LTit Anteprima | Numero 14 (primavera 2018)

Tommaso Landolfi (Pico Farnese 1908 – Ronciglione 1979)

di Stefania De Lucia

La vita

1908 Tommaso Landolfi nasce il 9 agosto a Pico Farnese (allora in provincia di Caserta, oggi di Frosinone). Il padre, Pasquale, proviene da un’antica famiglia nobile di discendenza longobarda, è avvocato ma non pratica, ama l’arte e viaggia molto. La madre Maria Gemma Nigro, detta Ida, muore nel 1910.

1910-1916 L’infanzia è caratterizzata dall’assenza del padre e da continui spostamenti tra Roma, Pico e Napoli. A prendersi cura di lui sono principalmente la sorella del padre, Amalia, e le sue figlie, Rosina e Ida, detta Fosforina. La sua prima educazione è demandata a istitutori e a scuole private.

1917-1927 Il suo percorso scolastico è molto accidentato a causa degli spostamenti e dei tormentati rapporti familiari: nel 1917 è al ginnasio a Montepulciano, dove Fosforina ha ottenuto una cattedra, nel 1919 al collegio Cicognini di Prato, nel 1920 al Torquato Tasso di Roma, nel 1924 al liceo di Trieste, ospite di uno zio, dal 1925 di nuovo a Roma, al Mamiani. Studia da autodidatta le principali lingue europee e, inoltre, arabo, giapponese, sanscrito.

1927-1932 Nel 1927 si iscrive alla facoltà di Lettere di Roma con l’intenzione di studiare lingua e letteratura russa, ma nel maggio del 1928 la lascia per trasferirsi nell’ateneo di Firenze, dove al tempo non esiste quell’insegnamento. Ne prosegue lo studio da autodidatta con l’aiuto dello storico Nikolaj Petrovič Ottokar, che all’università in un certo suppliva a questa lacuna, e dell’amico Renato Poggioli. Frequenta inoltre Oreste Macrì, Carlo Bo e Leone Traverso, che diventeranno suoi riferimenti umani e professionali nel corso di quegli anni. Nel 1929 pubblica il suo primo racconto, Maria Giuseppa, sulla rivista fiorentina «Vigilie letterarie». Nel 1930 comincia anche la sua irrequieta vita notturna, votata al gioco d’azzardo, al biliardo e alle carte, a causa della quale accumulerà negli anni ingenti debiti. Si laurea il 17 novembre 1932 discutendo una tesi sulla poetessa, allora vivente, Anna Achmatova.

1933-1934 Trascorre un periodo in Germania tra Berlino, Colonia e Bonn. Stabilitosi a Roma, inizia a collaborare con riviste e periodici: pubblica la tesi di laurea su «L’Europa orientale», la rivista di Amedeo Giannini e Ettore Lo Gatto, mentre scrive saggi e recensioni su autori russi per il trimestrale «Occidente» e il settimanale «Italia letteraria», entrambi diretti da Armando Ghelardini; a quest’ultimo periodico collabora anche come redattore esterno, pubblicandovi anche traduzioni (da Heine e Villon).

1935-1937 Il 1935 è l’anno del suo esordio letterario: in aprile pubblica sull’«Italia letteraria» Dialogo dei massimi sistemi (poi in volume nel 1937 per Parenti, l’editore di «Solaria»), e in estate Morte del re di Francia sul mensile «Caratteri» di Mario Pannunzio. Tra i collaboratori di questa rivista compaiono molti dei letterati con i quali Landolfi lavorerà negli anni a venire, tra cui Arrigo Benedetti, Alessandro Bonsanti e Curzio Malaparte. Tornato a Firenze, frequenta assiduamente il caffè delle Giubbe rosse, dove gli amici Macrì, Bo e Traverso partecipano attivamente alla definizione del movimento ermetico. Tra le altre frequentazioni di quegli anni ci sono Carlo Emilio Gadda, Elio Vittorini, Gianfranco Contini, Arturo Loria, Mario Luzi, Alessandro Parronchi, Vasco Pratolini, Eugenio Montale, Alfonso Gatto, Antonio Delfini, Luigi Berti.

