Categoria: Studi e ricerche

Editoria italiana e storiografia straniera nel secolo breve

LE IMPORTAZIONI NELLE COLLANE NOVECENTESCHE DI STORIA

di Gianfranco Petrillo | Solo a conti fatti, solo cioè dopo aver esaminato la massa di dati bibliografici dei testi stranieri pubblicati in italiano nel Novecento e anagrafici dei loro autori raccolta da Didi Magnaldi e da me, si è reso chiaro che l’arco temporale che di fatto andava preso in considerazione corrispondeva in buona sostanza col “secolo breve” hobsbawmiano. Anche chi non è storicista vorrà ammettere che non si tratta di una coincidenza, benché non sia il caso di soffermarsi qui su tutte le sue implicazioni. Sta di fatto che prima della prima guerra mondiale nella editoria italiana non esisteva nessuna collana destinata espressamente alla storia, e contenente quindi nella propria denominazione un termine che lo specificasse, e che, dopo gli anni ottanta, della ventina e più che nel frattempo si erano create, ne sono rimaste tre o quattro, le più vigorose, ma con caratteristiche sempre meno definite.

La «Biblioteca di storia» degli Editori Riuniti: mezzo secolo di storia tradotta

UNA COLLANA MARXISTA DI STORIA PER UNA CASA EDITRICE COMUNISTA

di Elisa Rogante | L’interesse per la storia è stato uno dei capisaldi della produzione degli Editori Riuniti, la cui lunga presenza nel mercato editoriale italiano resta indissolubilmente legata a quella del Pci, avendone accompagnato il percorso fino al dissolvimento dell’organizzazione all’inizio degli anni novanta, e sopravvivendo alla scomparsa del suo storico proprietario. Marchio tuttora in attività – oggi fa parte del Gruppo editoriale italiano – gli Editori Riuniti nacquero nel 1953 dalla fusione delle due editrici comuniste operanti negli anni bui della guerra fredda, Edizioni Rinascita e Edizioni di Cultura Sociale, ma la sigla fu effettivamente attiva dalla fine del 1956, dopo gli sconvolgimenti che quell’anno «indimenticabile» provocarono all’interno dell’universo comunista nazionale e internazionale.

La «Storica» Corticelli, una collana quasi tutta di traduzioni

EDITORIA ANTIFASCISTA «ALLA LUCE DEL SOLE» NEGLI ANNI TRENTA

di Carlo Carotti | Rodolfo Morandi (1902-1955) è figura, non eccezionale ma rara, di politico e, nello stesso tempo, di studioso di alto livello. Da giovane intellettuale, dopo aver pubblicato nel 1931 da Laterza, col beneplacito di Benedetto Croce, la sua Storia della grande industria in Italia, considerava dimezzata la sua umanità se si fosse limitata allo studio. Era per lui necessaria una attività pratica che, nelle condizioni di allora, poteva essere solo di natura culturale, ma che divenne, nello stesso periodo, azione cospirativa, e lo portò a passare un periodo abbastanza lungo in carcere, che ne minò la salute. Fu in seguito un alto dirigente del partito socialista, di cui fu segretario generale nel 1945-6; fu quindi ministro della neonata Repubblica nel 1946-1947, e riorganizzatore del partito dopo la grave sconfitta elettorale del 1948, impegnato nella lotta per conferirgli quella linearità e stabilità che esso non ebbe mai.

Il laboratorio artigiano di casa Mezzomonti-Cantimori

EMMA MEZZOMONTI E LA TRADUZIONE DEL MANIFESTO DI MARX ED ENGELS

di Massimo MastrogregoriNel Manifesto del partito comunista (1848), Marx e Engels accennano, a un certo punto, a una specie di traduzione fallita: Deutsche Philosophen, Halbphilosophen und Schöngeister  – scrivono – bemächtigten sich gierig dieser Literatur (Marx, Engels 19778, 485: «Filosofi, semifilosofi e begli spiriti tedeschi s’impadronirono avidamente di questa letteratura [socialista e comunista francese]» – Mezzomonti 1948, 180), ma in modo maldestro, senza che ci fossero, in Germania, le Lebensverhältnisse (condizioni di esistenza) che in Francia avevano reso possibili quegli scritti: prima fra tutte la lotta contro il dominio della borghesia, che in Germania, negli anni intorno al 1840, stava appena iniziando. I deutschen Literaten («letterati tedeschi») provarono a intendere quei testi, a comprenderli.

