Numero 3 (autunno 2012) | Pratiche

Tutta intera, sotto un cielo diviso

UN RICORDO ITALIANO DI CHRISTA WOLF

di Elisa Leonzio

Christa Wolf (1929-2011) è stata, insieme con Günter Grass, l’autore della letteratura tedesca contemporanea più noto e tradotto in Italia. Oggetto di numerosissimi saggi, monografie e recensioni in ambito accademico (tra di essi vanno ricordati in particolare i lavori di Anna Chiarloni, la raccolta di saggi curata da Giulio Schiavoni e, tra i più recenti, la monografia di Andrea Rota), la Wolf è molto nota anche al pubblico dei non addetti ai lavori ed è venuta a trovarsi quasi ininterrottamente al centro dell’interesse mediatico per più di quarant’anni e con particolare intensità dopo la caduta del Muro di Berlino e la riunificazione delle due Germanie.

La prima traduzione di un’opera di Christa Wolf in italiano risale al 1973: si tratta del romanzo Riflessioni su Christa T. (Nachdenken über Christa T., 1968), tradotto da Amina Pandolfi e pubblicato da Mursia nella collana «Narratori sovietici e dell’Europa orientale». Il titolo della collana, naturalmente, dice molto più che non la mera collocazione geografica degli autori proposti: ci parla, soprattutto, di un’appartenenza politica e ideologica al socialismo, all’area di influenza dell’Unione Sovietica, al mondo oltre la cortina di ferro, oltre il “muro”.

La fortuna dell’autrice, nella prima fase della sua ricezione, è così legata soprattutto alla dimensione politica che circonda e pervade le sue opere, mentre occorrerà più tempo perché vengano evidenziati anche i meriti squisitamente letterari della sua scrittura.

Quel che interessa, che stimola, che alimenta discussioni e polemiche, è la Christa Wolf connivente o dissenziente (vedremo, infatti, che negli anni è stata letta in entrambi i modi) nei confronti dei dettami del partito e del regime socialista. Se si spulciano gli archivi online delle testate nazionali, ciò appare subito evidente.

La prima menzione di rilievo del nome di Christa Wolf si ha su «La Stampa» del 30 aprile 1966, in un articolo firmato da Enzo Biagi e dedicato, principalmente, alla figura del chimico Robert Havemann, docente alla Humboldt Universität, che aveva perso la cattedra ed era stato espulso dalla SED (il filosovietico Partito socialista unificato, al potere nella DDR) con l’accusa di voler «combattere le tesi ufficiali» del partito. Accanto a questo scienziato dalle idee sovversive, Biagi pone altre figure di intellettuali della Germania Orientale, quali Stefan Heym, Wolfgang Harich e una giovane scrittrice, Christa Wolf, «autrice di un romanzo, Il cielo diviso», in cui emerge «l’analisi di un diffuso disagio, di una comune insoddisfazione», per la situazione politica tedesca. «Il libro ha avuto molto successo, ma Christa Wolf è stata attaccata dalla stampa conformista che l’ha accusata di diffondere idee piccolo-borghesi e disfattiste» (Biagi 1966).

Il riferimento è qui alla seconda opera della Wolf, Der geteilte Himmel (Il cielo diviso), storia di una coppia di giovani innamorati, che si ritrova divisa sulla stessa linea che divide le due Germanie e vive al proprio interno le tensioni, le incertezze tra modelli di vita alternativi e il desiderio, irrisolto, di un ricongiungimento. Un testo sull’estraneità e sul senso di estraniazione, in cui i protagonisti finiscono per sentirsi stranieri in un paese che è il loro e nello stesso tempo non lo è più. Rita, il personaggio femminile, esprimerà al meglio questa condizione quando, durante una visita al fidanzato Manfred a Berlino Ovest, dirà di sentirsi come in un paese straniero la cui lingua, però, è il tedesco.

