Pratiche | Numero 7 (autunno 2014)

L’argot n’existe pas…

di Luciana Cisbani

argot_nexiste_pasL’argot non esiste. L’affermazione grazie a Dio non è mia, ma del lessicografo e studioso di argot Gaston Esnault (1901, XV). Per essere meno dogmatici, diciamo che sarebbe opportuno non parlare mai di argot al singolare e che, come suggerito in tempi più recenti da Denise François-Geiger in un denso intervento sull’argot nella letteratura, mieux vaut parler d’argots, que d’argot (François-Geiger 1975, 7 [«più che dell’argot, è opportuno parlare degli argot» – traduzione redazionale]; si veda anche François Geiger 1991).

Alla luce di ciò, non oserò certo utilizzare questo termine come un unicum di registro linguistico per azzardare considerazioni di tipo traduttologico inerenti allo sfaccettato mondo di un polar– come in Francia si usa chiamare il genere di romanzo tra poliziesco e noir – datato e marcatamente argotico scritto negli anni cinquanta, ossia En long, en large et de travers di San-Antonio, alias Frédéric Dard (San-Antonio 1958). È precisamente la doppia accezione del termine “datato” a permettermi di entrare a gamba tesa nel cuore della mia riflessione su come e su cosa l’atto traduttivo agisca (e reagisca) effettivamente, quando confrontato ai vari linguaggi argotici o “argotizzanti”, alle parlate, ai gerghi, a quel francese popolare o familiare – che dir si voglia – esistenti nella dimensione diacronica e sincronica della lingua francese.

Gli argot sono per loro stessa natura fluidi, specchio di società e di costumi, di gruppi sociali e di eventi storici, dunque deperibili e datati. Questo vale tanto per gli argot intesi come espressione di oralità condivise all’interno di una comunità per le finalità più disparate (ludiche, specialistiche, criptiche, letterarie), quanto per i termini di argot intesi come repertorio lessicale, vocabolario parallelo al francese standard, registrati dalla lessicografia specialistica nonostante il loro – sia benedetto – continuo evolversi. E, aggiungerei, proprio per questo divenuti spesso termini genericamente definibili come registri bassi della lingua.

Basta sfogliare alcuni dei più o meno recenti dizionari di argot per rendersi conto di come, al pari di quel che accade nella lingua standard, gli indicatori di registro varino sensibilmente nel corso talvolta di un solo decennio; immaginiamoci nel corso dei secoli… Un esempio per tutti: il verbo baiser (peraltro etimologicamente parlando assai travagliato), attestato dal XII secolo con il traducente generico faire l’amour («fare l’amore» o, più precisamente, porter les lèvres sur une partie du corps d’autri pour manifester concrètement une relation affective– , Colin 1990, 31 [«appoggiare le labbra su una parte del corpo di un’altra persona per manifestare concretamente una relazione affettiva»- traduzione redazionale]), diventato un meno poetico se posséder charnellement [«possedersi carnalmente», traduzione redazionale], già in Flaubert e poi giù, fino a Céline e Sartre, di volta in volta proposto dal preziosissimo Trésor de la Langue Française informatisé con indicatori di registro pop. o arg. (cfr. ATILF in bibliografia).

Digressione, questa, solo apparentemente lontana dal mio tentativo di illustrare l’insidioso percorso a slalom del traduttore alla prese con testi argotici; va detto poi che mi piace sempre di più sottolineare la deliziosa evanescenza linguistica di cui sono forieri quegli strumenti tanto cari al traduttore e all’amante della lingua tout court: i dizionari… Trovo infatti sempre più difficile, e in definitiva ozioso, cercare di attenermi mentalmente (dunque anche traduttivamente) a categorie di per sé fluide e “blobesche”: parlo per l’appunto di scivolosi, ancorché necessari, indicatori di registro come arg., pop., volg., fam., etichette rassicuranti, in realtà fragili sentinelle di lemmi con data di scadenza, materia viva, potente, per sua natura ribelle e in continua e creativa trasformazione.

