Numero 14 (primavera 2018) | Teorie

I Translation Studies e la teoria della traduzione in Russia

SPIRAGLI DI COMUNICAZIONE NELLA “CORTINA DI FERRO”

di Giulia Baselica

L’espressione Translation Studies, che designa una disciplina complessa costituita da elementi e apporti derivanti da numerose altre scienze (come la linguistica, la filologia, la lessicologia, la terminologia, la letteratura comparata, la filosofia, la storia, la semiotica e l’informatica), fu pronunciata per la prima volta dal traduttore e accademico statunitense James Stratton Holmes nel 1972. Nell’agosto di quell’anno Holmes, intervenendo al terzo congresso internazionale di linguistica applicata a Copenhagen, lesse una relazione intitolata The Name and the Nature of Translation (Il nome e la natura della traduzione). Egli intendeva proporre appunto un nome per una disciplina all’epoca – e forse ancora oggi – considerata “giovane”: un nome semplice ed esplicativo, o piuttosto la definizione di una categoria epistemologica marcatamente inclusiva, in opposizione a nomi che Holmes forse riteneva eccessivamente ambiziosi (Lambert 2006): Science of Translation, Traductology, Science de la Traduction, Traductologie, Übersetzungswissenschaft, Translationswissenschaft. Holmes si diffonde in un’interessante disamina dei nomi della traduzione impiegati all’epoca (Holmes 1988) – e, soprattutto, inadatti a identificare lo status della traduzione. Se da un lato Holmes tentava di confutare l’idea che la traduzione fosse un fenomeno ormai del tutto noto, che lo studio della traduzione potesse essere di natura esclusivamente teorica e che, infine, l’unico obiettivo delle ricerche condotte nel campo della traduzione fosse necessariamente la continua riconferma di un determinato assunto teorico, dall’altro si proponeva di scardinare la tradizionale, ancorché desueta, dicotomia fra teoria e pratica della traduzione. Dunque, osserva Holmes: The designation “Translation Studies” would seem the most appropriate of all those available in English, in its adoption as the standard term for the discipline as a whole would remove a fair amount of confusion and misunderstanding (Holmes 1988, 70: il termine Translation Studies sembrerebbe il più appropriato di tutte le denominazioni disponibili in inglese e la sua adozione come termine standard per definire la disciplina eliminerebbe, in buona parte, ambiguità e malintesi – traduzione mia).

Richiamando la definizione del linguista svizzero Werner Koller, secondo il quale Übersetzungswissenschaft ist zu verstehen als Zusammenfassung und Überbegriff für alle Forschunsbemühungen, die von Phänomenen ‘Übersetzen’ und ‘Übersetzung’ ausgehen oder auf diese Phänomene ziehen (Koller 1971, 4: scienza della traduzione è da intendersi come definizione generale e sommaria per indicare tutte le attività di ricerca il cui fondamento o il cui obiettivo sia costituito dai fenomeni di traduzione – traduzione mia), Holmes rileva la natura empirica della disciplina e, se le discipline empiriche – come osservava Carl Hempel (1965) – hanno il fine di descrivere i fenomeni e di stabilire conseguentemente leggi generali, i Translation Studies hanno un duplice obiettivo: 1) to describe the phenomena of translating and translation(s) as they manifest themselves in the world of their experience, and 2) to establish general principles by means of which these phenomena can be explained and predicted (Holmes 1988, 71: 1) descrivere i fenomeni del tradurre e della/e traduzione/i nella maniera in cui si manifestano nella realtà della nostra esperienza e 2) stabilire principi generali per mezzo dei quali tali fenomeni possono essere spiegati e previsti – traduzione mia).

Holmes precisa ulteriormente l’oggetto di indagine connesso con gli obiettivi della disciplina, così definendo le due branche, quindi i due orientamenti, dei Translation Studies: i Descriptive Translation Studies, che appunto assolvono il compito di «descrivere il fenomeno della traduzione secondo l’esperienza personale» (Mazzara 2004, 478); e i Theoretical Translation Studies, che invece mirano a «stabilire i principi generali attraverso cui detti fenomeni possono essere spiegati» (Mazzara 2004, 478). Holmes subito attribuisce ai Descriptive Translation Studies il ruolo preminente: Of these two, it is perhaps appropriate to give first consideration to descriptive translation studies, as the branch of the discipline which constantly maintains the closest contact with the empirical phenomena (Holmes 1988, 71: tra i due è forse opportuno assegnare importanza primaria agli studi descrittivi, in quanto branca della disciplina che costantemente mantiene il più stretto contatto con i fenomeni empirici – traduzione mia).

