Numero 17 (autunno 2019) | LTit Anteprima

Enrico Rocca

Gorizia, 10 gennaio 1895 – Roma, 20 luglio 1944

di Stefania De Lucia

La vita

1895 Enrico Lino Jaakov Biniamin Hon-Ashir Rocca nasce il 10 gennaio in una famiglia della borghesia cittadina ebraica di Gorizia, la città della madre, Beatrice Gentili, detta Bice. La donna, casalinga, è nipote del rabbino Salomon Gentili. Ettore, il padre, è un agente cambiavalute originario del ferrarese. Tra i cugini di Enrico si annovera il filosofo Carlo Michelstaedter.

1910 Mentre frequenta scuole tedesche, Enrico coltiva la sua passione per la letteratura. Il 29 maggio, la sua poesia Primi versi viene pubblicata tra le pagine del «Corriere friulano».

1913-1916 Si trasferisce a Venezia per frequentare la facoltà di Lingue e letterature straniere della Ca’ Foscari. Si unisce a gruppi di studenti irredentisti e interventisti che lo distraggono dallo studio.

1915 Insieme ai suoi colleghi universitari, fonda il giornale di propaganda «La guerra» e nello stesso anno, allo scoppio del conflitto, si arruola come volontario nel reparto di fanteria dell’esercito italiano come tenente di complemento.

1916 L’8 agosto, sul Monte Sabotino, viene ferito superficialmente alla testa.

1917 Il 14 maggio, sul Monte Cucco, scampa alla morte grazie all’intervento di un commilitone. Congedato a causa della ferita al braccio, si stabilisce a Roma, dove conosce Livia Pietravalle (1890-1972). Figlia di Michele Pietravalle, deputato radicale molisano, e sorella della scrittrice Lina, Livia è laureata in lingua e letteratura francese ed è già sposata, ma questo matrimonio finisce in seguito alla morte dell’unico figlio della coppia.

1919 Il 23 marzo partecipa alla fondazione dei Fasci di combattimento in piazza San Sepolcro a Milano.

1920 Assume la direzione del periodico «Roma futurista» insieme a Giuseppe Bottai e Guido Calderini e, in un secondo momento, Giacomo Balla e Gino Galli. Collabora inoltre alla redazione dei periodici «L’Ardito» e «La Fiamma».

1921 Per i tipi dell’editore romano Berlutti nel 1921 esce il suo primo romanzo, Sei mesi di sole, ispirato dai ricordi di guerra. Inizia la collaborazione con il periodico «Il Popolo di Trieste».

1922 Per la Casa Editrice de «L’Ardito» esce la raccolta di racconti Il mio cuore all’asta.

1923 Dopo la morte di Michele Pietravalle in un attentato camorristico, Livia ed Enrico si trasferiscono in un piccolo appartamento della capitale.

1924 Entrato nella redazione del periodico «Il Popolo d’Italia», viene mandato da Mussolini in Sudamerica, in qualità di portavoce della cultura italiana. L’inizio della collaborazione con le riviste «Augustea» e «Impero» coincide con un progressivo prendere le distanze dai metodi violenti adottati dal movimento fascista.

1926 Presso la casa editrice Alpes di Milano, presieduta da Arnaldo Mussolini e diretta da Franco Ciarlantini, esce Avventura sudamericana, racconto della sua esperienza di viaggio del 1924. Per Campitelli di Foligno appare invece la sua prima traduzione letteraria, il Golem di Gustav Meyrink. Rinuncia agli incarichi di giornalista politico e prende a collaborare, spesso solo per brevi periodi, alle pagine culturali e letterarie di un corposo numero di riviste e di quotidiani, tra cui: «Critica fascista», «Lavoro d’Italia», «Popolo d’Italia», «Nuova Antologia», «Il Resto del Carlino», «L’Italia Letteraria», «Pègaso», «Scenario», «Pan», «Almanacco letterario», «Prospettive», «Radiocorriere», «Panorama», «Mercurio», «La fiera letteraria», «Il Baretti», «La Stampa», «La Gazzetta del popolo», «Il Dramma», «Il Mattino».

