Numero 7 (autunno 2014) | Teorie

L’apologia della traduzione di John Florio

INEDITA IN ITALIA. PRESENTAZIONE, TRADUZIONE E NOTA

di Enrico Terrinoni

ApologiaIgnoto ai più, per qualche studioso italiano Florio non è che un personaggio de La cena de le ceneri di Giordano Bruno. In realtà, egli nasce a Londra nel 1553 da un ex francescano italiano convertito al protestantesimo, già arrestato e condannato a morte per eresia a Roma e rifugiatosi in Inghilterra nel 1550 dopo esser evaso dal carcere. John Florio è un quasi contemporaneo di Shakespeare, il quale, secondo la quasi unanimità degli studiosi del tardo cinquecento inglese, doveva aver ben presenti le sue meritorie opere.

Il legame tra Florio e Shakespeare, che perlomeno in termini di influenze intertestuali deve esser stato abbastanza stretto, ha invitato qualche critico, negli ultimi anni, persino a formulare l’ipotesi che i drammi del bardo fossero in realtà stati scritti da Florio (Tassinari 2013). Approcci meno audaci si limitano a ipotizzare la sua mano diretta dietro la curatela dell’infolio shakespeariano (Frampton 2013), e a rintracciare il debito del cigno dell’Avon nei suoi confronti, alla traduzione inglese che quest’ultimo fece di Montaigne (cfr. Conley 1986), traduzione che Shakespeare deve aver compulsato e da cui ebbe certamente a trarre molti spunti e informazioni (Greenblatt e Platt 2014).

Erudito, traduttore del Decameron di Boccaccio e dei Saggi di Montaigne in inglese, compilatore di dizionari e manuali di insegnamento, filologo e curatore di una famosa edizione dell’Arcadia di Sir Philip Sidney (Filippo Sidneo nella Cena bruniana), Florio fu una figura indubbiamente centrale del panorama culturale della Londra prima elisabettiana e poi giacomiana (cfr. Yates 1934).

Studiò a Tubinga e a Oxford, e in Inghilterra si distinse come traduttore, ma di una genia speciale. Le sue traduzioni sono a dir poco “floreali” nello stile e nella resa, come anche la sua scrittura critica, che spicca per inventiva, concettosità, e arditezza metaforica. Di conseguenza, la sua famosa traduzione dei saggi di Montaigne eccelle non per rispondenza pedissequa al testo, né per il tentativo di migliorarlo stilisticamente, ma per lo sforzo di renderlo più appetibile, palatabile. Di qui quel narrare decorativo, retorico, talvolta eccessivamente ornato, che portò la Yates ad affermare: [h]e made […] such a bad translation that it is nearly an original work (Yates 1934, 228)

Florio è un personaggio di rilievo persino per la storia e l’evoluzione della lingua inglese, in anni in cui gran parte del suo patrimonio lessicale si andava riformulando e rimodulando grazie principalmente al fervore letterario di scrittori del calibro di Sidney, Spenser, Marlowe, Shakespeare, Ben Jonson e decine di altri autori immortali.

Per quanto riguarda l’apporto che Florio diede alla sua lingua d’adozione, l’autorità bibliografica a riguardo, l’Oxford English Dictionary, registra nientemeno che 1.224 parole il cui primo utilizzo documentato è proprio di Florio; tra queste persino masturbation e fucker.

Pochi sanno, invece, che John Florio è stato anche un teorico della traduzione ante litteram (Platt 2012; Rhodes, Kendall e Wilson 2013). Lo dimostra il testo qui presentato e tradotto per la prima volta in italiano. Prendendo spunto da una “illuminazione” di Bruno, Florio inserisce l’atto del tradurre all’interno dello spirito della Riforma, che ha per corollario la necessaria diffusione del sapere, la sua democratizzazione e la divulgazione quale obiettivo principale dell’intellettuale. Traduzione, dunque, come tentativo di strappare la conoscenza dalle grinfie di élite culturali, politiche, o religiose, le cui posizioni di potere sono sembrate a tutti incrollabili, proprio grazie a quell’appropriazione “indebita” che personaggi del calibro di Bruno e Florio vorrebbero minare alla radice. È questa una posizione estremamente innovativa anche nel panorama contemporaneo della traduttologia, poiché propone come sua prima ratio esattamente la necessità di «volare verso gli altri che non conosciamo», come direbbe il principe Amleto.

