altri. Chiedo molte prove di traduzione: devo trovare la voce giusta, la massima adesione a una scrittura che può essere ruvidissima e dolcissima. Certo, mi baso sulla versione inglese e su quella francese, ma sono convinta di cogliere l’essenziale.

Fulvio Bertuccelli è il più appassionato, sento che anche lì c’è affinità. Il romanzo gli piace, la sua traduzione è viva. La revisione sarà impegnativa, condotta fino in fondo in grande armonia.

Due libri dopo, Fulvio verrà apposta in treno da Napoli a Milano per cenare con Hakan.

L’avevo letto in un’intervista: Günday parte da una parola, la sceglie sfogliando il dizionario. I suoi titoli sono tutti così. Az in turco vuol dire poco. Una parola così piccola, spiega Günday nel romanzo, per bocca di Derda, contiene tutto l’alfabeto.

L’editore francese aveva scelto di cambiare il titolo facendo esplodere questa idea: D’un extreme l’autre. È una soluzione molto bella. Porta anche l’idea di una ricongiunzione: nel romanzo due persone distanti, con lo stesso nome, finiscono per incontrarsi e stare insieme per sempre grazie a un libro.

Ci pensiamo anche noi, ma alla fine prevale il desiderio di conservare queste lettere, forse abbiamo nell’orecchio Ti con zero di Calvino (Einaudi 1967, Mondadori 1995). Il titolo italiano di Az sarà A con Zeta; criptico, forse, ma speriamo che sia un mistero affascinante. «Come la A e la Zeta, saranno l’uno per l’altra inizio e fine», scriveremo nella quarta.

Per la copertina Lorenzo Lanzi disegna un uomo e una donna turchi, saldamente accanto, ciascuno voltato da una parte, con i vestiti coperti di parole.

Per Daha, invece, non ci sono dubbi, la traduzione del titolo sarà letterale: Ancóra. L’unica parola che conoscono i migranti: ancora acqua, ancora cibo, ancora l’ultimo sforzo e poi l’Europa.

Laura Fanelli ha capito per prima che l’immagine chiave era una rana, il dono di un migrante che Gaza porterà sempre con sé. Nella copertina la rana galleggia tra flutti violenti, bandiera di speranza.

Ancóra è un romanzo a tratti molto crudo, come la realtà che racconta. Per la prima volta, ci è venuto in mente di inserire in fondo al libro un foglietto verde, con le istruzioni per ricavarne una rana origami. Un viatico per il lettore che deve abbandonare Gaza, dopo averlo seguito fin qui. Per giorni, in Marcos y Marcos c’erano rane in ogni angolo; tutti i nostri ospiti se ne andavano con una rana in tasca.

«Volendo cercare di comprendere la complessità del mondo musulmano odierno, invece di leggere quel libro in fondo irrilevante che è Sottomissione di Michel Houellebecq, consiglio di dare un’occhiata al romanzo A con Zeta», scrive Mario Fortunato sull’«Espresso» (Trama corposa, 13 febbraio 2015). La stampa, in generale, è generosa e aperta con Günday. Più volte è capitato che venisse sollecitato un suo parere sugli inquietanti sviluppi politici del suo paese. Al Festivaletteratura di Massenzio ha letto ad alta voce un suo racconto, ed era bellissimo il silenzio assoluto che c’era.

Hakan Günday ora è tradotto in gran parte del mondo, Stati Uniti compresi. In Francia, Encore, uscito sempre con Galaade (altra traduzione di Jean Descat), ha vinto un premio importantissimo, e ora l’edizione tascabile l’ha pubblicata addirittura Livre de poche. E la rana disegnata da Laura Fanelli, simbolo della trasformazione, della sopravvivenza, della speranza di pace, svetta anche sulle copertine straniere. La passione è sempre contagiosa.