LTit Anteprima | Numero 14 (primavera 2018)

Giacomo Prampolini (Milano 1898 – Pisa 1975)

di Sara Culeddu

La vita

1898 Nasce a Milano il 22 giugno da Norberto, originario di Reggio Emilia, e Cinzia Pesenti, milanese. È il primo di tre fratelli, con Rosi e Gerolamo (pittore attivo negli ambienti milanesi fino agli anni settanta).

1912-1916 Frequenta il liceo classico Beccaria. In questi anni approfondisce autonomamente la lingua greca e latina, studia le quattro lingue europee più comuni (inglese, francese, tedesco e spagnolo) e fin dagli anni del ginnasio frequenta corsi extra-scolastici di russo, giapponese e arabo presso il Circolo filologico milanese (dove in quegli anni insegna Eugenio Levi, cofondatore, con Enzo Ferrieri, della rivista «Il Convegno»). Nel 1916 si iscrive alla facoltà di Legge con l’idea di una carriera diplomatica.

1917 Si arruola volontario in fanteria durante la prima guerra mondiale (Caporetto, Piave e Monte Grappa), restando in divisa fino al 1922.

1920 Si laurea a Pavia approfittando delle agevolazioni per i reduci di guerra, ma a prevalere sulla giurisprudenza sarà la vocazione alla poesia e allo studio delle lingue: arriverà a conoscerne una cinquantina.

1921 Debutta come traduttore con Risveglio di primavera, da Frühlings Erwachen di Frank Wedekind, primo titolo della Convegno Editoriale, casa editrice collegata alla rivista, che nello stesso anno pubblica le sue traduzioni di poeti olandesi. Si apre così un lungo periodo di intensa collaborazione, oltre che con «Il Convegno» (1921-30), con il mondo editoriale e con le riviste «La fiera letteraria» (1926-29, poi ribattezzata «L’Italia letteraria», 1930-31), e «Circoli» (1931-33), con traduzioni, articoli e recensioni concernenti le letterature tedesca, inglese, russa, spagnola, nederlandese, scandinava, polacca, ceca, slovacca, ungherese, romena e americana. Inoltre per anni redige rassegne (come le Note di letteratura e Riviste e sommari su «Il Convegno») intese a monitorare le diverse situazioni nazionali nel quadro della cultura letteraria europea. A partire dalla collaborazione con le riviste milanesi, Prampolini entra dunque in contatto con la cerchia intellettuale locale degli anni venti e trenta (tra gli altri: Cesare Angelini, Carlo Linati, Giovanni Titta Rosa, Giuseppe Lanza, Sergio Solmi, Carlo Bo, Clemente Rebora, Carlo Emilio Gadda, l’architetto Ferdinando Reggiori e lo scultore Franco Lombardi). Nel 1939 ammonteranno a circa cinquanta i volumi delle sue traduzioni, da dieci diverse lingue, alcune di autori che amava e altre su commissione, inserendosi a pieno titolo nella fase storica in cui nasce e si sviluppa la figura del traduttore di professione.

1923 Comincia a collaborare con Modernissima di Gian Dàuli traducendo Epipsychidion (Warsaw, 1900) del polacco Stanislaw Przybyszewski (Offerta al sole; Notti chiare; Al mare, o Epipsychidion), cui sarebbe seguito, nel 1929, Sua maestà nera di John W. Vandercook (da Black Majesty. The Life of Christoph the King of Haiti, London, 1928); al 1925 risalgono alcuni lavori per Formiggini (Lettere a Fanny Browne di John Keats), Morreale (Victoria del norvegese Knut Hamsun, del 1898). Per Scheiwiller nel 1927 tradusse poi -probabilmente dal tedesco – un manoscritto originale dell’ungherese trapiantato a Parigi Emilio Szittya sullo scultore Ernesto De Fiori; e per Hoepli, col quale collaborava attivamente con manuali linguistici e antologie scolastiche, dal francese, Pablo Picasso di Christian Zervos, nel 1937.

1926 Sposa Elsa Damiani (1899-1992), milanese ma originaria di Spello per discendenza paterna. Figlia di un dirigente della Edison, Elsa perde la madre in giovane età, studia dalle Orsoline e nel 1924 si laurea in medicina, specializzandosi in neurologia presso l’Università di Milano (unica donna del suo corso e prima laureata della facoltà). È anche per mantenere la famiglia (nel 1927 nasce la prima figlia e nel 1931 la seconda) che Prampolini si immerge sempre più nel lavoro di traduttore e pubblicista (talvolta tuttavia non pagato o retribuito in libri), mentre prosegue nell’instancabile studio delle lingue (che affronta sistematicamente, per famiglie).

