Il vecchio lettore | Numero 0 (primavera 2011)

Reminiscenze e borbottii / 1

Il vecchio lettore

Italiano, lingua ideale per la traduzione. Nel senso che è più adatta di altre a questa bisogna: «può conservare qualche saporino dell’originale». Invece, «un libro di scrittore italiano tradotto il meglio possibile in qualsiasi altra lingua conserva del suo sapore originale una parte molto minore, o nulla del tutto». Ad affermarlo era, anno 1965, Italo Calvino, nel corso di una garbata polemica con Pasolini sulla lingua. E aggiungeva una perfida parentesi: «(Da ciò la fortuna all’estero di vari scrittori italiani che “a esser tradotti ci guadagnano”)».

Ma tutto l’articolo ‒ L’italiano, una lingua fra le altre, che ora si può trovare in Una pietra sopra (Einaudi 1980, pp. 116-121) ‒ può essere utilmente letto ancora oggi, conservando la sua analisi ‒ per quanto controvertibile, ovviamente ‒ una straordinaria attualità, insieme con quello immediatamente successivo, L’antilingua (pp. 122-126). L’auspicio che Calvino ne traeva era che, grazie all’impatto con il linguaggio della modernità tecnologica, l’italiano acquistasse in concretezza e precisione, perdendo la sua tendenza all’astrazione e alla genericità. L’impressione del vecchio lettore è che in parte l’auspicio si sia avverato, ma a prezzo di un ampio ricorso non solo a imprestiti stranieri ma anche a calchi sia lessicali che sintattici, con una parziale perdita di quella duttilità in cui lo scrittore vedeva uno dei maggiori vantaggi della nostra lingua.

Alla precisione, o ‒ a essere, appunto, precisi ‒ all’esattezza, Calvino dedicò una delle sue ormai celebri Lezioni americane, uscite, come si sa, postume (Garzanti 1988). Purtroppo, recentemente un illustre italianista lo ha preso in parola e, analizzato il libro, ha concluso, pur concedendo che probabilmente l’autore non lo avesse compiutamente rivisto, che si tratta di «un libro in gran parte inesatto» (Claudio Giunta, Le ‘Lezioni americane’ 25 anni dopo: una pietra sopra? in «Belfagor», 6/2010, 649-666).

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Bei tempi, quelli in cui scrittori affermati si interrogavano e discutevano tra di loro sul destino della lingua italiana. E in quale sede, poi? Su una rivista di partito. Già, perché gli ultradeprecati partiti politici pubblicavano delle riviste culturali di uno spessore, di una vivacità e di una autonomia che quelle accademiche erano lungi dall’avere: la più nota, diffusa e ricca di contributi era quella del partito comunista, «Rinascita» ‒ su cui comparve quella polemica tra Pasolini e Calvino (e che era il principale veicolo dell’ancor più deprecata ‘egemonia’ comunista sulla cultura italiana) ‒, ma anche il socialista «Mondo operaio» e la democristiana «Discussione» non scherzavano. Andare a sfogliare le annate tra 1955 e 1980 per credere.

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I due punti? Praticamente sepolti. Il punto e virgola? Non esiste proprio più: prova ne sia la sua assenza dai dispositivi degli SMS. E prossimi alla scomparsa sono anche, vien da temere, le particelle pronominali, in particolare il magico «ne», soffocato da pesanti possessivi. La virgola impera, soppiantando sempre più frequentemente anche il punto fermo. Due punti e punto e virgola sono spesso, in traduzione (e talvolta, ormai, anche non in traduzione) sostituiti col calco anglosassone del trattino, più o meno lungo, così come i puntini di sospensione. Un esempio tipico dei primi due casi di segni di punteggiatura si aveva nelle elencazioni. Come la seguente. «I segni di punteggiatura usati nella lingua italiana sono: il punto fermo, che chiude un periodo; il punto e virgola, che raccorda talvolta due periodi con lo stesso soggetto (letterale o logico) e/o senza forti cambiamenti di tono e di sostanza, sia letterale che ad sensum, o le voci di un elenco, come in questo caso; i due punti, che introducono un elenco, un’esemplificazione o una precisazione annunciati nel periodo precedente; il punto esclamativo o di interiezione; il punto interrogativo.» Naturalmente, poi, gli autori svariavano. Clamoroso è il caso dell’uso, che sfiora spesso l’abuso, dei due punti da parte di Gadda.

