Numero 17 (autunno 2019) | LTit Anteprima

Giani e Carlo Stuparich

(Trieste, 4 aprile 1891 – Roma, 7 aprile 1961; Trieste, 3 agosto 1894 – Monte Cengio 30 maggio 1916)

di Bianca Del Buono

1891 Nasce a Trieste Giovanni Stuparich, detto Giani, da Marco, di origini istriane, e Gisella Gentili, triestina.

1894 Nasce a Trieste suo fratello Carlo. Entrambi trascorrono l’infanzia e la prima giovinezza a Trieste, dove frequentano il ginnasio comunale e coltivano la passione per la letteratura greca e latina.

1910 Giani si trasferisce a Praga per frequentare quella università, secondo una tendenza comune agli studenti triestini di completare gli studi universitari presso uno dei prestigiosi atenei austro-ungarici tra Vienna, Graz, Innsbruck e, appunto, Praga (Ara, Magris 1982, 44). comincia a interessarsi alla letteratura slava, pur continuando a coltivare la conoscenza della lingua e della letteratura tedesche. Tra i due fratelli inizia un dialogo epistolare destinato a consolidarsi in un vivace legame intellettuale. L’acquisto dell’opera omnia di Goethe e di Hugo testimonia l’interesse di Carlo verso la letteratura europea.

1911-1912 Giani risulta iscritto alla Karl Ferdinand Universität dal 1910 al 1914, ma trascorre il secondo anno accademico presso l’Istituto di studi superiori di Firenze. Senza abbandonare formalmente l’università praghese, Giani si trasferisce a Firenze iscrivendosi all’Istituto di studi superiori, futura università. Entra nella cerchia dei collaboratori della «Voce», stringendo una forte amicizia con Giuseppe Prezzolini.

1913 Carlo raggiunge Giani a Firenze, dove si trovano già anche gli amici giuliani Scipio Slataper, Alberto Spaini, Guido Devescovi. Escono sulla «Voce» i primi articoli di Giani, di argomento socio-politico: I tedeschi dell’Austria (9 gennaio), Gli Czechi (17 aprile), La Boemia czeca (26 giugno) e La Boemia czeca II (3 luglio). In ottobre Giani va a Berlino per reperire il materiale necessario alla sua tesi sulla fortuna di Machiavelli in Germania; successivamente soggiorna ad Amburgo, ospite dell’amico Scipio Slataper – all’epoca lettore di italiano al Kolonial-Institut – con il quale progetta la rivista letteraria «Europa», alla quale dovrebbe collaborare anche Carlo. Legge l’epistolario di Heinrich von Kleist e scrive un articolo sul drammaturgo tedesco per «La Voce» che tuttavia viene rifiutato da Prezzolini. A novembre, grazie alla mediazione di Ferdinando Pasini, «La Voce degli insegnanti» ospita il suo articolo Quand’ero scolaro (Ricordi e riflessioni) (15 novembre). Spronato dal fratello, Carlo si impegna nello studio della letteratura francese recentem in particolare Bergson, Baudelaire e Rimbaud.

1914: Carlo pubblica nella «Voce» gli articoli: Siamo quello che siamo (13 febbraio), dedicato alla difficoltà, comune agli uomini e alle nazioni, di preservare la propria indole naturale; Malattie e crisi artificiali, in cui ironizza sull’artificiosità della retorica della sofferenza e della malattia (13 marzo); ed Esperienza preventiva, sull’importanza dell’esperienza diretta individuale (28 agosto), mentre «La Voce degli insegnanti» ospita Scienza e conoscenza (15 febbraio-1 marzo) e L’educazione come attualità (1 aprile). Giani intanto legge il Meister goethiano, uscito l’anno prima da Laterza nella traduzione di Spaini (che ha dedicato al romanzo goethiano anche un saggio sul n. 3-5 della «Voce») e della sua fidanzata Rosa Pisaneschi. Il Meister è il modello al quale si ispirano i due Stuparich nel progettare un libro a quattro mani intitolato Lettere di due fratelli.