1927 Il 30 agosto 1927 nasce la figlia Lilia, detta Lilla.

1928-1935 Già dalla metà degli anni venti e per tutti gli anni trenta viaggia molto per questioni personali e di studio. Si muove tra Italia, Germania e Austria, dove ha modo di incontrare intellettuali, poeti e scrittori con i quali avvia un solido e fattivo scambio d’idee. Tra i nomi che maggiormente ricorrono nei discorsi e carteggi di quegli anni compaiono quelli di Italo Svevo, Joseph Roth, Ada Negri, Massimo Bontempelli, Ferruccio Vecchi, Ugo Ojetti, Giuseppe Prezzolini e, non ultimo, Stefan Zweig. Gli anni trenta sono segnati da un’ulteriore perdita familiare: mentre è ospite nella sua casa romana, il cugino Emilio Michelstaedter, fratello di Carlo, si toglie la vita.

1930 assume la direzione del «Lavoro fascista», organo dei sindacati fascisti, poi delle corporazioni.

1931 collabora alla realizzazione di un quaderno della rivista tedesca «Literarische Welt» dedicato all’Italia.

1933 Mondadori pubblica la sua traduzione di Der Rabbi von Bacharach di Heinrich Heine (Il Rabbi di Bacharach e altri racconti).

1935 Parte degli appunti raccolti nei viaggi in Austria confluiscono nella rubrica Taccuino austriaco, pubblicata sul «Lavoro fascista».

1936 Tiene un corso teorico sui generi radiofonici e sul radioteatro presso il centro di formazione collaboratori dell’Eiar, l’ente progenitore della Rai.

1938 Mentre i materiali delle lezioni tenute nel 1936 confluiscono nel volume Panorama dell’arte radiofonica, edito da Bompiani, la promulgazione delle leggi razziali lo colpisce sia sul piano personale, impedendogli la prosecuzione dell’unione con Livia, sia su quello lavorativo. In seguito alla nuova regolamentazione delle professioni per gli ebrei, infatti, viene allontanato dalla direzione del «Lavoro fascista», continuando la collaborazione, ma si vede costretto a firmare i suoi lavori solo con una sigla. Per proteggere la figlia dalle discriminazioni, Enrico e Livia – con la complicità di un sacerdote di Fiume disposto a retrodatare lo svolgimento del rito – la battezzano con rito cattolico.

1939-1940 Il suo nome compare nuovamente nell’elenco aggiunto all’«Annuario della stampa italiana»: probabilmente seguendo il consiglio di numerosi colleghi, Enrico ha accettato di entrare nel gruppo degli ebrei discriminati grazie ai meriti giornalistici conquistati ai tempi della sua adesione alla politica del regime. Interrompe il lavoro per una Storia della letteratura tedesca dal 1870 al 1933, che verrà pubblicata postuma nel 1950 da Sansoni.

1940 Ignorando il divieto di matrimonio misto, Enrico e Livia si sposano con rito cattolico nell’Abbazia di Montecassino. La trascrizione delle nozze avverrà solo dopo la morte di Enrico. Grazie all’amicizia con Bottai, prosegue il suo incarico al «Lavoro fascista», presso il quale ha anche un ruolo da bibliotecario. Fino al 1943, usando lo pseudonimo di Rocco Airone, scrive per la «Domenica del Lavoro fascista». Si occupa di numerosi aspetti dell’industria dell’arte e dello spettacolo, di personaggi noti come attori e cantanti ma anche di professionisti come truccatori, rumoristi e suggeritori. È in questo stesso anno che Enrico inizia la stesura del suo diario intimo (pubblicato postumo nel 1964, grazie alle premure dell’amico Alberto Spaini, con il titolo La distanza dei fatti)e si distacca definitivamente dal fascismo.

1942 In seguito al decreto di esclusione degli ebrei dalle professioni legate al campo dello spettacolo, il 13 marzo 1942 Rocca viene licenziato dal «Lavoro fascista»; sbarcherà il lunario grazie al lavoro di traduzione firmato con il nome della moglie. Nello stesso anno apprende che l’amico Stefan Zweig e la moglie si sono tolti la vita in Brasile.