1938-1940 Nell’aprile del 1938 si ritrasferisce a Roma, dove inizia a scrivere per «Quadrivio», il «Meridiano di Roma», «Omnibus», «Oggi» e «Il Messaggero», continuando però a pubblicare su riviste letterarie come «Letteratura» di Bonsanti, «Corrente» di Ernesto Treccani, «Campo di Marte» di Pratolini e Gatto, e «Prospettive» di Malaparte. Nel maggio del ’39 pubblica Il Mar delle Blatte, per le Edizioni della Cometa di Roma, dirette da Libero de Libero, e in luglio, con La pietra lunare, già rifiutato da Bompiani, avvia la sua trentennale collaborazione con Vallecchi. Nel 1940 torna a vivere a Firenze.

1941-1942 Inizia la sua attività di mediatore di letterature straniere: pubblica la sua prima traduzione dal russo, I racconti di Pietroburgo, da (Peterburgskie povesti, 1842) di Gogol’, per «Il Sofà delle Muse», la nuova collana letteraria di Rizzoli diretta da Leo Longanesi; collabora all’antologia Germanica, che esce nel 1942, curata dall’amico Leone Traverso per la collana «Pantheon» diretta da Elio Vittorini per Bompiani, traducendo alcune fiabe dei fratelli Grimm e sei capitoli dal romanzo Heinrich von Ofterdingen (1800: Enrico di Ofterdingen di Novalis (il volume esce nel ’42); accetta inoltre l’incarico di curare, per la stessa collana, un’antologia di Narratori russi, alla quale chiamerà a collaborare tra gli altri Ettore Lo Gatto, Leone Ginzburg e Clemente Rebora. Propone inoltre a Vallecchi la traduzione dei Faux Démetrius di Prosper Mérimée, che uscirà nel 1944 col titolo I falsi Demetri e con una nota di Ettore Lo Gatto. Pubblica La spada, preceduta da una ristampa de “Il mar delle blatte” e altre storie (Vallecchi 1942).

1943-1944 Il 23 giugno del 1943 viene arrestato e rinchiuso per un mese nel carcere delle Murate di Firenze per alcune frasi di carattere antifascista pronunciate alle Giubbe Rosse. Dopo l’8 settembre sfugge con suo padre ai rastrellamenti dei tedeschi, ma il palazzo di famiglia a Pico diviene quartier generale prima delle truppe tedesche, poi di quelle alleate, e subisce gravi danni nei bombardamenti del maggio 1944. Pubblica nel 1943 il racconto Autunno sull’effimera rivista romana «Parallelo» e Il principe infelice da Vallecchi 1943.

1945-1947 Le sue finanze, solitamente disastrate, sembrano trovare sollievo in una fortissima vincita al gioco. Nel 1946 cura per Il Marzocco, insieme a Bo e Traverso, un’Antologia di scrittori stranieri per licei (in seguito ristampata col titolo Cosmopolis), per la quale traduce anche un brano dal Zapiski sumasščedšego, 1835 (Il Giornale di un pazzo) di Gogol’. Pubblica Le due zittelle (in «Il Mondo», 1945; poi Bompiani, 1946) e Racconto d’autunno (Vallecchi 1947).

1948 In giugno esce per Bompiani Narratori russi. Raccolta di romanzi e racconti dalle origini ai giorni nostri, a cui lavorava dal 1941: contiene sue traduzioni da Gogol’, Puškin, Turgenev, Dostoevskij, Tolstoj, Čechov e Bunin, molte delle quali verranno, negli anni successivi, pubblicate separatamente da diversi editori.

1949-1950 Nel 1949 cominciano i suoi soggiorni a Sanremo, intervallati da brevi ritorni a Pico e da soggiorni a Venezia e a Parigi. Nel 1950 cura con Mario Luzi per Sansoni una Anthologie de la poésie lyrique française di testi in lingua originale. Propone senza successo sia a Vallecchi sia a Rizzoli la traduzione di due racconti di Charles Nodier, uno dei quali, Inés de las Sierras, uscirà nel 1951 sul quotidiano fiorentino «Nuovo Corriere», diretto da Romano Bilenchi. Pubblica Cancroregina (in «Botteghe oscure», 1949; poi Vallecchi 1950).

