Numero 12 (primavera 2017) | Quinte di copertina

Tradurre un libro è trovare un amico

di Erica Baricci, autrice di

Shemuel Romanelli, Peripezie e profezie d’Arabia. Le avventure di un ebreo illuminista, Como-Pavia, Ibis, 2016 (da משא  בערב (Maśśa’ ba-‘Arav), Gerusalemme, J.H. Schirmann ed., 1968)

Shemuel Romanelli, ebreo mantovano di fine Settecento, per una serie di concomitanze – si trova a Gibilterra, non ha una lira, ha perso il passaporto – finisce in Marocco, dove vivrà quattro anni. Tornato in Europa, nel 1792 dà alle stampe il suo libro, in cui alterna la narrazione delle sue avventure a curiose note di viaggio sugli ebrei del Marocco, sui loro usi e costumi, sulle relazioni con la popolazione araba.

La lingua in cui Romanelli redige il suo itinerario marocchino è l’ebraico, perché, a detta stessa dell’autore, il libro è pensato per un pubblico di ebrei europei che nulla o quasi sanno dei loro confratelli che vivono nella «Barberia».

Uno dei punti chiave della traduzione è stato scegliere come rendere il tipo di lingua usata dall’autore. Si tratta di un ebraico di stampo biblico; e intere frasi sono costituite di espressioni bibliche giustapposte. Una lingua illustre, dunque, a tratti altisonante, ma anche dichiaratamente aperta al doppio senso e all’ironia (come sempre fu nella tradizione letteraria ebraica), poiché spesso l’espressione arcaica e sublime della Bibbia, decontestualizzata e immessa in un ambito meno “grandioso”, sprigiona il sorriso.

Come trasferire in italiano questa doppia valenza del linguaggio? Ho deciso di ricreare per quanto possibile gli scarti stilistici dell’originale, accostando uno stile forbito a uno colloquiale, nella speranza di restituire al testo, a volte anche a scapito della lettera, la sua sottile ironia. Per esempio, a p. 80: «Quel giorno era proprio la Vigilia di Shabbat e, come l’Efraimita a Gibea nel Libro dei Giudici, non c’era un cane disposto a invitarmi a casa sua».

Romanelli fa ampio ricorso ad espressioni figurate o idiomatiche, spesso di origine talmudica, che dunque riflettono l’orizzonte socio-culturale, nonché l’ambiente naturale, nel quale vivevano i maestri del Talmud; talvolta, questi proverbi o modi di dire prendono spunto da personaggi o episodi biblici, in genere poco noti, che danno per acquisita una conoscenza minuziosa del testo sacro, rara nei lettori di oggi.

Come comportarsi in tal caso? Rendere il senso delle espressioni ricorrendo al proverbio equivalente in italiano (ce n’è sempre uno!) oppure mantenere la lettera, più pregnante ma oscura? Per restituire al testo un po’ del suo sapore, ho deciso in genere di mantenere le espressioni, se evidenti nel loro significato. Per esempio, il lettore troverà «ogni coda ha il suo pungiglione» che equivale chiaramente al nostro «non c’è rosa senza spine»; mentre leggerà «piove sul bagnato» invece di «portare paglia a Afaraim» (modo di dire talmudico) che, per quanto incisiva, non è una frase immediatamente intuibile e spezzerebbe la lettura.

Tra i giochi di parole che ho ritenuto giusto riproporre in italiano, un accenno merita la difficile resa del titolo: nell’originale Maśśa’ ba-‘Arav, ossia «profezia d’Arabia». Maśśa’, «profezi», è volutamente omofono di Massa‘ «viaggio». Dopo lunga riflessione, ho sdoppiato l’originale nelle assonanti Peripezie e profezie d’Arabia, corredandolo di un sottotitolo esplicativo: Le avventure di un ebreo illuminista.

Se tradurre significa perdere certe irripetibili ricchezze dell’originale, o doversi arrabattare per ricrearle con quel che c’è nella lingua d’arrivo, talvolta sono stata invece soccorsa dal bilinguismo di Romanelli. Il suo resoconto è scritto in un ottimo ebraico, ma ogni tanto la lingua madre dell’autore, l’italiano, sbuca sotto un’espressione. Leggere in ebraico calchi come «girare in lungo e in largo» o «mi misi a mia volta in strada» e poterli tradurre letteralmente, è un’emozione impareggiabile.