La traduzione italiana di questo splendido testo, che è appunto una sorta di prefazione alla traduzione inglese (1603) degli Essais di Montaigne, deve fare i conti con lo stile brillante di un autore e studioso semi-dimenticato, se non nei circoli degli esperti. Il che la dice lunga sul fallimento dei suoi propositi in materia di democratizzazione della cultura.

La difficoltà nel tradurre il traduttore Florio risiede in una scrittura che si presenta come una continua rincorsa dell’argomentazione, argomentazione proposta con tratti netti e veloci di pennello, per poi sfuggire come sabbia tra le dita, proprio nel momento in cui vorremmo stringerla e assaporarne la saggezza. Il discorrere è dialogico, ma anche dialettico, dettato da un’altalenante andirivieni di asserzione e replica, di tesi e antitesi; ahimè, la sintesi è di là da venire, e può esser forse carpita soltanto tra le orbite dell’immaginazione. È un messaggio banale ma “infinito”, il suo: il cuore del sapere non può che essere la traduzione. Ciò porta alla consapevolezza che, nel nostro vivere, non facciamo altro che tradurre, dal giorno in cui veniamo al mondo a quello in cui lo abbandoniamo esalando l’ultimo respiro.

I mondi della traduzione sono gli universi che tutti noi abitiamo in quanto esseri umani, ovvero esseri comunicativi. Questo sembra ammonire Florio con la sua difesa del tradurre. La civiltà e la sua storia si basano su dinamiche traduttive, su prestiti, passaggi di testimone. Ma la pratica di questo “stravolgimento” che sconvolge, porta con sé un’etica, l’etica del rispetto: rispetto delle fonti, ma anche, e soprattutto, dello spirito di un’opera, che «come l’aria, il fuoco, l’acqua, più la respiri più si raffina».

To the Courteous Reader

Al cortese lettore

***

Shall I apologize translation? Why, but some hold (as for their freehold) that such conversion is the subversion of universities. God hold with them, and withhold them from impeach or impair. It were an ill turn, the turning of books should be the overturning of libraries. Yea, but my old fellow Nolano told me, and taught publicly, that from translation all science had its offspring. Likely, since even philosophy, grammar, rhetoric, logic, arithmetic, geometry, astronomy, music, and all the mathematics yet hold their name of the Greeks; and the Greeks drew their baptizing water from the conduit-pipes of the Egyptians, and they from the well-springs of the Hebrews or Chaldees. And can the well-springs be so sweet and deep, and will the well-drawn water be so sour and smell? And were their countries so ennobled, advantaged, and embellished by such deriving; and doth it drive our noblest colonies upon the rocks of ruin? And did they well? And proved they well? And must we prove ill that do so?

Why, but learning would not be made common. Yea, but learning cannot be too common, and the commoner the better. Why, but who is not jealous his mistress should be so prostitute? Yea, but this mistress is like air, fire, water: the more breathed, the clearer; the more extended, the warmer; the more drawn, the sweeter. It were inhumanity to coop her up, and worthy forfeiture close to conceal her.

Why, but scholars should have some privilege of pre-eminence. So have they: they only are worthy translators.

Why, but the vulgar should not know all. No, they cannot for all this, nor even scholars for much more; I would both could and knew much more than either doth or can.

Why, but all would not be known of all. No, nor can: much more we know not than we know. All know something: none know all. Would all know all? They must break ere they be so big. God only: men far from God.

Why, but pearls should not be cast to swine. Yet are rings put in their noses; and a swine should know his sty, and will know his meat and his medicine, and as much beside, as any swine doth suppose it to be marjoram.