Tranne ‒ per fortuna ‒ benedette eccezioni, alla punteggiatura non viene ormai dedicata alcuna attenzione, né nella scuola né nelle case editrici. Tutto appare un’unica marmellata di virgole, interrotta ogni tanto da un punto fermo o, appunto, da un trattino. Con questa uniformità si perdono spesso le sfumature di registro che si possono ottenere con la collocazione più o meno opportuna della virgola. Anche grandi traduttori dal tedesco talvolta dormicchiano, restando succubi dell’inevitabile ma vessatorio uso della virgola da parte di quella lingua e ingessando senza volerlo il periodo italiano in scansioni innaturali. Per non parlare di quelli piccoli, che credono che il punto esclamativo che trovano al termine dell’appellativo iniziale di una lettera vada riprodotto tal quale (manteniamo il sapore dell’originale, diamine!).

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Oltre sessant’anni fa, in un Esercizio d’interpretazione sopra un sonetto di Dante (1947), un grandissimo filologo del secolo scorso, Gianfranco Contini, osservava che dei sei vocaboli che formano il celebre verso «Tanto gentile e tanto onesta pare», ben tre avevano mutato significato nei secoli: per Dante «gentile» non significava «cortese» (aggettivo che d’altronde ha subito nell’identico lasso di tempo un analogo slittamento di significato) ma «nobile»; «onesta» non significava che non rubasse o non fosse di facili costumi, ma che era piena di «onore», «dignitosa», «decorosa»; e «pare» non indicava mera apparenza, non significava semplicemente «sembra (ma non è o potrebbe non essere)», ma «si mostra in tutta evidenza». E avrebbe potuto aggiungere che, al verso seguente, «la donna mia» non significava che Beatrice fosse sua moglie, né fidanzata né amante, bensì la sua «padrona», la sua «signora». Ora, in quel primo verso ricorre ben due volte un altro vocabolo che nel frattempo ha perso, se non il suo significato, la sua pregnanza: «tanto» ha perso la forza per indicare da solo «in tale misura», «in tal grado» (correlato spesso con un successivo «che»). Tutti ormai ‒ anche insigni e ottimi scrittori e traduttori ‒ sentono il bisogno di rafforzarlo con un «così», che al vecchio lettore ‒ pur rotto a molte esperienze ‒ fa correre ogni volta un brivido per la schiena. Provate a mutare così il verso dantesco…

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Sarà capitato anche ai giovani lettori di oggi di imbattersi in elogi della BUR che fu. Quei librettini grigi, di formato realmente tascabile, furono, per la gioventù povera che usciva dal dopoguerra, una vera manna. A scuola si andava ancora in giacca e cravatta, anche se il colletto della camicia bianca era spesso sbrindellato: il casual era di là da venire. E il librettino di turno entrava molto facilmente in tasca, da estrarre alla prima occasione buona, su una panchina, in tram e perfino a scuola. L’ideale era la lezione di scienze, di un professore tanto noioso quanto ingenuo, buono e indulgente, o quella di filosofia, di un prof… be’, meglio lasciar perdere. Fior di traduttori, ché a nominarne qualcuno si farebbe torto ad altri, ci hanno fatto conoscere Shakespeare, Goethe, Schiller, Cervantes, Molière, Racine; e Balzac, Dickens, Thackeray, Maupassant, Cechov, Zola, Huysmans e… e… e…. Naturalmente, c’erano anche tutti i classici italiani, ma in questa sede importano meno.