1927 Esce per le edizioni Stock di Roma l’antologia La letteratura olandese e fiamminga, 1880-1924, con prefazione di Giuseppe Prezzolini. Al biennio 1926-27 risalgono traduzioni per Alpes (L’Alcalde di Zalamea di Calderón de la Barca e Angiolino e la primavera da Angiolino en de lente, un racconto lungo del 1923 dell’olandese Arthur van Schendel), Gino Carabba (L’androgine, ancora di Stanislao Przybyszewski, 1926, da Androgyne, 1900).

1928 Per Giovanni Scheiwiller esce la sua prima raccolta di poesie, Dall’alto silenzio, mentre Hoepli pubblica la Grammatica teorico-pratica della lingua olandese. Nel 1928-29 si aprono nuove, importanti collaborazioni editoriali. Per Corticelli, di Milano, traduce Captains couragaeous (1897: Capitani coraggiosi) di Rudyard Kipling. Comincia un’intensa collaborazione con la milanese Agnelli con Tamalone. Un vagabondo innamorato, da Een zwerver verliefd (1907) di Arthur van Schendel, cui seguiranno: nel 1930 I cacciatori di lupi (da The Wolf Hunters di J.O. Curwood, 1908); nel 1931 Le talpe della lotta dei popoli: agenti segreti e spie (da Maulwürfe des Völkerringens di Emil Seeliger, 1900) e L’altra diplomazia (da Diplomatische Unterwelt di H.R. Berndorff, 1930); e nel 1932 La polizia indaga (da Tod und Mordschlag, di Curt Elwenspoek, 1931).

Per Sperling & Kupfer, specialmente nella collana «Narratori nordici» diretta da Lavinia Mazzucchetti, escono nelle sue versioni: nel 1929 Carlo e Anna (da Karl und Anna di Leonhard Frank, 1929); nel 1930 Il parroco della vigna fiorita dell’olandese Felix Timmermans (da De pastoor uit den bloeyenden wijngaerdt, 1924); nel 1931 Odin (da Juvikingar. Odin, 1918) e nel 1938 Tormentosa inchiesta (Ettermæle, 1932), del norvegese Olav Duun; e infine, nel 1933, Il medico Gion (da Der Arzt Gion, 1931) di Hans Carossa.

Nel 1928 inizia anche il duraturo sodalizio con la Mondadori, per la quale traduce le Novissime avventure di Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle. Verranno poi: nel 1930 Con l’Aquila verso il polo: i diari di S.A. Andrée, Nils Strindberg e Knut Fraenkel (dallo svedese Med Örnen mot polen. Andrées polarexpedition år 1897, 1930); nel 1931 L’Antartide esplorata. Quindici mesi fra i ghiacci di Richard Byrd (da una serie di articoli); nel 1933 L’anima nera ( da The Black Soul di Liam O’Flaherty, 1924) e Cameriera per scommessa (Vi som går kjøkkenveien della norvegese Sigrid Boo, 1930); nel 1934 Silja del finlandese Frans Emil Sillanpää (1932); nel 1935 Axelle di Pierre Benoît (1928); La colpa del prete amaro del portoghese José Maria Queiròs (O Crime do Padre Amaro, 1875), Gelosia e medicina del polacco Michał Choromański (Zazdrość i medycyna, 1933); Il mattino della vita dell’islandese Kristman Gudmunsson (Morgunn lífsins, 1930); nel 1936 Nikola Sciuhaj il masnadiero del ceco Ivan Olbracht (Nikola Šuhaj loupežník, 1933) e L’uccello nero dell’islandese Gunnar Gunnarsson (Svartfugl, in danese, 1929); nel 1939: L’amore di Sigmar di Kristmann Gudmundsson (Sigmar, 1929) e, riuniti in un unico volume, Il sorriso eterno (Det eviga leendet, 1920), Ospite della realtà (Gäst hos verkligheten, 1925) e La mascherata degli spiriti (originale non identificato) dello svedese Pär Lagerkvist; nel 1943, Noatun del faroerese William Heinesen (Noatun, in danese, 1938); nel 1949 Dopo molte estati di Aldous Huxley (After many a Summer, 1939); nel 1962 Druidi, eroi, centauri di Maurice Bell (Druides, héros, centaurs, 1955). L’attività per Mondadori comprende inoltre la consulenza per le collane «I romanzi della palma» e «Medusa» e la stesura di numerosi pareri di lettura.