Why, but it is not well divinity should be a child’s or old wives’, a cobbler’s or clothier’s tale or table-talk. There is use, and abuse. Use none too much: abuse none too little.

Why, but let learning be wrapped in a learned mantle. Yea, but to be unwrapped by a learned nurse. Yea, to be lapped up again; yea, and unlapped again. Else, hold we ignorance the mother of devotion, praying and preaching in an unknown tongue: as sorry a mother, as a seely daughter; a good mind perhaps, but surely an ill manner. If the best be mete for us, why should the best be barred?

Why, but the best wrote best in a tongue more unknown. Nay, in a tongue more known to them that wrote, and not unknown of them to whom they wrote.

Why, but more honour to him that speaks more learned. Yea, such perhaps as Quintilian’s orator: a learned man, I warrant him, for I understand him never a word.

Why, but let men write for the most honour of the writer. Nay, for most profit of the reader, and so haply, most honour. If to write obscurely be perplexedly offensive, as Augustus well judged, for our own not to write in our own but unintelligible is haply to fewer and more critical, but surely without honour, without profit, if he go not or send not an interpreter; who else, what is he but a translator? Obscure be he that loves obscurity. And therefore willingly I take his word, though wittingly I do mistake it: Translata proficit.

Why, but who ever did well in it? Nay, who did ever well without it? If nothing can be now said but hath been said before—as he said well, if there be no new thing under the sun, what is that that hath been? That that shall be (as he said that was wisest)—what do the best then but glean after others’ harvest, borrow their colours, inherit their possessions? What do they but translate, perhaps usurp, at least collect? If with acknowledgment, it is well; if by stealth, it is too bad. In this, our conscience is our accuser, posterity our judge; in that, our study is our advocate, and you readers our jury.

Why, but whom can I name that bore a great name for it? Nay, who great else, but either in part—as Plato and Aristotle out of many; Tully, Plutarch, Pliny out of Plato, Aristotle and many—or of purpose, as all that since have made most know the Greek, and almost the Latin, even translated their whole treatises?

Why, Cardan maintaineth, neither Homer’s verse can be well expressed in Latin, nor Virgil’s in Greek, nor Petrarch’s in either. Suppose Homer took nothing out of any, for we hear of none good before him, and there must be a first; yet Homer by Virgil is often so translated as, Scaliger conceives, there is the armour of Hercules most puissant put on the back of Bacchus most delicate; and Petrarch, if well-tracked, would be found in their footsteps whose very garbage less poets   are noted to have gathered. Why, but that Scaliger thinks that Ficinus by his rustical simplicity translated Plato as if an owl should represent an eagle, or some tara-rag player should act the princely Telephus with a voice as ragged as his clothes, a grace as bad as his voice. If the famous Ficinus were so faulty, who may hope to ’scape scot-free? But for him and us all, let me confess, as he here censureth, and let confession make half amends, that every language hath its genius and inseparable form; without, Pythagoras his “metempsychosis” it cannot rightly be translated. The Tuscan altiloquence, the Venus of the French, the sharp state of the Spanish, the strong significancy of the Dutch cannot from here be drawn to life. The sense may keep form; the sentence is disfigured, the fineness, fitness, featness diminished, as much as art’s nature is short of nature’s art, a picture of a body, a shadow of a substance. Why, then, belike I have done by Montaigne as Terence by Menander, made of good French no good English. If I have done no worse, and it be no worse taken, it is well. As he, if no poet, yet am I no thief, since I say of whom I had it, rather to imitate his and his authors’ negligence than any backbiter’s obscure diligence. His horse I set before you, perhaps without his trappings, and his meat without sauce. Indeed in this specially find I fault with my master, that as Crassus and Antonius in Tully, the one seemed to contemn, the other not to know the Greeks; whereas the one so spoke Greek as he seemed to know no other tongue, the other in his travels to Athens and Rhodes had long conversed with the learned Grecians: so he, most writing of himself, and the worst rather than the best, disclaimeth all memory, authorities, or borrowing of the ancient or modern; whereas in course of his discourse he seems acquainted not only with all, but no other but authors, and could out of question like Cyrus or Caesar call any of his army by his name and condition. And I would for us all he had in this whole body done as much, as in most of that of other languages my peerless, dear-dearest and never-sufficiently-commended friend hath done for mine and your ease and intelligence. Why then again, as Terence, I have had help. Yea, and thank them for it, and think you need not be displeased by them that may please you in a better matter.