Nei Descriptive Translation Studies Holmes individua tre fondamentali indirizzi di ricerca: Product-oriented Descriptive Traslation Studies, cioè gli studi che, incentrati sul prodotto, prendono in esame traduzioni già esistenti; Function-oriented Descriptive Translation Studies, volti a indagare, e quindi a descrivere, la funzione che le traduzioni oggetto di analisi svolgono nell’ambiente socio-culturale in cui si collocano; Process-oriented Descriptive Translation Studies, il cui interesse fondamentalmente risiede nella descrizione del processo, o atto traduttivo, di what exactly takes place in the “little black box” of the translator’s mind (Holmes 1988, 72: ciò che precisamente ha luogo nella “scatolina nera” della mente del traduttore – traduzione mia).

Se da un lato, con la sua meticolosa riflessione comparativa, intendeva individuare un nome precisamente adatto a definire una scienza multidisciplinare, dall’altro nel rivelare – e rilevare – l’importanza della natura descrittiva di uno dei due orientamenti dei Translation Studies, Holmes ne determinava in realtà sineddoticamente la diretta ed esplicita identificazione: Hence the current interest in translation across a variety of disciplines, from linguistics to ethnography and from cultural studies to psychology, to name only few (Baker 2011, XIV: di qui l’attuale interesse per la traduzione che ritroviamo in svariate discipline, dalla linguistica all’etnografia e dagli studi culturali alla psicologia, per citarne solo alcune – traduzione mia).

È dunque forse proprio la stessa ampia – e forse inarrestabile – apertura epistemologica della scienza della traduzione a rendere necessitante la sua natura descrittiva: i Translation Studies nelle loro molteplici accezioni legittimano una ricerca di carattere esplorativo, dai confini potenzialmente infiniti, e correlazionale, in quanto orientata, per sua propria attitudine, a riconoscere le interrelazioni fra variabili diverse, senza stabilire specifici nessi causali.

In quegli stessi anni settanta il dibattito sovietico intorno, forse, non tanto al nome, bensì essenzialmente alla natura della teoria della traduzione, era vivace e fecondo e l’agone nel quale esso aveva luogo era una rivista specializzata, «Tetradi perevodčika» (I quaderni del traduttore). Su questo periodico venivano pubblicati ampi saggi dedicati agli aspetti teorici della traduzione; articoli inerenti alle questioni pratiche connesse con l’attività traduttiva; interventi di carattere didattico e contributi di argomento lessicografico (Picchianti, Jampol’skaja 1995). Come in Occidente, anche nella Russia sovietica si prendeva coscienza della necessità di definire lo status scientifico della teorija perevoda o in quanto scienza indipendente, oppure come sapere interdisciplinare collegato alla linguistica e alla critica letteraria; e nel maggio del 1975 – quindi poco meno di tre anni dopo il terzo congresso di linguistica applicata, nel quale il già ricordato Holmes aveva posto la questione del nome e della natura della traduzione – a Mosca, presso il Moskovskj Gosudarstvennyj Lingvističeskij Universitet, ebbe luogo un congresso scientifico panrusso intitolato Teorija perevoda i naučnye osnovy podgotovki perevodčikov (La teoria della traduzione e le basi scientifiche della preparazione dei traduttori). Oltre agli studiosi sovietici presero parte ai lavori congressuali accademici provenienti dalla Repubblica democratica tedesca, dalla Bulgaria e dall’Ungheria e i contributi presentati furono centoquarantanove (Komissarov 1976). Se al congresso di Copenhagen era stata proposta la nuova denominazione di Translation Studies, con l’annessa riflessione sulla natura descrittiva della ricerca sulla traduzione, a Mosca pareva ormai trionfare la teoria linguistica della traduzione. La maggior parte degli interventi otražajut rastuščij interes jazykovedov k osobennostjam funkcionirovanija jazykovych sistem pri perevode – etom važnom vide rečevoj kommunikacii (Komissarov 1976, 3: rifletteva il crescente interesse dei linguisti per le particolarità del funzionamento dei sistemi linguistici nel processo di traduzione, quale aspetto della comunicazione – traduzione mia).