1943 Raggiunto in Molise dalla notizia dell’arresto di Mussolini, Enrico fa ritorno a Roma, dove scopre che i colleghi giornalisti lo hanno nominato direttore di «Il Lavoro italiano», nuova denominazione del «Lavoro fascista». Rocca lo dirige fino a quando la gestione del quotidiano passa ai sindacati liberi che si stanno ricostituendo: egli non intende richiedere nessuna tessera di partito, come sembrerebbe imporre la nuova situazione e, con il titolo Congedo, il 27 agosto pubblica il suo ultimo articolo.

All’arrivo dei tedeschi dopo l’armistizio dell’8 settembre, sfugge miracolosamente alla cattura e riesce a mettersi in salvo in Molise. In quel periodo riprende insieme alla figlia lo studio della lingua inglese e usa le nuove competenze per sostenere la sua famiglia impartendo lezioni d’italiano a soldati britannici.

1944 Il commediografo romano Edoardo Anton lo invita a unirsi a un gruppo di intellettuali (tra cui Mario Soldati, Riccardo Freda, Arnoldo Foà, Leo Longanesi) attivi presso la radio di Napoli, appena liberata dagli anglo-americani. Rocca vi cura quotidianamente una rubrica politica dal titolo Un italiano vi parla, rivolta a quanti, al Nord, sono ancora sotto l’occupazione tedesca. Tornato a Roma per motivi familiari il 24 giugno, trova il suo appartamento occupato da un individuo che, sulla base di alcune lettere autografe di Mussolini che Rocca aveva ricevuto ai tempi della loro collaborazione, lo denuncia come fascista. L’accusa comporta il sequestro delle carte e il tracollo psicologico di un fisico già debilitato da una forma di epatite virale: il 20 luglio Enrico Rocca pone fine alla sua vita gettandosi dal quarto piano della sua palazzina.

A casa in due lingue

Nato in una Gorizia ancora parte del territorio asburgico, Enrico Rocca cresce bilingue per decisione della madre che sogna per lui «un futuro da maestro, che in Austria era pagato bene, o un tranquillo seggio di giudice» (Rocca 1964, 43; cfr. anche Lunzer 1996a ). Enrico non apprezza i metodi didattici della k. k. Staats- Oberrealschule, la scuola imperialregia che sua madre ha scelto per lui e dalla quale viene espulso a causa dei contrasti con un insegnante.

Sin dalla prima infanzia ha ereditato dal padre uno spirito di libertà e autonomia, ama l’Italia, dove spera di poter vivere sottraendosi al controllo materno e partecipando al movimento di riconquista del territorio nazionale. Il patriottismo che infarcisce i racconti paterni sulle gesta «degli zii cospiratori e combattenti» (Rocca 1964, 42) anima Enrico di una fervida passione per la causa nazionale che a causa della fede ebraica sarà di ostacolo alla sua piena realizzazione professionale.

Gli studi universitari e la politica

La prima occasione di sfuggire al controllo materno arriva con il trasferimento a Venezia, dove Enrico intraprende gli studi universitari alla facoltà di Lingue e Letterature Straniere di Ca’ Foscari. Alla noia della frequenza delle lezioni contrappone ben presto l’impegno politico attivo: oltre a frequentare gruppi politici e adunate, collabora alla redazione di un settimanale di taglio politico, «La Guerra», fondato con amici studenti e irredentisti. Il piccolo organo di propaganda politica accoglie tra le sue pagine anche articoli di personaggi come Enrico Corradini e Benito Mussolini. Nei suoi articoli Rocca esprime la sua visione del conflitto come prova necessaria che l’Italia deve affrontare per riconquistare il suo ruolo in Europa. Prende posizione contro la politica imperialista della Germania e dell’Austria, interrogandosi insieme ai suoi colleghi sulle origini della crudeltà germanica. Sembra individuare queste radici nella diffusione della filosofia individualista ispirata al culto del sangue e della violenza e contro di essa si schiera nei suoi articoli di taglio letterario, nei quali tenta di spiegare come sin dalle origini i tedeschi si fossero autorappresentati come un popolo in preda agli istinti della guerra o – rifacendosi alle parole di Heine – come un popolo che «obbedisce al suo padrone» (Lancellotti, Zonch 2004, 58).