L’attuale BUR, tutt’altro che tascabile anche nei prezzi, ne ripubblica ancora, di quelle traduzioni, anche se ormai inevitabilmente invecchiate. E altre case editrici le riprendono, con una spesso sommaria cura di ringiovanimento. Nel prezzo, la collana aveva una formula modulare: inizialmente, alla fine degli anni quaranta, un volume costava cento lire (azzardiamo: un euro di oggi). Un volume in realtà era striminzito. Probabilmente non superava le 64 pagine, cioè quattro sedicesimi. Per cui la stragrande maggioranza delle opere era in tomi (chiamati poi, nei casi di grandi opere, a loro volta volumi, quali realmente erano) formati da più «volumi», cioè da foliazioni che erano multipli di quelle (forse) 64, i quali costavano il corrispettivo multiplo di 100 lire, prezzo base divenuto poi a sua volta 200, finché la manna finì. I caratteri erano piccoli: un corpo 10, si immagina. La vista deve aver cominciato a perderla lì, l’allora giovane lettore. C’era una breve introduzione illustrativa del traduttore, completata dalle notizie essenziali sull’autore. E poi, via, full immersion. Anzi, molto spesso, full immersion immediata, saltando a piè pari la pur esile presentazione critica. La cosa grandiosa era che, ficcati in tasca o estratti in fretta e furia, spiegazzati e maltrattati, portati in montagna o sulla spiaggia, cacciati a casaccio dentro la sacca della roba da pallacanestro insieme con scarpe calze e maglietta, lasciati al sole e addirittura alla pioggia, la rilegatura resisteva imperterrita: al massimo una slabbratura in cima alla costa o un’orecchia alla copertina. Nessuna delle successive collane economiche di classici ‒ e tra queste «I Grandi Libri» Garzanti, nettamente superiori nella cura critica ‒ poté mai reggere il confronto in quanto a maneggevolezza.

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Questa rivista si occupa esclusivamente di traduzione editoriale, ossia di libri, non dei cento altri testi tradotti che da tanti anni capitano quotidianamente sotto il naso al vecchio lettore. Ma può essere divertente questa reminiscenza. Anno 1968, «primavera di Praga». Un sabato, un autorevolissimo e diffusissimo settimanale spara in prima pagina un titolone che rivela l’esistenza di un documento esplosivo del «generale cecoslovacco Staff»: si prevede un’invasione sovietica. Scoop del tutto mancato, essendo ignoto a tutti lo stratega in questione e irrilevante quindi la sua opinione. Ben altro peso avrebbe avuto la corretta menzione, quale autore collettivo del documento, dello stato maggiore delle forze armate ceche. Ovviamente alla redazione era giunta fra le mani la versione in inglese.

A proposito di giornali. Giornali e giornalisti ricorrono impunemente a citazioni letterali di autori stranieri in italiano senza mai indicare il nome del traduttore. Peggio ancora: con la stessa disinvoltura recensiscono libri stranieri, soprattutto di saggistica, come se essi fossero nati in italiano. È un viziaccio che bisogna estirpare inondando senza tregua di proteste i direttori a ogni occasione. Luca Scarlini, invece, è ‒ nella sua intensa, poliedrica e ammirevole attività (saggista, drammaturgo, docente universitario) ‒ anche traduttore. Perché mai allora non indica il nome di chi ha tradotto i versi di Aleksandr Blok che cita in un breve ma denso articolo scritto per il libretto di sala del Parsifal al Teatro Regio di Torino (febbraio 2011, p. 31)? Eccoli qui:

Io non avevo mai capito / l’arte sacra della musica, / invece ora il mio udito in essa distingue / la voce nascosta di qualcuno. / Ho amato nella musica il sogno stesso, / e le stesse emozioni della mia anima, / che tutta la bellezza del passato / come un’onda trascinano via dall’oblio.

A meno che non li abbia tradotti lui stesso. Ma anche in questo caso: perché non dirlo?