Il romanzo era uscito nel 1963 e aveva consacrato l’autrice, tra lodi e polemiche, come una delle più interessanti e controverse voci della letteratura tedesca sia agli occhi del pubblico delle due Germanie sia a livello internazionale. Se per la traduzione italiana bisognerà aspettare vent’anni, in francese il romanzo viene invece tradotto già nel 1964 e in inglese l’anno successivo. Davvero singolare è soprattutto il fatto che, sempre nel 1964, l’opera sia stata tradotta anche in russo. Se c’è dunque un romanzo che ha unito i cieli delle due Europe, questo è paradossalmente proprio il Cielo diviso.

Anche negli anni successivi i giornali continuano a sottolineare la componente ideologica delle opere di Christa Wolf, finendo così per parlare dell’impegno politico dell’autrice più che di letteratura. Lo vediamo, per esempio, in un articolo-inchiesta di Romolo Caccavale («L’Unità», 11 novembre 1969) sulla Repubblica democratica tedesca, il «più giovane stato europeo» e quello in cui le «potenzialità della democrazia socialista si potrebbero pienamente dispiegare». Tuttavia, nel sottolineare i punti di maggior debolezza del sistema, primo fra tutti la mancanza di libertà nell’espressione di posizioni dissenzienti, l’inviato a Berlino Est dell’organo del Partito comunista italiano cita proprio la

scrittrice Christa Wolf (autrice tra l’altro di un bestseller dal titolo «Il cielo diviso») che avanzò riserve sulla linea di politica culturale che il partito tornava a ribadire: partiticità dell’arte e stretta osservanza del cosiddetto «realismo socialista».

Christa Wolf era allora membro candidato del Comitato centrale della SED, ma al successivo congresso del partito non fu più rieletta (Caccavale 1969).

Ritroviamo lo stesso atteggiamento quasi dieci anni dopo, il 2 aprile 1977, in un articolo che «La Stampa» dedica alla Fiera del libro di Lipsia appena conclusasi. A seguito del caso Biermann, il cantautore e poeta espulso dalla DDR nel 1976, al fianco del quale si erano schierati molti tra i maggiori scrittori del Paese, ci si era chiesti se tali scrittori sarebbero stati discriminati alla Fiera, cosa che invece non era accaduta: «È avvenuto tra la sorpresa generale il contrario: Christa Wolf con il suo romanzo Modello d’infanzia [sic], stampato e venduto, nel giro di pochi mesi, in 60 mila copie, è stata uno degli autori più festeggiati» (Gatteschi 1977).

Nonostante questi e altri richiami all’autrice nei giornali italiani di quegli anni, Christa Wolf rimane comunque quasi sconosciuta in Italia. Dal 1973, anno della traduzione delle Riflessioni su Christa T., l’editoria italiana non si interessa più alla scrittrice, che nello stesso arco di tempo riscuote invece grandi favori soprattutto nei paesi di lingua inglese.

Un momento di svolta nella ricezione della Wolf in Italia si ha tra il 1983 e il 1984. Nel 1983 esce il celebre Cielo diviso, nella traduzione di Maria Teresa Mandalari, e l’anno successivo vengono pubblicate addirittura tre opere: Nessun luogo, da nessuna parte, tradotto da Maria Grazia Cocconi e Jan Michael Sobottka, e Cassandra e Premesse a Cassandra, tradotti da Anita Raja, che negli anni diverrà la “voce” italiana di Christa Wolf.

A quel punto l’autrice tedesca diviene un vero “caso” letterario e le sue opere cominciano a essere tradotte in italiano con maggiore regolarità. Permane, naturalmente, l’attenzione al contenuto etico-politico dell’opera wolfiana. E questa rilevanza, del resto, sembra ben corrispondere al compito che la stessa Wolf, intervistata da «La Stampa» in occasione del suo viaggio a Roma nel 1984, riconosce alla letteratura nei paesi socialisti:

Nella Repubblica Democratica Tedesca la letteratura ha una funzione speciale molto più forte che nei Paesi occidentali: deve assumersi quei compiti che nei Paesi occidentali spettano al giornalismo, alla critica sociale, al dibattito ideologico. Dagli scrittori la gente si aspetta risposte a tutta una serie di domande che nei Paesi occidentali vengono soddisfatte dalle istituzioni ( 7 aprile 1984).