L’incontro con Marinetti

Uno sguardo ampio ex post alla produzione di Rocca nella veste di critico letterario consente di cogliere immediatamente un tratto distintivo della sua attività, quasi interamente dedicata ad autori e movimenti letterari e culturali contemporanei. Aleggia su questa predilezione l’incontro – avvenuto nelle sale dell’Hotel Vittoria, a Venezia, il 12 febbraio 1915 – con Filippo Tommaso Marinetti. Enrico apprezza l’attività combattiva che caratterizza l’atteggiamento futurista nei riguardi della guerra e della cultura in generale. Del futurismo apprezza in particolare l’atteggiamento fattivo e condivide la lotta alla pedanteria culturale diffusa da accademici e intellettuali come ad esempio Croce, Prezzolini, Papini. La condanna della cultura italiana all’immobilismo è avvenuta in primis, secondo Marinetti, attraverso l’importazione della Kultur tedesca nelle sue forme più rigide e infeconde, ancorate a un culto contemplativo del passato al quale si giunge solo con uno studio attento e particolareggiato in contrapposizione alle potenzialità dell’intuizione e della sperimentazione.

Sebbene l’incontro non lasci altra traccia che negli appunti del taccuino di quei giorni, nella sua attività di mediatore dalla lingua tedesca Rocca è attento a esplorare la contemporaneità letteraria valorizzando le differenze esistenti nello sviluppo diacronico della cultura di lingua tedesca. In tal senso si comprendono meglio i motivi per cui la sua stessa biblioteca tedesca – 514 volumi oggi depositati presso l’Istituto italiano di studi germanici di Roma – sia quasi interamente costituita da opere scritte nel primo trentennio del Novecento (Bosco, Raffaelli 2000, 155).

La collaborazione con i futuristi – che nella comune collaborazione alla rivista «Dinamo» porta Rocca a entrare in contatto con Sofronio Pocarini, fratello di Ervinio Pocar, noto germanista e traduttore e già amico di Rocca in quegli anni (cfr. Lunzer 2009b) – rende il suo stile più moderno rispetto ai toni sentimentali e incerti dei suoi primi lavori in prosa.

Le traduzioni

Nel 1929 il nuovo assetto familiare, in seguito alla nascita della figlia Lilia, spinge Rocca ad accettare incarichi diversi. Tra questi la realizzazione della raccolta antologica in due volumi Tra il verde e l’azzurro. Libro di lettura per la quarta e la quinta classe della scuola elementare suburbana e rurale (Lanciano, Carabba, 1929). Accanto alle voci di Dante, Petrarca, D’Annunzio, Grazia Deledda e Mussolini, solo per citare alcuni degli italiani, compaiono anche brani antologici di Tolstoi, Wilde, Twain, La Fontaine e molti altri, tra cui anche il tedesco Gotthold Ephraim Lessing (Lancellotti, Zonch 2004, 94-95).

