Studi e ricerche | Numero 2 (primavera 2012)

Zia Barbara e Anita / 1

DUE GRANDI TRADUTTRICI DAL TEDESCO: BARBARA ALLASON E ANITA RHO

Italianissimo, piemontesissimo quel cognome, risalente a un Alasone troncato dai francesi durante l’occupazione napoleonica (Allason 2008, 74). Niente affatto «un nome esotico […] il nostro nome è un nome così torinese, così abbarbicato […] alla nostra cara collina torinese» (Confessioni 1950, 1). Barbara Allason lo rivendicava fin dal 1950, quasi a smentire preventivamente l’origine germanica attribuita a suo padre da Lucia Strappini (1988), interprete della tacita convinzione di tanti, fuorviati dalla notorietà della germanista, o quella anglosassone congetturata invece da chi tedesco è (Macke s.d.). Quella notorietà d’altronde si è da tempo appannata, se già Simona Minicucci (1997) non comprendeva Allason nel suo elenco di germanisti operanti tra le due guerre.

In quell’orgoglio di appartenere a «gente dall’italianissimo cuore» si avvertono le radici risorgimentali e romantiche di una sensibilità e di una cultura che nell’arco di una lunga esistenza vennero messe a dura prova, riuscendone non recise ma trasformate e cresciute. Ugo Allason, il padre di Barbara, era un perfetto esemplare di ufficiale d’artiglieria sabaudo, stimato teorico dell’arma, che alla venerazione per la monarchia unificatrice d’Italia aveva educato le figlie, immergendole al contempo nell’atmosfera tardoromantica della frequentazione del fratello Silvio, buon pittore paesaggista, e dell’amico Edmondo De Amicis, prima che questi abbracciasse i vaghi ideali del socialismo umanitario (Strappini 1988).

A Barbara, come alla sorella Silvia, di quattro anni più giovane, la perfetta conoscenza del tedesco era pervenuta piuttosto dalla madre, Pauline Künzler, «viennese e repubblicana» (Allason 2005, 340). Nata nel 1877 a Pecetto, sul solatio versante meridionale delle colline torinesi dove si trovavano le tenute di famiglia, il trasferimento del padre per motivi di servizio portò Barbara adolescente a Napoli, dove entrò in contatto con Benedetto Croce. Cominciò a pubblicare presto articoli di varia umanità, dapprima sulla «Nouvelle Revue»: il francese era pressoché terza lingua materna, in quanto lo si parlava in casa, dove entravano giornali francesi, e lei era «affascinata da Parigi» (Confessioni 1950, 3); poi sulla cattolico-liberale «Rassegna nazionale» e sulla laica e risorgimentale «Nuova Antologia». Negli anni, grazie al viatico datole da Matilde Serao sul suo «La settimana» (Confessioni 1950, 5), si aggiunse una copiosa produzione di articoli, che allora si dicevano «di terza pagina», per quotidiani e periodici popolari come «La Gazzetta delle Puglie», «Il Giornale d’Italia», «La Gazzetta del popolo», «L’Ambrosiano», «La Lettura», «Le Vie d’Italia» (Strappini 1988), in cui la giovane letterata svariava dal reportage sull’eruzione del Vesuvio del 1905 a descrizioni romantiche di luoghi e a informazioni letterarie che si avvalevano della sua ottime conoscenze linguistiche e letterarie.

Autonoma e inquieta

Era quindi una fine letterata già abbastanza nota quando decise di iscriversi, a ventiquattro anni, alla Facoltà di Lettere dell’Università di Napoli, tra le prime donne italiane a intraprendere studi universitari. Non vi terminò i corsi regolarmente, però (ASUT Lettere). Conobbe lì il latinista siciliano Carlo Federico Wick, lui sì di origine tedesca o svizzera (Chirone 2012); interruppe gli studi pressoché alla vigilia della laurea, lo sposò e ne ebbe due figli, di cui il primo morì bambino (Confessioni 1950, 6); l’altro, Gian Carlo, nacque nel 1909 a Torino. Poi lasciò il marito, si direbbe oggi «per incompatibilità di carattere», affermando la propria autonomia di donna. A Torino, dove erano ormai tornati anche i genitori, rimase, riprendendo lì gli studi universitari. Morta la madre nel 1912, finalmente, nel 1913 (ASUT Lettere), si laureò con Arturo Farinelli, «fondatore degli studi germanisti in Italia, che prima di lui si può dire non esistessero se non in forma dilettantesca e assolutamente sporadica e, oltre che germanista, cultore di studi romanzi di fama universale»; acquiescente al fascismo per rassegnazione e scetticismo, ma «buon maestro, egli soffriva delle ingiustizie e delle iniquità e ne aveva il cuore stretto» (Allason 2005, 41, 154-5).

