Numero 4 (primavera 2013) | Pratiche

Le mani nella terrina di Grass

INTERVISTA A CLAUDIO GROFF

di Ada Vigliani

Le mani nellaClaudio Groff e Günther GrassClaudio Groff è venuto a trovarmi una mattina d’inverno e ha portato la neve. È qui di fronte a me: barba e capelli brizzolati, occhi gentili dietro le lenti, sorriso mite e fermo, statura imponente.

Da trent’anni, più o meno ogni sei mesi, chi tiene d’occhio i libri di letteratura tedesca che escono da noi si imbatte nel suo nome: Peter Handke, Nei colori del giorno, traduzione di Claudio Groff; Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge, traduzione di Claudio Groff; Christoph Ransmayr, Il mondo estremo, traduzione di Claudio Groff; Günther Grass, Il passo del gambero, traduzione di Claudio Groff; Arthur Schnitzler, Doppio sogno, traduzione di Claudio Groff. E così via, con testi di Hesse, Enzensberger, Hofmannsthal, Brecht, Thomas Bernhard e tantissimi altri.

Chi sarà mai questa voce che sa modularsi su infinite voci diverse? Sui ritmi della prosa e su quelli della poesia? mi ero già domandata fin dai tardi anni Ottanta. Ai tempi in cui la navigazione internet non esisteva (o non esisteva per me), chiedevo un po’ in giro: è di Trento o di quelle parti, ottimo traduttore, era l’unica informazione precisa che riuscivo a ottenere, anche perché forse non conoscevo le persone giuste. Quando poi cominciai a navigare, almeno all’inizio le cose non andarono meglio: Claudio Groff, Trento, guardia forestale. Omonimia? Ovvio. Eppure quale aggancio meraviglioso e romantico per l’immaginazione: reduce dal giro di controllo per liberare animali imprigionati nelle tagliole, per multare i bracconieri, con un occhio attento agli alberi d’alto fusto, così come agli arbusti e ai cespugli, Claudio Groff rientrava nel maso e, munito di dizionari, con le tragedie di Schiller in edizione originale distrattamente posate sullo sbalzo dell’imponente stufa in maiolica accanto all’ultimo romanzo di Elfriede Jelinek, giunto fresco da Vienna, dava voce, lui educato dalle voci della foresta, a grandi scrittori del presente e del passato.

Oggi internet svela ogni segreto e il Claudio Groff in carne ed ossa, che è ora qui con me, campeggia nelle fotografie scattate durante svariate manifestazioni. Compare anche un accenno di curriculum, e quindi sappiamo che a latere del lavoro di traduttore (o “a latere” è invece proprio il tradurre?), Claudio Groff è stato comunque un “curatore”, non di boschi, ma di menti, quelle di numerose generazioni di studenti, cui ha insegnato tedesco nelle scuole milanesi. Sappiamo che, da oltre vent’anni, colleziona importanti premi, tra i quali il prestigioso Premio Austriaco per la traduzione letteraria nel 1989 e il Premio Mondello nel 2005. Ma le informazioni sono comunque poche, per cui gli interrogativi che mi si affollano alle labbra sono ancora molti.

Corroborati da una tazza di caffè forte, con la mia gatta accoccolata accanto a noi, prezioso surrogato di Gatorosso, l’imponente micio di Claudio Groff, rimasto a casa, a Milano, sottopongo subito il mio ospite a un fuoco di fila di domande.

Quando hai cominciato a tradurre, Claudio? È stato per caso? Oppure durante il tuo percorso di studi e di lavoro questa è stata da sempre la tua idea, la tua “vocazione”?

Ho cominciato all’inizio degli anni ottanta, devo dire abbastanza per caso, anche se in famiglia c’era sempre stata una notevole propensione e attenzione verso il mondo delle lingue, in senso lato: mio nonno ha redatto un vocabolario Trentino-Italiano che è in circolazione ancora oggi, e mio padre si divertiva a tradurre da varie lingue in dialetto trentino, adattando testi teatrali di autori come Kleist, Molière, Alarcón, Shaw ecc. alla realtà “locale”, senza però tradirne lo spirito; testi che poi sono stati messi in scena da compagnie amatoriali, sempre con grande successo. Per quanto mi riguarda, no, non posso parlare di “vocazione”, per me tradurre è diventato una professione quando avevo quasi quarant’anni, però nella tradizione familiare – e penso nel mio DNA – c’era senz’altro qualcosa che ha contribuito a farmi imboccare quella strada.