Il lavoro di traduzione, già intrapreso per ragioni economiche negli anni di composizione dell’antologia, non costituisce mai per Rocca la principale fonte di guadagno. La lista delle opere trasportate nella nostra lingua, aperta, nel 1922, da Sozialismus und Kolonialpolitik (1907) del politico e teorico tedesco Karl Kautsky (Socialismo e colonie, Città di Castello, Il Solco), non è nutritissima: annovera meno di una decina di testi, due dei quali usciti postumi. Alla traduzione del Golem (1913-1914) di Gustav Meyrink del 1926, di cui Enrico assume anche la curatela, segue, nel 1929, quella di Sturreganz (1922) di Jakob Wassermann, tradotto come Le orecchie del signor marchese per i «Narratori nordici» della Sperling e Kupfer, la collana ideata e diretta da Lavinia Mazzucchetti. È Giuseppe Antonio Borgese, a suggerirle il nome di Enrico Rocca, che traduce per quella collana anche (1929) di Stefan Zweig. Lo scrittore austriaco, che al tempo studia l’italiano, è entusiasta del lavoro e più tardi attende la pubblicazione, per lo stesso editore e sempre con la traduzione di Rocca, di Drei Dichter ihres Lebens. Casanova – Stendhal – Tolstoj (1928), uscito come Tre poeti della mia vita nel 1938, e di Drei Meister. Balzac – Dickens – Dostojewski (1920) che, con il titolo Tre maestri: Balzac, Dickens, Dostojevski, esce postumo nel 1945. Negli anni il rapporto tra Zweig e il suo traduttore italiano si consolida fino a diventare amicizia, anche attraverso uno scambio epistolare giunto a noi in modo solo parziale, poiché le lettere di Rocca non sono state conservate (cfr. Lunzer 1996). Anche la traduzione di Unter Zaren und gekrönte Frauen. Schicksal und Tragik europäischer Kaiserreiche (1936) con il titolo di La tragedia dei tre imperi, dell’autore austriaco Egon Cesare Corti per i tipi di Mondadori esce postuma, curata e completata nella parte finale dalla vedova Livia Pietravalle.

Nel 1931, nello stesso anno di pubblicazione in Germania, Rocca propone presso Mondadori un romanzo sulla guerra narrato dalla prospettiva femminile, Die Katrin wird Soldat (Caterina va alla guerra) di Adrienne Thomas, libro fatto sequestrare da Starace (Rocca 2005, 75). Ad esso segue, due anni più tardi, la traduzione di Der Rabbi von Bacharach (1840) di Heinrich Heine, che nella «Biblioteca romantica» di Mondadori diretta da Giuseppe Antonio Borgese appare in un volume contenente altre due prose brevi di Heine: Dalle memorie del signor von Schnabelewopski (da Aus den Memoiren des Herren von Schnabelewopski, del 1834) e Notte fiorentine (Florentinische Nächte, del 1836), unitamente a una nota di chiusura.

La letteratura “austriaca”

Dalla sua intensa attività critica e giornalistica, svolta a partire dal 1924 fino al 1941 per un numero assai ampio di periodici, è evidente quanto Rocca sia consapevole dell’impossibilità di vedere nella letteratura di lingua tedesca un complesso omogeneo. L’acume dell’approccio critico da lui adottato e gli strumenti d’indagine utilizzati, prevalentemente l’analisi diretta dei testi, fanno di lui il primo a descrivere in modo chiaro e sistematico la specificità della letteratura “austriaca”, vale a dire quella in lingua tedesca nata in seno all’impero asburgico, rispetto ai modelli sviluppatisi in Germania.

Negli articoli Austria letteraria oggi («Il Mattino», 21 settembre 1929) e Esiste un senso dell’austriaco? («Il Lavoro fascista», 2 novembre 1934), egli non solo individua la caratteristica principale della letteratura austriaca nella sua tendenza al solipsismo, nell’inclinazione al sogno, nello stile elegante e musicale e nella nobiltà di forme e strutture all’interno della quale si cela complessità psicologica e passionale, ma riconosce anche la radice di questa complessità nell’essenza eteronima della cultura austriaca, intrisa di quelle componenti slave e latine che mancano alla sorella cultura germanica. La conoscenza dei fatti culturali austriaci si unisce, inoltre, a una profonda conoscenza del territorio: dal 3 luglio al 2 agosto 1935, sulle pagine del «Lavoro fascista», Rocca pubblica una rubrica dal titolo Taccuino austriaco, nella quale raccoglie le impressioni di viaggio annotate nei numerosi soggiorni oltr’Alpe (Lunzer 2004).