Alla fine di dicembre i due cominciano a tradurre lettere scelte dall’epistolario di Heinrich von Kleist, progettando anche la traduzione della Penthesilea.

1915: Allo scoppio della guerra entrambi i fratelli, insieme a Scipio Slataper, si arruolano volontari nel 1° Reggimento dei granatieri di Sardegna. Combattono sul fronte isontino per due mesi, poi frequentano il corso allievi ufficiali, al termine del quale vengono nominati sottotenenti della milizia territoriale, Giani a Vicenza e Carlo a Verona.

1916: Ancora una volta insieme, i due sono al fronte sull’Altipiano di Asiago. Durante l’offensiva della Strafexpedition austro-ungarica, il 30 maggio 1916, sul Monte Cengio, Carlo si suicida per non cadere nelle mani degli austriaci, che invece il giorno dopo fanno prigioniero Giani. Entrambi vengono decorati di medaglia d’oro.

1916-1918 Giani trascorre 28 mesi in cinque diversi campi di prigionia, dove tiene un diario in cui appunta progetti poetici e narrativi di diversa natura; nel frattempo compie una serie di letture fondamentali per la sua successiva attività di scrittore, fra le quali Guerra e pace di Lev Tolstoj e Jean Christophe di Romain Rolland.

1919 Rientrato a Trieste, Giani cura l’edizione postuma degli scritti di Carlo, Cose e ombre di uno, edito da «La Voce» e segue la pubblicazione, da Carabba di Lanciano, dell’Epistolario di Heinrich von Kleist, la cui traduzione è attribuita alla fittizia figura di «Giancarlo Stuparich». Sposa Elody Oblath, futura scrittrice, e inizia a insegnare al Liceo-ginnasio Dante Alighieri.

1920-1922 Si occupa scrupolosamente dell’edizione postuma degli scritti di Slataper, anche lui caduto nel corso della guerra, al quale dedica una monografia pubblicata dalle edizioni della «Voce» nel 1922.

1922 Torna a Praga, divenuta capitale della Cecoslovacchia indipendente, come lettore all’Università; fa parte del comitato organizzatore dell’Istituto italiano di cultura.

1925 Rientrato in patria, esordisce come scrittore con la pubblicazione di Colloqui con mio fratello da Treves. Avvia la collaborazione con la rivista fiorentina «Solaria», nelle edizioni della quale usciranno i suoi Racconti (1929) e Nuovi racconti (1935).

1931 La pubblicazione del suo diario di guerra, rielaborato sotto il titolo Guerra del ’15 (dal taccuino di un volontario), sempre presso Treves, sancisce la sua notorietà di scrittore, confermata dalla contemporanea pubblicazione in rivista del romanzo Ritorneranno, che in volume uscirà da Garzanti, il successore di Treves, nel 1941. L’anno successivo pubblica presso lo stesso Treves il romanzo Donne nella vita di Stefano Premuda.

1925-1943 Trascorre gli anni del fascismo appartato, occupandosi della famiglia e della sua attività didattica e letteraria.

1942 Einaudi gli pubblica il racconto lungo L’isola, Tumminelli la raccolta Notte sul porto, Sansoni Pietà del sole e Garzanti Stagioni alla fontana.

1944 Esce da Garzanti la raccolta L’altra riva. La sua notorietà è ormai salda, ma causa delle origini ebraiche sia della madre che della moglie viene rinchiuso con loro nella Risiera di San Sabba, il campo di concentramento istituito dagli occupanti tedeschi a Trieste. Ne vengono però rilasciati per intercessione delle autorità cittadine.

1945-1954 Separatosi da Elody Oblath, fonda a Trieste, insieme con la nuova compagna di vita, la pittrice, scenografa e costumista Anita Pittoni, il Circolo della cultura e delle arti, che riunisce i massimi esponenti della cultura letteraria triestina e da cui nascono, nel 1949, le Edizioni dello Zibaldone, che nel 1955 pubblicano la sua unica raccolta di Poesie. Collabora con diversi giornali come «La Stampa» e «Il Tempo», nonché con riviste come «Nuova Antologia» e «Letteratura».