Le traduzioni nella storiografia sul fascismo

di Christopher Rundle | Questo numero monografico intende indagare come alcune opere storiche tradotte in italiano abbiano contribuito allo sviluppo della tradizione storiografica italiana del Novecento. Come studioso formatosi in Inghilterra nel campo dei translation studies, ho pensato di offrire un contributo che prendesse in considerazione, invece, la prospettiva contraria: cioè, quella secondo la quale è la traduzione a diventare oggetto di ricerca storica. Vorrei riflettere, quindi, su come le traduzioni possano entrare a far parte della storiografia italiana, prendendo come esempio la storiografia sul fascismo. Nel febbraio del 1981 si tenne a Milano un convegno su Editoria e cultura a Milano tra le due guerre, organizzato da storici dell’editoria, in collaborazione con la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, con interventi di studiosi e protagonisti di quella stagione storica. Qualche intervento fece riferimento alla letteratura tradotta e ai modelli letterari importati, mentre una sola relazione, tenuta da Giovanni Raboni, trattò esplicitamente la narrativa straniera (Raboni 1983).

Da Toynbee a McNeill

LA NASCITA DELLA WORLD HISTORY E LA STORIOGRAFIA ITALIANA

di Silvia M. Pizzetti«Uno zio imbarazzante a una festa in famiglia» (an embarrassing uncle at a house party): questa, almeno secondo Michael Lang, la considerazione di cui oggi Toynbee godrebbe tra i praticanti della World History (Lang 2011, 747). Dove è interessante il contrasto tra la «festa», che simboleggia l’odierna fortuna degli approcci globali alla storia (variamente motivati dalle emergenze finanziarie, economiche, politiche, financo terroristiche e sanitarie del mondo contemporaneo), e l’eredità ingombrante e scabrosa di un indiscutibile nume tutelare e fondante della materia, come appunto lo storico inglese. Sono molti i motivi che possono concorrere a spiegare l’imbarazzo: il forte coinvolgimento politico militante del Nostro nelle attività del Foreign Office, il peso di un apparato concettuale religioso utilizzato come chiave esplicativa tendenzialmente assoluta dello sviluppo delle civiltà, la rigidità e l’ambizione di uno schema universale senza limiti di spazio e di tempo, le stesse dimensioni monumentali di un’opera che qualsiasi editore dei giorni nostri guarderebbe senz’altro con terrore. A ben vedere, sono motivi non molto diversi da quelli condensati ormai quarant’anni fa nell’icastica e liquidatoria definizione coniata da James Joll per il monumentale A Study of History: un eschatological sermon (Joll 1985, 102).

Le traduzioni italiane dell’Apologie pour l’histoire di Marc Bloch

di Frédéric Ieva | In memoria matris amicae

Prologo

16 giugno 1944: 30 partigiani vennero prelevati dal sinistro carcere di Montluc e trasportati nella notte a circa 25 chilometri a nord di Lione. Sul cammino che va da Trevoux a Saint-Didier-de-Formans nella località detta Les Roussilles (Febvre 1944, 5) i prigionieri vennero fatti scendere a gruppi di quattro. Le ultime parole di Marc Bloch, prima di essere falciato dalle mitragliatrici tedesche, furono «Viva la Francia!» (Febvre 199517, 12); Schöttler 2014, 8); due prigionieri, Jean Crespo e Charles Perrin, scamparono miracolosamente alla morte. Il 4 febbraio 1946 Perrin rilasciò una testimonianza in cui precisava che i prigionieri erano stati freddati con sventagliate di mitra.