Un osservatorio critico sulla cultura tedesca e su quella italiana

Scorrere i titoli dei circa 120 articoli pubblicati da Rocca per i numerosi periodici con i quali ha collaborato negli anni, significa disegnare un’immagine ampia e prospettica non solo della cultura letteraria di lingua tedesca, alla quale egli guarda sempre con estremo interesse e curiosità, ma anche a quella italiana, cui dedica pari attenzione sin dai tempi dell’antologia,. Di entrambe, infatti, egli diventa un cronista fedele e curioso.

Grazie alla collaborazione con uno dei periodici per i quali scrive, «L’Italia letteraria», Rocca viene nominato tra i redattori di un numero speciale della rivista tedesca «Literarische Welt» interamente dedicato all’Italia. Il quaderno, apparso il 27 novembre del 1931, solleva molte polemiche, in primis da parte dello stesso Rocca, che ha visto tagliare dalla redazione tedesca, sia in termini di quantità che di qualità, molte sue proposte. Nella versione definitiva del fascicolo la voce di Rocca compare accanto a quelle di Giovanni Gentile e di Giuseppe Prezzolini. Nel suo Die italienische Literatur von heute (La letteratura italiana d’oggi), Rocca propone un percorso che parte dall’inizio del Novecento con Carducci e D’Annunzio e arriva fino a Bontempelli (antologizzato con Ein Sonntag, traduzione dello stesso Rocca dalla novella Domenica), passando per le opere dei crepuscolari, dei futuristi e degli intellettuali fuori dall’accademia, come Papini, Soffici e Palazzeschi. Nel suo elenco di nomi sono inclusi Borgese, Ojetti, Carli, Panzini, Ungaretti, Saba, Svevo, Tombari, Loria, Bonsanti e Moravia (Antonello 2012, 148-156).

Ugualmente ampio è il numero di autori di lingua tedesca ai quali dedica negli anni pagine di approfondimento, in forma di commento, recensione, presentazione, intervista o necrologio. Come dimostrano la sua biblioteca e i suoi scritti, l’attenzione di Rocca spazia dalle correnti più conosciute, come il naturalismo, il romanticismo, l’eclettismo del primo Novecento, la poesia contemporanea della generazione bellica, la letteratura di consumo e la satira contemporanea, passando per il naturalismo psicologico e mistico e lo strapaese. Alcuni degli autori sui quali scrive rimangono un argomento di interesse costante negli anni e le pagine che li riguardano non risparmiano commenti positivi e negativi. Mentre ad esempio l’opinione di Rocca su Zweig resta invariata nel tempo, rivelando grande entusiasmo per ogni occasione di incontro con lo scrittore austriaco, a Thomas Mann vengono riservate spesso parole dure. Nel 1930, a poche settimane dall’uscita della novella Mario e il Mago in Germania, Rocca affida alle pagine de «Il Mattino» la sua opinione combattuta sull’opera: se da un lato ne riconosce il valore, giudicandola una «cosa armoniosissima», dall’altro lo ritiene «lo stereotipato resoconto di viaggio dello straniero che non si trova a suo agio in Italia soprattutto perché s’è portato dietro tutt’un bagaglio di pregiudizi vieti» (Rocca 1930, 3), palese moto di insofferenza per la trasparente metafora antifascista della novella manniana. Ancora nel 1941, tra le pagine del suo diario personale, dedica a Mann lunghe pagine di riflessione rivolte alla «natura scarsamente positiva del suo messaggio»: esso parla sì alla Germania politica del tempo evocando l’uso dello spirito, ma non si prodiga a «svegliare i tedeschi alla consapevolezza del loro peccato originale e profondo. La tendenza alla guerra che cova sempre, quali che sieno le circostanze, sotto la loro proteiforme natura» (Rocca 2005, 105). Il difetto capitale di Thomas Mann, chiosa Rocca nella parte finale del capitolo a lui dedicato nella sua Storia della letteratura tedesca, è quello di «non concludere […]. Tutta la sua saggezza non vale a pronunciare il “sorgi e cammina”» (Rocca 1950, 110).