Parlaci ora dei tuoi studi, del tuo rapporto con il tedesco in una regione di confine come il Trentino.

Dopo aver frequentato il liceo classico a Trento mi sono laureato in tedesco all’Università degli Studi di Milano, e a Milano vivo da allora. Devo dire che il mio rapporto con il tedesco è sempre stato molto “naturale”, anche perché in casa – meno mia madre – lo parlavano tutti, ovviamente mio padre, che si era laureato in lingue a Ca’ Foscari, ma anche nonni, zia e parenti vari; in più, lo si studiava a scuola come “normale” lingua straniera – l’inglese non esisteva quasi. Oltre a tutto, nell’ambiente borghese dal quale provengo il tedesco faceva parte del bagaglio culturale, era un’eredità del (rimpianto?) dominio asburgico.

Lavoro di insegnante e lavoro di traduttore. Si tratta di un’accoppiata comunque molto frequente: che cosa l’essere traduttore dà in più al lavoro di insegnante e viceversa? Se avessi potuto, avresti fatto esclusivamente il traduttore?

Come già detto, non pensavo di fare il traduttore “da grande”, e infatti dopo la laurea ho cominciato a lavorare presso alcune case editrici, in settori che con la traduzione non avevano nulla a che fare. L’insegnamento nella scuola e il lavoro di traduttore sono iniziati quasi contemporaneamente quando sono rientrato in Italia dopo sei anni trascorsi in Austria come lettore di italiano all’università di Innsbruck, ma sono sempre rimasti su due piani ben distinti, anche perché il secondo, come accennavo all’inizio, ha avuto un avvio piuttosto casuale – un conoscente che lavorava per Guanda mi chiese se volevo tradurre un articolo di Enzensberger per la “Tribuna Illustrata”, rivista che allora la casa editrice pubblicava, io ho detto di sì, è andata bene e da lì è cominciata la mia seconda “carriera”: ma mi sono reso conto di aver iniziato un altro, vero lavoro solo al terzo o quarto libro, quando le offerte da parte degli editori cominciavano a diventare, diciamo, insistenti. La scuola è sempre rimasta un ambito separato, anche perché, insegnando alle medie, ho avuto pochissime occasioni – solo con alcune classi terze particolarmente “sveglie” – per introdurre un discorso che toccasse problemi traduttivi. Però no, non avrei fatto solo il traduttore, insegnare mi è piaciuto e oltretutto, avendo uno stipendio di cui vivere, ho potuto scegliere quasi sempre autori che mi interessavano e rifiutare proposte che non mi facevano vibrare alcuna corda.

Sempre a proposito del lavoro di insegnante, al di là di quello della scuola, c’è anche il tuo lavoro nell’ambito dei corsi di traduzione editoriale, e anche in questo campo tu sei un veterano. Dicci qualcosa di questa seconda accoppiata.

Naturalmente qui il discorso è del tutto diverso: qui si tratta non tanto di “insegnare” (si può insegnare a tradurre?) quanto di trasmettere ai giovani un bagaglio di esperienze consolidate attraverso gli anni, di dare delle indicazioni su come affrontare un testo, di insegnare, questo sì, i piccoli trucchi per “salvare” nella lingua d’arrivo locuzioni o frasi idiomatiche che sono espressione di un mondo culturale diverso, di indicare come modulare la propria lingua per rispettare, nei limiti del possibile, il tono dell’originale. Mi piace molto lavorare con dei giovani che vorrebbero intraprendere questa carriera: e mi inorgoglisco un po’ – anche se il merito è in gran parte loro – quando qualcuno mi manda un libro che finalmente è riuscito a tradurre e a veder pubblicato.

Parliamo ora più nel dettaglio delle tue traduzioni. Accennavo prima all’immensa varietà di voci di cui sai farti interprete. Come riesci a renderle, hai delle strategie? Ti guida l’istinto? E che cosa cambia nel tuo approccio al testo tra classici e contemporanei, tra le tue traduzioni di Goethe e Schiller da un lato e quelle – solo per fare qualche esempio – di Ingo Schulze, di Botho Strauss, di Hans Magnus Enzensberger dall’altro?