1946 Escono da Garzanti i racconti di Ginestre.

1948-1953 Garzanti resta il suo editore: nel 1948 Trieste nei miei ricordi; nel 1950 Il giudizio di Paride; nel 1953 il romanzo Simone

1955-1961 Per la Eri (Edizioni radio italiana) di Roma, raccoglie nel volume Piccolo cabotaggio una serie di conversazioni trasmesse dalla sede triestina della Rai; riesce apubblicare, dallo Zibaldone, la sua ultima raccolta di racconti, Ricordi istriani, pochi mesi di morire a Roma, il 7 aprile 1961.

I fratelli Stuparich e la letteratura tedesca

Primi contatti a Trieste

L’incontro di Giani e Carlo Stuparich con la cultura tedesca può essere ricondotto alla prima giovinezza, trascorsa in un contesto socio-culturale estremamente proficuo, se non allo scambio, almeno al contatto tra popoli diversi: alle soglie del Novecento, infatti, la compresenza secolare di tedeschi, italiani e sloveni conferisce alla città di Trieste lo status di un vero e proprio microcosmo in cui le diverse culture non solo trovano una loro spontanea espressione, ma tendono a definirsi precisamente l’una in rapporto alle altre (Ara, Magris 1982; Adamo 2017, 5).

Non sono molte le notizie sui primissimi anni di formazione dei fratelli Stuparich, che nello sguardo retrospettivo di Giani sembrerebbero piuttosto orientati verso la cultura classica e italiana, animati da un precoce sentimento patriottico di ascendenza risorgimentale (Stuparich G. 1948, 32-33); in base agli insegnamenti impartiti nelle scuole pubbliche triestine (Raicich 1985a) si può comunque supporre che entrambi, al termine del loro percorso scolastico, siano capaci di leggere in lingua tedesca.

Giani a Praga

Il periodo praghese offre a Giani l’occasione per approfondire tanto i suoi interessi per le questioni di geopolitica austro-ungarica,che espone negli articoli per «La Voce» del 1913 e nel saggio La nazione czeca (Stuparich G. 1915; Senardi 2016, 64-71 e 125-155), quanto la conoscenza della cultura tedesca. E lezioni frequentate rivelano in effetti un’attenzione particolare non soltanto per la letteratura e la filosofia ma per la stessa la lingua, con la partecipazione a numerosi corsi di grammatica. Il perfezionamento delle proprie capacità espressive in lingua straniera costituisce anzi uno sforzo costante, segnato – come rivelano le lettere al fratello – da momenti di grande sconforto; tuttavia, negli ultimi anni del suo iter accademico, Giani arriverà a redigere almeno due Hausarbeiten in tedesco: uno per il professore di italiano Rolin, dedicato all’opera di Pasquale Besenghi degli Ughi, e uno per il professor Sauer, alla base della tesi di laurea sulla ricezione di Machiavelli in Germania, discussa a Firenze nel 1915 (Fischer 2016, 13-21; Stuparich G. e C. 2019). Proprio il germanista August Sauer, esperto di Goethe e fra i professori più rinomati dell’ateneo praghese, sembra esercitare una forte ascendenza sul giovane Stuparich, che in quattro anni si iscrisse per sedici volte ai suoi corsi (Fischer 2016, 9).

