Autore: tradurre

Da Toynbee a McNeill

LA NASCITA DELLA WORLD HISTORY E LA STORIOGRAFIA ITALIANA

di Silvia M. Pizzetti«Uno zio imbarazzante a una festa in famiglia» (an embarrassing uncle at a house party): questa, almeno secondo Michael Lang, la considerazione di cui oggi Toynbee godrebbe tra i praticanti della World History (Lang 2011, 747). Dove è interessante il contrasto tra la «festa», che simboleggia l’odierna fortuna degli approcci globali alla storia (variamente motivati dalle emergenze finanziarie, economiche, politiche, financo terroristiche e sanitarie del mondo contemporaneo), e l’eredità ingombrante e scabrosa di un indiscutibile nume tutelare e fondante della materia, come appunto lo storico inglese. Sono molti i motivi che possono concorrere a spiegare l’imbarazzo: il forte coinvolgimento politico militante del Nostro nelle attività del Foreign Office, il peso di un apparato concettuale religioso utilizzato come chiave esplicativa tendenzialmente assoluta dello sviluppo delle civiltà, la rigidità e l’ambizione di uno schema universale senza limiti di spazio e di tempo, le stesse dimensioni monumentali di un’opera che qualsiasi editore dei giorni nostri guarderebbe senz’altro con terrore. A ben vedere, sono motivi non molto diversi da quelli condensati ormai quarant’anni fa nell’icastica e liquidatoria definizione coniata da James Joll per il monumentale A Study of History: un eschatological sermon (Joll 1985, 102).

Le traduzioni italiane dell’Apologie pour l’histoire di Marc Bloch

di Frédéric Ieva | In memoria matris amicae

Prologo

16 giugno 1944: 30 partigiani vennero prelevati dal sinistro carcere di Montluc e trasportati nella notte a circa 25 chilometri a nord di Lione. Sul cammino che va da Trevoux a Saint-Didier-de-Formans nella località detta Les Roussilles (Febvre 1944, 5) i prigionieri vennero fatti scendere a gruppi di quattro. Le ultime parole di Marc Bloch, prima di essere falciato dalle mitragliatrici tedesche, furono «Viva la Francia!» (Febvre 199517, 12); Schöttler 2014, 8); due prigionieri, Jean Crespo e Charles Perrin, scamparono miracolosamente alla morte. Il 4 febbraio 1946 Perrin rilasciò una testimonianza in cui precisava che i prigionieri erano stati freddati con sventagliate di mitra.

Ruggiero Romano, l’uomo delle «Annales» in Italia

di David BidussaCirca trent’anni fa François Dosse ha ricostruito la metamorfosi dell’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales (d’ora in poi EHESS) – fino al 1975 VIe Section dell’École Pratique des Hautes Études (EPHE) – tra anni cinquanta e anni ottanta (Dosse 1987 e 1988) In quel quadro Ruggiero Romano (1924-2002) svolge un ruolo inizialmente centrale, poi sempre più marginale, come si vede in una raffigurazione grafica per cerchi centro/periferia (Dosse 1988, 168). Per certi aspetti può dunque apparire una forzatura il titolo di questa comunicazione, perché, alla fine, il successo in Italia delle linee di ricerca dell’EHESS coincide abbastanza precisamente con questa progressiva marginalizzazione di Romano. Eppure, a mio avviso, proprio questo aspetto le rende ulteriormente interessanti, perché quel processo illumina anche delle strade e dei percorsi (di temi, di categorie, di pratiche…) che descrivono non solo la storia di un gruppo, ma anche alcuni dei vettori della storiografia italiana nella seconda metà del Novecento: di quelli che accoglie, ma soprattutto delle resistenze e, alla fine, dei percorsi mancati o non accolti e, forse, allusivi di uno dei motivi della sua crisi attuale (Pivato M., Pivato S. 2021, 18-30).