Quando traduco non ho strategie particolari, se non quella di cercare subito di individuare il registro del testo, affinché il risultato nella lingua di arrivo possa rispecchiarlo. Circa la questione “classici”, cui tu fai cenno, io in realtà ho tradotto soprattutto autori moderni e contemporanei. Anche perché preferisco avere a che fare con autori che rispecchiano la realtà nella quale vivo. Inoltre, il tradurre un autore contemporaneo mi offre l’occasione di incontrarlo o comunque di avere rapporti epistolari con lui, come mi è accaduto ad esempio con Grass, Ransmayr, Handke e Schulze. Mi sono quasi sempre tenuto alla larga da autori di altre epoche anche perché in qualche modo, per una sorta di automatismo, il mio italiano assume una patina di “vecchio”, quando si tratta di restituire il tono, il lessico di autori molto lontani nel tempo. Un giusto approccio a un classico implica scelte abbastanza complesse: certo, non si può riproporre tout court un italiano del passato, ma fino a che punto è lecito attualizzare linguisticamente un testo del Settecento o dell’Ottocento? C’è chi ci riesce, con risultati a volte buoni, a volte, secondo me, molto discutibili: io non ne sono capace, anzi, al contrario, devo frenarmi per non cadere in cadenze pericolosamente vicine a quelle di certi librettisti verdiani – che però a volte erano anche eccellenti traduttori, come nel caso di Andrea Maffei. Se confronto la mia traduzione della Sposa di Messina di Schiller con la sua, è lui ad avere la meglio, anche se, certo, in un italiano oggi improponibile.

E dunque, fra tutti gli scrittori contemporanei che hai tradotto, qual è quello, a proposito del quale ameresti sentirti qualificare come: “È’ il traduttore di …” Immagino si tratti di un austriaco. Credo di poter affermare, senza rischio di essere smentita, che hai una netta predilezione per gli autori austriaci.

Certo, ho una vera predilezione per loro: trovo infatti che abbiano una maggior consapevolezza linguistica, rispetto ai cugini tedeschi. Questo vale in particolare per Handke, ma anche per Ransmayr. Se fossi costretto a una scelta così esclusiva, come quella che mi proponi tu, direi Handke. È soprattutto la sua lingua che mi affascina, è un linguaggio che si colloca in un universo poetico molto particolare, che tenta di rinominare e quindi di rifondare la realtà, un linguaggio “esatto”, che al traduttore dà indicazioni precise e, ahimè, ineludibili: il risultato nella lingua d’arrivo a volte può sembrare o, diciamolo pure, è poco scorrevole, rigido. Ma il registro di partenza è inequivocabile e il traduttore non può che rispettarlo.

C’è un libro di Handke che ami in particolare?

Forse Le immagini perdute, perché contiene, tra l’altro, la visione utopistica di una nuova società umana, che ricomincia dall’inizio, proprio dalle capanne e dalla raccolta della legna. Ma anche perché con questo libro ho avuto la possibilità di conoscere personalmente l’autore. Handke, molto generosamente, ha invitato alcuni suoi traduttori in Spagna nei luoghi dove è ambientata la vicenda: dopo una terribile ma – per chi conosce l’autore – inevitabile Wanderung (tradurre con “passeggiata” sarebbe una resa molto debole) attraverso i pianori della Sierra de Gredos c’è stato un pic-nic in riva a un torrente, e qui ognuno di noi (eravamo in sei) ha letto un passo del libro, lo stesso, nella propria lingua: alla fine – eravamo tutti un po’ commossi, anche perché le libagioni erano state abbondanti – Handke ha detto una frase che da allora mi è rimasta impressa: “Forse un giorno i miei libri verranno dimenticati, ma le vostre traduzioni dei miei libri resteranno”. Alludeva al compito del traduttore di benjaminiana memoria? Alla traduzione che libera la lingua “pura” nascosta nell’originale e la riavvicina alla parola-Verbo? Non lo so, ma so che quel momento in riva al torrente, in una babele di lingue nate dalla stessa fonte e che in qualche modo diventavano tutte “comprensibili”, un “intuire” che andava al di là del singolo idioma (un po’ come nello straordinario Film parlato di Oliveira), ha avuto qualcosa di magico. Ne ho un ricordo bellissimo, Wanderung a parte.