1931 Pubblica le poesie di Segni per Artigianelli di Pavia e avvia altre collaborazioni editoriali: Bompiani gli affida la traduzione di Moving forward di Henry Ford e Samuel Crowther, appena uscito (Perché questa crisi mondiale?), di Geist und Gesicht des Bolschevismus, del 1927 di Fulop-Miller (Il volto del bolscevismo, con prefazione di Curzio Malaparte) e, con Ada Tenca, di Caesar dell’austriaco di origine boema Mirko Jelusich (1929), nonché la curatela dell’Almanacco letterario 1931. Sempre in questi anni traduce anche, per Treves, nel 1930, Bambi, del tedesco Felix Salten (1923) e Der liefde bloesems (1921) di Arthur van Schendel (I fiori dell’amore), nel 1931 dei Racconti dell’americano O. Henry e, l’anno dopo, Richard Wagner an Mathilde Maier (1862-1878) (1930) col titolo Lettere a Matilde Maier di Riccardo Wagner.

1934 Esce da Hoepli l’antologia Il tesoro nascosto. Trecento favole e storie, facezie e leggende di ogni Paese (Hoepli) e sull’«Almanacco della Medusa» compare la sua traduzione dal danese di Vania, di Marcus Lauesen, mentre Scheiwiller pubblica Cosecha. Antologia della lirica castellana.

1935-38 Con la UTET pubblica la prima edizione, in cinque volumi, della Storia universale della letteratura, un’opera di circa cinquemila pagine che ripercorre la storia letteraria di tutte le culture conosciute, antiche e moderne, maggiori e minori. Continuerà instancabilmente a lavorare alle successive edizioni fino alla fine dei suoi giorni. Nel 1937 esce da Hoepli La mitologia nella vita dei popoli.

1938 Provata da più di quindici anni di intensissimo lavoro, la sua salute si ristabilisce quando la famiglia si trasferisce a Spello, dove Prampolini rimane per il resto della sua vita, lontano dai grandi centri culturali e continuando a lavorare metodicamente soprattutto alle successive edizioni della Storia universale.

1939 Pubblica, sempre da Hoepli, lo studio L’Annunciazione nei pittori primitivi italiani.

1941-42 Esce a Buenos Aires, presso la Uthea, la Historia universal de la literatura, traduzione di Dante Ponzanelli della sua Storia universale della letteratura. Prampolini diventa membro dell’Accademia letteraria di Cuba (in seguito lo diventerà anche di quelle d’Olanda, delle Fiandre, della Frisia e d’Islanda).

1940-45 Richiamato alle armi allo scoppio della seconda guerra mondiale, presta servizio per quattro anni spostandosi tra Roma e Spello: la conoscenza delle lingue lo rende più utile presso lo Stato Maggiore, che lo trattiene a Roma per redigere dizionari a uso delle truppe sui vari fronti; grazie a ciò scampa all’annientamento del suo reggimento sul fronte greco. La guerra, comunque, pone fine al periodo più intenso della sua attività come traduttore e pubblicista. La famiglia diventa attivamente antifascista: Elsa è arrestata dai tedeschi e rischia la deportazione in Germania per aver offerto sostegno e assistenza ai partigiani. Alla fine della guerra è una delle undici donne elette sindaco (rimanendo in carica dal 1946 al 1960) nelle prime elezioni della Repubblica e, prendendo le distanze dalla borghesia agraria spellana, si iscrive al partito comunista.

1946-49 Nel 1946 esce, All’insegna del pesce d’oro di Scheiwiller, la raccolta di poesie Dominio delle cose. Prampolini si dedica anche alla vita sociale e politica di Spello, organizzando tra l’altro una Biblioteca Popolare e cicli di incontri in cui i reduci dai vari fronti raccontano le loro storie. Riceve la laurea honoris causa in filologia germanica, che per un breve periodo insegna presso l’Università di Roma.

1950-70 Attende soprattutto alla seconda e alla terza edizione della Storia universale. In questo ventennio escono i libricini di poesie ladine, islandesi, olandesi, frisoni, fiamminghe e afrikaans per Scheiwiller e i volumetti in 24mo della serie «Oltremare» (proverbi cinesi, africani, egizi, curdi, coreani, pantun indonesiani, poesie tibetane, testi giapponesi, vietnamiti e degli indios piaros), che cura prima per Giovanni Scheiwiller (direttore della libreria Hoepli e fondatore dell’attività editoriale All’insegna del pesce d’oro) e poi per il di lui figlio Vanni. Dal 1960 collabora con la rivista «Approdo letterario» e con il Touring Club Italiano. Viene eletto presidente provinciale del Movimento per la Pace nel periodo più cupo della guerra fredda e poi onsigliere provinciale di Perugia; nel corso degli anni sessanta, come presidente della Pro Spello, dà impulso alla valorizzazione del patrimonio artistico e delle risorse turistiche della città.

1954 Esce la seconda edizione della Storia universale della letteratura, in sette volumi, che Prampolini è stato costretto a riscrivere per intero dopo la perdita del manoscritto autografo a causa dei bombardamenti su Torino e della distruzione della sede della UTET nel 1943.