Il traduttore universale

di Fabrizio GrillenzoniHo cominciato con una Lettera 22 (quella della foto di Montanelli, ritornata prepotentemente in auge negli ultimi tempi), ho continuato con una Lettera 44 (quella che ha dato il nome al monumento a Vittorio Emanuele III a Roma), poi, precursore, sono passato a un Commodore 64 (caratteri verdi, stampante a nastro continuo, bordi da staccare). Insomma un po’ da lontano vengo. Ho smesso per quasi vent’anni, preso da altro. No, per la verità non ho proprio smesso, perché alla soglia degli anni ottanta sono entrato nelle istituzioni europee come traduttore.

Primo attrezzo: una sana paura

LA TRADUTTRICE PROFESSIONALE ALLE PRESE CON I TESTI DI STORIA

di Paola MazzarelliQuando mi è stato chiesto di raccontare la mia esperienza di traduttrice di storia sono rimasta spiazzata. Io? Ma io non sono una traduttrice di storia! Sì, è vero, molti anni fa ho tradotto Echoes of the Marseillaise, di Eric Hobsbawm (Echi della marsigliese, Rizzoli 1991) ma solo perché non avevo idea di chi fosse l’autore. Quando l’ho capito, era troppo tardi per dire no. E’ anche vero che ho tradotto due libri di Antonia Fraser, una signora che mi fu presentata dall’editore con queste parole: «La moglie di Harold Pinter. Una storica, ma scrive bene». Quel “ma” spalancava un mondo di domande interessanti. Gli storici scrivono male? La signora Fraser scrive bene perché influenzata dall’illustre consorte? (Comunque, sì, la signora scrive “bene”). Ma quelli di Antonia Fraser non sono libri di storia per storici! Sono libri divulgativi, per un pubblico di lettori curiosi. Colti e curiosi… E i tre libri di Simon Schama, allora? Anche Schama è uno storico: all’epoca insegnava alla Columbia University. Mi fu presentato da Andrea Cane, allora alla Mondadori, con queste parole: «È uno storico, ma scrive come un romanziere». Il “ma” evidentemente per gli storici è di prammatica. O forse in quel caso doveva servire ad allettare una traduttrice che storceva il naso davanti alla proposta.

La “sporca guerra” in italiano

TRADUZIONI ESISTENTI E TRADUZIONI MANCATE NELLA STORIOGRAFIA DELLA GUERRA DEL VIETNAM

di Stefano RossoAlcuni anni fa, riflettendo sugli esiti di una ricerca che avevo svolto nella seconda metà degli anni novanta, mi chiesi che cosa sapevano i lettori italiani della narrativa statunitense sulla guerra del Vietnam e come si erano comportati gli editori italiani con quel vasto corpus di testi usciti durante e soprattutto dopo il conflitto (Rosso 2013). Negli anni in cui si svolse, la guerra del Vietnam rimase sempre in primo piano anche in Italia e accompagnò l’evoluzione del movimento antimperialista. Dopo la caduta di Saigon nell’aprile del 1975, quella guerra è rimasta per almeno quindici anni in una posizione centrale nel dibattito politico, storico e culturale non soltanto negli Stati Uniti ma anche in Italia, continuando a essere alimentata dal notevole successo dei film sulla guerra del Vietnam del periodo 1978-1989. Negli Stati Uniti, anche dopo l’affermazione trionfalista del presidente George H.W. Bush (padre) nel 1991, in base alla quale la «sindrome del Vietnam» era stata sconfitta grazie alla “vittoria” fulminante della prima guerra del Golfo, il conflitto indocinese ha continuato ad aggirarsi nei discorsi storici e politici come uno spettro.