Un’ulteriore testimonianza della crescente dimestichezza con il tedesco è offerta dai libri acquistati nel corso degli anni praghesi, facilmente individuabili grazie ai riferimenti nel carteggio tra i due fratelli e soprattutto alle note di possesso dei libri conservati nel Fondo Stuparich della Biblioteca Europa dell’Università di Trieste: il fondo raccoglie infatti circa tremila volumi tra monografie e riviste appartenute agli Stuparich, che nella maggior parte dei casi riportano nome, data e luogo d’acquisto. È così possibile ricostruire i loro interessi e le loro letture nei diversi momenti della loro vita, compresi appunto gli anni universitari di Giani: il quadro che ne emerge è quello di una vivace curiosità verso ambiti e questioni diverse, dalla geopolitica (con un’attenzione particolare alla questione boema e al tema dell’identità nazionale, al centro degli interessi del gruppo vociano) alla filosofia morale, senza mai trascurare la letteratura, in un susseguirsi di letture condotte sempre più spesso in tedesco. Prima dello scoppio della Grande Guerra risultano infatti acquistate numerose edizioni austriache e tedesche, talvolta intere collane, con una spiccata predilezione per i classici sette-ottocenteschi di filosofia e letteratura tedesca: oltre ai testi di Novalis, Tieck e Heine, la biblioteca di Giani accoglie in quegli anni l’opera omnia di Nietzsche, Hebbel, Lessing, Goethe e – soprattutto – Kleist; il tedesco arriva a svolgere il ruolo di vera e propria lingua di mediazione nei confronti delle altre letterature, dal momento che le opere di autori russi (Tolstoj e Dostoevskij), scandinavi (Ibsen), inglesi (Dickens) e americani (Whitman) possedute e lette nel periodo 1910-1914 sono tutte in traduzione tedesca (Storti 1985, 499; Perosa 2017, 46-47).

Un articolo per «La Voce»

Nel corso del 1913 Giani si impegna a scrivere un articolo su Heinrich von Kleist, di cui ha acquistato l’opera omnia a Praga nel 1912 e verso il quale dimostra una certa ricettività fin dai primi mesi dell’anno successivo – come rivela una citazione da una lettera del 13 novembre 1800, trascritta nelle prime pagine superstiti del diario 1913-1915 (Stuparich G. 1913-1915): si tratta di una riflessione sulle opportunità di gioia e di autocomprensione derivate dalla scrittura diaristica, che per il maggiore degli Stuparich coinciderà sempre con un’attività «a scandaglio di un mondo interiore» (Contarini 2016, 378) e che sarà anche oggetto di una lunga riflessione condivisa con il fratello (Stuparich G. e C. 2019). Anche al di fuori del contesto privato il confronto con Kleist offre l’occasione per meditare sulla propria scrittura, e in particolare sul proprio stile: nelle pagine di diario del 14 e 15 ottobre 1913, commentando l’articolo su Kleist, Giani si concentra esclusivamente sulle sensazioni provate durante la sua stesura, interrogandosi con sottile inquietudine sulla propria effettiva capacità di esprimersi in maniera chiara e distesa e trascurando completamente il contenuto di quanto scritto; non sorprende che qualche giorno dopo, nel resoconto dei giorni trascorsi ad Amburgo presso Scipio e Gigetta Slataper, Giani lo giudichi «scritto con l’animo troppo caldo […] troppo vicino e compenetrato di il contenuto» (Stuparich G., 1913-1915).

Giani Stuparich spera di poter far uscire l’articolo su «La Voce», la rivista fiorentina intorno alla quale si erano riuniti i nuovi rappresentanti della letteratura e dell’opinione letteraria, giovanissimi intellettuali accomunati da un ideale impegnato della cultura e della letteratura, tra i quali figuravano diversi giovani triestini – Scipio Slataper, Biagio Marin, Carlo Michelstaedter, Alberto Spaini e gli stessi fratelli Stuparich (Pertici 1985; Sechi 2012, 75). Non avendo incontrato l’approvazione di Prezzolini, all’epoca direttore della rivista, l’articolo non venne mai pubblicato, né risulta conservato tra le carte d’archivio. Alcune informazioni sul suo contenuto possono tuttavia essere ricavate dalle lettere scambiate con Carlo dall’ottobre 1913 al febbraio 1914, che consentono di ricostruire la storia di questa pubblicazione mancata, nonché da un manoscritto inedito che, pur essendo privo di data, costituisce verosimilmente una bozza dello scritto inviato a Prezzolini (Scritto su Kleist, s.d., in Archivio degli scrittori e della cultura regionale, Trieste, Fondo Stuparich, Busta 20, Fascicolo A6): le pagine dell’inedito confermano un approccio all’opera di Kleist del tutto personale, intimamente distante dalle esigenze e dagli interessi vociani.