Credo che una giornata così valga la fatica della Wanderung, non solo quella a piedi, ma anche e soprattutto l’altra egualmente impegnativa all’interno dei testi di Handke. Ma adesso andiamo a stanare i “cugini tedeschi”. Magari soffermiamoci proprio su un autore del quale hai tradotto moltissimi libri (più o meno tanti quanti ne hai tradotti di Peter Handke). E cioè su Günther Grass. Parlaci della particolarità della sua scrittura.

Tradurre Grass è soprattutto divertente. Certo, la sua scrittura presenta difficoltà spesso notevoli, ma direi che al di là di tutto prevale il piacere di affondare le mani nella terrina del suo ricchissimo tedesco e di “rimpastarlo” nella propria lingua: si lavora con gli stessi ingredienti, ma proprio le quasi infinite variazioni con cui Grass prepara i suoi “piatti” (oltretutto è un ottimo cuoco, fuor di metafora) consente al traduttore di aggiungere qua e là un pizzico di sapore nostrano o di togliere un elemento troppo caratteristicamente tedesco e sostituirlo con qualcosa di più mediterraneo: uscendo dall’immagine culinaria, voglio dire che la gamma espressiva della prosa di Grass è talmente ampia da permettere di trovare nella lingua d’arrivo, con un po’ di fantasia, corrispondenze che possono anche scostarsi dalla locuzione dell’originale mantenendone però il significato di fondo, vengono solo “spostate” in un diverso ambito culturale che le rende, tornando alla cucina, più immediatamente “digeribili” per il lettore, in questo caso, italiano.

Anche con Grass, così come ci hai raccontato di Handke – hai vissuto l’esperienza dell’incontro e del lavoro con altri traduttori che partono dalla stessa lingua di partenza per convergere su diverse lingue d’arrivo. Raccontaci di questi seminari, di come si presenta lui – il celebre Premio Nobel -, che atteggiamento ha nei confronti dei suoi traduttori.

Riguardo agli incontri di Grass con i suoi traduttori, si tratta di un’esperienza che presenta molti lati positivi, sotto tutti i punti di vista: Grass parte dal presupposto che il traduttore sia il lettore più attento e più scrupoloso – “sta alle calcagna dell’autore, implacabile”, ha scritto -, quindi il testo in questione viene esaminato pagina per pagina, i traduttori espongono i loro dubbi, chiedono spiegazioni sull’esatto significato di termini che possono apparire ambigui o “creati” dall’autore e quindi introvabili in qualsiasi vocabolario, chiedono chiarimenti su allusioni di carattere storico o politico; Grass, disponibile e paziente, accende la pipa – in barba a qualsiasi cartello di divieto -, spiega, commenta, spesso legge ad alta voce alcuni passi per far capire meglio su quali elementi della frase debba cadere l’accento, quali debbano essere evidenziati anche, possibilmente, nelle varie lingue d’arrivo, e quando la distanza tra i diversi codici si presenta incolmabile dice: Beh, qui inventatevi qualcosa. Poi, naturalmente, c’è anche l’aspetto conviviale, le cene e i dopocena insieme ai colleghi e spesso allo stesso Grass, lo scambio di opinioni tra i rappresentanti di lingue “vicine” riguardo alla soluzione di determinati passaggi, l’ammirazione degli “occidentali” nei riguardi del collega cinese o coreano, ammirazione che sottintende la domanda inespressa: ma come riuscirà a trasportare tutto questo bagaglio semantico, psicologico, storico-culturale, questi sommovimenti sintattici, queste cadenze in una realtà linguistica tanto lontana?

Non c’è dubbio che conoscere le voci parallele, impegnate sul nostro testo verso tante lingue conosciute e sconosciute, apre splendidi orizzonti al traduttore. Ma torniamo ora al tuo individuale rapporto con la pagina da tradurre. Hai mai provato angoscia davanti a un testo “oscuro” o davanti a un italiano, il tuo italiano che non riesci a piegare a ciò che vorresti esprimere per tradurre una particolare espressione? Quali strategie adotti? Lasci riposare il testo? Chiedi ai colleghi? Ti lasci distrarre per un po’ da Gatorosso?