L’intellettuale ha il compito di essere coscienza critica, di osservare la società che lo circonda e, dove occorra, di svolgere un ruolo di opposizione. Il suo strumento sono le parole, che a differenza di quanto accade in occidente – sottolinea Wolf – hanno un peso effettivo.

Gli orizzonti interpretativi della scrittura wolfiana però si ampliano. Soprattutto con Cassandra e, anni dopo, con Medea emergono donne forti, che si stagliano su uno sfondo di guerre e di prevaricazioni maschili. La rilettura del mito in chiave femminista fa così della Wolf una sorta di icona del neo-femminismo. Vengono poi evidenziate anche altre tematiche: l’incontro/scontro tra individuo e società (in parte, ma non solo, quella socialista), la Vergangenheitsbewältigung, ossia il superamento del passato nazista attraverso la riflessione su di esso, la dialettica tra memoria e oblio. Temi, questi, che hanno poi assunto nuovi significati quando, dopo la Wende (la «svolta» ovvero la caduta del Muro e la riunificazione della Germania), sono stati iscritti in una nuova costellazione storico-politica.

Nel processo di rielaborazione del passato, centrale è stato per la Wolf il richiamo alla letteratura tedesca prebellica e al mondo classico. Questo orientamento accomuna l’autrice a molti degli scrittori tedesco-orientali già della generazione precedente. A partire da Anna Seghers e da altri intellettuali comunisti rientrati dall’esilio dopo la guerra, si era diffusa la convinzione che non si dovesse rifondare la cultura e la società tedesche dal nulla, bensì riallacciandosi ai «momenti progressisti della Germania pre-nazista» (Chiarloni 1988, 11). Christa Wolf, che ha studiato germanistica a Lipsia laureandosi con una tesi su Hans Fallada ed è entrata giovanissima nella redazione della «Neue Deutsche Literatur» (la rivista dell’Unione Scrittori Tedeschi), si allinea perfettamente a tale tendenza. Lo fa con scritti su Kleist e Bettina von Armin, curando l’edizione di una raccolta di opere della poetessa romantica Karoline von Günderrode e, soprattutto nella fase giovanile, aderendo al precetto del “progressismo” e del “realismo socialista”: l’arte, secondo quello che era il canone enunciato dal Congresso degli Scrittori Sovietici nel 1934, doveva cioè rispecchiare la naturale tendenza evolutiva della società. Di questa adesione si trova traccia nei primi testi di critica letteraria della Wolf (fortemente influenzata, in questa fase, anche dall’opera di Lukács) e nelle opere di narrativa giovanili, mentre, successivamente, al “realismo socialista” si sostituirà una variante più critica e meno dogmatica di realismo, attento a descrivere una realtà dominata da lacerazioni e conflittualità più che da una (illusoria) progressività e soprattutto pronto a esplorare una zona, quella dell’intimità, che il “documentarismo” e l’approccio scientifico socialista avevano escluso e che quindi, di fatto, stacca la Wolf dal modello culturale e letterario su cui la giovane autrice si era formata.

Il mutato quadro interpretativo, dapprima, e storico, poi, ha notevolmente favorito la diffusione delle opere di Christa Wolf fra il pubblico italiano. Se si esamina la storia della ricezione della letteratura della DDR in Italia, si osserva come essa sia stata per lungo tempo monopolio di case editrici e, di conseguenza, di lettori dai precisi orientamenti politici e con specifiche competenze storico-culturali (Sisto 2009, 334). Il contesto in cui le opere nascevano e il loro significato in quella precisa realtà politica (il peso che, per citare Christa Wolf, le parole degli scrittori hanno nei paesi socialisti) era per lo più ignoto al grande pubblico. Una lacuna, questa, che neppure le introduzioni anteposte a molte traduzioni di autori della Germania Est riuscivano del tutto a colmare.
La caduta del Muro di Berlino, evento di risonanza e rilevanza mondiale, ha completamente sovvertito questa situazione. Attorno alla DDR, ormai cancellata dalle cartine ma saldamente ancorata alla memoria collettiva, si è iniziato a scrivere e a dibattere; e lo stesso è avvenuto, con sguardo proiettato non più al passato ma al futuro, riguardo alla riunificazione delle due Germanie.