Le ragioni del rifiuto di Prezzolini, riportate da Carlo nella lettera del 26 ottobre 1913, riguardano sia lo stile sia l’impostazione dell’articolo – redatto con espressione «grave» e «oscura» ma soprattutto privo di qualunque riferimento all’attività poetica di Kleist (Stuparich G. e C. 2019). Tali caratteristiche ricorrono puntualmente nel manoscritto inedito, nel quale il suicidio dello scrittore tedesco offre lo spunto per una lunga riflessione sulla personalità di Kleist che si risolve in un elogio commosso, dai toni solenni e patetici. Il testo sembrerebbe perciò corrispondere a quella «biografia rapsodica» che Slataper aveva riconosciuto nell’articolo di Giani (Stuparich G. 1913-1915), in cui l’esperienza dello scrittore veniva invocata in maniera generale e astratta al fine di evidenziare le contraddizioni e i tormenti interiori dell’individuo. Ed è esattamente questa l’originale lettura di Kleist che Stuparich rivendica nelle lettere a Carlo. Una simile prospettiva è confermata dalle fonti principali dello scritto inedito, che coincidono con l’introduzione biografica di Adolf Wilbrandt alle Heinrich v. Kleists Werke dell’editore Bong, posseduta da Stuparich (Wilbrandt s.d.), e con le lettere scritte dallo stesso Kleist alla sorella e alla fidanzata – le cui citazioni costituiscono quasi un quarto del corpo del testo, e che offrono una testimonianza inedita, se non unica, di Giani Stuparich traduttore dal tedesco all’italiano.

Progetti «a quattro (e più) mani»

L’articolo sul Kleist vede la luce in mesi alquanto difficili per Giani, «anima e corpo dannato al tema di tedesco» sul Machiavelli in Germania (Stuparich G. e C. 2019) ma comunque teso a costruire la propria identità di intellettuale e di scrittore: proprio durante il soggiorno ad Amburgo, anzi, viene perfezionato il progetto di una rivista «di pensiero e di cultura» – significativamente chiamata «Europa» – che avrebbe dovuto fare di Trieste il centro di irradiazione di una nuova cultura europea e che avrebbe visto Scipio Slataper, Carlo e Giani Stuparich rispettivamente impegnati nella disamina delle civiltà centrali (tedesche e scandinave), occidentali (francese, inglese e spagnola) e orientali (slave) (Stuparich G. 1948, 19 e 61). Il progetto, decisamente ambizioso, restituisce in maniera evidente il tentativo di attribuire una nuova identità culturale alla città di Trieste, che avrebbe dovuto svolgere una fondamentale funzione mediatrice tra l’Italia e le altre civiltà europee, proponendo, tra le altre cose, un canone letterario alternativo a quello dominante nei centri culturali tedeschi a Trieste (Adamo 2017, 12-14).

La rivista «Europa», le cui aspirazioni saranno bruscamente interrotte dallo scoppio della prima guerra mondiale, non è però l’unico progetto ad animare i fratelli Stuparich: la discussione relativa all’articolo su Kleist infatti segna l’inizio di un dialogo sempre più paritario e consapevole fra Giani e Carlo, in una progressiva maturazione artistica sostenuta non solo dallo scambio di opinioni su autori e opere o dalla condivisione delle proprie composizioni, ma anche – e soprattutto – da veri e propri progetti di collaborazione rimasti incompiuti (Perosa 2017, 38-45). All’interno del carteggio 1913-1916 se ne possono individuare almeno tre, di cui solo due possono essere definiti propriamente narrativi: uno di natura intimistica incentrato sulla figura della madre, dal titolo Quadri antichi, e uno più sperimentale, verosimilmente intitolato Lettere di due fratelli, in cui il materiale autobiografico scambiato tra gli Stuparich (non solo le lettere, ma anche le pagine dei rispettivi diari) avrebbe fornito la base per raccontare le loro esperienze di crescita intellettuale, fortemente intrecciate tra loro. Questo progetto consente di cogliere un altro punto di contatto tra gli Stuparich e la cultura tedesca, dal momento che l’originale struttura della doppia Bildung fraterna implica il confronto cosciente tanto con la tradizione del romanzo epistolare quanto con il paradigma del Bildungsroman rintracciabile nel Wilhelm Meister di Goethe – proprio in quegli anni oggetto di traduzione e di analisi da parte di Alberto Spaini (Biagi 2018)

La traduzione dell’epistolario di Heinrich von Kleist.