1951-1958 Tornato a Roma, per garantirsi entrate regolari si dedica stabilmente alla “letteratura alimentare” del giornalismo: collabora prevalentemente col «Mondo» e, dal 1952 al 1954, col «Corriere della Sera». Nel 1955 sposa la giovanissima Marisa Fortini e il 19 maggio 1958 nasce la figlia Maria, detta Idolina. Pubblica La bière du pécheur (Vallecchi 1953), Ombre (Vallecchi 1954), La raganella d’oro (Vallecchi 1954, illustrato), Landolfo VI di Benevento (in «Paragone» 1956; poi Vallecchi 1959), Ottavio di Saint-Vincent (in «Il Mondo» 1956, poi, con la ristampa delle Due zittelle, Vallecchi 1958).

1959 Per l’estrema necessità di denaro si rassegna a dare inizio, suo malgrado, a un personale “decennio delle traduzioni”, accettando grossi incarichi da Einaudi, per cui cura le antologie di Puškin Poemi e liriche (1960) e Teatro e favole (1961, con introduzione di Angelo Maria Ripellino), le Liriche e poemi di Lermontov (1963, con introduzione di Ripellino), le Poesie di Tjutčev (1964, con introduzione di Ripellino) e Il viaggiatore incantato (Ouarovann’i strannik, 1873) di Leskov (1967). Contemporaneamente Vallecchi dà alle stampe traduzioni già realizzate già nel 1952, come Le nozze di Sobeide (Die Hochzeit der Sobeide, 1897) e Il Cavaliere della rosa (Der Rosenkavalier, 1910) di Hofmannsthal, nel quinto volume delle Opere di Hugo von Hofmannsthal curate da Leone Traverso (1959), la raccolta Racconti russi (1960, in gran parte ripresi dai Narratori russi di Bompiani), la versione integrale dell’Enrico di Ofterdingen di Novalis (1962, anche questo ripreso in parte da Germanica), e I ricordi dal sottosuolo (Zapiski iz podpol´ja, 1864) di Dostoevskij (1964, anch’esso tratto dai Narratori russi).

1961-1971 La sua carriera letteraria si avvia a una fase di pubblicazioni regolari e sempre più numerosi riconoscimenti. Escono Racconti (Vallecchi 1961), In società (Vallecchi 1962), Rien va (Vallecchi 1963), Un amore del nostro tempo (Vallecchi 1965), Racconti impossibili (Vallecchi 1966), Des mois (Vallecchi 1966), Faust ’67 (Vallecchi 1969), Gogol’ a Roma (Vallecchi 1971), ottenendo svariati premi letterari (Campiello, Bagutta, Marzotto, Pirandello). Nel dicembre 1961 nasce il secondo figlio, Landolfo (detto Landolfo VII). Nel 1962 Leone Traverso gli propone la cattedra di letteratura russa all’Università di Urbino, ma Landolfi rifiuta. Trascorre lunghi periodi nella casa di Pico, le cui condizioni dissestate, soprattutto nei rigidi mesi invernali, gli causano problemi di salute. Nel 1971 ha una crisi cardiaca.

1972-1979 Con l’uscita della raccolta di poesie Viola di morte si chiude la collaborazione con Vallecchi. Col suo nuovo editore, Rizzoli, pubblica nel 1974 i racconti di Le labrene, nel 1975 A caso, con cui vince il Premio Strega, e nello stesso anno la traduzione di Smert’ Ivana Il’iča di Tolstoj (1886: La morte di Ivan Il’ič), già apparsa nei Narratori russi Bompiani. Le sue condizioni di salute peggiorano. L’8 luglio 1979 muore a Ronciglione, nel viterbese, per enfisema polmonare.