1956 Pubblica Letterature nel mondo (UTET), un abrégé della sua opera maggiore e, al tempo stesso, una limpida esposizione delle linee direttrici del suo lavoro storico-critico corredata da un ricco ed eloquente apparato iconografico. Tra il 1956 e il 1958 collabora inoltre alla Histoire Universelle della «Pléiade» Gallimard.

1958 Prampolini intraprende l’unico viaggio all’estero della sua vita, nei Paesi Bassi, dove partecipa a un ciclo di eventi a lui dedicati.

1959 Per il suo sessantesimo compleanno, a cura di Vanni Scheiwiller e con un’introduzione di Eugenio Montale, esce Porticello (All’insegna del pesce d’oro), un’antologia di sue traduzioni di poeti del mondo.

1961 Esce la terza edizione della Storia universale della letteratura.

1962 Esce per Mondadori il suo libro di poesie e prose liriche Molte stagioni.

1964 Riceve il premio Martinus Nijhoff per le sue traduzioni dal nederlandese.

1974 Esce per la UTET il suo ultimo lavoro, Letteratura universale. Antologia di testi.

1975 Muore a Pisa il 25 aprile.

Giacomo Prampolini e le letterature scandinave

Un’attività poliedrica: autore, traduttore, pubblicista, consulente editoriale, storico della letteratura

L’impegno di Giacomo Prampolini per le letterature scandinave va letto alla luce dell’instancabile lavoro di traduttore e mediatore di un vasto numero di letterature (Pavese 1997). Egli si pone, infatti, quasi come «missione» la divulgazione in Italia del maggior numero possibile di letterature minori, molte delle quali, negli anni venti, ancora pressoché sconosciute nel nostro paese. Perlopiù è lui a scegliere i testi da importare, talora con l’aiuto di esperti preferibilmente di lingua madre (oltre ai corrispondenti per le letterature scandinave, di cui si dirà a breve, menzioniamo ad esempio Febo Delfi per la letteratura neoellenica e Toshiro Chiba per la giapponese) e traduce rigorosamente dalle lingue originali.

Uno sguardo ravvicinato alla biblioteca prampoliniana di Spello, reso possibile dal figlio Gaetano, mi ha permesso di dissipare l’aura leggendaria che circondava la sua fama di conoscitore di almeno una cinquantina di lingue. Il primo spoglio ha infatti fornito la prova innegabile del rapporto vivo e diretto con le lingue da cui traduceva, e con le lingue scandinave in particolare: sono centinaia i titoli nordici sugli scaffali, i libri sono spesso sottolineati e corredati da appunti (di lettura e di traduzione) e vi sono inoltre dizionari e manuali che attestano la serietà nello studio di molte lingue, in particolare di quelle nordiche. I materiali utili a uno studio approfondito che voglia ricostruire la storia e le dinamiche del suo lavoro di mediatore e di traduttore, tuttavia, non sono ancora stati metodicamente ordinati e catalogati.

Per un’analisi del rapporto tra Prampolini e le letterature scandinave, che egli scopre presumibilmente nei primi anni venti e delle quali diventerà edntro i trenta il maggiore traduttore e mediatore, non solo si deve tener conto dei suoi interessi per le altre letterature e lingue, ma anche della sua attività di scrittore. Prampolini è infatti un «autore» in senso ampio (Zeller 2000; Love 2002): autore di numerosissime traduzioni di romanzi, poesie e racconti per l’editoria libraria e per riviste letterarie; autore di un progetto colossale come la Storia universale della letteratura (composta dal suo racconto e da numerosi testi tradotti); autore, infine, di libri originali di poesie e prose liriche.

Dopo la prima guerra mondiale Prampolini, che ha già studiato almeno sette lingue immaginando di intraprendere la carriera diplomatica, decide di dedicarsi alla letteratura: in questi anni vive a Milano, dove l’editoria sta fiorendo ed è in procinto di entrare nella sua età più attiva e dinamica (AA.VV. 1983; Rundle 2010).

L’esplosione della passione e dell’operatività di Prampolini si intreccia dunque con quella delle riviste letterarie milanesi e dell’editoria: tra gli anni venti e trenta egli collabora molto attivamente con le riviste «Il Convegno», «Circoli», «La Fiera letteraria» e «L’Italia letteraria» e con una vasta rosa di editori, grandi e piccoli (Stella 1991; Esposito 2004; Modena 2010). Notevole è innanzi tutto il sodalizio con Mondadori, Hoepli e UTET, ma lavora anche per Agnelli, Alpes, Bompiani, Carabba, Corticelli, Formiggini, Modernissima, Morreale, Scheiwiller, Sperling & Kupfer, Treves. Per queste case editrici Prampolini traduce, redige pareri di lettura e – via via che cresce il suo prestigio – propone testi stranieri da tradurre, pubblica saggi e cura antologie.