Completamente diversa risulta la prospettiva del progetto che a partire dal dicembre 1914 coinvolge i due fratelli, nato non da una spontanea esigenza personale quanto da una richiesta di Giovanni Papini, all’epoca direttore di due collane pubblicate dall’editore Carabba, «Scrittori nostri» e «Cultura dell’anima». Papini avrebbe infatti proposto agli Stuparich di pubblicare all’interno di quest’ultima un testo da loro curato (Stuparich G. e C. 2019). La scelta dell’epistolario di Kleist si configura come un perfetto connubio tra lo spirito della collana e gli interessi dei giovani scrittori. Il progetto editoriale alla base della «Cultura dell’anima» rispondeva in effetti all’esigenza di offrire alla cultura italiana nuovi modelli di scrittura, a partire dall’approfondimento del discorso romantico in direzione di un progressivo annullamento dei confini tra i diversi generi e tra letteratura e filosofia. Questo atteggiamento spiega, il gran numero di traduzioni dal tedesco di autori come Schopenhauer, Schelling, Hölderlin, Hebbel, Novalis, Fichte, Kant e Nietzsche offerte dalla collana già al momento della proposta agli Stuparich (Sisto 2018, 85-91). Come dimostrano le pagine di diario e le lettere, tra la fine del 1913 e l’inizio del 1914 anche i fratelli Stuparich riflettono sul significato e sull’eredità dell’esperienza romantica, individuando nella figura di Kleist uno dei suoi rappresentanti più autentici, sostanzialmente sconosciuto in Italia. In questa prospettiva il lavoro di traduzione sul Kleist, al pari del Diario di Hebbel tradotto da Slataper, tende a configurarsi anche come realizzazione di un prodotto testuale specificamente rivolto al pubblico italiano, nel doppio segno dell’appropriazione linguistica e della condivisione (Adamo 2017, 12-14; Fantappiè 2018, pp.119-122).

Il 29 dicembre 1914 Giani individua il materiale destinato all’edizione Carabba, proponendo a Carlo di tradurre «i passi più importanti dell’Epistolario di Kleist: la storia di un’anima» e riservandosi il compito di stendere una prefazione molto lontana, tanto nei toni quanto nei contenuti, dall’articolo inviato a Prezzolini (Stuparich G. e C. 2019). Benché il maggiore degli Stuparich dichiari di prendere le distanze dallo scritto del 1913, il riferimento alla «storia di un’anima» ne recupera in maniera cristallina il presupposto biografico, riecheggiando inoltre lo «sviluppo di un’anima» con cui Slataper definì Il mio Carso e alla cui luce venne recepito il Wilhelm Meister in ambiente vociano (Baldini 2018, 54; Biagi 2018, 148). Una conferma di questa continuità d’intenti proviene dalle indicazioni di Giani che, inviando al fratello i due tomi dell’opera di Kleist, suggerisce di leggere «la biografia in principio del I vol.» per poi passare «subito all’epistolario», raccomandando appunto le fonti di cui si era servito nella stesura del suo articolo. Infine, è significativo che Giani decida di allegare alla lettera e ai volumi anche lo scritto del 1913, con l’intenzione di offrire «una base di traduzione» attraverso le numerose citazioni dalle lettere vòlte in italiano.