Definitivamente superata è, nel dibattito sovietico, la dicotomia tra scienza e arte nella definizione della natura della traduzione e, soprattutto, è ormai priva di senso la domanda ontologica che nei decenni precedenti aveva dato origine alla riflessione sulla traduzione: Vozmožen li perevod voobšče? (Komissarov 1976,4; è possibile in generale la traduzione? – traduzione mia).

Un tema importante affrontato da numerosi relatori è poi quello della determinazione dei confini di questa nuova scienza, ancora in formazione: si discute, cioè, in merito all’idea di fondare una disciplina onnicomprensiva di tutti gli aspetti connessi con l’atto e l’esito del tradurre – comprendendo quindi i contributi scientifici provenienti dalla linguistica, dalla critica letteraria, dalla psicologia, ecc. – o, piuttosto, di restringerne il più possibile il campo e l’oggetto di indagine, attribuendole quindi una natura nettamente definita, presumibilmente linguistica. Anche se nel resoconto dell’evento congressuale di Mosca non veniva fatto alcun cenno né ai temi discussi a Copenhagen né, tanto meno, alla relazione presentata da Holmes – la cui rilevanza sarebbe stata riconosciuta in epoca post-sovietica (Polikarpov 2017) – è interessante constatare, in ognuna delle due culture separate e contrapposte dalla “cortina di ferro”, l’esigenza di interrogarsi sull’accezione epistemologica della scienza della traduzione.

Vilen Komissarov, traduttologo sovietico

Vilen Komissarov, studioso e teorico della traduzione, autore del già ricordato contributo sul congresso di Mosca, si diffonde ampiamente sul dibattito relativo all’importanza dell’approccio linguistico al fenomeno della traduzione, così annunciando non troppo implicitamente un atteso quanto radicale mutamento metodologico ed ermeneutico. Allo stesso Komissarov, autore di una notevolissima produzione scientifica costituita da più di cento titoli tra lavori scientifici e manuali didattici, si devono importanti esiti nella ricerca linguistica applicata alla traduzione: in particolare la teoria dei livelli di equivalenza, che egli espone nel saggio Slovo o perevode (Discorso sulla traduzione: Komissarov 1973). Tale teoria, che propone un modello complesso, si fonda sull’ipotesi di relazioni di equivalenza tra livelli analoghi: di contenuto, del testo originale e della traduzione. Tre sono i livelli fondamentali (livello dei segni linguistici, cioè delle parole; livello dell’enunciazione; livello della descrizione e della situazione) cui lo studioso aggiunge un ulteriore livello, quello dello scopo della comunicazione (Komissarov 1973), che parrebbe richiamare la Skopostheorie già illustrata dallo studioso tedesco Hans Vermeer e organicamente esposta nel saggio Grudlegung einer allgemeine Translationstheorie (Fondamenti di una teoria generale della traduzione). Il modello proposto e analizzato da Komissarov «descrive il processo della traduzione, dà i criteri per la valutazione della qualità della traduzione, spiega la variabilità e i criteri di scelta» (Picchianti, Jampol’skaja 1995, 68). I presupposti della teoria linguistica della traduzione erano già stati formulati nei due decenni precedenti: seminale l’articolo di Jakob Reeker O zakonomernych sootvetstvijach pri perevode na rodnoj jazyk (Sulle corrispondenze regolari nella traduzione nella lingua materna), pubblicato in Voprosy teorii i metodiki učebnogo perevoda, a cura di K. Ganšina e I. Karpov, (Moskva, Akademija Ped. Nauk SSSR, 1950), nel quale si configura la possibilità di individuare, nel processo traduttivo, dei fenomeni sistematici e ricorrenti fondati sulla dipendenza funzionale tra i fattori di ordine logico-semantico. Tre anni dopo apparve il noto e corposo volume di Andrej Fëdorov Vvedenie v teoriju perevoda (Introduzione alla teoria della traduzione). Nel 1941 questo celebre studioso aveva pubblicato la monografia O chudožestvennom perevode (Sulla traduzione artistica), in cui proponeva un’interpretazione di carattere linguistico-stilistico dei fenomeni di traduzione; ma già nel 1927, ancora studente all’Istituto di storia dell’arte, aveva pubblicato un non breve contributo intitolato Problema stichotvornogo perevoda (Il problema della traduzione della poesia) (Azov 2013). Nel nuovo contributo Fëdorov espone la propria concezione di «equivalenza», realizzata nella resa in lingua d’arrivo di tutti i significanti dell’originale, e di «equilinearità», intesa come riproduzione delle specificità di ogni struttura sintattica dell’originale.