Gli Allason erano agiati. Avevano terre e case: «una serie di piccole proprietà (dire feudi sarebbe un po’ orgoglioso. Ma quasi ne avremmo diritto)» (Confessioni 1950, 1). Tra queste, la più amata era la villa in collina, ai confini col territorio di Pecetto, che, come le sue consorelle di altre famiglie dell’alta borghesia torinese, veniva chiamata «la vigna». Lì gli Allason trascorrevano la bella stagione, ricevendo e ospitando parenti e amici, in gran parte intellettuali. Dopo la guerra, nei dintorni prese casa per un certo tempo, scrivendovi il romanzo Naja tripudians, Annie Vivanti, la scrittrice anglo-italiana che da giovane aveva fatto invaghire Carducci e che Barbara aveva conosciuto al fronte donde entrambe mandavano corrispondenze di guerra a vari giornali, inglesi l’una e italiani l’altra (Confessioni 1950, 7). Annie rimase infatti «amica eccezionale» di Barbara finché il diverso atteggiamento nei confronti del fascismo non attenuò il legame, pur senza arrivare a spezzarlo (Alterocca 1968).

Durante la guerra Allason produsse anche un libro di fervente nazionalismo per le scuole (Allason 1916). Ma poi cominciò a nutrire ambizioni più elevate. Nel 1919 pubblicò da Laterza, grazie certo ai buoni uffici di Croce, un saggio su Caroline Schlegel (o Schelling), nata Michaelis, una donna forte e autonoma dalla vita sentimentale tempestosa, che aveva attraversato in odore di giacobinismo i rivolgimenti dell’età rivoluzionaria e napoleonica, unendosi a illustri intellettuali romantici tedeschi come August Wilhelm Schlegel e Friedrich Schelling e nutrendo passioni letterarie esplicatesi anche nella traduzione, con Schlegel, di tragedie di Shakespeare.

La scelta del soggetto appare molto indicativa delle inquietudini che da tempo agitavano una donna ormai fatta, che nel frattempo ancora si inebriava per le glorie sabaude, sia negli articoli per «La Stampa» sia nelle pagine private del proprio diario, e che nel 1920 accoglieva grata l’onorificenza, puramente onoraria, conferitale dalla regina Margherita, di dama patronessa delle Figlie dei Militari, istituzione tipicamente sabauda (Allason 2005, 98). Della regina madre, d’altronde, aveva un’altissima considerazione, se senza imbarazzo poteva annotare sulla «Stampa» del 6 gennaio 1923:

Trovo segnato nel mio diario, all’8 dicembre 1901 : «Giorno indimenticabile della mia presentazione a Margherita di Savoia». Seguono parole di amore e di entusiasmo : «Non saprò mai esprimere la mia commozione nel trovarmi davanti a quella donna eccelsa il cui sorriso ha diffuso intorno a sé tanta luce, la cui fronte è cinta di aureola. Ohi avere la voce del Poeta per dirle ancora una volta: Donde sei venuta? Quale miracolo si compie in te, così bionda e mite e bella, di cui ogni parola è una grazia, ogni sorriso un dono? ».

Nel 1921 Barbara Allason, incitata da Annie (Confessioni 1950, 7), alla bella età di quarantadue anni fece il suo esordio nella narrativa. La pubblicazione del romanzo presso un editore molto popolare come Sonzogno avrebbe impresso una svolta alla sua vita. Quando non si sogna più era una pacata e delicata rielaborazione dell’itinerario esistenziale dell’autrice, priva di sfondo storico e sociale ma, in una prosa elegante che risentiva, sia pure in modo attenuato, del patetismo dell’amica Vivanti, attenta alla maturazione dei personaggi principali – quattro studentesse dal destino diverso – tra i quali uno, Lilì, chiaramente autobiografico. Lilì, compiendo scelte autonome e coraggiose (l’abbandono del marito, la decisione di allevare da sola il figlioletto) cattolicamente accetta il proprio destino. «Studentessa, laureata, giornalista, scrittrice, io restavo una convinta antifemminista» (1929; citato da Crain Merz 2009, 125).

«Con quel libro […] io fui la prima a narrar la vicenda di sogni e di delusioni di queste fanciulle che, in mezzo a un ambiente timorato e diffidente, prime avevano osato varcare la soglia degli atenei». Piero Gobetti, conosciuto tramite amicizie comuni e che già aveva elogiato il libro su Caroline, «fece per quel romanzo una vera campagna di stampa scrivendone sui giornali di tutta Italia e [gli dedicò un] suo saggio [pubblicato nelle Opere sotto il titolo Presentazione di un poeta]» (Confessioni 1950, 8 e 9). Barbara lo ringraziò apponendo a una copia del romanzo, che appositamente gli donò e che ora è conservata presso il Centro Gobetti di Torino, la dedica autografa «A Piero Gobetti per il bene che ha voluto al mio libro – e per la fiducia che ha riposto in Lilì». Come tanti altri, in quel ragazzo prodigioso Allason riconobbe se non proprio un maestro, una guida culturale e morale: «Io ho iniziato una nuova vita il giorno che conobbi Piero Gobetti» (1951; citato da Crain Merz 2009, 125). Attraverso lui entrò in quella cerchia di giovani e meno giovani intellettuali torinesi che fra anni trenta e anni cinquanta avrebbero impresso un segno indelebile alla cultura cittadina e nazionale.