Ora, calando nel concreto della scrittura autoriale argotica queste considerazioni-minestrone, comunque più che mai attinenti al quotidiano atto traduttivo, ecco che finisco dritta dritta nella linguisticamente saporita padella di un autore a cui è difficile applicare, per l’appunto, etichette, e che definirò per comodità “argotizzante”, vale a dire che ha come cifra stilistica la creatività, la manipolazione della lingua propria a quello che, insieme a Marc Sourdot, definisco per comodità l’argot commun, lo slang (Sourdot 1991, 19). Un autore riservato ai palati fini e curiosi, ma soprattutto ai nemici dei cibi linguistici precotti… Perché certo Frédéric Dard – bulimico visionario della lingua, Rabelais del Novecento il cui vulcanico vocabolario ha perfino dato vita, nel 1993, a un dizionario ad hoc (Le Doran, Pelloud, Rose 1993) – è “cibo” di primissimo ordine per i gourmet della lingua, autore adorato o ignorato in patria (tertium non datur…) proprio per via della sua complessità linguistica, e apprezzato in Italia per decenni da un manipolo di happy few, affascinati da quel funambolico mondo lessicale di cui tenterò di evidenziare le principali caratteristiche; una lingua connotata, fra l’altro, dalla deperibilità di un registro, abbiamo detto, fluido…

L’analisi di un brano preso a campione ci aiuta per l’appunto a illustrare come, per il traduttore, la precarietà degli argot possa rivelarsi in realtà un rassicurante freno a mano e, al contempo, un inebriante acceleratore di interpretazione/riscrittura. Va da sé che, da buona traduttrice ficcanaso e tatillonne, potrei trasformare questa operazione in un’occasione imperdibile per riconsiderare la possibilità (si noti la perifrasi più che mai cauta) di suggerire ritocchi e riedizioni di testi oggi ancora in circolazione o riproposti immutati da oltre cinquant’anni…

È necessario specificare che il dialogo trascritto qui di seguito ha luogo fra i due protagonisti cardine della saga sanantoniana: l’inossidabile ispettore tombeur des femmes San-Antonio e il suo grassissimo, sanchopanzesco nonché demenziale ispettore Bérurier. La fertile penna di Frédéric Dard è qui colta nel massimo splendore del suo estro neo-argotico, florilegio di approssimazioni e deformazioni lessicali, improbabili apocopi, prestiti linguistici, argot classico, à-peu-près e pataquès (per intenderci: un mix linguistico di Nino Frassica e Checco Zalone):

– Je me souviens d’une enquête dans un château quand que j’étais à la criminelle. Des mecs qui donnaient une gardienne-partie. Drame passionnel! Le fils de la taule avait balancé une bastos dans le chignon d’une petite bonne because elle faisait des gâteries à son dabe! Fallait du doigté: le dabe grand pote avec un ministre, tu vois le topo?
– Et on t’a choisi?
– Turellement! J’étais dans mes petits souliers…
– Toi! m’exclamé-je incrédule, en louchant sur ses 47 Grand-Large
(San-Antonio 1958, 26-27).

Ora, direte voi, cos’è questo pot-pourri? È il famigerato argot di San-Antonio, cocktail esplosivo e unico in cui a termini di argot di antica datazione e non passati nell’uso familiare (bastos, chignon, dabe) si affiancano termini e locuzioni entrati a far parte della lingua parlata ormai da diversi decenni (mec, taule, balancer, pote, topo). Certo, la solida traduzione di Just Lazzari funge da ottima rampa di lancio per volare verso questo pianeta di non-solo-argot:

– Mi ricordo di un’inchiesta in un castello, quando ero alla criminale. Tizi che davano una gardenia-parti… Dramma passionale! Il figlio della casa aveva tirato una nespola nella crocchia di una piccola cameriera because lei faceva moine al suo genitore! Ci voleva tatto: il genitore ci era grande amico di un ministro, vedi la situazione?
– E hanno scelto te?
– ‘Turalmente! Ero sulle spine…
– Tu! – esclamo, incredulo, guardando quella massa di lardo (Just Lazzari 1974, 15).