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Tempi stretti di lavorazione, concorrenza spietata, promozioni aggressive, calcoli di costi e fatturato ecc.: tutto ormai concorre, soprattutto nell’incertezza della lunga e martoriata e oscura fase di passaggio all’e-book, ad assimilare definitivamente l’industria editoriale a qualsiasi altra industria. Nonostante il suo innegabile disagio, il vecchio lettore conviene che non è né legittimo né consigliabile farne un dramma. Ne consegue, però, che la natura di merce del libro è resa del tutto manifesta. Ma se il libro è una merce come le altre, allora il lettore è un consumatore: ovvero, tra i consumi ai quali deve badare ‒ secondo convenienza economica, regime alimentare, rispetto o meno della natura, gradimento estetico o enogastronomico e così via (non «e quant’altro», Dio ci scampi!) ‒ il consumatore deve contemplare anche l’acquisto del libro e la sua lettura. Non si parla qui del, diciamo così, “contenuto” del libro, il godimento del quale troppo dipende dagli interessi e dai gusti personali. Intendiamo la sua “fattura”, che pesa su quel rapporto qualità/prezzo al quale tanto si bada per gli altri consumi: dal packaging (copertina e, ove ci sono, illustrazioni) alla fabbricazione (cioè la stampa: presenza di refusi, impaginazioni storte, segnature bianche ecc.). Tra questi elementi da tenere in considerazione c’è anche ‒ udite udite ‒ la traduzione. Non si parla della qualità della traduzione di quella letteratura (poesia e narrativa) che per comodità viene spesso definita «alta»: di ciò, da qualche tempo a questa parte, si disquisisce tanto in varie sedi, e con tanta profondità e scienza e con tanto rigore, che il vecchio lettore si sente davvero impari a trattarne. No: parliamo più umilmente della narrativa cosiddetta «di genere» (dal romanzo «rosa» al «giallo» al «noir», dalla letteratura per l’infanzia a quella femminile alla saggistica in tutti i campi). Occorre che il lettore/consumatore ‒ giovane, di mezz’età o vecchio che sia ‒ si difenda da tutti i guasti che la fretta e la pressione del mercato impongono all’editoria. Per quanto riguarda le traduzioni ‒ convenuto che l’aderenza all’originale può essere valutata solo da chi ne conosce profondamente la lingua e la cultura ‒ il vecchio lettore si azzarda però a suggerire il seguente

Decalogo del lettore agguerrito

1. Anche se non conosci affatto la lingua dell’originale, sei perfettamente in grado di dire se la traduzione è ben fatta o no. Senti a orecchio se l’italiano fila o no (molto meno contano gli svarioni lessicali o terminologici) o se le eventuali incongruenze siano ad attribuire a scelte dell’autore oppure all’incomprensione del traduttore.

2. Controlla sul frontespizio (la prima pagina dispari stampata, contenente il titolo del libro) o sul controfrontespizio (la pagina pari a fronte) il nome del traduttore o della traduttrice.

3. Controlla che il libro sia tradotto dalla lingua originale e non da una traduzione intermedia (per esempio, Isaac Singer scriveva in yiddish, ma in italiano circolano varie traduzioni di traduzioni inglesi).

4. Se la traduzione ti sembra buona: a) dillo al tuo libraio; b) dillo alla persona alla quale consigli o regali il libro; sempre comunicando il nome del traduttore o della traduttrice.

5. Se la traduzione ti sembra molto buona: a) scrivi alla casa editrice (che trovi facilmente su Internet) per complimentarti; b) cerca altri libri tradotti dalla stessa mano: quasi sicuramente li troverai belli o interessanti; c) segnala il nome del traduttore o della traduttrice al tuo libraio.

6. Se la traduzione ti sembra cattiva: a) dillo al tuo libraio; b) NON regalare NÉ segnalare il libro, anche se ti sembra per altri motivi bello o interessante; c) scrivi alla casa editrice lamentandoti.

7. Le recensioni di libri di narrativa straniera in italiano recensiscono in realtà l’opera del traduttore o della traduttrice, cioè di una persona diversa dall’autore originale: se non lo chiariscono, non te ne fidare assolutamente (vuol dire che neanche il recensore si rende conto di quello che fa).

8. In ogni caso, nelle recensioni, SIA DI NARRATIVA CHE DI SAGGISTICA, controlla sempre che sia menzionato il nome del traduttore o della traduttrice. Se non c’è, scrivi al direttore del giornale o della rivista (non all’autore della recensione: è inutile) per lamentartene duramente, aggiungendo che ti aspetti un giudizio anche sulla traduzione.

9. Non ti fidare del consiglio di lettura di chi non ti sa dire in che lingua nasce il libro consigliato e il nome del traduttore o della traduttrice.

10. Non demordere mai da queste azioni, per quanto vane appaiano in un primo momento, e fai circolare in rete questo decalogo.