Quel romanzo, giustamente definito da Strappini (1988) «un idillio della rinuncia», ebbe un discreto successo e convinse Sonzogno a pubblicare successivamente altri due libri di narrativa di Barbara: Il domani dei baci, una raccolta di novelle e bozzetti, nel 1922, e il romanzo Risblancheda, nel 1926, ripubblicato nel 1929 e, con il nuovo titolo La luce che torna, nel 1932. Quanto c’è di autobiografico in questa nuova storia di rinuncia? Un’insegnante già in età si innamora, ricambiata, di un giovane ufficiale. L’una, più dell’altro, sa che è una relazione senza futuro. E si lasciano. Con pacatezza, con serenità.

Ma queste altre due prove narrative non ebbero lo stesso successo della prima. «Mi scoraggiai […] vistami violentemente preclusa la narrativa, mi volsi alla saggistica e alle traduzioni» (Confessioni 1950, 10-11).

La snob liberale

Allason sfruttò con intelligenza e sensibilità per il mercato le proprie nozioni germanistiche, pubblicando nel frattempo Il tesoro dei Nibelunghi, una riduzione per ragazzi della leggenda resa celebre da Wagner, che, pur cambiando in seguito veste editoriale, avrebbe avuto una duratura fortuna.

Il biennio 1924-1925, con l’assassinio di Matteotti, le aggressioni mortali a Giovanni Amendola e, soprattutto, a Piero Gobetti, e l’instaurazione del regime dittatoriale, costrinse Allason a un drastico ripensamento:

Dopo l’assassinio di Matteotti e di Amendola ormai per me casa Savoia era complice di ciò che avveniva in Italia, solidale colle vergogne e colle infamie. Perciò, quanto in passato, e specialmente da giovane, accorrevo sul passaggio dei sovrani e dei principi per unire, anonima tra la folla, il mio evviva a quello del buon popolo, ora me ne tenevo intenzionalmente lontana (Allason 2005, 338).

Barbara abbandonò quell’atteggiamento di delega dei negotia politici alla classe dirigente liberale che aveva accompagnato la borghesia italiana nella formazione dello stato nazionale fino alla prima guerra mondiale. Era un distacco ancora confuso, suscitato innanzitutto dal disgusto etico ed estetico per la nuova classe dirigente nazionalista e fascista (e clerico-fascista), ma fatto anche di ripulsa del ruolo svolto dalla monarchia e di perdurante speranza nelle capacità restauratrici della cultura liberale impersonata da Croce. Il lavoro letterario di Allason tuttavia proseguiva a gonfie vele, con collaborazioni giornalistiche e pubblicazione di apprezzati saggi critici, associandosi ai concorsi per l’ottenimento di una cattedra di tedesco al liceo scientifico di Torino e per la libera docenza all’Università, conseguita nel 1928 grazie a un bel saggio su Bettina Brentano, oggetto della sua tesi di laurea. Con questo libro Allason confermava il suo ruolo di interprete principale in Italia di quel protoromanticismo tedesco che si incarnava in un «matriarcato dominato da grandi inquiete anime di donne», come appunto le due che costituivano oggetto dei suoi studi e alle quali la trovava somigliante già Gobetti nel 1920 (Crain Merz 2009, 125), vere ispiratrici e pioniere di quella che Elena Croce con molta finezza ha definito «la formula della élite: l’intimità mondana, i festini collettivi dell’anima, le meravigliosamente artificiali società di esseri sublimi» (Croce 1990, 11). Non c’è dubbio che questo fosse l’orizzonte di «snobismo liberale» in cui si moveva l’ormai cinquantenne letterata. La quale nell’estate di quel 1928 si recò a Berlino e a Parigi, dove fece visita all’esule Nitti e fece la conoscenza di Gaetano Salvemini (Allason 2005, 71).

Il nome di Allason viene talvolta associato a quello di Lavinia Mazzucchetti, di dodici anni più giovane di lei, ma come lei germanista, laureatasi anche lei nel 1913 e, soprattutto, come lei allontanata dall’insegnamento nel 1929 per il suo antifascismo. A differenza di Mazzucchetti, Allason preferiva però coltivare i classici dell’illuminismo e del romanticismo e non nutriva interesse per il sommovimento letterario tedesco postbellico, del quale era invece caldamente partecipe il suo concittadino Leonello Vincenti (Tortorelli 1997, 174).