La sua idea di letteratura

Il fatto che Prampolini avesse accesso diretto alle fonti in lingua originale non è solo un elemento rilevante di per sé e un fatto eccezionale in un momento storico in cui in Italia si fa ancora ampiamente ricorso a traduzioni ponte, ma è anche strettamente legato alla sua concezione della letteratura. Egli stabilisce una stretta connessione tra ogni lingua e la sua espressione letteraria e considera entrambe – nella loro forma più pura – emanazione del popolo: coerentemente con tale visione profondamente romantica, Prampolini si fa appassionato studioso di letteratura popolare, orale e anonima, si prodiga nello studio dei miti, si dedica al folklore e mostra un grande interesse per le fiabe, i proverbi e i modi di dire. Questa sua «missione» di dedicarsi alle culture più periferiche, minori e marginali e farle conoscere a una cultura più centrale non è intrapresa però in un’ottica etnografica o etnologica: lungi dal promuovere facili esotismi, Prampolini considera l’inclusione delle letterature minori un modo per mettere ancor più in evidenza quello che lui chiama il «fondo umano della letteratura», che scavalca le distanze geografiche e storiche.

La letteratura ha molti volti e una sola sostanza: l’uomo […]. Un filo ben discernibile collega il più remoto inno pagano al più moderno scenario per film: esso corrisponde alla continuità delle razze umane nel tempo, e durerà finché gli uomini conosceranno con la vita la morte, saranno capaci di gioire e soffrire, di procreare e di lavorare (Prampolini 1956: 15).

La collaborazione con le riviste

Gli articoli, le presentazioni, le recensioni e le traduzioni di letterature scandinave su rivista ad opera di Prampolini si concentrano tra il 1921, anno in cui «Il Convegno» pubblica Torbiera, la sua traduzione del racconto di Alexander Kielland, e il 1934, quando sull’«Almanacco della Medusa» esce Vania di Marcus Lauesen. Nell’anno del suo debutto come traduttore Prampolini si cimenta subito, oltre che con la letteratura tedesca e nederlandese, con quella norvegese, inaugurando una serie di contributi che interessa le letterature di tutta l’area scandinava – dalla norvegese alla danese, dalla svedese all’islandese, dalla svedese di Finlandia alla faroese – e presenta al pubblico italiano alcuni autori nordici che otterranno un grande successo nei decenni successivi.

Per l’area danese si occupa soprattutto di J.P. Jacobsen, di cui si occupa nel 1926 su «La Fiera letteraria» proponendo una nuova traduzione del racconto Uno sparo nella nebbia, accompagnata da una breve presentazione dell’autore, e recensendo il numero de «Il Convegno» a lui dedicato. Nel 1930 «L’Italia letteraria» pubblica inoltre la sua recensione al romanzo Niels Lyhne, tradotto l’anno prima per Treves da Giuseppe Gabetti. Per quanto riguarda la Norvegia, oltre a offrire una breve e accurata panoramica del romanzo moderno e a scrivere una presentazione di Sigrid Undset (entrambi su «La Fiera letteraria» nel 1928, anno in cui la scrittrice ottiene il premio Nobel), Prampolini traduce e introduce, sulla stessa rivista, Hans Ernst Kinck (1926). Si tratta di un contemporaneo di Knut Hamsun la cui opera, come quella di quest’ultimo, è molto incentrata sulle forze irrazionali dell’uomo e che Prampolini presenterà con molto entusiasmo anche nella Storia universale. Nell’ambito della letteratura svedese, Prampolini si occupa soprattutto di poesia: nel 1931 introduce su «L’Italia letteraria» il premio Nobel E.A. Karlfeldt, mentre su «Circoli» traduce, precedute da brevi presentazioni, tre poeti, Pär Lagerkvist, Dan Andersson ed Erik Blomberg. Del primo, nel 1926, aveva già presentato nella propria traduzione il racconto L’ascensore dell’inferno su «La Fiera letteraria»: racconto e poesie sono le prime traduzioni del futuro premio Nobel (1951), che Prampolini scopre negli anni venti e tradurrà ancora negli anni trenta.