Why, but essays are but men’s school-themes pieced together. You might as well say, several texts. All is in the choice and handling.

Yea, marry, but Montaigne had he wit, it was but a French wit: ferdillant, legier, and extravagant. Now say you, English wits, by the staidest censure of as learned a wit as is among you. The counsel of that judicious worthy counsellor (honourable Sir Edward Wotton) would not have embarked me to this discovery had not his wisdom known it worth my pains and your perusing. And should or would any dog-toothed critic or adder-tongued satirist scoff or find fault that in the course of his discourses, or web of his essays, or entitling of his chapters, he holdeth a disjointed, broken and gadding style; and that many times they answer not his titles, and have no coherence together: to such I will say little, for they deserve but little. But if they list, else let them choose, I send them to the ninth chapter of the third book (folio), where himself preventeth their carping, and foreseeing their criticism answereth them for me at full. Yet are there herein errors. If of matter, the author’s; if of omission, the printer’s. Him I would not amend, but send him to you as I found him; this I could not attend. But where I now find faults, let me pray and entreat you for your own sake to correct as you read, to amend as you list. But some errors are mine, and mine are by more than translation. Are they in grammar or orthography? As easy for you to right, as me to be wrong. Or in construction, as misattributing “him,” “her,” or “it” to things alive, or dead, or neuter? You may soon know my meaning, and eftsoons use your mending. Or are they in some uncouth terms, as “entrain,” “conscientious,” “endear,” “tarnish,” “comport,” “efface,” “facilitate,” “amusing,” “debauching,” “regret,” “effort,” “emotion,” and such like? If you like them not, take others most commonly set by them to expound them, since there they were set to make such likely French words familiar with our English, which well may bear them. If any be capital in sense mistaking, be I admonished, and they shall be recanted. Howsoever, the falseness of the French prints, the diversities of copies, editions and volumes—some whereof have more or less than others—and I in London having followed some, and in the country others—now those in folio, now those in octavo—yet in this last survey reconciled all: therefore, or blame not rashly, or condemn not fondly the multitude of them, set for your further ease in a table (at the end of the book), which ere you begin to read, I entreat you to peruse. This printer’s wanting a diligent corrector, my many employments, and the distance between me and my friends I should confer with may extenuate, if not excuse, even more errors. In sum, if any think he could do better, let him try; then will he better think of what is done. Seven or eight of great wit and worth have assayed, but found these essays no attempt for French apprentices or Littletonians. If this done it may please you, as I wish it may, and I hope it shall, I with you shall be pleased. Though not, yet still I am the same resolute

John Florio

***

Devo forse scusarmi per la traduzione? Sì, ma alcuni mantengono (e ne hanno pieno diritto come sulle proprie terre), che in una tale conversione consista la sovversione delle università. Che Dio li mantenga, e a loro prevenga l’incorrere in mali e malanni. Se fosse una svolta in peggio, volgere libri stravolgerebbe le biblioteche. Già, ma il mio vecchio amico il Nolanom’ha detto, e in pubblico ha insegnato, che dalla traduzione nasce ogni scienza. Ugualmente, proprio come la filosofia, la grammatica, la retorica, la logica, l’aritmetica, la geometria, l’astronomia, la musica, e la matematica tutta devono il loro nome ai greci, i greci prendevano l’acqua battesimale dagli acquedotti degli egizi, e questi dai pozzi degli ebrei o dei caldei. Possono mai tali pozzi esser al contempo tanto dolci e profondi, e la loro acqua tanto infetta e putrida? Può mai, quel che se ne trae aver reso sì nobili quelle genti, avanzate e raffinate, e al contempo guidato le nostre nobilissime colonie contro gli scogli della rovina? E han fatto bene? E vi son riusciti bene? E ne usciremmo male su questa via?