Un manuale di storia letteraria

I materiali elaborati in lunghi anni di lavoro redazionale fanno presto maturare in Rocca la decisione di raccoglierli in un volume unico, dal titolo Letteratura tedesca oggi. Il suo manuale vuole affiancare quelli di Giovanni Vittorio Amoretti (1936 per la milanese Principato) e Rodolfo Bottacchiari (1941 per la romana Perrella) offrendo un’esauriente immagine del panorama letterario di lingua tedesca contemporanea. Nei progetti di Rocca il volume, procedendo per saggi, deve comporsi di due parti. La prima vuole tracciare una storia letteraria dal «naturalismo dell’ultimo decennio del secolo scorso […] a quel fatale ritorno al sentimentalismo […] che da alcuni vuol essere chiamato Neue Herzlichkeit, la cordialità nuova». La seconda, invece, vuole offrire profili di scrittori considerati ciascuno «come mondo a sé, pur non dimenticandone la dipendenza storica e soprattutto facendo giustizia a quegli isolati […] che […] restano per loro natura fuori dalle correnti del giorno» (Bosco 2000, 118).

Il manuale conserva lo stile fresco, agile e poco accademico della scrittura saggistica per la stampa e viene in parte pensato per illustrare al lettore italiano dei paralleli tra la letteratura tedesca e degli analoghi movimenti culturali italiani. Così si legge, ad esempio, nel piano dell’opera: «Tener conto: dannunzianesimo – estetismo tedesco (Hofmannsthal, Schnitzler, George, ecc.), Espressionismo dell’anteguerra e movimento lacerbiano» (citato da Bosco 2000, 116).

I progetti di pubblicazione – che proprio su suggerimento di Zweig devono conservare la forma aperta, non organica – naufragano e l’opera vedrà la luce solo nel 1950, quando Alberto Spaini, amico di famiglia, convince Livia Pietravalle a consegnarlo alle stampe per i tipi di Sansoni con il titolo di Storia della letteratura tedesca dal 1870 al 1933.

Tra gli appunti e i materiali viene ritrovato anche un abbozzo d’introduzione discorsivo e un elenco di 49 voci, da interpretare come appunti, idee e formulazioni tese a completare il discorso introduttivo. La frammentarietà di questo materiale non ne consente l’utilizzo e il compito di aprire la rassegna viene pertanto affidato alla penna di Bonaventura Tecchi. Ai materiali già organizzati da Rocca stesso, Tecchi decide di aggiungere un’appendice di saggi pubblicati in altra sede, non inclusi nell’originario progetto di pubblicazione del manuale.

La storia letteraria di Rocca si presenta innovativa sotto molti punti di vista e non solo per lo stile. Nella scelta dei contenuti, che spaziano fra tutte le forme testuali, si mostra particolare sensibilità verso la scrittura femminile, oggetto di un capitolo intitolato Donne scrittrici e Riccarda Huch (tra i nomi citati compaiono Gabriella Reuter, Helene Böhlau, Lou Andreas Salomé, Clara Viebig, Anselma Heine e molte altre) e concede spazio ad autori meno noti al pubblico italiano, affiancandoli a quelli di colleghi più famosi (ne sono un esempio Otto Zur Linde, Waldemar Bonsels, Paul Kornfeld, solo per citarne alcuni).

Come Rocca scrive al punto numero uno dei suoi appunti per l’introduzione, quella a cui intende dare voce in quelle pagine è una polifonia, è «un vivace movimento d’idee. È ben quel che conta, in mancanza di una gran luce singola, in una letteratura» (citato da Bosco 2000, 114).

Una migrazione interna

Il progettato secondo volume della sua storia letteraria avrebbe, secondo Zweig, aperto a Rocca le porte della Germania. Era il 1932. In seguito, impostosi il nazismo lì, ciò gli avrebbe facilitato un’eventuale emigrazione in America per sfuggire alle persecuzioni. Una serie di motivazioni, lavorative e familiari, fanno però sì che Enrico non abbandoni mai l’Italia. Con l’inasprimento delle leggi razziali del 1938 solo l’amicizia con Bottai gli consente di conservare il suo posto al «Lavoro fascista». Gli articoli pubblicati in quegli anni non possono tuttavia essere firmati o, come accade per la «Domenica del Lavoro fascista», compaiono con il nom de plume di Rocco Airone. Questa sorta di «migrazione interna», spegne, giorno dopo giorno, il suo entusiasmo. La delusione per l’evolversi della situazione politica tedesca e italiana, il rogo dei libri, le persecuzioni condotte per motivi politici, razziali e ideologici fanno fallire il progetto della storia della letteratura. Il suo lavoro di critico continua più per necessità economica che per reale passione.