Infine, un breve commento sul fascicolo de «Il Convegno» che egli cura nel 1930, dedicato interamente alla letteratura islandese in occasione del millenario della fondazione del primo «parlamento». Qui il mediatore avvicina, con ironia, autoironia e accuratezza sia nella ricostruzione storico-letteraria che in quella storico-linguistica, il lettore italiano al mondo della remota isola: si respira il fascino per il diverso, ma in una prospettiva di comune sensibilità e reciproca intellegibilità. La sua scelta indugia su scrittori contadini e racconti popolari, senza escludere alcuni contemporanei «di carattere meno etnico e più europeo», e confessa le sue difficoltà sia come responsabile della scelta dei testi sia come traduttore da una lingua che, soprattutto nella lirica, è legata a canoni formali molto stretti e complessi. Dopo aver condiviso debiti e criteri, Prampolini conclude scrivendo che «il fascicolo è il risultato di rinunce e compromessi». Anche in questo caso, avrà occasione di riprendere, ampliare e affinare il lavoro nella Storia universale.

Le traduzioni per l’editoria: Knut Hamsun, Pär Lagerkvist, Olav Duun e William Heinesen

Le traduzioni di letteratura scandinava di Prampolini per il mondo dell’editoria sono numerose (dodici titoli solo tra il 1923 e il 1939), ma qui si vogliono mettere in luce solo alcuni aspetti particolarmente significativi attraverso quattro esempi: la precocità e i criteri con cui si orienta su Hamsun; la convinzione e, di nuovo, la precocità nella divulgazione dell’opera di Lagerkvist; infine la visione che lo spinge a importare Olav Duun e William Heinesen.

Le prime due sono storie di successo. Di Hamsun, nel 1925, Prampolini traduce Victoria. Storia di un amore, che godrà di una buona fortuna editoriale, ripubblicato nel 1938, 1995, 1997, per Corbaccio e TEA, con prefazione di Claudio Magris. Va notato che ha portato al pubblico italiano il romanzo più anomalo della produzione hamsuniana, che ancora oggi la critica fatica a inquadrare: il meno moderno e sperimentale, la storia, dai tratti melodrammatici e radicata nel popolo, di un amore tormentato e tragico: un inedito Hamsun romantico (Culeddu 2017).

Con Lagerkvist invece, dopo le prime traduzioni su rivista, Prampolini si impegna in due diversi progetti editoriali, nei quali è possibile indovinare il suo contributo come promotore, oltreché come traduttore. I due progetti, uno di poesia e l’altro di prosa, vedono la luce nel 1939. Il primo è un libricino di poesie intitolato Il pino e pubblicato da Scheiwiller. Con Giovanni Scheiwiller, e poi con il figlio Vanni, Prampolini ha un rapporto di lunga data: l’amicizia con Giovanni risale agli anni venti; già nel 1928 Scheiwiller pubblica le sue prime poesie e poi gli affida la serie «Oltremare» e i già citati libricini di poesie (AA.VV. 1996; Novati 2013). Va da sé che Il pino viene interamente concepito e curato da Prampolini, il quale sceglie poesie da quattro diverse raccolte di Lagerkvist e lo intitola come il componimento che pone nella strategica posizione di chiusa: in tal modo incoraggia l’interpretazione di questa lirica come firma, poesia-ritratto dell’autore svedese, alla cui tormentata interrogazione esistenziale il mediatore si appassiona. Nello stesso periodo, di Lagerkvist Prampolini sta traducendo per Mondadori anche i tre romanzi Ospite della realtà, Il sorriso eterno e La mascherata degli spiriti, che escono in un unico volume della «Medusa». Anche in questo caso, data la stretta collaborazione con Mondadori e in particolare il coinvolgimento nella selezione dei romanzi da inserire nella collana (Albonetti 1994), si può affermare che Prampolini abbia avuto un ruolo determinante nella scelta dei testi da tradurre, anch’essi destinati a una certa fortuna editoriale (1968, 1991, 1992 per UTET, Iperborea e ancora Mondadori, con introduzione di Fulvio Ferrari).

Si può infine ritenere con una certa sicurezza che per sua iniziativa nascano anche gli altri due progetti: il primo è quello che importa in italiano l’opera in neonorvegese (nynorsk, la lingua minoritaria norvegese) di Olav Duun (Odin nel 1931 e Tormentosa inchiesta nel 1938) per Sperling & Kupfer, a conferma della passione per la letteratura contadina e soprattutto per le minoranze linguistiche, che Prampolini, traducendole, sostiene; il secondo, più tardo, riguarda la traduzione di Noatun, nel 1943 (Mondadori), dello scrittore faroese William Heinesen e conferma il suo sguardo rivolto alle periferie delle periferie (stavolta con minore sforzo linguistico poiché l’autore scrive in danese).