Di questo processo e delle sue contraddizioni Christa Wolf è stata testimone ineguagliabile con i suoi testi e con la sua stessa vita. E questa volta media e grande pubblico sono stati più pronti ad accogliere entrambe le componenti, che in lei, del resto, si affiancano senza soluzione di continuità.

Non sono mancati, è vero, anche momenti di fraintendimento e di critica nei confronti di Christa Wolf per scelte giudicate compromettenti. La fedeltà al socialismo (seppure non, è chiaro, ai suoi pervertimenti) non è stata subito compresa in un’epoca di stravolgimento storico dominata dai filo-occidentalisti; la pubblicazione nel 1990 di Was bleibt (Che cosa resta), testo che la Wolf aveva redatto nel 1979 e in cui aveva riversato tutta la sua disillusione nei confronti della realtà politico-sociale della DDR tratteggiando la figura di una donna spiata dalla Stasi, la polizia politica, è stata giudicata intempestiva e di comodo; salvo poi rivalutarla quando furono resi noti gli atti della polizia segreta che riguardavano la scrittrice.

Di quelle accuse la Wolf si era detta sorpresa ancora nel 2005, in un’intervista alla «Zeit»: sapendo di essere considerata da anni in Occidente un’autrice gesamtdeutsch, un’autrice della Germania intera, non si era aspettata quegli attacchi.

D’altronde il rapporto tra gli intellettuali di spicco della DDR e la Sicurezza Nazionale è una delle questioni più spinose e un capitolo irrisolto della recente storia politico-culturale tedesca. La Stasi ‘arruolava’ infatti tra le proprie fila molti intellettuali non solo come collaboratori ufficiali, ma anche come unoffizielle Mitarbeiter (collaboratori ufficiosi) e informatori segreti. Si trattava cioè di esponenti del mondo culturale che spiavano i propri colleghi e riferivano di comportamenti giudicati sospetti, quali un malcelato malcontento nei confronti della politica culturale del partito o l’inclinazione a comportamenti “borghesi”. Questo clima di cospirazione era rafforzato dal ricorso a espedienti quali il rispetto della segretezza assoluta anche all’interno del proprio nucleo famigliare e dall’utilizzo di nomi in codice. Gli atti della Stasi riguardanti Christa Wolf, resi noti alla fine del 1992, hanno rivelato come l’autrice fin dal 1959 si fosse fatta reclutare quale “informatrice segreta” e avesse svolto quell’incarico per tre anni. Solo in un secondo momento, quando le sue posizioni politiche si fecero più critiche e la sua scrittura si aprì alla dimensione intimistica e soggettiva, passò dalla posizione di collaboratrice a quella di persona spiata. Una parabola di cui la Wolf ha parlato apertamente proprio alla fine del 1992, sulla scorta della pubblicazione degli atti che la riguardavano, ma mossa anche, forse, da ammissioni analoghe che molti colleghi avevano iniziato a fare nello stesso periodo.

Non è forse un caso, quindi, che il primo dei saggi raccolti nell’ultimo volume di Christa Wolf (Wolf 2012), pubblicato postumo ma con testi ancora selezionati dall’autrice, sia dedicato al Doktor Faustus di Thomas Mann e abbia al suo centro l’interrogativo «Quale prezzo paga l’artista?». L’artista paga un prezzo alto perché con le sue riflessioni intime e pubbliche sui ricordi, sulle responsabilità personali e sulla memoria collettiva svolge un’azione smascherante, svela ciò che si vorrebbe tener nascosto: non solo il passato nazista, che il popolo tedesco, diviso, si è “rimpallato” da una Germania all’altra, scaricando il peso della colpa su chi stava dall’altra parte del Muro e finendo così per negarlo, ma anche le utopie mancate del dopoguerra, i “non-luoghi” che la Berlino riunificata incarna oggi meglio di qualunque altra città, e la confessione delle responsabilità personali.
In nome di quell’istanza etica che ne ha guidato la vita e la scrittura, Christa Wolf non si è mai sottratta al confronto con il pubblico su questi temi, sulla dialettica tra individuale e collettivo, privato e pubblico, memoria e oblio. Citiamo, a conclusione, le parole con cui Anita Raja (2011), che di Christa Wolf ha tradotto tante opere, ha voluto commemorare la scrittrice a pochi giorni dalla scomparsa, nel dicembre del 2011:

Quel pubblico si è riconosciuto in opere che davano una forma letteraria alta alla formula “il personale è politico”, che disegnavano immagini dense di libertà femminile, che fornivano parole, modelli, esempi, un simbolico da cui attingere. Che mostravano che non si può più narrare in modo lineare, che raccontare in modo nuovo e diverso è possibile, che sovvertivano regole, ordini, schemi, tempi. […] Che non si può raccontare la “storia” se non raccontando quello che c’è “dietro”, “sotto”,”oltre”: vale a dire nel quotidiano. Che non si può mettere in discussione l’idea di una società più giusta. O l’importanza dell’utopia. Che bisogna lavorare sempre a dare un senso alle cose.

Traduzioni italiane di opere di Christa Wolf

Amina Pandolfi, Riflessioni su Christa T., Milano, Mursia, 1973 (traduzione da Nachdenken über Christa T., Halle/Saale, Mitteldeutscher Verlag, 1968)

Maria Teresa Mandalari, Il cielo diviso, Roma, Edizioni e/o, 1983, con postafazione della stessa Mandalari (traduzione da Der geteilte Himmel, Berlin, Gebrüder Weiss, 1964

Anita Raja, Cassandra, con postfazione della stessa Anita Raja, Roma, Edizioni e/o, 1984 (traduzione da Kassandra. Erzählung, Darmstadt, Luchterhand, 1983)

Maria Grazia Cocconi e Jan Michael Sobottka, Nessun luogo, da nessuna parte, Milano, Rizzoli, 1984; ripubblicato dalle Edizione e/o, Roma, nel 1997, con una postfazione dio Anita Raja (traduzione da Kein Ort. Nirgends, Darmstadt, Luchterhand, 1979)

Anita Raja, Premesse a Cassandra: quattro lezioni su come nasce un racconto,con note a cura della stessa Anita Raja, Roma, Edizioni e/o, 1984 (traduzione di Kassandra. Vier Vorlesungen, eine Erzählung, Berlin, Aufbau-Verlag, 1983)

Vanda Perretta, L’ombra di un sogno. Prose, poesie, lettere di Karoline von Günderrode a cura di Christa Wolf, Milano, La tartaruga, 1984 (scelta e traduzione da Karoline von Günderode, Karoline von, Der Schatten eines Traumes: Gedichte, Prosa, Briefe, Zeugnisse von Zeitgenossen, herausgegeben und mit einem Essay von Christa Wolf, Darmstadt, Luchterhand, 1979)

Anita Raja, Sotto i tigli. Racconti, con postfazione della stessa Anita Raja, Roma, Edizioni e/o, 1986 (traduzione da Unter den Linden. Geschichten, Darmstadt, Luchterhand, 1974)

Anita Raja, Guasto. Notizie di un giorno, Roma, Edizioni e/o, 1987 (edizione italiana di Storfall: Nachrichten eines Tages, Darmstadt, Luchterhand, 1987)

Anita Raja, Recita estiva, Roma, Edizioni e/o, 1989 (traduzione da Sommerstuck, Frankfurt am Main, Luchterhand, 1989)

Maria Teresa Mandalari, Pini e sabbia del Brandeburgo. Saggi e colloqui, Edizione italiana a cura di Maria Teresa Mandalari, Roma, Edizioni e/o, 1990 (edizione italiana di Die Dimension des Autors: Essays und Aufsätze, Reden und Gespräche, 1959-1985, Berlin und Weimar, Aufbau, 1986)