Qui è necessario aprire una parentesi, per quanto si voglia breve. Quello di Vincenti, laureatosi pressoché contemporaneamente, è nome molto meno noto di quello di Allason, perché egli non ebbe meriti antifascisti né fu autore creativo in proprio. Ma in quanto germanista il suo curriculum, culminato con la cattedra all’università di Torino, è di tutto riguardo. Il che getta luce sulla scuola creata, con tutte le sue magagne sia politiche che critiche, da Arturo Farinelli a Torino: «il maestro generoso e stravagante, sapientissimo e focosissimo a cui si deve se una scuola di germanistica sorse in Italia» (Confessioni 1950, 13), una scuola che ha fornito fior di studiosi e studiose, di traduttori e traduttrici, e che si è saldata, nelle generazioni successive, all’insegnamento dei Magris e dei Cases. Su quella scuola sarebbe opportuno uno studio approfondito.

Che non si potesse più restare chiusi in quel bozzolo, ad Allason fu reso palese nel 1929, cioè l’anno dopo. Trovandosi a Roma, assistette al dibattito al Senato sulla ratifica dei Patti Lateranensi fra Stato italiano e Santa Sede. L’intervento critico di Benedetto Croce fu accolto da sghignazzate e insulti da parte della maggioranza fascista e dello stesso Mussolini. Allason ne fu disgustata. Rientrata a Torino, scrisse una lettera di solidarietà a Croce. Non immaginava che il regime si infischiasse della segretezza epistolare. Con decreto ministeriale del 10 agosto 1929 fu «dispensata dall’insegnamento per oltraggio al Senato», da lei definito «inverecondo» in quella lettera, e per «incompatibilità con le generali direttive politiche del governo», e privata quindi sia della cattedra sia della libera docenza (Strappini 1988; Allason 2005, 94).

Per cercare di essere reintegrata Allason si rivolse, secondo antiche abitudini sociali, ai conoscenti che contavano. A Giovanni Gentile, che scosse la testa sconsolato; al duca Emanuele Filiberto di Savoia Aosta, il generale per definizione «invitto» della prima guerra mondiale, che era stato allievo privato di suo padre e che era andato personalmente a visitare il maestro sul letto di morte nel 1919, ma che neanche la ricevette personalmente (Allason 2005, 94). Anche Croce fece un passo per far presente a Farinelli, accademico d’Italia, il torto subito dalla sua ex allieva; e Farinelli ne parlò addirittura al duce, ma senza esito (Ojetti 1954, 355, cit. in Jori 2008, XXIV)).

Non sono morta di fame e mio figlio continuò i suoi studi. Lì per lì, subaffittai, del mio appartamento, due camere […]: più tardi trovai lezioni private, traduzioni e, insomma, non fu grande disgrazia (Allason 2005, 95).
Fu un guaio, ma fu anche un bene. Ché la scuola a farla sul serio è una grande divoratrice… (Confessioni 1950, 14).

La traduttrice e sua nipote

Allason passò quell’autunno a Napoli. Spinta da Croce, si recò a Torre del Greco a visitare la villa delle Ginestre, dove Leopardi aveva trascorso gli ultimi giorni di vita e ora di proprietà di Enrichetta Capecelatro Carafa, la quale firmava le sue traduzioni dal russo col solo titolo nobiliare, Duchessa d’Andria, e con cui Barbara aveva in comune la «recisa avversione al fascismo» (Allason 2005, 101-106). Ma, finita la vacanza forzata, i problemi economici premevano.

La traduttrice Barbara Allason nacque così, dalla persecuzione fascista, per necessità. Fino ad allora le sue incursioni sui testi di letteratura tedesca avevano avuto l’aura della critica accademica e delle finalità didattiche, utilizzando traduzioni preesistenti, come nel caso dell’Arminio e Dorotea e del Tasso di Goethe nel 1924 e del Wallenstein di Schiller nel 1927. È significativo che essa sia del tutto assente dalle discussioni sulle traduzioni e sul ruolo del traduttore che impegnarono tanti intellettuali nel «decennio delle traduzioni» (cfr. Tortorelli 1997, 159).

E contemporaneamente nacque la militante antifascista, che della traduttrice, grazie alle Memorie, sarebbe divenuta – ingiustamente – più nota. E nacque pressoché inevitabilmente. Nel 1931, lo stesso anno in cui uscì la sua prima traduzione di un’opera contemporanea, di Hermann Hesse, credette di fare opera di cristiana carità raccomandando a imprenditori di sua conoscenza alcuni operai che, perché socialisti, stentavano a trovar lavoro: fu convocata in questura e interrogata a lungo.