Tommaso Landolfi e la letteratura tedesca

Gli inizi da autodidatta e l’officina fiorentina

Esistono pochi indizi di quando e come Landolfi si sia avvicinato alla lingua e alla cultura tedesca. Le indicazioni dei libri letti già in adolescenza testimoniano di una precoce apertura alle letterature straniere, in particolar modo a quella francese e inglese, ma le tracce che Idolina Landolfi, instancabile e puntuale biografa del padre, fornisce in tal senso possono essere solo parziali, perché durante i rastrellamenti e le successive occupazioni della casa di famiglia a Pico negli anni quaranta la ricca e preziosa biblioteca familiare è stata ampiamente saccheggiata.

La mancanza di fonti fa sì che nella biografia dell’autore non siano riscontrabili, almeno fino al 1928, tracce concrete di un interessamento alla letteratura tedesca. È verosimile che i primi contatti sistematici con gli attori, i mediatori e gli esperti di quel mondo culturale inizino durante gli anni universitari, e che a Roma abbia seguito le lezioni del germanista Giuseppe Gabetti, allievo di Arturo Farinelli e come lui studioso del romanticismo tedesco, che potrebbero aver contribuito ad accendere il suo interesse per quel periodo storico-letterario.

È tuttavia il trasferimento a Firenze e la frequentazione non tanto dell’università – dove pure la cattedra di letteratura tedesca è tenuta da Guido Manacorda, maestro di gran parte degli ermetici – ma della scena letteraria cittadina a influire in maniera decisiva sulla sua formazione. Lì Landolfi si lega in particolare a Renato Poggioli, a Carlo Bo e a Leone Traverso, che proprio a Firenze cominciava in quegli anni la sua attività di traduttore dal tedesco. È in questo momento che il suo interesse per la lingua tedesca sembra concretizzarsi, al punto da cominciarne lo studio da autodidatta.

Se all’apprendimento delle lingue straniere è mosso da un interesse generale per i meccanismi che governano la nascita e lo sviluppo del linguaggio, è ipotizzabile che a spingere Landolfi verso la letteratura tedesca sia anche il desiderio di approfondire la conoscenza di quelle scritture eccentriche, di quegli autori romantici e decadenti, di quegli aspetti metafisici e onirici ai quali, in quegli stessi anni, le avanguardie letterarie attribuivano grande attenzione.

Il soggiorno in Germania

Qualche mese dopo la laurea, il 1° maggio 1933, Landolfi parte per Berlino, ma il suo soggiorno – durante il quale allo studio della lingua e all’esplorazione della città preferirà la frequentazione delle sale da gioco e delle donne, come descritto tra le pagine di Des mois – si interrompe bruscamente nel mese di giugno, quando si trova costretto a raggiungere il padre a Parigi per chiedergli altro denaro. La somma ricevuta gli consentirà di proseguire il suo viaggio dapprima verso Colonia e infine, attirato dalla pubblicità di un nuovo tipo di roulette, alla volta di Bonn, dove dilapiderà le ultime risorse, trovandosi costretto a far ritorno in Italia (Des Mois, 1966, ora in Landolfi 1992, II, 711-712).

Dai romantici a Kafka: le recensioni e le prime opere

Con il rientro in Italia inizia la collaborazione con riviste e periodici. Landolfi scrive prevalentemente di letteratura russa e francese, e le sue incursioni critiche nel mondo della cultura tedesca sono assai circoscritte. Nel 1935 recensisce sull’«Italia letteraria» l’Antologia lirica dlle migliori traduzioni italiane dei versi di Heinrich Heine pubblicata da Mondadori a cura di Tomaso Gnoli e Amalia Vago nel 1934; ma solo nel 1940 scrive su «Oggi» della Principessa Brambilla, la traduzione di Alberto Spaini da Prinzessin Brambilla di E.T.A. Hoffmann (1820), pubblicata allora Einaudi, e del romanzo Jons e Erdme di Hermann Sudermann, tradotto da Lucia Paparella per Sperling & Kupfer l’anno prima.

Le sue letture tedesche sono tuttavia ben più ampie e, come dimostrano Il dialogo dei massimi sistemi (1935) e La pietra lunare (1939), si estendono dai classici del romanticismo a Kafka, fissandosi su autori sui quali, in quegli stessi anni, va concentrandosi l’attenzione dei letterati della sua cerchia. Nel racconto Il babbo di Kafka (1939), Landolfi propone una sua personale interpretazione del rapporto tra Kafka e il genitore, inscenando, con una significativa inversione di ruoli, la surreale situazione rappresentata nella Metamorfosi.