Furono proprio i lavori di Fëdorov a porre le basi dell’approccio linguistico al processo e ai risultati della traduzione nell’Unione Sovietica degli anni cinquanta (Alekseeva 2008). Ma occorre osservare che un successivo contributo a tale orientamento si deve a un altro studioso russo, indotto a emigrare in Occidente da drammatiche circostanze e a condurre le sue ricerche lontano dalla madrepatria. Si tratta di Roman Jakobson, autore del saggio On Linguistics Aspects of Translation. Questa illuminante interpretazione dell’evento traduttivo con gli strumenti della ricerca antropologica, da lui acquisiti soprattutto in seguito all’incontro con Claude Lévi-Strauss, fu pubblicato nel 1959 nel volume On Translation, a cura di Reuben Arthur Brower.

Il saggio di Jakobson sarebbe apparso per la prima volta in versione russa sul finire degli anni settanta, precisamente nel 1978, in un volume intitolato Voprosy teorii perevoda v zarubežnoj lingvistike (Questioni di teoria della traduzione nella linguistica straniera). La cura del volume è del già ricordato Komissarov, che nel saggio introduttivo, Perevod kak ob’’ekt lingvističeskogo issledovanija (La traduzione come oggetto della ricerca linguistica), indica la ragion d’essere della raccolta, che appunto propone al lettore sovietico alcuni dei lavori pubblicati all’estero in materia di traduzione e costituisce il primo tentativo – precisa l’autore – di colmare, in qualche misura, la lacuna della produzione teorica e di orientamento linguistico pubblicata al di là dei confini sovietici nei venticinque anni precedenti. Alcuni dei saggi qui riprodotti si soffermano sugli aspetti traduttivi connessi con la linguistica generale; altri sui problemi dell’equivalenza; altri ancora analizzano vari metodi descrittivi del processo traduttivo o affrontano questioni di pragmatica o stilistica della traduzione. Se si presta attenzione agli autori e ai titoli dei contributi, si constata che i più avanzati esiti occidentali nella ricerca e nello studio scientifico della traduzione erano perfettamente noti agli studiosi sovietici. Nello sbornik, la raccolta, figuravano infatti le traduzioni russe, oltre che del già citato saggio di Jakobson (O lingvističeskij aspektach perevoda): di uno scritto di John Rupert Firth, esponente della teoria sistemica, Linguistic Analysis and Translation (in Selected papers of J.R.Firth, 1952-1959, Bloomington, Indiana University Press, 1968), come Lingvstičeskich analizis i perevod); del primo capitolo del saggio di Georges Mounin Les problèmes théoriques de la traduction (pubblicato nel 1963 per i tipi di Gallimard), intitolato La traduction comme contact des langues (Teoretičeskie problemy perevoda. Perevod kak jazykovoj kontakt); col titolo Lingvističeskaja teorija perevoda, di quattro capitoli del saggio A Linguistic Theory of Translation di John Catford (Oxford University Press 1965). Secondo Komissarov, Catford dimostra in maniera convincente che l’equivalenza traduttiva non consiste nella riproduzione dell’intero contenuto dell’originale, bensì designa un concetto semantico che occorre distinguere dalla nozione di «corrispondenza formale» fra le categorie delle due lingue (Komissarov 1978, 11). Il volume presenta, inoltre, un estratto del lavoro di Eugene Nida, Toward a Science of Translation (K Nauke perevodit’. Principy sootvetstvii), già recensito dallo stesso Komissarov nel 1971 sul numero 8 della rivista «Tetradi perevodčika». Il curatore della raccolta rileva l’importanza dell’approccio di Nida, caratterizzato dall’attenzione rivolta alla percezione del testo tradotto da parte del destinatario, questione all’epoca già divenuta centrale nella ricerca in linguistica pragmatica.