Ruggiero Romano, l’uomo delle «Annales» in Italia

di David BidussaCirca trent’anni fa François Dosse ha ricostruito la metamorfosi dell’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales (d’ora in poi EHESS) – fino al 1975 VIe Section dell’École Pratique des Hautes Études (EPHE) – tra anni cinquanta e anni ottanta (Dosse 1987 e 1988) In quel quadro Ruggiero Romano (1924-2002) svolge un ruolo inizialmente centrale, poi sempre più marginale, come si vede in una raffigurazione grafica per cerchi centro/periferia (Dosse 1988, 168). Per certi aspetti può dunque apparire una forzatura il titolo di questa comunicazione, perché, alla fine, il successo in Italia delle linee di ricerca dell’EHESS coincide abbastanza precisamente con questa progressiva marginalizzazione di Romano. Eppure, a mio avviso, proprio questo aspetto le rende ulteriormente interessanti, perché quel processo illumina anche delle strade e dei percorsi (di temi, di categorie, di pratiche…) che descrivono non solo la storia di un gruppo, ma anche alcuni dei vettori della storiografia italiana nella seconda metà del Novecento: di quelli che accoglie, ma soprattutto delle resistenze e, alla fine, dei percorsi mancati o non accolti e, forse, allusivi di uno dei motivi della sua crisi attuale (Pivato M., Pivato S. 2021, 18-30).

La “sporca guerra” in italiano

TRADUZIONI ESISTENTI E TRADUZIONI MANCATE NELLA STORIOGRAFIA DELLA GUERRA DEL VIETNAM

di Stefano RossoAlcuni anni fa, riflettendo sugli esiti di una ricerca che avevo svolto nella seconda metà degli anni novanta, mi chiesi che cosa sapevano i lettori italiani della narrativa statunitense sulla guerra del Vietnam e come si erano comportati gli editori italiani con quel vasto corpus di testi usciti durante e soprattutto dopo il conflitto (Rosso 2013). Negli anni in cui si svolse, la guerra del Vietnam rimase sempre in primo piano anche in Italia e accompagnò l’evoluzione del movimento antimperialista. Dopo la caduta di Saigon nell’aprile del 1975, quella guerra è rimasta per almeno quindici anni in una posizione centrale nel dibattito politico, storico e culturale non soltanto negli Stati Uniti ma anche in Italia, continuando a essere alimentata dal notevole successo dei film sulla guerra del Vietnam del periodo 1978-1989. Negli Stati Uniti, anche dopo l’affermazione trionfalista del presidente George H.W. Bush (padre) nel 1991, in base alla quale la «sindrome del Vietnam» era stata sconfitta grazie alla “vittoria” fulminante della prima guerra del Golfo, il conflitto indocinese ha continuato ad aggirarsi nei discorsi storici e politici come uno spettro.

Una traduzione mancante: la Muqaddima di Ibn Khaldūn

di Paolo Branca | Con sempre maggiore e approfondito senso critico le traduzioni vengono studiate e valutate, non soltanto dai linguisti ma anche da esperti delle influenze culturali che si sono prodotte e continuano a prodursi quando un testo particolarmente significativo di una civiltà viene trasposto in altri idiomi e quindi messo a disposizione di lettori che hanno un retroterra differente rispetto ai suoi originari destinatari. Il problema dunque della scelta di quali testi tradurre, anche se meno dibattuto rispetto agli aspetti per così dire più tecnici della traduzione, torna a proporsi. Grandi “classici” hanno avuto spesso la precedenza, ma non bisogna dimenticare la quantità di opere che invece sono state prescelte principalmente per la loro utilità pratica, come quelle di astronomia, medicina e matematica, oppure annali che riportavano le grandi imprese di antichi sovrani alla cui esperienza si desiderava attingere, soprattutto per tentare di eguagliarne la gloria.