Quando nel 1939 pubblica Il Mar delle Blatte e altre storie la critica osserva che, fatta eccezione per qualche eco dannunziana, la sua scrittura non può essere ricondotta a nessuna delle principali tendenze della letteratura italiana contemporanea. Le sue vaste letture complicano la possibilità di riconoscervi in modo univoco influssi e modelli: sebbene il rapporto con la letteratura russa abbia innegabilmente un ruolo primo piano, Landolfi conduce un gioco di rispecchiamenti tra opere di lingue e culture differenti.

In tale gioco è difficile stabilire collegamenti diretti con la letteratura tedesca, tranne nei pochi casi in cui i riferimenti sono esplicitati in epigrafe (si veda la frase tratta dai Discepoli di Sais di Novalis che apre La pietra lunare), in cenni più o meno diretti all’interno dei diari (Rilke, Hölderlin, Lenau) o in collegamenti intertestuali più o meno esplicitati (cfr. Baccelli 2001).

Le traduzioni per Germanica

La traduzione, come il giornalismo, è per Landolfi un’attività di ripiego: è sostanzialmente per denaro che, intorno al 1940, inizia a tradurre, pressoché contemporaneamente dal russo e dal tedesco.

Gli sforzi che negli anni profonde nell’apprendimento di numerose lingue al fine di poterne leggere i testi nella versione originale, testimoniano della sua concezione elitaria dell’arte. Ai suoi occhi il lavoro di traduzione si giustifica solo per due motivi: da un lato l’uso strumentale della letteratura tradotta, vale a dire il suo valore divulgativo, che è tanto più alto quanto di minore diffusione è la lingua da cui si traduce (e per lui il tedesco, come il russo, è ancora, a quei tempi, una lingua troppo poco diffusa: cfr. Landolfi 1935); dall’altro il fatto che la traduzione a cura di uno scrittore già consacrato – come nel suo caso – costituisce un’attività abbastanza ben remunerata.

Il suo esordio come traduttore dal tedesco avviene nell’ambito dalla collana di antologie «Pantheon» di Bompiani, diretta, a partire dalla fine degli anni trenta, da Elio Vittorini. Sarà proprio quest’ultimo ad affidare all’amico di conversazioni alle Giubbe Rosse la cura di un volume dedicato ai Narratori russi, che avrà lunga gestazione a causa della difficoltà di reperire i testi in lingua originale per le traduzioni. Nel frattempo Landolfi ha tempo di accogliere l’invito a collaborare all’antologia di scrittori tedeschi, Germanica, destinata alla stessa collana e affidata all’amico Leone Traverso. Ben consapevole del suo interesse per il romanticismo, Traverso affida a Landolfi una selezione dalle Kinder- und Hausmärchen dei fratelli Grimm e una scelta di capitoli dallo Heinrich von Ofterdingen, il romanzo incompiuto di Novalis.

Landolfi consegna i testi a lui affidati in tempi molto rapidi. Su impulso di Vittorini, che vorrebbe pubblicare l’Ofterdingen nella collana «Corona» di Bompiani, traduce il testo interamente, rimettendo all’amico Traverso una scelta di sei capitoli (I, II, V, VI, VII, VIII). I materiali inizialmente non richiesti restano nel cassetto per quasi un ventennio e il romanzo uscirà solo nel 1962, sempre per intercessione di Traverso, nella «Collana Cederna» di Vallecchi. Nel vasto corpus dei fratelli Grimm, invece, Landolfi offre le fiabe Fiordirovo, Cappuccetto rosso, Giandiferro, Talleri di stelle, La Luna, La ragazza senza mani, Pidocchietto e Pulcetta. Nella selezione trovano posto gli elementi tematici, gli espedienti narrativi, la tipologia di personaggi e la qualità di linguaggio più affini ai gusti e allo stile della prosa landolfiana (Malagoli 2016). Proprio per questo motivo lo scrittore difenderà strenuamente la sua versione delle fiabe dalle correzioni di Traverso, pregandolo di non alterare il tono della traduzione con interventi redazionali.

