Numero 12 (primavera 2017) | Quinte di copertina

Gilgi, finalmente una di noi

di Annalisa Pelizzola, autrice di

Irmgard Keun, Gilgi, una di noi, Roma, L’Orma, 2016 (da Gilgi. Eine von uns, Berlin, Universitas Verlag, 1931)

In quanto appartenente alla corrente della Neue Sachlichkeit, Gilgi – eine von uns, romanzo di esordio di Irmgard Keun, è caratterizzato da uno stile fortemente veristico, volto a riprodurre la quotidianità il più possibile senza filtri. In Gilgi si trovano, ad esempio, diversi registri di linguaggio: dal gergo alla moda al dialetto, dal tedesco parlato al tedesco scritto dei documenti commerciali. La narrazione è disseminata inoltre di versi di operette e canzoni popolari alla fine degli anni venti e all’inizio degli anni trenta, e di riferimenti a personaggi noti dell’epoca, oppure a oggetti e marche allora di uso comune.

A guidare le mie scelte nel tradurre Gilgi, una di noi è stata la decisione di creare un testo che, diversamente dalla precedente edizione intitolata Una di noi (1934, Mondadori), rispettasse la polifonia del romanzo originale. Ho quindi mantenuto il registro informale dei dialoghi, ricco di espressioni proverbiali e di inflessioni dialettali, rendendolo con un italiano leggermente sgrammaticato, privo di costruzioni ipotattiche complesse, caratterizzato da ripetizioni e dall’uso indistinto del tempo imperfetto. Allo stesso modo ho tradotto le canzoni che la protagonista sente per le strade e nei locali. Infatti, nonostante il contenuto dei versi non sia rilevante per gli eventi del romanzo, desideravo ricreare per il lettore odierno l’atmosfera che avvolge la protagonista. Per lo stesso motivo ho riportato le marche di diversi oggetti di uso comune: la macchina da scrivere Erika, il sapone Kaloderma, il callifugo Kukirol, e così via.

La precedente traduzione di Lina Ricotti sottostà, invece, a criteri diametralmente opposti. Come osserva Natascia Barrale nel suo articolo La nuova donna. I romanzi tedeschi al femminile nell’Italia fascista (nel numero 0 di questa rivista), a causa della censura preventiva in ambito editoriale indetta da Mussolini, tutti i testi che affrontavano tematiche come l’emancipazione femminile e l’aborto, la sessualità, l’incesto, il suicidio, il pacifismo o il comunismo, o eventuali episodi diffamatori nei confronti dell’Italia, venivano limati e adattati alle politiche del regime già dagli editori e dai traduttori. Nel caso della traduzione di Gilgi, questo si concretizza in accorgimenti di varia natura da parte della traduttrice. Partendo dall’innocua italianizzazione dei nomi propri della maggior parte dei personaggi, si passa a interventi più politicamente mirati, ma che non alterano la trama del romanzo: ad esempio, il ragazzo che Olga adesca solo per fargli preparare i bagagli al posto suo e che descrive come «quell’imitazione di Mussolini», nella traduzione di Ricotti diventa un «Casanova». L’ultima tipologia di intervento è la più invasiva rispetto alla natura del testo, ed è appunto quella relativa alle tematiche proibite durante il regime. Per questo motivo, in Una di noi non si fa alcun cenno al suicidio/omicidio di Hans e della sua famiglia, episodio cruciale del romanzo. Soprattutto, il modello della Neue Frau, emancipata ed economicamente indipendente, che mal si conciliava con la figura di donna-madre propugnata dal regime, viene soffocato in tutto il romanzo: se nell’originale Gilgi dichiara apertamente alla signora Kron che non ha alcuna intenzione di sposare Martin, in Una di noi si limita a rispondere che non sa se Martin la sposerà. Allo stesso modo, appena ricevuta la conferma della propria gravidanza, la Gilgi di Keun afferma ripetutamente di non volere un figlio perché non può mantenerlo, e infine convince il ginecologo a farla abortire; al contrario, in Una di noi Gilgi, spaventata e addolorata, si affida alle parole di incoraggiamento del dottore, che sottolinea che «la maternità è divina».

Con la nuova traduzione di Gilgi, una di noi ho tentato di rendere giustizia al romanzo di Keun, restituendone la forte schiettezza e la spregiudicata modernità.