Anita Raja, Che cosa resta, con introduzione della stessa Anita Raja, Roma, Edizioni e/o, 1991 (trduzione da Was bleibt, Berlin und Weimar, Aufbau, 1990)

Anita Raja, Trama d’infanzia, Roma, Edizioni e/o, 1992 (traduzione da Kindheitsmuster, Berlin und Weimar, Aufbau, 1976)

Anita Raja, Congedo dai fantasmi, Roma, Edizioni e/o, 1995 (edizione italiana di Auf dem Weg nach Tabou. Texte 1990-1994, Köln, Kiepenheuer & Witsch, 1994)

Anita Raja, Medea. Voci, con postfazione di Anna Chiarloni, Roma, Edizioni e/o, 1996 (traduzione da Medea. Stimmen, Darmstadt, Luchterhand,1996)

Anita Raja, In carne e ossa, Roma, Edizioni e/o, 2002 (traduzione da Leibhaftig: Erzählung, München, Luchterhand, 2002)

Anita Raja, Un giorno all’anno, 1960-2000, con note di Gerhard Wolf, Roma, Edizioni e/o, 2006 (traduzione da Ein Tag im Jahr: 1960-2000, München, Luchterhand, 2003)

Monica Pesetti, Anita Raja e Paola Sorge, Con uno sguardo diverso, Roma, Edizioni e/o, 2008 (traduzione di Auf dem Weg nach Tabou. Texte 1990-1994, Köln, Kiepenheuer & Witsch, 1994)

Anita Raja, La città degli angeli ovvero The Overcoat of dr. Freud, Roma, Edizioni e/o, 2011 (traduzione e cura di Stadt der Engel, oder The Overcoat of Dr. Freud, Berlin, Suhrkamp, 2010)

Bibliografia

Biagi 1966: Enzo Biagi, Colloquio con uno scienziato della Germania comunista, in «La Stampa», 30 aprile 1966

Caccavale 1969: Romolo Caccavale, Un pluralismo a forma di piramide. Inchiesta sulla RDT, il più giovane stato europeo, in «L’Unità», 11 novembre 1969

Chiarloni 1988: Anna Chiarloni, Christa Wolf, Torino, Tirrenia Stampatori

Focus online 2012: Christa Wolf: „Welchen Preis zahlt der Künstler?“, in «Focus online»: http://www.focus.de/kultur/buecher/literatur-christa-wolf-welchen-preis-zahlt-der-kuenstler_aid_723076.html

Gatteschi 1977: Leia Gatteschi, A Lipsia vince il dissenso, in «La Stampa», 2 aprile 1977

l.t. 1984: l.t., Crista Wolf, una voce critica dalla Germania Est, in «La Stampa-Tuttolibri», 7 aprile 1984

Raja 2011: Anita Raja, Christa Wolf e Anita Raja – una commemorazione, in «Letteratura tedesca contemporanea» a cura del Goethe Institut: http://www.goethe.de/ins/it/lp/prj/lit/gelit/it8590177.htm

Rota 2010: Andrea Rota, Tra silenzio e parola. Riflessioni sul linguaggio nella letteratura tedesco-orientale dopo il 1989: Christa Wolf e Kurt Drawert, Trento, Università degli Studi di Trento – Dipartimento di scienze filologiche e storiche (Collana Labirinti)

Schiavoni 1998: Giulio Schiavoni, Prospettive su Christa Wolf: dalle sponde del mito, Milano, Franco Angeli

Sisto 2009: L’invenzione del futuro. Breve storia letteraria della DDR, a cura di Michele Sisto Milano, Libri Scheiwiller

Wolf 2012: Christa Wolf, Rede, daß ich dich sehe. Essays, Reden, Gespräche, Berlin Suhrkamp Verlag

Wolf e Chiarloni 1992: Christa Wolf e Anna Chiarloni, Nel cuore dell’Europa: conversazione con Anna Chiarloni, traduzione a cura di Palma Severi, Roma, e/o

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