Dal carteggio intercorso tra Traverso e Landolfi per Germanica si evince che nei piani originari a Landolfi era stata affidata anche la traduzione di una selezione di testi di Hölderlin, mai portati a termine. Le cause possono essere diverse. Da una parte il personale interesse di Traverso per Hölderlin, di cui in quegli anni sta traducendo le poesie, può aver indotto il curatore a tenerne i testi per sé; dall’altra le richieste economiche di Landolfi sono assai pressanti, e le restrizioni di tempo che impone a Traverso a causa dei suoi concomitanti impegni con la raccolta dedicata ai russi impongono un’organizzazione severa dei tempi di lavoro. Mentre Hölderlin viene escluso dalla rosa degli autori selezionati per Germanica (Landolfi, 2015/I, 29-30), i due amici discutono delle modifiche che è necessario apportare alle traduzioni consegnate.

Le correzioni che Traverso apporta ai testi, infatti, non sempre incontrano l’accordo incondizionato di Landolfi: questi autorizza il collega a intervenire sui testi senza remore quando il senso del discorso risulta mal compreso, ma lo invita anche a non toccare assolutamente il «piglio narrativo» che era la parte più originale del suo lavoro, lasciando intatti gli eventuali arcaismi con l quali aveva volutamente «infiorato» la sua versione (Landolfi, 2015/I, 31).

Nonostante i tempi stretti e gli screzi con Traverso, la qualità del lavoro svolto per Germanica spinge Elio Vittorini a cercare la collaborazione di Landolfi per un nuovo progetto. Nel 1943, infatti, intercede per una sua partecipazione all’antologia Teatro tedesco affidata, anch’essa per Pantheon, alle cure di Giaime Pintor. Il testo che gli propone è Der gestiefelte Kater (1797: Il gatto con gli stivali) di Ludwig Tieck, ma Landolfi rifiuta: in quel periodo sta lavorando al romanzo Le due zittelle e deve inoltre trascorrere un mese in carcere per alcune supposte asserzioni antifasciste. Nel dicembre dello stesso anno lo scrittore vede finalmente uscire a stampa il racconto per ragazzi Il principe infelice, un testo fortemente influenzato dalla struttura del romanzo romantico tedesco e, in particolare, dall’Ofterdingen di Novalis.

Il lavoro su Hofmannsthal: una certa idea di traduzione

Trascorrono i tre anni ulteriori di guerra prima che Landolfi si impegni in una nuova esperienza di traduzione dal tedesco. Per rispondere alle sempre pressanti necessità economiche, infatti, nel 1946 accetta una nuova richiesta dell’amico Traverso, che gli commissiona la traduzione di due drammi per le Opere di Hugo von Hofmannsthal, che sta pubblicando a sua cura: Le nozze di Sobeide (Die Hochzeit der Sobeide, 1897), un dramma di ambientazione orientale, ancora oggi poco noto, e il più celebre libretto d’opera per Rochard Strauss Il Cavaliere della rosa (Der Rosenkavalier, 1910). Il lavoro, terminato in tempi brevissimi, vedrà la luce in volume solo nel 1959, nella «Collana Cederna» di Vallecchi.

La traduzione di Hofmannsthal è un esempio di quanto la qualità del lavoro offerto dal Landolfi non corrisponda sempre a un apprezzamento per l’autore tradotto. Nelle lettere a Traverso di quegli anni egli non nasconde tutta la sua antipatia per i testi dell’austriaco:

Il mio disinteresse per codesto poeta è […] sovrano e sovranamente sdegnoso (altro non aggiungo per non apparire insolente; mi riserbo semmai di rendere tale disinteresse di pubblica ragione, onde i posteri non abbiano a credere che anch’io ho preso sul serio il tipo). […] Ma troppe parole, con te, non convien spenda: tu sai benissimo che al traduttore è richiesta, se non una certa affinità coll’autore tradotto, almeno una certa dose di tolleranza nei suoi riguardi. Dice che sono uno spirito disponibile, e sta bene, ma anche la disponibilità (o le disponibilità, e noi lo sappiamo, ahimè) ha un limite (citato in Landolfi 1996, 10).