A fronte dell’evidente coinvolgimento di Giani, risulta piuttosto difficile, in questo progetto, ricostruire l’apporto originale di Carlo – non essendovi traccia né dello «scartafaccio» consegnato a Papini nel gennaio 1915 (Stuparich C. 1968, 191) né del lavoro in itinere condotto dai due fratelli prima della guerra. Tuttavia il confronto fra il volume condiviso dei Briefe (Kleist 190?, 15-220) e il testo finale dell’edizione (Kleist 1919) può offrire alcune indicazioni sul lavoro compiuto dai due fratelli. Dal punto di vista strutturale l’epistolario risulta notevolmente ridotto, sia nel numero delle lettere sia nei destinatari selezionati: vengono infatti pubblicate solo 46 lettere sulle 79 presenti nell’edizione Bong (con una riduzione ulteriore rispetto alle 55 individuate da Giani nel dicembre 1914), per lo più indirizzate a quelle figure – la sorella e la fidanzata – che secondo i fratelli triestini avrebbero incarnato i valori della borghesia tedesca. La vita di Kleist viene dunque interpretata e riproposta dagli Stuparich come l’esempio di «una vita romantica […] indefinita, sconvolta, frammentaria», irriducibile ai dettami e alle norme di una società borghese; l’esiguo numero di testi tradotti, infine, contribuisce a delineare una vicenda ben più densa e incalzante di quella ricavabile dall’epistolario tedesco, in cui la maggior varietà di interlocutori e di toni attenua l’immagine del Kleist «torbido» e febbrile, consapevolmente ricercata al momento della traduzione (Kleist 1919, 22).

Un progetto incompiuto di Carlo: la traduzione della Penthesilea

In una lettera del 30 dicembre 1914 Giani Stuparich accenna alla possibilità di realizzare un secondo volume per la «Cultura dell’anima», consigliando a Carlo di tradurre la Penthesilea; la proposta di una nuova traduzione da Kleist è destinata a stimolare nel minore degli Stuparich un rinnovato interesse nei confronti del drammaturgo tedesco, testimoniato da uno scritto inedito (Stuparich C. 1915) e un articolo pubblicato postumo sul «Piccolo» (Stuparich C. 1922). Il manoscritto dell’inedito, datato 26 aprile 1915, si compone di una decina di pagine dedicate alla ricezione di Kleist in Italia e nella critica germanista, seguite da una dissertazione sulla Penthesilea, con la traduzione delle scene IX, XXIII e XXIV. La struttura e le note sul frontespizio consentono di individuare nel testo la relazione inviata al professor Guido Mazzoni dell’Istituto di studi superiori di Firenze citata sul «Piccolo», da cui è possibile ricavare qualche informazione in più sull’approccio e sul metodo di lavoro di Carlo traduttore. Emerge in primo luogo una netta distinzione, percepita anche da Giani ed effettivamente proposta nell’edizione Carabba, tra l’esperienza privata e l’esperienza artistica di Kleist; a differenza del fratello tuttavia Carlo non sembra interessato a dare una personale interpretazione del suo «romanticismo», assumendo un atteggiamento critico più distaccato nel delineare i termini di una questione controversa e implicitamente, dal suo punto di vista, mal posta. La stessa impressione si ricava dalle pagine tradotte e commentate, in cui il minore degli Stuparich rifugge consapevolmente dal rischio di «psicologizzare» l’opera per concentrarsi più attentamente sul testo, inteso come espressione di quella primitiva «energia vitale» che aveva già individuato, e apprezzato, nel Kim di Rudyard Kipling (Stuparich G. e C. 2019).

L’edizione 1919 dell’Epistolario di Kleist

L’esperienza della guerra, con la morte di Carlo e i mesi di prigionia, segna profondamente la vita di Giani Stuparich, che nel 1918 rientra a Trieste in condizioni di grande debolezza psicologica: nei mesi successivi concluderà in maniera definitiva, nel segno del trauma recente, l’esperienza di confronto e mediazione con la cultura tedesca, assumendo al tempo stesso il ruolo di custode della memoria del fratello scomparso. Nello stesso anno in cui Giani si impegna a curare il volume degli scritti postumi di Carlo (Stuparich C. 1919) viene pubblicato anche l’Epistolario di Kleist, che nell’apparato paratestuale offre «un caso raro dal punto di vista dell’anagrafe bibliotecaria» (Raicich 1985b, 564): il testo risulta infatti curato da «Giancarlo Stuparich», figura autoriale fittizia in cui le identità dei due fratelli risultano indissolubilmente intrecciate e in cui si condensa il sodalizio umano e intellettuale da cui la traduzione aveva avuto origine. Si tratta di un’operazione destinata a non rimanere isolata: dai Colloqui con mio fratello (De Michelis 1985, 178) fino alla trasfigurazione romanzesca di Ritorneranno (Contarini 2015, 135), si può anzi affermare che l’elaborazione dell’esperienza bellica di Giani passi precisamente attraverso la realizzazione, nella finzione letteraria, di questa «comunione d’anime» rimasta irrisolta (Stuparich G. e C. 2019).