Non manca un accenno al modello teorico di Jean Paul Vinay e Jean Darbelnet, strutturato sull’analisi del processo traduttivo. Nel loro saggio del 1958, Stylistique comparée du français et de l’anglais. Méthode de traduction, recensito nel 1961 dalla rivista sovietica «Voprosy jazykoznanija» (n. 3), viene riprodotta la classificazione dei procedimenti traduttivi (Techničeskie sposoby perevoda). Tra gli altri contributi è importante ricordare ancora, e almeno, il testo di Katharina Reiss che, come si è già accennato, con Hans Vermeer ha fondato la Skopostheorie. Nello sbornik curato da Komissarov è riprodotto un capitolo tratto dal saggio Möglichkeiten und Grenzen der Übersetzungskritik (Possibilità e limiti della critica della traduzione), come Klassifikacija teksta i metody perevoda.

Se la sostanza del dibattito occidentale alimentava il confronto critico sovietico degli anni settanta, gli esiti significativi e innovatori, elaborati dagli studiosi sovietici di due decenni prima, avevano suscitato l’interesse di alcuni importanti teorici occidentali. Del già citato saggio di Fëdorov, Vvedenie v teoriju perevoda, tradotto in cinese nel 1954, giunse notizia in Francia, grazie ai contributi del traduttore e studioso Edmond Cary, in particolare gli articoli Théories soviétiques de la traduction (in «Babel», 3, (IV), 1957, pp.179-190) e Andrei Fedorov, Introduction à la Théorie de la Traduction (in «Babel», 5, (I), 1958, pp.19-20), i quali, a loro volta, attirarono l’attenzione del teorico Georges Mounin. Del saggio di Fëdorov, tuttavia, non esiste tutt’oggi in Occidente alcuna traduzione integrale e la sua influenza sugli studi dedicati alla traduzione è stata inevitabilmente limitata (Mossop 2013). Secondo Brian Mossop, proprio i fondamenti teorici della ricerca di Fëdorov, all’epoca considerevolmente originali, si collocano alla base: delle riflessioni espresse nel 1958 da Vinay e Darbelnet nell’omonimo modello caratterizzato dalla distinzione fra strategie e procedimenti traduttivi; della teoria della traduzione proposta da Nida e ispirata dalla sua opera di traduzione della Bibbia; dell’analisi esposta da Mounin; della visione teorico-pratica di Catford, che propone la fondamentale distinzione fra corrispondenza formale ed equivalenza testuale; del percorso di ricerca avviato dallo studio dell’equivalenza traduttiva, elemento distintivo della scuola di Lipsia.

Con il suo lavoro, opera eterogenea dedicata alla storia della traduzione, alle tipologie testuali e alla traduzione poetica – nella quale, se il concetto di equivalenza e quello di equlinearità non sono mai terminologicamente esplicitati come ekvivalentnost’ o ekvilinearnost’, sono tuttavia presenza immanente – Fëdorov pone i fondamenti dell’approccio linguistico al processo e ai risultati della traduzione (Alekseeva 2013), elaborando dunque per primo, come si è più sopra ricordato, una teoria scientifica della traduzione basata sulla linguistica. Individua pragmaticamente, nelle competenze essenziali del traduttore, cognizioni di carattere filologico, stilistico e – Fëdorov era lui stesso essenzialmente un traduttore letterario – metrico (Balliu 2005). La sua opera riscuote un importante successo, tanto che nel 1958 viene ripubblicata in una nuova edizione ampliata, e dieci anni dopo ricompare in una versione ulteriormente arricchita con il titolo Osnovy obščej perevoda (Fondamenti di una teoria generale della traduzione). La diffusione e la conseguente notorietà dei saggi di Fëdorov sono prova dell’ormai evidente declino dell’approccio letterario, dominante nella traduttologia sovietica fino alle soglie degli anni cinquanta (Balliu 2005) e poi ancora – anche se meno vigorosamente – alimentato da studi e ricerche condotti nel decennio successivo.

Appunto tra la metà degli anni cinquanta e la fine degli anni sessanta vennero pubblicati alcuni contributi teorici orientati verso l’approccio letterario, come il volume collettaneo Voprosy chudožestvennogo perevoda (Questioni di traduzione letteraria); nel 1959 venne avviata la pubblicazione periodica della rivista «Masterstvo perevoda» (Il mestiere della traduzione), dedicata alla traduzione letteraria, e poetica in particolare, nonché alla discussione di problemi concreti e di aspetti teorici. Il comitato redazionale era costituito da notissimi traduttori letterari come Ivan Kaškin, Samuil Maršak, Kornej Čukovskij, Givi Gačečiladze, Efim Etkind. Uscirono tredici numeri, dopodiché, nel 1985, la rivista cessò di esistere. Importante per l’incremento dell’attività traduttiva e per la maggiore diffusione della letteratura straniera in traduzione fu la comparsa, ancora nel 1955, della rivista, tuttora attiva, «Inostrannaja literatura» (Letteratura straniera), organo dell’Unione degli scrittori sovietici.