Traduzione leggera, capace di ricreare – grazie a un bilanciato mélange di italiano familiare, standard e neostandard – l’atmosfera un po’ allucinata del linguaggio beruriano. Ma… Ma siamo sicuri che le fils de la taule sia, in questo contesto, «il figlio della casa» in senso letterale? Certo, la taule è, in argot, nom donné à tout local où on vit, dort, mange, travaille etc., (Colin 1990, 614 : «nome dato a qualsiasi locale in cui si vive, si dorme, si mangia, si lavora, eccetera» – traduzione redazionale]), da cui maison close e prison[«casa chiusa» e «prigione» – traduzioni redazionali]. Ma più che di termini, qui si parla di pertinenza di una letterarietà forse non richiesta. E le chignon? Una pallottola, qui resa con «nespola» – derivazione metaforica tipica dell’argot e dei gerghi in generale –, in linea con il linguaggio della mala degli anni cinquanta e delle contemporanee traduzioni degli hard boiled d’oltreoceano. Lo stesso dicasi per «crocchia». E chissà se era la (auto)censura degli anni settanta a far tradurre gâteries con «moine» e non con una più cruda (e correttamente attestata) fellatio… Freno a mano del traduttore tirato sul glissamento del senso primo di una locuzione nella sua “deriva” metaforica? Forse. Una cosa è certa: chapeau per il ricorso a quel clitico «ci» da italiano popolare, che subito abbassa il tono della stramba narrazione. E poi via, in bilico fra impeccabile italiano standard e un’azzardatissima apocope…

Ma poiché ci siamo da tempo arresi all’idea che le traduzioni, come noi, invecchiano, vediamo ora di proporre una versione non tanto meno datata, quanto forse più libera dai confini linguistici argot-barra-familiare-barra-standard-barra qualcosa. E proviamo a sentire – le traduzioni vanno lette ad alta voce, come Pasolini diceva di ogni poesia… – se la voce del vecchio Béru, riproposta con riferimenti all’italiano substandard e al cosiddetto giovanilese, suona “vera” al nostro orecchio di lettori degli anni duemila:

– Ricordo un’inchiesta in un castello, quando stavo alla criminale. Gente che dava un guardami party. Dramma passionale! Il rampollo di casa aveva ficcato una pallottola nella zucca di una camerierina only because ogni tanto lei ci suonava il flauto al suo paparino. Bisognava avere tatto: il babbo era culo e camicia con un ministro. Afferrato il quadretto?
– E ti hanno scelto a te?
– ‘Turalmente. Beh, c’avevo le budella strizzate…
– Tu! ho esclamato incredulo sbirciando il suo pancione rigonfio.

Ovviamente, a voi commenti, paragoni e critiche a questa mia proposta di traduzione. Il lavoro dell’equilibrista è consustanziale a quello del traduttore, per ciò meravigliosamente sempre in fieri. Da oggi, forse, avremo un’occasione in più per riflettere su come lo sia realmente, in particolar modo in quei testi che dei registri bassi della lingua, degli argot passati, presenti e futuri fanno la loro materia prima.

Bibliografia

ATILF – Trésor de la Langue Française informatisé (http://atilf.atilf.fr/tlf.htm)

Colin 1990: Jean-Paul Colin, Dictionnaire de l’argot, Paris, Larousse

Esnault 1901: Gaston Esnault, Préface, in Robert Charles Yve-Plessis, Bibliographie raisonnée de l’argot et de la langue verte en France du XVe au XXe siècle, Paris, H. Daragon, 1901

François-Geiger 1975: Denise François-Geiger, La littérature en argot et l’argot dans la littérature, in «Communication et langages», n. 27, pp. 5-27 (reperibile online al sito http://www.persee.fr/web/revues/home/prescript/article/colan_0336-1500_1975_num_27_1_4224)

– 1991: Denise François-Geiger, Panorama des argots contemporaines, in «Langue française», n. 90, pp. 5-9 (reperibile online al sito http://www.persee.fr/web/revues/home/prescript/article/lfr_0023-8368_1991_num_90_1_6190)

Just Lazzari 1974: Frédéric Dard, In lungo, in largo e di traverso, Milano, A. Mondadori; poi Milano, Editoriale Erre, 1982 (traduzione italiana di Bruno Just Lazzari da San-Antonio 1958)

Le Doran, Pelloud, Rose 1993: Serge Le Doran, Frédéric Pelloud, Philippe Rose, Dictionnaire San-Antonio, Paris, Fleuve Noir

San-Antonio 1958: San-Antonio, pseud. [Frédéric Dard], En long, en large et de travers, Paris, Fleuve Noir

Sourdot 1991: Marc Sourdot, Argot, jargon, jargot, in «Langue française», n. 90, pp. 13-27 (reperibile online al sito http://www.persee.fr/web/revues/home/prescript/article/lfr_0023-8368_1991_num_90_1_6192)

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