Nonostante ciò conduce il suo lavoro osservando il principio di assoluta «fedeltà al testo cui ogni cosa è subordinata e sacrificata» che ha sempre applicato nei suoi lavori (Landolfi 1982, p. XXI).

Seppure esigue di numero, la qualità e le modalità con cui Landolfi condusse le sue traduzioni dal tedesco testimoniano come considerasse il prodotto finale. Nelle lettere a Traverso confida le sue difficoltà linguistiche, formali, poetologiche e si rimette al suo giudizio e alle sue correzioni, pregandolo, tuttavia, di non «alterare quel po’ di piglio che è l’unica risorsa d’una versione in fondo così piatta e normale» (citato in Landolfi 1996, 9). Questo perché, come scrive parlando del Cavaliere della rosa, «non occorre rammentarti che noialtri, se sbagliamo, lo facciamo sulla scorta di compiute teorie, e siamo in grado di batterci fino alla fine dei secoli per la menoma particolarità dei nostri testi! E in ogni caso, mi valga il noto principio che “a bischero testo, bischera versione”» (citato in Landolfi 1996, 9; cfr. anche Landolfi 2005 e Farina 2015).

Quanto Landolfi traduttore amasse o meno l’autore che di volta in volta si trovava a trasporre poco importa: del suo lavoro egli mirava a difendere innanzitutto il personale «piglio», o «tono», come lo chiama in altri scritti, inteso come la capacità di plasmare la lingua d’arrivo alle necessità del testo di partenza. Il fine era quello di stemperare le asperità della lingua straniera facendo giusto impiego dell’inventiva, della varietà dei registri linguistici, della pragmatica alla quale il testo rimandava e che doveva in traduzione adattarsi a nuovi contesti linguistici, culturali e prossemici. Difendere il «piglio», potremmo concludere, è lo stratagemma che Landolfi adotta per ritrovare se stesso nel testo degli altri.

Bibliografia

Baccelli 2001: Monique Bacelli, Landolfi e il Romanticismo tedesco (traduzione di Idolina Landolfi), in Idolina Landolfi, Ernestina Pellegrini, Gli ‘altrove’ di Tommaso Landolfi. Atti del Convegno di studi, Firenze 4-5 dicembre 2001, Roma, Bulzoni, 2004, pp. 205-232

Farina 2015: Mariagrazia Farina, Tommaso Landolfi e il «Bischeraccio della rosa». Hugo von Hofmannsthal tradotto dallo scrittore di Pico, in «Italienisch. Zeitschrift für italienische Sprache und Literatur», 73 (1), pp. 57-77

Landolfi 2005: Andrea Landolfi, Il malinteso felice. Tommaso Landolfi traduttore di Hofmannsthal, in «Studi germanici», n.s. XLIII, pp. 459-471

Landolfi 1996: Idolina Landolfi, L’infernale lavoro del Landolfi traduttore, in «La scrittura», a. I, n. 2, pp. 6–14

– 2015: Idolina Landolfi, «Il piccolo vascello solca i mari». Tommaso Landolfi e i suoi editori. Bibliografia degli scritti di e su Landolfi (1926-2006), Fiesole, Edizioni Cadmo, 2 voll.

Landolfi 1935: Tommaso Landolfi, Traduzioni poetiche, in «L’Italia letteraria», a. XI, n. 8, 23 febbraio, p. 2

– 1982: Tommaso Landolfi, Introduzione a Aleksandr S. Puškin, Poemi e liriche, Versioni, introduzioni e note di Tommaso Landolfi, Einaudi, Torino [1960], p. XXI

– 1991-1992: Tommaso Landolfi, Opere, 2 voll., a cura di Idolina Landolfi, prefazione di Carlo Bo, Rizzoli, Milano

Malagoli 2016: Roberta Malagoli, Il manoscritto volante. In margine a Tommaso Landolfi traduttore dei Grimm, in «Studi Germanici», 10, pp. 173-198