Ad altri era andata anche peggio, per la lettera di solidarietà a Croce nel 1929. A Torino, tra gli allievi del professor Umberto Cosmo, quelli del professor Augusto Monti e gli amici orbati di Gobetti, essa fu sollecitata in modo organizzato. Piovvero arresti, minacce e condanne al confino. Al confino fu condannato una prima volta per qualche mese Franco Antonicelli, un giovane professore di lettere di belle speranze che era molto amico di una figlia della sorella di Barbara Allason, Anita Rho. È commovente, oggi, leggere le lettere che Antonicelli scrisse ad Anita, allora dal carcere e poi, nel 1935-6, da un nuovo periodo di detenzione e confino, tutte rigorosamente col «lei», come era allora buona usanza borghese anche tra giovani finché non si fosse entrati in vera dimestichezza. Lettere romantiche, non perché tra i due ci fosse del tenero, ma perché romantico, pressoché inevitabilmente, era il modo in cui tra giovani letterati si affrontavano gli argomenti – la letteratura, il tempo, il paesaggio, perfino la salute – a cui la censura carceraria riduceva gli scambi epistolari. Il giovane definiva allora «villa Annunziata», la «vigna» torinese in collina dove lui andava a trovare gli Allason-Rho che vi trascorrevano i mesi estivi, «buen retiro per sospirarvi capolavori»; ma aggiungeva tra parentesi : «per farne, ci vuole zia Varvara» (Lettere 1962, 28), designando così, alla russa, una persona che doveva costituire un saldo punto di riferimento letterario per giovani alla ricerca di una propria strada creativa.

Anita aveva allora ventitré anni, essendo nata nel 1906 a Venezia, dove il padre si trovava a dirigere il corpo sanitario della Marina in quel porto. Era in possesso di una vasta cultura letteraria, oltre che di un «perfetto tedesco» (Allason 2008, 86). Questo, appreso dalla madre, si era certamente affinato nei quattro anni di permanenza tra Budapest e Bratislava, dove il tedesco restava allora la lingua della borghesia colta; dal 1919 al 1922, infatti, vi era stata al seguito del padre, il generale-medico Filippo Rho, ormai a riposo e membro italiano della Commissione internazionale sul Danubio creata al Congresso di Versailles (Allason 2005, 321). Non era una persona qualunque, Filippo Rho. Agli inizi della carriera in Marina, culminata nel più alto grado raggiungibile quale Capo del Corpo sanitario, nel 1883-1884 aveva anche fatto il giro del mondo sulla pirocorvetta Caracciolo (Martines 2000, 412-3; Ronca s.d.) e si era poi affermato come uno dei massimi esperti di malattie tropicali. È facile riconoscere il padre di Anita in quel «mio congiunto», «generale-medico» appunto, che Allason descrive come esemplare tipico di fascista:

egli aveva la mentalità del vecchio militare, una mentalità che non è di tutta la classe (mio padre, ad esempio, ne fu sempre meravigliosamente esente) ma che è di molti, ed è necessariamente autoritaria e retriva. Di più era un uomo assai duro – buono e onesto, ma duro – allevato nel culto dell’ordine e della disciplina, nella ripugnanza di ogni lievito ribelle. Al fascismo egli venne dal nazionalismo (Allason 2005, 38).

Dunque, Anita il fascismo lo aveva in casa, quando frequentava intensamente una cerchia di persone in cui i sentimenti antifascisti andavano concretizzandosi in organizzazione cospirativa. E certamente tra queste persone spiccava la «zia Barbara» (così, ormai, la chiamavano tutti, in quella cerchia di amici di Anita, tanto più giovani di lei), maestra di tedesco, maestra di lettere, maestra di vita; con la quale Anita, ormai maggiorenne, andò a vivere quando, nel 1931, da Pecetto i Rho si trasferirono a Torino (Allason 2005, 130; Anagrafe di Pecetto). Proprio allora, tornato dal confino, Antonicelli iniziava la sua collaborazione con il grande tipografo Carlo Frassinelli, trasformatosi in editore, varando la collana «Biblioteca europea», in aperta contrapposizione con la fortunata collezione di «Scrittori stranieri tradotti» diretta da Farinelli per la Utet, per la quale pubblicava Allason. Nell’impresa si avvalse della collaborazione di Anita (D’Orsi 2000, 118-9 e 129). Era un’amicizia autentica e forte, suggellata anni dopo, all’epoca della comune partecipazione alla Resistenza e all’avventura editoriale della De Silva, col passaggio al tu (Lettere 1962, 42) e documentata dall’affettuoso rispetto con cui il provetto fotografo dilettante Antonicelli ritrasse Anita sia da sola sia in gruppo con Benedetto Croce e, dopo la guerra, accanto a Salvemini (Ricordi 1988, passim).

Quella che Barbara Allason chiamava «la mia casa, la casa di Anita Rho» (Allason 2005, 130) era in una splendida posizione:

tre stanze dell’appartamento – ha raccontato chi ci avrebbe abitato quarant’anni dopo – si affacciavano come una prua su un punto in cui il Po fa una leggera ansa. La finestra di mezzo inquadrava là in alto i Cappuccini, quelle di sinistra si aprivano su una vista dallo zoo a Superga, e quelle di destra, le più spettacolose, prendevano in curva tutto il lungopò da Vanchiglia a Piazza Vittorio fino al ponte di Corso Vittorio e ai murazzi. Un piacere a guardare, soprattutto di notte (Martinotti 2008).