Una traduzione mancante: la Muqaddima di Ibn Khaldūn

di Paolo Branca | Con sempre maggiore e approfondito senso critico le traduzioni vengono studiate e valutate, non soltanto dai linguisti ma anche da esperti delle influenze culturali che si sono prodotte e continuano a prodursi quando un testo particolarmente significativo di una civiltà viene trasposto in altri idiomi e quindi messo a disposizione di lettori che hanno un retroterra differente rispetto ai suoi originari destinatari. Il problema dunque della scelta di quali testi tradurre, anche se meno dibattuto rispetto agli aspetti per così dire più tecnici della traduzione, torna a proporsi. Grandi “classici” hanno avuto spesso la precedenza, ma non bisogna dimenticare la quantità di opere che invece sono state prescelte principalmente per la loro utilità pratica, come quelle di astronomia, medicina e matematica, oppure annali che riportavano le grandi imprese di antichi sovrani alla cui esperienza si desiderava attingere, soprattutto per tentare di eguagliarne la gloria.

Un classico in italiano: Paul Hazard e La crisi della coscienza europea

Tradurre la storiografia sull’illuminismo nell’Italia post Liberazione

di Alessia Castagnino | Nel 1765, nell’Avviso al lettore premesso alla sua traduzione dei primi otto libri della History of Scotland dello storico scozzese William Robertson, l’abate senese Pietro Crocchi – prolifico traduttore e maître de langue dei viaggiatori inglesi e francesi nel Granducato di Toscana in età leopoldina – utilizzava queste parole per riassumere le motivazioni principali che lo avevano spinto a dedicarsi a tale lavoro, realizzato inizialmente solo come divertissement e «occupazion di piacere» . La scelta di dare alle stampe quell’edizione era dipesa, infatti, non solo dal diretto suggerimento e dalle «premure» di uno dei grandtourists di cui era stato insegnante l’anno prima – il giovane Lord Mountstuart, figlio del più celebre Lord Bute e «persona di Qualità […] amica dell’Autore stesso» –, ma, soprattutto, dalla volontà di rendere disponibile nella penisola italiana un modello di narrazione e di analisi che riteneva esemplare per rigore e imparzialità nei giudizi, chiarezza argomentativa e «nobiltà ed eleganza» dello stile. Secondo Crocchi, l’opera robertsoniana aveva l’indubbio vantaggio di risultare istruttiva e piacevole da leggersi, ma anche utile per stimolare un necessario rinnovamento dell’antica e nobile tradizione toscana di «scrittura della storia» (Castagnino 2016).

Mordere il mallo della noce

EMILIO CASTELLANI, TRADUTTORE DEL TEATRO DI BRECHT (E NON SOLO)

di Aldo Agosti |

Il nome di Emilio Castellani (1911-1985) non è ignoto nella repubblica delle lettere: molti, quasi tutti forse, lo assoceranno alla traduzione in italiano di alcuni fra i più noti autori di lingua tedesca dell’Otto e Novecento; per non citare che i più celebri: Goethe, Thomas Mann, Arthur Schnitzler, Franz Kafka, e soprattutto Bertolt Brecht. A delineare mirabilmente in poche righe il senso più profondo del suo percorso intellettuale vale ancora il ritratto che cinque mesi dopo la sua morte gli dedicò Claudio Magris:

Castellani appartiene a

Un caso editoriale: le due traduzioni italiane di Ni droite ni gauche di Zeev Sternhell

di Maria Grazia Meriggi | Il mio incontro con la  traduzione del volume più discusso e controverso di Zeev Sternhell (1935-2020), Ni droite ni gauche (Sternhell 1983), è dovuto a due cause intrecciate. I miei studi di storia sociale dei movimenti e dei mondi del lavoro in Europa fra Otto e Novecento si dirigevano già negli anni ottanta verso una particolare focalizzazione sulla Francia e i paesi francofoni.  Con particolare insidiosità e complessità la Francia, paese di precocità organizzativa di operai ancora di mestiere che conosce un pieno sviluppo industriale solo nella svolta del secolo e soprattutto nell’entredeux-guerres, è stata un autentico laboratorio di quel nazionalismo alimentato dalla ossessione della decadenza, della difesa del territorio e della purezza della “razza”, dalla espulsione del conflitto dal corpo della nazione, che trovava nell’antisemitismo la sua sintesi e si proponeva come concorrenziale rispetto al sindacalismo e ai socialismi allora in pieno sviluppo.