E sì che non sarebbe patrimonio comune, il sapere. Già, ma non esiste un sapere troppo comune, e più è comune, meglio sarà. Ma chi non sarebbe geloso di un’amante tanto prostituita? Sì, ma quest’amante è come l’aria, il fuoco, l’acqua, più la respiri più si raffina; più copre, più riscalda; più la assaggi, più ti è dolce. Sarebbe inumano racchiuderla in una coppa, e una ruberia bella e buona tenerla segretamente nascosta.

E sì, ma gli studiosi dovrebbero avere un qualche privilegio della preminenza. E infatti sono loro gli unici degni traduttori.

Sì, ma il volgo non è che debba saper tutto. Non può, per tutte quelle ragioni; ma neanche gli studiosi, e per molte di più: vorrei che entrambi sapessero e conoscessero molto di più di quanto non sappiano o possano sapere.

E sì, ma tutti mai saprebbero di tutto. No, e non possono; molto più non conosciamo di quanto sappiamo: ognuno sa qualcosa, nessuno conosce tutto: Potrebbero tutti saper tutto? Si fermerebbero prima di divenir tanto grandi. Solo Dio; e lungi da Dio, l’uomo.

Sì, non dovremmo dare le perle ai porci; eppure essi hanno anelli al grugno; e un maiale dovrebbe conoscere il suo porcile, il proprio cibo, come curarsi e tante altre cose, per quanto un maiale le prenderebbe per maggiorana.

Sì, ma la teologia non è bene metterla in bocca a un bambino, a vecchie comari, a un ciabattino, a un mercante di vesti, o farla dibattere a tavola. C’è uso, e abuso: non usare troppo, non abusare troppo poco.

Sì, lasciamo il sapere avvolto da un manto d’erudizione. Già, ma che venga svolto da una nutrice colta; proprio così, perché poi venga avviluppato di nuovo. E sviluppato ancora una volta. Altrimenti prendiamo per ignorante la madre della devozione; pregare e predicare in una lingua sconosciuta; come una povera madre o una figlia disgraziata; forse una buona mente, ma di sicuro cattive maniere. Se a noi sia consono il meglio, perché dal meglio dobbiamo essere esclusi?

Sì, ma più la lingua è ignota, più i migliori scrivono al meglio. No, se lo fanno in una lingua tanto più nota a chi l’ha scritta e non ignota a coloro per cui hanno scritto.

Sì, ma più onore a quanti parlino in modo più forbito. Già, forse come Quintiliano oratore: un uomo colto, lo giuro, infatti non ne capisco una sola parola.

Sì, ma lasciamo che scrivano per il maggiore onore dello scrittore. No, per il maggior profitto del lettore; e dunque, forse, per il suo maggiore onore. Se scrivere oscuro sia intricatamente offensivo, come ben giudicava Augusto, per noi il non scrivere nella nostra stessa lingua se non in modo inintelligibile sarà forse cosa per pochi e per i più intelligenti, ma di certo è senza onore, né profitto, a meno che non si vada a chiamare un interprete; e che altro sarebbe costui se non un traduttore? È oscuro colui che ama l’oscurità. E di conseguenza sono lieto di accettare le sue parole, e consapevole di fraintenderle, Translata proficit.

Sì, ma chi mai ne ha tratto profitto? E chi mai può trar profitto senza? Se nulla possa dirsi ora che non sia stato detto già – come ben disse egli, se non v’è nulla di nuovo sotto al Sole, cos’è quel che è stato? Quel che sarà (come disse colui che fu di tutti il più saggio) – cosa fanno i migliori allora se non spigolare il raccolto altrui, prendendone in prestito i colori, ed ereditandone le proprietà? Non fanno forse che tradurre, magari usurpare, per lo meno collezionare? Se lo riconoscono, bene; se di rapina, è cosa pessima. In ciò, ad accusarci è la nostra coscienza, e il giudice la posterità; in ciò, il nostro avvocato è lo studio, e voi lettori la nostra giuria.