Per gli esponenti della teoria letteraria della traduzione tradurre significa creare in un’altra lingua una nuova realtà letteraria che rifletta la realtà estetica dell’originale: si coglie, qui, l’espressione della teoria leniniana del riflesso, con la conseguente preponderanza della stilistica contrastiva sulla linguistica comparata (Balliu 2005). Se, dunque, il pensiero è una funzione del cervello e la mente è un riflesso del mondo esterno (Lenin 1968), la traduzione o riproduzione di un’opera letteraria diviene il riflesso di una realtà esterna percepita e conosciuta dal traduttore, quindi ricostruita e collocata nel sistema letterario nazionale.

Della teoria letteraria della traduzione Rossel’s – studioso e critico letterario, traduttore dall’ucraino, dal polacco e dal ceco, curatore del già citato volume Voprosy chudožestvennogo perevoda – ci offre un’interessante prospettiva nel contributo intitolato V masterskoj perevodčika (Nel laboratorio del traduttore). Egli osserva innanzi tutto che pochi scrittori posseggono il dono dell’immedesimazione letteraria: tra i classici dell’Ottocento russo menziona soltanto Dostoevskij, autore di una versione giovanile del romanzo balzachiano Eugénie Grandet. E dell’epoca sovietica a lui contemporanea nomina una serie di prosatori – Leonid Sobolev, Sergej Borodin, Jurij Libedinskij, Nadežda Čertova, Kuz’ma Gorbunov, Vasilij Smirnov, Matil’da Jufit, Zinaida Šišova, Michail Nikitin, Konstantin Simonov, Aleksandr Borščagovskij, Aleksej Musatov – autori di traduzioni interlineari di opere appartenenti alle letterature nazionali sovietiche, i quali, tuttavia, nonostante la loro ottima conoscenza delle lingue straniere, rifuggono dall’impegno di tradurre in russo opere letterarie straniere (Rossel’s 1966). I capolavori delle letterature straniere, precisa Rossel’s, sono però accessibili al lettore russo grazie ai maestri della traduzione, ai professionisti che operano esclusivamente nel settore della traduzione letteraria. L’autore cita quindi il pensiero di Etkind: Perevodnaja proza sbrasyvaet okovy mertvoj knižnosti, ona obnovljaetsja za sčet živoj sovremennoj reči, ona priobretaet estestvennost’ i gibkost’ slovarja i sintaksisa, kotorye roždajutsja ne stol’ko iz knig, skol’ko iz žizni (Etkind 1963, 42: la prosa tradotta si scrolla di dosso i ceppi della rigidità libresca; essa si rinnova con l’impiego della lingua viva attuale, acquisisce quella naturalezza e quella flessibilità del vocabolario e della sintassi generate non tanto dai libri, quanto piuttosto dalla vita – traduzione mia).

Grazie ai traduttori letterari, continua Rossel’s, il pubblico russo dispone, per esempio, dei romanzi di Thomas Mann e delle opere dello scrittore estone Juhan Smuul. Ma, soprattutto, può leggere il romanzo The Catcher in the Rye di Jerome Salinger, pubblicato nella versione russa diRita Rajt-Kovaleva col titolo Nad propast’ju vo rži (Sul baratro nella segale) nella rivista «Inostrannaja literatura» (n. 11, 1960). Il romanzo è caratterizzato, puntualizza l’autore, da una prosa “serpeggiante”, che non costituisce, di per sé, un procedimento formale, bensì è la manifestazione – il riflesso – di una sostanziale insicurezza, di una problematica interazione comunicativa del protagonista e narratore con i suoi occasionali interlocutori. Rossel’s si addentra in una meticolosa analisi comparata di alcuni estratti del romanzo, sottolineando l’abilità della traduttrice nel realizzare un equivalente efficace, utilizzando le risorse della lingua russa per ricreare la realtà letteraria dell’originale nella lingua d’arrivo. Rossel’s afferma che l’obiettivo della traduzione è la realizzazione del principio della funzionalità, cioè della riproduzione della funzione del pensiero e dell’immagine, e non la sostituzione di elementi morfosintattici e lessicali con equivalenti linguistici. E tale realizzazione, conclude Rossel’s, risulta possibile soltanto in virtù dell’abilità letteraria di creare un mondo vivo, nel quale i personaggi agiscono secondo la propria natura.