La Storia universale della letteratura: struttura e peculiarità

Il racconto delle sue attività per l’editoria e le riviste aiuta a farsi un’idea della rete di collaborazioni e della mole di lavoro di cui si fa carico Prampolini nel ventennio 1920-1940: attorno al 1930 comincia anche a elaborare la prima edizione della Storia universale, che abbraccia la letteratura dalle origini (anche orali) alla contemporaneità e che esplora ogni luogo e cultura conosciuti in modo esauriente, competente e affascinante. L’opera è commissionata dalla UTET, casa editrice vocata alle «grandi opere»: la prima edizione – cui ne seguiranno altre due – consta di cinque volumi (I, II, III parte prima, III parte seconda e III parte terza) di un migliaio di pagine ciascuno e ottiene immediatamente un grande successo di pubblico e di mercato; le recensioni, tra cui quella di Benedetto Croce, sono ottime e se ne intraprende immediatamente una traduzione in spagnolo che comincerà a uscire nel 1940 (Bottasso 1991; Cavallotti 1941).

Il progetto nasce dall’incontro di un’idea editoriale con una personalità dalle straordinarie competenze linguistiche e dotato dell’ acume critico, la chiarezza e l’eleganza espositiva per poterla concretizzare. D’altra parte, questo lavoro di una vita offre all’autore la possibilità di esprimere la propria idea di letteratura e la sua concezione di «letteratura mondiale», quali emergono a tutti i livelli del discorso: esplicitamente nei suoi giudizi critici, implicitamente nella scelta degli autori e dei passi inseriti nel testo. Va sottolineato che la trattazione di letterature e culture ancora prevalentemente ignote in Italia lo pone di fronte alla grande libertà, ma allo stesso tempo alla difficoltà, di non avere una tradizione né modelli critici di riferimento a cui rifarsi.

La Storia universale di Prampolini differisce da altre opere simili circolanti in Europa soprattutto per due aspetti: innanzi tutto perché l’autore ha accesso diretto alle fonti che utilizza e commenta, che si tratti della letteratura classica greca o latina, delle grandi letterature europee o di quelle «minori». Prampolini legge in lingua originale le letterature slave, le baltiche, l’araba, la jiddish, la frisone, ovviamente le nordiche (compresa la norrena, ovvero la islandese antica), studia un certo numero di lingue africane, e così via. L’autore legge le storie letterarie nazionali e reperisce il maggior numero di testi possibile, avendo così la possibilità di esprimersi genuinamente anche sugli aspetti linguistici delle opere di cui parla. L’altro aspetto che determina l’originalità della Storia universale già a livello progettuale è che – essendo scritta unicamente dalla penna di Prampolini – essa diventa espressione di una voce e di uno sguardo unitari: a differenza di altre storie universali composte unendo contributi di singoli specialisti, quella di Prampolini ha la specificità di poter collegare tra loro (come in una visione a volo d’uccello) epoche e mondi lontanissimi, creando connessioni e parallelismi inediti, dando la possibilità di afferrare differenze e somiglianze in un discorso ininterrotto.

La Storia universale della letteratura: polifonia e traduzioni

Il discorso della Storia universale è tuttavia polifonico, dal momento che, insieme alla voce di Prampolini (che si esprime sia attraverso il racconto vero e proprio sia attraverso la selezione dei testi), nell’opera parlano anche le voci degli autori scandinavi. Alla narrazione infatti si intercalano frequentissime traduzioni, spesso accompagnate dai testi originali. Passi di prosa, strofe di poesie, singoli versi o componimenti interi si intrecciano al racconto di Prampolini con grande eleganza. Solo un elenco può permettere di citare tutti gli autori tradotti: H.C. Andersen, Søren Kierkegaard, Herman Bang, Sophus Claussen, Johannes Jørgensen, Helge Rode, Jeppe Aakjær, Ludvig Holstein, Valdemar Rørdam, Thøger Larsen e Kai Hoffmann per la letteratura danese; Bjarni Thorarensen, Jónas Hallgrímsson, Sigurđur Breiđfjörđ, Bólu Hjàlmar, Steingrímur Thorsteinsson, Pàll Ólafsson e Stephan G. Stephansson per la islandese; Ivar Aasen, Henrik Ibsen, Sigbjørn Obstfelder, Olav Duun, Olav Bull, Arnulf Øverland, Tore Ørjasæter, Olav Aukrust per la norvegese; Bellman, Daniel Amadeus Atterbom, Gustaf Geijer, Esaias Tegnér, Erik Johan Stagnelius, Carl Jonas Love Almqvist, Johan Gustav Snoilsky, Victor Rydberg, Verner von Heidenstam, Gustav Fröding, Erik Axel Karlfeldt, Bo Bergman, Dan Andersson, Pär Lagerkvist, Erik Blomberg ed Erik Lindorm per la svedese; Mikael Lybeck, Arvid Mörne, Ragnar Ekelund, Jarl Hemmer, Edith Södergran e Henry Parland per la svedese di Finlandia.