Sì, ma di chi potrei fare il nome che ne abbia tratto gloria? E poi, chi tra i grandi, occasionalmente – come Platone e Aristotele che attingono da tanti; e Tullio [Cicerone], Plutarco, Plinio, che attingono da Platone, Aristotele e molti altri – o di proposito, visto che tutti coloro che da sempre hanno scritto di più, conoscono il greco, e quasi, il latino, ha mai tradotto per intero tutti quei trattati?

Sì, Cardano asseriva che né i versi di Omero possono esser bene espressi in Latino, né quelli di Virgilio in Greco, né quelli di Petrarca in nessuna delle due lingue. Possiamo supporre che Omero non attinse nulla da nessuno, visto che non ne conosciamo di valore prima di lui, e un primo deve pur esserci; ma Omero è spesso tradotto da Virgilio in tal modo da far dire a Scaligero che sembri la corazza del possente Ercole sulle spalle del delicato Bacco: Petrarca, a ben vedere, lo si ritrova sui loro passi, e poeti minori sono noti per averne raccolto gli scarti. E infatti, secondo Scaligero, Ficino ha tradotto Platone con la sua rozza semplicità, come un gufo che abbia a rappresentare un aquila, o un qualche straccione di attore intento a impersonare il principesco Telefo con voce lacera quanto le vesti, e una grazia tanto scarsa quanto la voce. Se il famoso Ficino sia tanto da biasimare, allora chi potrà sperare di farla franca? Ma per costui e per noi tutti, lasciate a me l’onere di confessare, e a lui quello di criticare; e che la confessione faccia ammenda per metà, perché ogni lingua ha genio e forma inseparabili; senza di queste, la metempsicosi di Pitagora non potrebbe esser tradotta correttamente. La magniloquenza toscana, la Venere del francese, la precisione dello spagnolo, l’espressività del fiammingo, non possono di qui esser riportate in vita. Il senso magari manterrà una forma, ma la frase ne esce sfigurata, e l’eccellenza, la perfezione, l’eleganza, sminuite; proprio come alla natura dell’arte manca l’arte della natura, al ritratto il corpo, all’ombra una sostanza. E sì, dunque, io ho apparentemente trattato Montaigne come Terenzio Menandro, facendo del buon francese un inglese non buono. Se non l’ho peggiorato, e a men che non venga compreso peggio, allora andrà bene. Come lui, se non un poeta, io non sono neanche un ladro, poiché dichiaro da chi attingo, e non imito la sua [di Montaigne] negligenza e quella dei suoi autori, né la diligenza oscura di un qualunque maldicente. È il suo cavallo quello che vi metto davanti; magari senza la bardatura; la sua carne, senza la salsa. Ed è proprio in questo che vedo una manchevolezza nel mio maestro: come Crasso e Antonio in Tullio, il primo sembra disprezzarli, il secondo non conoscerli, i greci; ma mentre il primo parlava greco come se non sapesse altra lingua, l’altro nei suoi viaggi ad Atene e a Rodi aveva conversato a lungo con greci eruditi; così il mio maestro, parlando principalmente di sé, e in peggio più che in meglio, nega ogni lascito, autorità, o prestito di antichi o moderni; eppure, nel corso del suo discorrere mostra familiarità non solo con tutti loro, ma con nessun altro autore, e potrebbe senza dubbio, come Ciro o Cesare, chiamarli uno ad uno per nome e condizione, i soldati del suo esercito. Ed io vorrei fare per noi tutti, tanto quanto, in quest’opera integrale, ha fatto in molte delle altre lingue il mio amico senza pari, carissimo e mai sufficientemente lodato, per me e per il vostro arricchimento e intelletto. E allora, di nuovo, come Terenzio, mi sono fatto aiutare. Sì, e li ringrazio per questo, e credo che non dovrebbe spiacer chi possa darvi ancor più soddisfazione.

E però i trattati non sono che saggi scolastici messi insieme. Potete considerarli tranquillamente tanti testi. Tutto sta nella scelta e in come vengono gestiti.