Pur ponendosi apertamente contro ogni manifestazione antisemita, Rocca fatica a riconoscersi nella sua fede ebraica, con la quale ha avuto un rapporto conflittuale sin dagli anni del liceo. Colpito dai numerosi suicidi di amici e parenti, non ultimo quello di Zweig in Brasile nel 1942, affida alle pagine del suo diario, La distanza dei fatti, i ricordi nostalgici e le disillusioni della sua esperienza politica e culturale. A quelle pagine consegna lucide analisi degli eventi di quegli anni, la cronaca della degenerazione etica e morale che il fascismo e la guerra hanno provocato e, non ultima, quella pena impotente verso un popolo, quello tedesco, colpito da un “male della guerra” che nemmeno le migliori pagine della sua ricca letteratura, di cui egli stesso si è nutrito con fiducia per anni, sono riuscite a guarire.

Bibliografia

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Bosco 2008: Angela Maria Bosco, Enrico Rocca germanista, in «Studi germanici» (nuova serie), a. XLVI, 1, pp. 99-179

Bosco, Raffaelli 2008: Angela Maria Bosco, Sergio Raffaelli, Enrico Rocca, un germanista italiano fra le due guerre, in «Studi germanici» (nuova serie), a. XLVI, 1

Lancellotti, Zonch 2004: Giancarlo Lancellotti, Sandra Zonch, Addio, Italia cara… Vita opere e mistero di Enrico Rocca goriziano, a cura di Cristina Benussi, Trieste, Hammerle

Lunzer 1996a: Renate Lunzer, Intermediari della cultura tedesca. Enrico Rocca goriziano e la difficoltà dei tempi, in Cultura di confine, Istituto per gli incontri culturali mitteleuropei, Atti del XXIX convegno, Gorizia, Grafica Goriziana, pp. 175-181

– 1996b: Renate Lunzer, «Che tempi ci siamo scelti!». Lettere inedite di Stefan Zweig a Enrico Rocca (1930-1938), in «Cultura tedesca», n. 6, pp. 169-183

– 2004: Renate Lunzer, «L’ineffabile senso dell’austriaco…». Enrico Rocca austro-germanista, in Lancellotti, Zonch 2004, pp. 117-124

– 2009a: Renate Lunzer, Irredenti redenti. Intellettuali giuliani del ‘900 (trad. it. di Federica Marzi da Triest. Eine italienische-österreichische Dialektik, Wieser, Klagenfurt, 2002), a cura di Gianfranco Hofer, Lint – Trieste, Deputazione di storia patria per la Venezia Giulia

– 2009b: Renate Lunzer, “Melificare per gli altri”. I germanisti Ervino Pocar ed Enrico Rocca, in Cultura tedesca nel Goriziano, a cura di Liliana Ferrari, Udine, Forum Editrice universitaria udinese, pp. 197-214

Rocca 1930: Enrico Rocca, Thomas Mann e il sud, in «Il Mattino», XXXIX, nr. 139, 13.6.1930, p. 3.

– 1950: Enrico Rocca, Storia della letteratura tedesca dal 1870 al 1933, Firenze, Sansoni

– 1964: Enrico Rocca, La distanza dai fatti (con una presentazione dell’autore a cura di Alberto Spaini, pp. IX-XII), Milano, Giordano

– 2005: Enrico Rocca, Diario degli anni bui, (nuova edizione di Rocca 1964) a cura di Sergio Raffaelli, con un saggio introduttivo di Mario Isnenghi, Udine, Gaspari