Ancora – e già– negli anni cinquanta si profila nel panorama della traduttologia russo-sovietica una proposta conciliativa: si tratta della teoria della traduzione realista, formulata ed esplicitata da Ivan Kaškin, traduttore dalla lingua inglese, studioso di letteratura e di teoria della traduzione e poeta, nonché fondatore di una scuola di traduzione letteraria nei primi anni trenta. In un contributo del 1954 intitolato O metode i škole sovetskogo chudožestvennogo perevoda (Sul metodo e sulla scuola sovietica della traduzione letteraria), Kaškin descrive il compito del traduttore: esso consiste innanzi tutto nel conservare il volto dell’autore, conservando nello stesso tempo il proprio volto di onesto, giudizioso interprete della volontà dell’autore; nel non indebolire la forza, l’espressività, la figuratività dell’originale e nel non appesantire l’originale, se semplice e leggero. Esso consiste inoltre nel non arrecare danno, con la propria traduzione, alla lingua e alla letteratura russa, e nell’arricchirla, invece, con ciò di cui un’opera tradotta dispone appunto per arricchire la letteratura della lingua d’arrivo (Kaškin 1954). Kaškin identifica nel “metodo realistico” il procedimento per mezzo del quale il traduttore può portare a compimento la propria missione: i principi della veridicità e della concretezza storica, fondamento del realismo socialista, costituiscono per lo studioso e traduttore la migliore garanzia per una fedele resa dell’originale con tutti i suoi chiaroscuri e tutte le sue connotanti qualità letterarie. Il traduttore, precisa Kaškin, non realizza semplicemente una fotografia dell’originale, bensì compie un’assimilazione creativa. Tradurre realisticamente significa – conclude lo studioso – tradurre veridicamente, senza distorsioni, senza eccessive sottolineature di singoli dettagli, senza compiacimenti estetici, e mantenendo sempre salda la corretta visione d’insieme dell’originale. La traduzione letteraria, infine, sottostà sia alle norme della lingua d’arrivo sia alle leggi della creazione letteraria, in quanto l’opera tradotta diviene parte del patrimonio della lingua d’arrivo. Una teoria della traduzione letteraria dovrebbe dunque individuare, oltre a una propria stilistica, anche una poetica con vari stili di traduzione, tanto individuali – cioè propri di ogni singola opera – quanto di genere.

L’anno successivo, nel già citato volume Voprosy chudožestvennogo perevoda, Kaškin firma anche un saggio intitolato V bor’be za realističeskij perevod (Nella lotta per la traduzione realistica) ove dichiara che la definizione dell’aggettivo «realistica» attribuito al termine «traduzione» avvicina la teoria della traduzione letteraria ai criteri della letteratura del realismo socialista.

Kaškin cercò così di conciliare i due opposti orientamenti traduttologici in una costruzione teorico-pratica fondata su un approccio filologico, nella sua più ampia accezione (Balliu 2005).