Sì, per la madonna, ma l’ingegno di Montaigne non è che ingegno francese: ferdillant, legier e extravagant. E ora sta a voi, ingegni inglesi, seguendo il più sobrio e solido giudizio del più colto che avete. L’avviso di quel giudizioso e valido consigliere (l’onorevole Sir Edward Wotton) non m’avrebbe spinto ad imbarcarmi alla volta di questa scoperta se la sua saggezza non avesse ciò giudicato degno delle mie fatiche e del vostro studio. E se dovesse o volesse un qualche critico accanito, o la lingua di serpente di un satirico, farsi beffe o scovare difetti, al punto che nel corso del suo discorrere, o nel reticolo dei saggi, o nel dar titolo ai capitoli, egli [Montaigne] mantenga uno stile sconnesso, discontinuo o errante, e se sovente il soggetto non corrisponda al titolo, e non vi sia coerenza nel tutto, a costoro poco dirò perché poco meritano. Ma se vorranno, ad essi la scelta, li rimando al nono capitolo del terzo libro (folio), dove egli stesso previene la loro cavillosità, e prevedendone le critiche risponde a tutto al posto mio. Eppure di errori ve ne sono. Se di sostanza, colpa dell’autore; se d’omissione, dello stampatore. Lui, non ho intenzione di correggerlo, ma ve lo rendo come l’ho trovato; l’altra cosa non posso controllarla. Ma dove io ora vedo errori, vi prego e imploro per amor vostro di correggerli mentre leggete, o emendarli come vorrete. Ma alcuni errori sono miei, e resi ancor più miei dalla traduzione. Di grammatica o ortografia? Tanto facile per voi raddrizzarli, quando per me essere in fallo. Di costruzione, come quando attribuiamo erroneamente un “lui”, “lei”, o “esso” a cose vive, morte, o neutre? Scoprirete subito quel che intendevo, e subito dopo saprete correggere. Oppure saranno nell’uso di termini desueti, come entrain, conscientious, endear, tarnish, comport, efface, facilitate, amusing, debauching, regret, effort, emotion e altri simili? Se non vi piacciono, prendetene altri più spesso usati e atti a spiegarli, dal momento che il loro utilizzo serve ad accostare i simili termini francesi al nostro inglese, che può ben tollerarli. Se qualcuno sia di capitale importanza nel fuorviare il senso, che io venga rimproverato, e ritratterò. Tuttavia, l’inconsistenza delle stampe francesi, la difformità tra copie, edizioni e volumi – alcune ne presentano più di altre – e poi io a Londra ne ho seguite certe, e fuori altre – talune in folio, altre in octavo – tutte queste cose, nel presente compendio, le ho ricomposte: dunque, biasimate non in maniera avventata, o condannate senza sconti la loro numerosità, ma vi consiglio di consultare, prima di iniziare la lettura, la tavola fornita a vostro uso (alla fine del libro), in cui sono riportate. Lo stampatore a cui è mancato un correttore attento, le mie tante occupazioni, e la distanza tra me e gli amici con i quali dovrei conferire, possono attenuare, se non scusare, tanti altri errori. In definitiva, se qualcuno crede di poter far di meglio, ci provi pure; e così avrà opinione maggiore di quel che qui è compiuto. Sette o otto persone di grande ingegno e valore hanno tentato, per poi scoprire come questi saggi non siano adatti a chi mastichi poco francese o sia un littletoniano. Se quanto ho fatto vi riesce gradito, come spero possa accadere, e come spero avverrà, allora gradito sarà anche a me. In caso contrario, resto il vostro risoluto

John Florio

Nota al testo

Al lettore odierno occorre qualche chiarimento:

  • L’altalena dei correlativi Why, but (reso per lo più con «Già, ma») e Yea, but («Sì, ma»), propone un effetto dialogico di domanda e risposta; o meglio: intradialogico, poiché le posizioni avanzate e poi discusse e confutate appartengono alla stessa voce narrante. In particolare, Why costituisce spesso un’interiezione che indica sorpresa e riserve sulla materia del contendere, mentre Yea, but annuncia una replica all’affermazione; in altri casi, le espressioni vengono usate per attirare l’attenzione, o in risposta a una qualche obiezione.
  • Il Nolano per antonomasia è Giordano Bruno, così chiamato anche da Joyce.
  • Un proverbio inglese recita: swine shuns marjoram, ovvero «il maiale fugge la maggiorana», tratto da Lucrezio: Amaricinum fugitat sus (v. 974).
  • Translata proficit arbos (l’albero trapiantato migliora) è proverbio che Florio trae dal dialogo Il Conte overo de l’imprese di Torquato Tasso, il quale ne attribuiva la paternità al letterato piacentino Ludovico Domenichi.
  • he […] that was wisest («colui che fu di tutti il più saggio») è Salomone, cui era tradizionalmente attribuito l’Ecclesiaste, dove si trova appunto il versetto «ciò che è stato sarà» (1, 9).
  • La Naturalis Historia di Plinio il vecchio è il prototipo del compendio enciclopedico di tante discipline, e attinge, e dunque nel senso dato da Florio, “traduce”, da più di 2000 opere del passato.
  • the armour of Hercules most puissant put on the back of Bacchus most delicate(«la corazza del possente Ercole sulle spalle del delicato Bacco») è paragone presente nell’opera postuma di Giulio Cesare Scaligero (1484-1558) Poetices, del 1561.
  • some tara-rag player («qualche straccione di attore»): tara-rag non ha riscontro nei dizionari storici, ed è probabilmente uno dei tanti contributi di Florio alla lingua inglese.
  • as Crassus and Antonius in Tully («come Crasso e Antonio in Tullio»): il riferimento è al dialogo De Oratore di Cicerone.
  • dear-dearest and never-sufficiently-commended friend («il mio amico senza pari, carissimo e mai sufficientemente lodato») è Matthew Gwinne (1558?–1627), che per Florio aveva rintracciato gli originali di tutte le citazioni classiche di Montaigne.
  • be I admonished, and they shall be recanted («che io venga rimproverato, e ritratterò»: forse allusione al maestro, Giordano Bruno, che notoriamente non ritrattò.
  • or Littletonians («o sia un littlenoniano»): intende chi aveva imparato il francese sulla grammatica elementare The French Littleton (1578) dell’ugonotto francese profugo a Londra Claude Desainliens.

Riferimenti bibliografici

Conley 1986: Tom Conley, Institutionalizing Translation: On Florio’s Montaigne, in S. Weber (ed.), Demarcating the Disciplines: Philosophy, Literature, Art, Minneapolis, University of Minnesota Press, 45-60

Frampton 2013: Saul Frampton, Who edited Shakespeare?,in The Guardian», Friday 12 July

Greenblatt e Platt 2014: John Florio, Shakespeare’s Montaigne: The Florio Translation of the Essays by Michel de Montaigne, edited by Stephen Greenblatt and Peter G. Platt, New York, NYRB Classics (da cui è attinto il testo che qui si presenta con varianti grafiche modernizzanti, tranne nei casi ovvi, per rispondere alle esigenze del lettore di oggi)

Platt 2012: Peter G. Platt, “From Translation All Science Had It’s Of-spring”: John Florio and the Monstrous Birth of Knowledge, in «Lo sguardo», 9, 2012 (II), 203-208

Rhodes, Kendal e Wilson 2013: Neil Rhodes, Gordon Kendal, Louise Wilson (eds.) English Renaissance Translation Theory, London, Modern Umanities Research Association

Tassinari 2013: Lamberto Tassinari, John Florio: The Man Who Was Shakespeare, trans. William McCuaig, Montreal, Giano, 20132 (si tratta della traduzione di Lamberto Tassinari, Shakespeare? è il nome d’arte di John Florio, Montréal, Giano Books, 2008)

Yates 1934: Frances Yates, John Florio: The Life of an Italian in Shakespeare’s England, Cambridge, Cambridge University Press

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