Poco alla volta quella casa divenne un ritrovo abituale per l’élite antifascista torinese. Di quando in quando, durante le soste torinesi nei suoi abituali soggiorni di vacanza in Piemonte (nella casa di campagna di Pollone, in quella di montagna di Meana in val di Susa, in quella di Luigi Albertini a Parella nel Canavese), vi compariva anche lo stesso Croce. In quel salotto, come in altre case di alta borghesia – dai Malvano, dai Levi, dai Carrara -, secondo la logica delle case delle élite tra le due guerre (Croce 1990, 19-21), si stabilivano «percorsi amicali e parentali, reti affettive che diventavano solidarietà politiche senza nessuna soluzione di continuità» (De Luna 1995, 296).

Giuliana Segre Giorgi (1994, 11), invitata spesso in quella casa e in seguito anche lei cospiratrice, ha rilevato che «I ricevimenti a casa Allason erano senza dubbio una copertura, ma per la scelta degli invitati, per l’atmosfera di raffinata intellettualità, avevano una certa forma elitaria e forse anche snob». E molti anni più tardi un giovane di allora avrebbe ricordato così il suo primo ingresso in quella cerchia:

Leone [Ginzburg] mi invita in casa della Professoressa Barbara Allason: primo traguardo della mia iniziazione alla ‘cupola’ di GL. È un cenacolo, questo della ‘zia Barbara’, dove si incontra l’élite dell’antifascismo torinese. Ci viene Benedetto Croce in occasione di ogni sua visita a Torino, e io spero che ci sarà anche questa volta. […] Ma Don Benedetto non ha potuto partire e la Allason me lo dice mentre mi porge la sua piccola mano tremula all’ingresso. Ma perché ne tiene la palma all’ingiù? Si aspetta forse che gliela baci? Usava forse ai tempi della Contessa Maffei, del cui salotto questo è la più autentica versione in chiave postrisorgimentale, ma a me sembra una anacronistica affettazione. Delusa forse dalla mia goffaggine, la professoressa ritorna da Antonicelli a parlare del suo Pellico, di cui è imminente la pubblicazione (Segre Amar 1994, 19-20).

Le cospiratrici

Infatti, quasi presaga del suo destino imminente, Allason pubblicò allora nelle neonate «Scie» della Mondadori, presentata da Croce, una biografia romanzata dell’autore delle Mie prigioni, modello di romantico cattolico: una gozzaniana rievocazione nostalgica del vecchio Piemonte, bene accolta da Adolfo Omodeo sulla «Critica», la rivista diretta da Croce; ma circondata altrove da una cortina di silenzio. Della reproba non bisognava parlare: la recensione di Alessandro Luzio per il «Corriere della Sera» fu bloccata (Confessioni 1950, 15); editorialmente, un disastro.

Barbara si era immersa personalmente nell’attività clandestina. Nel 1931 ebbe un ruolo di primo piano, che svolse accortamente, nel tentativo di far evadere Ernesto Rossi, del gruppo lombardo di Giustizia e Libertà, dal carcere di Piacenza, dapprima recandosi a Chambéry a prelevare il passaporto falso necessario e poi andando a Piacenza a concordare sul posto tutti i particolari dell’evasione, che poi non fu effettuata a causa del sopravvenuto trasferimento del detenuto (Allason 2005, 178-186).

Ma intanto licenziava la sua traduzione di Also sprach Zarathustra, con una Introduzione in cui metteva in guardia da compiacimenti estetici.

Anzi, si spinge più in là, vedendo nel nazismo da poco giunto al potere l’esito delle «profezie» nicciane, ancorché Nietzsche «non fu mai né antisemita né statolatra». Dunque la dottrina espressa nello Zarathustra «è in aperto contrasto col genio della nostra razza e con la nostra fede religiosa». Lucidamente, sia pur semplificando, la Allason invita a guardare l’opera del pensatore germanico senza «indulgenza estetica», né «filosofica tolleranza»: «Oggi noi dobbiamo leggere bensì, ma con occhio aperto a scrutare l’insidia e il pericolo» (D’Orsi 2005, 303-304).

Quasi naturalmente, da salotto romantico casa Allason-Rho si era trasformata in sede di cospirazione politica. Lì si smistavano i materiali di propaganda prodotti a Parigi da Carlo Rosselli e lì fu ubicata la macchina ciclostile per la stampa del foglio «Voci d’officina», con cui il gruppo torinese di GL (se ne occupavano Mario Andreis, Aldo Garosci e Carlo Levi) intendeva penetrare fra le maestranze della Fiat (Allason 2005, 145). «Una cospirazione alla luce del sole» (De Luna 1995): la polizia ne era perfettamente al corrente e aspettò solo l’occasione migliore, nel marzo del 1934, per mettere nel sacco tutti i cospiratori, alla testa dei quali era Leone Ginzburg.