Bibliografia

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Pertici 1985: Intellettuali di frontiera, triestini a Firenze (1900-1950). Atti del Convegno, Firenze, 18-20 marzo 1983, a cura di Roberto Pertici, Firenze, Olschki, vol. I.

Polledri 2014: Elena Polledri, Traduzioni e letture del «poeta Enrico di Kleist» in Italia, in Il teatro di Kleist. Interpretazioni, allestimenti, traduzioni, a cura di Elena Polledri e Luigi Reitani, Roma, Istituto italiano di studi germanici, pp. 13-49

Raicich 1985a: Marino Raicich, La scuola triestina tra «La Voce» e Gentile. 1910-1925, in Pertici 1985, vol. I, pp. 299-344

– 1985b: Marino Raicich, Premessa a una mostra, in Intellettuali di frontiera, triestini a Firenze (1900-1950). Atti del Convegno, Firenze, 18-20 marzo 1983, a cura di Roberto Pertici, Olschki, Firenze 1985, 559-578, vol. II.

Sechi 2012: Mario Sechi, Sulle radici etico-politiche dello Stuparich scrittore. Il Machiavelli in Germania e La nazione ceca, in Giani Stuparich tra ritorno e ricordo. Atti del Convegno internazionale (20-21 ottobre 2011), a cura di Giorgio Baroni e Cristina Benussi, Pisa-Roma, Serra, pp. 76-82

Senardi 2016: Fulvio Senardi, «L’incancellabile diritto ad essere quello che siamo». La saggistica politico-civile di Giani Stuparich, Trieste, EUT

Sisto 2018: Michele Sisto, Gli editori e il rinnovamento del repertorio in Baldini et al., pp. 57-91

Storti 1985: Anna Storti, I libri di Giani e Carlo Stuparich in Pertici 1985, vol. II, pp. 497-509

Stuparich C. 1915: Carlo Stuparich, La Pentesilea di Enrico Kleist. Alcuni appunti e saggi di traduzione in Archivio Diplomatico Attilio Hortis (Trieste), Fondo Pittoni, R.MS MISC. 212/124/184a, f. 2

– C. 1919: Carlo Stuparich, Cose e ombre di uno, Roma, La Voce, 1919

– C. 1968: Carlo Stuparich, Cose e ombre di uno, seconda edizione a cura di Giani Stuparich [1933], Caltanissetta-Roma, Sciascia

– C. 1922: Carlo Stuparich, La Penthesilea di Enrico Kleist, in «Il Piccolo», 17 aprile

Stuparich G. 1913-1915: Giani Stuparich, Diario 1913-1915, in Archivio Diplomatico Attilio Hortis (Trieste), Fondo Stuparich, R.MS MISC. 239/2.2, f. 5.

– G. 1915: Giani Stuparich, La nazione czeca, Catania, Battiato

– G. s.d.: Scritto su Kleist, in Archivio degli scrittori e della cultura regionale, Trieste, Fondo Stuparich, B. 20, f. A6

– G. 1948: Giani Stuparich, Trieste nei miei ricordi, Milano, Garzanti

Stuparich G. e C. 2019: Giani Stuparich, Carlo Stuparich, Lettere di due fratelli. 1913-1916, a cura di Giulia Perosa con un saggio di Giuseppe Sandrini, Trieste, EUT (in corso di stampa)

Wilbrandt s.d.: Adolf von Wilbrandt, Biografische Einleitung, in Heinrich von Kleist, Heinrich v. Kleists Werke in sechs Teilen, auf Grund der hempelschen Ausgabe, erster Teil: Gedichte, Deutsches Verlagshaus Bong, Berlin-Leipzig-Wien, o.J. [ma 1908], vol. I., pp. 7-65