Ci limitiamo a osservare che il racconto delle letterature scandinave nella Storia universale dà grande spazio all’Islanda, alle Faer-Oer, agli svedesi di Finlandia e agli scrittori di lingua nynorsk. Prampolini mostra particolare simpatia anche per gli scrittori che sanno servire le cause della collettività e impegnarsi politicamente e civilmente (Nikolai Grundtvig, Georg Brandes e molti scrittori proletari) e per coloro che cantano il popolo, i suoi luoghi e le sue tradizioni (come Hans Christian Andersen, Carl Michael Bellman e i neo-romantici svedesi – specialmente Gustaf Fröding e Selma Lagerlöf –, poi Johan Ludvig Runeberg, Zacharias Topelius, Ivar Aasen e Olav Duun).

Pur riconoscendone la genialità, non comprende appieno l’arte di Strindberg e Hamsun, nel cui individualismo nevrotico vede un limite: a Hamsun preferisce Kinck, mentre della vasta opera strindberghiana apprezza gli scritti meno polemici (in particolare le opere sull’arcipelago e il teatro post-inferno); anche di Ibsen e Bjørnson valorizza la grandezza artistica, che reputa però limitata «al loro tempo». Poi ci sono autori che ama al di fuori di ogni categorizzazione, quali Lagerkvist e Södergran. A parte la maggiore difficoltà nell’inquadrare e selezionare gli scrittori a lui contemporanei, sorprendente è l’accuratezza del racconto storico che accompagna quello letterario e la sensibilità nell’individuarne le svolte cruciali; inoltre, in controtendenza rispetto ai tempi, egli pone particolare attenzione a distinguere tra loro i paesi nordici, con le loro specificità – con rari ma significativi commenti anche sulle dinamiche della ricezione «latina».

Alla polifonia del testo partecipano inoltre le voci, che potremmo definire intertestuali, di tutte le fonti secondarie che Prampolini ha consultato e che appaiono sia nel tessuto testuale che in nota a piè di pagina. Le note sono un elemento paratestuale che – insieme all’esame della corrispondenza, dei diari e dei libri fisicamente presenti nella sua biblioteca – aiutano a ricostruire la storia della relazione di Prampolini con la Scandinavia. In nota l’autore dà spesso informazioni sulle traduzioni italiane già esistenti degli autori che sta trattando e menziona gli studi critici e le storie letterarie consultate (volumi perlopiù presenti nella sua biblioteca, insieme a molti dei testi originali trattati).

Una buona parte dei testi nordici della biblioteca sono contrassegnati dal marchio adesivo di Hoepli, la casa editrice presso cui l’autore ordinava i libri stranieri – e che frequentemente glieli forniva come forma di pagamento per le sue prestazioni. Al di là di questo canale di reperimento concreto dei libri, bisogna menzionare altre fonti e contatti: in primo luogo le riviste letterarie e i cataloghi che Prampolini riceveva per posta (ad esempio «Ord och Bild»). La maggior parte della sua collezione di periodici stranieri si trova ora nella biblioteca dell’Università di Urbino, che l’ha acquistata negli anni sessanta. Inoltre Prampolini aveva in Scandinavia due importanti contatti personali che gli fornivano non solo libri ma anche consigli e un punto di vista dall’interno: Lorentz Eckhoff e Antonio Nadiani. Lorentz Eckhoff (1884-1974), col quale Prampolini stringe una personale amicizia, è professore presso l’università di Oslo, studioso di letteratura inglese e francese e di storia culturale europea. Pubblica in Norvegia studi di rilevanza nazionale ed è molto attivo come divulgatore e traduttore. Spedisce personalmente molti testi nordici a Prampolini, riconoscibili perché corredati di dedica e firma. Antonio Nadiani (1906-1986), invece, è un pittore italiano, ma anche narratore, saggista e traduttore che, inviso al fascismo, negli anni trenta si trasferisce a Oslo, dove vive – lavorando ed esponendo in tutto il nord Europa – fino agli anni sessanta.

In conclusione a Prampolini, un intellettuale che è stato un lavoratore dell’editoria per quasi un ventennio, ma sempre da una posizione defilata, per indole schivo e refrattario agli eventi della cultura, va riconosciuto il grande merito di aver esplorato a fondo le letterature scandinave e di averle portate all’attenzione del pubblico italiano con operazioni diverse (tramite riviste, traduzioni per l’editoria e la Storia universale), traducendo – nella maggior parte dei casi per primo – direttamente dalle lingue originali. Il suo lavoro non solo è vasto e accurato, ma ci ha lasciato testi che ancora oggi presentano una grande godibilità, dovuta anche al suo talento di scrittore e poeta.

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