Prima di essere arrestate, Barbara e Anita, messe sull’avviso, fecero in tempo a far sparire qualche documento. Ma poi si trovarono in galera, in mezzo a delinquenti comuni e a sollecite suore, e premute da interrogatori miranti solo a trovare conferma di cose già note agli inquirenti, a cominciare dal ruolo di Ginzburg. Di Allason i questurini hanno un concetto laidamente fascista: «una intellettualoide che aveva perso il senso della femminilità» (Crain Merz 2009, 126). Mentre si faceva carico dei guai delle compagne di cella e cercava conforto nella sua fede nella madonna, Allason perdeva tuttavia forza e coraggio. Glielo aveva detto già una volta, Leone, quando le era sfuggita una mossa improvvida, fortunatamente senza conseguenze: «Se si sa di non avere nervi saldi, non ci si mette a cospirare». Si aggiunga l’età non più giovane. Già le altre due donne arrestate, Giuliana Segre e la stessa Anita, avevano ammesso quanto avveniva a casa Allason, pur senza far nomi. «Era d’uopo – riferirono quindi i questurini – fare leva sulla Allason Barbara, che già in parte si era messa sulla via della confessione. Interrogata nuovamente, è stato così possibile stabilire l’origine del movimento stesso» (Giovana 2005, 390). Le fu promessa indulgenza se avesse parlato e se avesse scritto una letterina al duce. D’altronde, benché non se ne rendesse conto, lei per il regime costituiva un problema: tra i dirigenti di quella cellula di GL era la sola cattolica, mentre ai giornali fascisti faceva comodo bollarli tutti come ebrei antinazionali (Segre Giorgi 1994, 13). Riuscire a sfilarla dal gruppo significava isolare pressoché completamente una minoranza aliena, a conferma del monolitismo del consenso al regime tra gli italiani “veri”.

Barbara cedette. Nelle Memorie ammise lei stessa: «La debolezza prevalse» (Allason 2005, 219). Fu confortata dall’atteggiamento di Ginzburg, che in un confronto con lei, il 6 giugno 1934, la smentì in tutto – pur proclamandosi apertamente antifascista – ma le si rivolse con riguardo e con affetto, continuando a sorriderle, e al processo, svoltosi a Roma in dicembre e durante il quale sia Anita che Barbara dovettero testimoniare contro di lui, sia pure cercando di alleggerirne la posizione, mantenne questa cordialità e questo rispetto (Allason 2005, 120-139; Giovana 2005, 388). Nella lettera a Mussolini, datata 18 marzo 1934, e accompagnata da una informativa poliziesca che faceva menzione della «specie di collasso fisico che si è risolto in una crisi di pianto» in cui la detenuta era incorsa, si impegnava a non svolgere più alcuna attività politica. Mantenne la parola. D’altronde, lo stesso Rosselli, a cui non è il caso di addossare solo per questo colpe maschiliste (Crain Merz 2009, 128), non si sarebbe più fidato né di lei né delle altre donne coinvolte in quelle prime “cadute” di GL a Torino (Zucaro 1964, 39).

Garbatamente maschilista si rivelava Franco Antonicelli, scrivendo ad Anita dalla nuova detenzione in cui incorse per antifascismo nel 1935: «lei sa che è l’unica donna a cui affiderei un lavoro senza preoccupazione, sicuro come se lo facessi io». Si riferiva alla prefazione a una raccolta di racconti di Kafka da pubblicare da Frassinelli e di cui aveva affidato la traduzione all’amica, il primo significativo impegno di una lunga carriera di traduttrice. Equiparandola ai migliori esponenti della germanistica militante di allora, la pregava di scrivere lei quella prefazione «in luogo mio», in quanto a lui erano d’ostacolo molti nodi, tra i quali colpisce ora veder figurare «la mia ragione cattolica»:

Vorrei che la prefazione avesse molta misura (se non lei, Benco, Vincenti, Spaini o Rocca): c’è un motivo serio – questo deve risultare – e intenzionale di introdurre Kafka in Italia, estraneo a ogni snobismo (Lettere 1962, 29).

Non si pentì, se il 10 agosto poteva scriverle: «Dunque, la prefazione è ottima e scritta bene» (Lettere 1962, 37). Quel volume, Il messaggio dell’imperatore, era in effetti il secondo invito a Kafka offerto dalla «Biblioteca europea» ai lettori colti italiani, che avevano già potuto apprezzare, tre anni prima, Il Processo di Alberto Spaini, prima ancora che il capolavoro kafkiano fosse tradotto in Francia e in Inghilterra (D’Orsi 2000, 127).

Intanto, uscita dall’esperienza carceraria, zia Barbara si era consolata curando per la Utet un’edizione italiana dei Pensieri di Pascal.