In quegli stessi anni cinquanta anche le culture occidentali assistevano a un dibattito interessante e articolato – seppur non altrettanto caratterizzato, a differenza del dibattito sovietico, da orientamenti nettamente contrapposti – animato da filologi, linguisti e semiologi. Si comincia ad attribuire allo studio della traduzione lo status di disciplina scientifica: «ciò dipende dal fatto che a far emergere il primo vero interesse per la questione sono i tentativi di traduzione automatica attraverso computer» (Nergaard 1995, 5). La pratica della traduzione diviene oggetto di studio da parte di teorici di orientamento linguistico-filosofico e matematico, ed è importante ricordare gli articoli di Yehoshua Bar-Hillel, The Present State of Research on Mechanical Translation (Lo stato attuale della ricerca nella traduzione automatica) e Can Translation Be Mechanized? (La traduzione può essere automatizzata?), pubblicati rispettivamente nel 1953 nella rivista «American Documentation» e nel 1954 su «American Scientist». Sarebbero seguiti, nel decennio successivo, i contributi di Wilard Quine – che individuava una possibile relazione, risolutiva per i problemi traduttivi, tra la logica formale e il processo di traduzione – autore del saggio Word and Object del 1960 (pubblicato in italiano da Il Saggiatore, nella traduzione di Fabrizio Mondadori, Parola e oggetto, nel 1970); e di Noam Chomsky, che pur non occupandosi esplicitamente di traduzione, sostenendo l’universalità delle costruzioni grammaticali, fondamento essenziale dell’approccio generativista, induce, conseguentemente, a considerare ogni manifestazione linguistica come l’emanazione di un’unica entità, appunto universale, atta a rendere sempre possibile la comunicazione e, dunque, anche la traduzione. Nel 1965 il notissimo filosofo, linguista e teorico della comunicazione pubblica il saggio Aspects of the Theory of Syntax (Aspetti della teoria della sintassi).

Sempre negli anni cinquanta i già ricordati studiosi Vinay e Darbelnet propongono il modello tassonomico delle varianti in traduzione e Georges Mounin, nel 1955, pubblica il saggio Les belles infidèles (Le belle e infedeli), nel quale l’ultimo capitolo, intitolato Comment traduire (Come tradurre), propone la trattazione di una questione dall’autore ritenuta essenziale: quella dell’unità, nella traduzione, di lingua, di stile e di tono, quindi del problema dell’eterogeneità. La soluzione, per Mounin, consiste nella realizzazione dell’omogeneità, cioè dell’unità estetica della traduzione: efficace alternativa alla traduzione mot à mot, parola per parola, e alla belle et infidèle. Nel 1963 lo studioso francese si propone di affrontare scientificamente il problema della traduzione ponendo a confronto le teorie linguistiche di Bloomfield, Hjelmslev e Martinet: il suo tentativo di estrarre dagli studi di linguistica una possibile teoria della traduzione rappresenta un intento pressoché inedito che spiega, come si è visto, il suo interesse per i lavori del sovietico Andrej Fëdorov.

Un duplice, importante momento nella storia della teoria della traduzione è costituito in primo luogo dall’intuizione di Roman Jakobson, il quale riconosce nella traduzione una funzione primariamente comunicativa, per poi concentrarsi sul problema dell’equivalenza perfetta e totale nei tre tipi di traduzione da lui stesso individuati: la traduzione endolinguistica (o intralinguistica); la traduzione esolinguistica (o interlinguistica); la traduzione intersemiotica (Jakobson 1966). In secondo luogo dall’inedita quanto feconda visione del testo proposta da Jurij Lotman. Nel 1964 lo studioso di Tartu pubblicò un saggio destinato ad aprire vie ancora ignote nello studio del testo: Problema teksta (Il problema del testo, disponibile, nella traduzione di Margherita De Michiel, nel volume Teorie contemporanee della traduzione, a cura di Siri Nergaard, Milano, Bompiani, 1995). Il testo, in generale, in sé stesso non esiste: esiste in quanto relazione oppositiva a elementi strutturali extratestuali posta in un contesto determinato storicamente. Lotman è l’ iniziatore degli studi culturali russi, o kul’turologija, successivamente rielaborati dagli esponenti della scuola di Tel Aviv, come Gideon Toury e Itman Even Zoahr, i quali, rilevando la determinante importanza dei fattori sociali, ideologici e culturali, riconoscono nella letteratura tradotta un essenziale ruolo dialettico che continuamente si compie e si rinnova all’interno di un complesso polisistema. E sarebbero state proprio le tesi di Lotman a conferire ai Translation Studies un nuovo e più complesso orientamento. A questi ultimi Toury, in particolare, avrebbe offerto importanti contributi, come il saggio del 1980 In Search of a Theory of Translation (Tel Aviv University) e, soprattutto, il volume Descriptive Translation Studies, pubblicato quindici anni dopo (Amsterdam – Philadelphia, John Benjamins, 1995).

La riflessione intorno al problema della traduzione con percorsi e tempi diversi ha quindi in realtà dato luogo a un dialogo a distanza fra la traduttologia russa e i Translation Studies occidentali, a un confronto reciprocamente ispiratore e prodigo di sempre nuove e inattese aperture.

Riferimenti bibliografici

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