(Il seguito – il va sans dire – alla prossima puntata, dove si daranno anche gli elenchi completi delle opere di Barbara Allason e Anita Rho)

Fonti

Allason 2005: Memorie di un’antifascista, 1919-1940, Spoon River, Torino3

Allason 2008: Vecchie ville, vecchi cuori, Aragno, Torino2

Alterocca 1968: Bona Alterocca, Il vecchio cuore d’Annie Vivanti trepidava ancora per il Carducci, «La Stampa», 1° agosto 1968

ASUT Lettere: Archivio Storico dell’Università di Torino, Facoltà di Lettere e Filosofia, Registro della carriera scolastica, IX.A.397 (1909-10 – 1911-12), p. 143

ASUT Scienze: Archivio Storico dell’Università di Torino, Facoltà di Scienze, Registro di matricola n. 44; e Verbali di laurea 16.11.25-13.2.1935, II, ad nomen Wick Gian Carlo.

Carta 2006: Paolo Carta, Politica e morale ne La Crisi della civiltà di Johan Huzinga, in «Laboratoire italien. Politique et société», 6/2006 (mise en ligne le 7 juillet 2011: http://laboratoire italien.revues.org/237)

Chirone 2012: Colloquio con la Signora Vanna Chirone Wick, Torino, 7 febbraio 2012

Confessioni 1950: Confessioni di una letterata, dattiloscritto inedito, s.d. (ma 1950), in Archivio del Centro Studi Piero Gobetti, Fondo Barbara e Ugo Allason, Cartella 5 (Versioni manoscritte o dattiloscritte di scritti di Barbara Allason/2), f. B

Crain Merz 2009: Noemi Crain Merz, Donne del Partito d’Azione: Barbara Allason e Ada Gobetti, in «Annali della Fondazione Ugo La Malfa. Storia e politica», a. XXIV, pp. 123-132

Lettere 1962: Lettere di antifascisti dal carcere e dal confino, vol. II, Editori riuniti, Roma 1962

De Luna 1995: Giovanni De Luna, Donne in oggetto. L’antifascismo nella società italiana 1922-1939, Bollati Borighieri, Torino

D’Orsi 2000: D’Orsi, Angelo, La cultura a Torino tra le due guerre, Einaudi, Torino

Giovana 2005: Mario Giovana, Giustizia e Libertà in Italia. Storia di una cospirazione antifascista, 1929-1937, Bollati Boringhieri, Torino

Jori 2008: Giacomo Jori, «La casa in collina». Un itinerario del Novecento (1929-1972), introduzione a Allason 2008

Macke s.d.: Carl Wilhelm Macke, Ziviler Liberalismus. Erinnerung an die italienische Germanistin und Übersetzerin Barbara Allason (http://www.germanistica.it/saggi/macke_allason.asp)

Martinotti 2008: Guido Martinotti, Quelle lettere dimenticate sul lungopò, «CafféEuropa», 22 ottobre 2008 (http://www.caffeeuropa.it/index.php?id=6,205)

Minicucci 1997: Simona Minicucci, «Guardare i libri di tutti i paesi con occhi italianissimi». Lavinia Mazzucchetti e la letteratura tedesca, in Stampa e piccola editoria tra le due guerre, a cura di Ada Gigli Marchetti e Luisa Finocchi, FrancoAngeli 1997, pp. 236-258

Ojetti 1954: Ugo Ojetti, I Taccuini 1914-1943, Sansoni, Firenze 1954

Ricordi 1988: Ricordi fotografici di Franco Antonicelli, a cura di Franco Contorbia, Bollati e Boringhieri, Torino 1988

Ronca s.d.: Alessandro Ronca, La campagna della R.N. Dogali nelle Antille, nelle Guyane e in Amazzonia vista attraverso il «libro dei visitatori», 1904-1905 (www.solofrastorica.it/dogali.htm)

Segre Amar 1994: Sion Segre Amar, Lettere al Duce. Dal carcer tetro alla mazzetta, Giuntina, Firenze 1994

Segre Giorgi 1999: Giuliana Segre Giorgi, Piccolo memoriale antifascista, a cura di Alberto Cavaglion, La Nuova Italia, Firenze (prima edizione Lindau, Torino 1994)

Simone 1953: Franco Simone, Arturo Farinelli studioso europeo, in «Itinerari», 3, 1953 (poi in Letteratura italiana, vol. II, I critici, a cura di Gianni Grana, Marzorati, Milano 1969, pp. 1247-1255).

Strappini 1988: Lucia Strappini, Allason, Barbara, in Dizionario biografico degli italiani, vol. XXXIV, Istituto dell’Enciclopedia Italiana – Fondazione Treccani degli Alfieri, Roma, pp.71-74

Tortorelli 1997: Gianfranco Tortorelli, La letteratura straniera nelle pagine de «L’Italia che scrive» e «I libri del giorno», in Stampa e piccola editoria cit., pp. 157-196

Zucaro 1964: Domenico Zucaro, Lettere all’OVRA di Pitigrilli, Parenti, Firenze

Ringrazio per l’aiuto gentilmente prestato: Elisa Cattaneo per la ricerca presso l’Archivio Mondadori, Roberto Cerati (Giulio Einaudi editore), Silvana Barbalato e Pietro Politi (Centro Gobetti), Giuliana Borghino Sinleber (ASUT), Vanna Chirone Wick, Edmondo e Simonetta Rho.

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