Ovviamente mi è capitato di innervosirmi davanti a passaggi ardui o a un italiano che non mi convinceva, però non mi angoscio più di tanto, so che una soluzione prima e poi salterà fuori. Lascio riposare il testo, e a volte la soluzione appare da sé. Naturalmente ci rimugino sopra e l’illuminazione può arrivare nei momenti più impensati, anche di notte, in questo caso viene prontamente fissata su un foglietto a portata di mano. Quando si tratta di un grosso dubbio relativo alla lingua di partenza, chiedo direttamente all’autore o, in mancanza dell’autore, a qualche collega. La presenza del gatto è imprescindibile, un po’ come per le streghe del medioevo (ovviamente Gatorosso corre molti meno rischi…): quando, per dirla con Baudelaire, lo lascio passeggiare nel mio cervello credo che contribuisca a risvegliare qualche neurone diciamo un po’ intorpidito e… sì, è una distrazione che però riporta alla concentrazione.

Vedo che anche tu fai parte della schiera di coloro che, come Baudelaire, di tante cose possono fare a meno, ma non dei gatti e della letteratura! Al di là della presenza felina, descrivici Claudio Groff al lavoro: sei itinerante, dalla scrivania alla poltrona al tavolo da pranzo, o invece arroccato su un’unica postazione? Scrivi direttamente al computer? Oppure – almeno in certi casi – a penna, a matita?

Lavoro quasi esclusivamente di pomeriggio, 4-5 ore, di rado la mattina e mai la sera. Ho una mia postazione fissa alla scrivania, dalla quale però mi allontano se devo ripensare la formulazione di una frase o trovare una soluzione riguardo a termini che presentano particolari difficoltà traduttive: in questi casi, meglio una passeggiatina in corridoio, bere un bicchier d’acqua o fumare una sigaretta. È curioso come per me i momenti, diciamo così, più “creativi” si realizzino a una certa distanza dallo strumento con cui lavoro, forse dipende dal mio rapporto con il computer, che a tutt’oggi è ancora abbastanza conflittuale, perché non riesco a controllarlo come vorrei, penso sempre che stia predisponendo qualche trappola nella quale cadrò come un salame … In questo senso mi sentivo più tranquillo agli inizi, quando battevo sulla Lettera 22 (Grass la usa tuttora, come lo capisco …) e poi sulla macchina per scrivere elettrica. La rivincita sul computer me la sono presa nei non molti casi in cui ho tradotto poesia: qui si parte dal foglio bianco e dalla matita, per almeno due stesure, c’è un codice “altro” che ha bisogno di una via diversa, del percorso testa-mano-matita (la penna è già qualcosa di troppo “definitivo”), di un flusso che scorra più diretto, più vivo, eliminando il disturbo di uno stupido tasto con su scritto A o G. Poi, certo, il computer interviene, ma solo alla fine, quando si tratta banalmente di ricopiare.

Eh, sì: la mano ha un’intelligenza incomparabile che, unita alla matita, la rende davvero un’ancella fedele della mente! Come dicevamo, sono trent’anni che lavori in questo campo: al di là dell’inevitabile passaggio dalla Lettera 22 al “perfido” computer, è cambiato qualcosa nel tuo rapporto con il testo e con te stesso? Sei diventato più rapido e più sicuro di te oppure, per la maggior consapevolezza acquisita, è accaduto proprio il contrario? E nel tuo rapporto con le case editrici?

Be’ con il passare degli anni sono diventato forse più lento, ma anche più sicuro delle mie scelte grazie al bagaglio di esperienza che ho accumulato. E in generale non provo più l’angoscia della scadenza che provavo all’inizio. Non tanto perché allora gli editori fossero particolarmente severi con me, ma perché io stesso mi imponevo il rispetto dei termini fissati. Forse adesso riesco anche a calcolare meglio i tempi e, se proprio non ci riesco, me ne faccio una ragione.

Riguardo agli editori, qualcosa è cambiato: all’inizio c’era la quasi matematica certezza che qualcuno all’interno della casa editrice avrebbe letto e controllato la tua traduzione. Nel corso degli anni la figura del revisore interno è andata via via sparendo. La trovo una grossa perdita perché ritengo che la presenza di un altro paio d’occhi, soprattutto di gente veramente esperta in questo campo, sia quasi indispensabile. Oggi, quando va bene, è un lavoro che viene dato all’esterno e affidato a persone con cui spesso non si riesce a entrare in contatto. Mi è già capitato di ritrovarmi traduzioni “corrette” in modo arbitrario e improprio.

La solitudine del traduttore: San Girolamo nella caverna con il leone al fianco! Immagino che, se hai “resistito” per tanti anni, non sia mai stato questo il tuo problema. Per parafrasare Hannah Arendt, la solitudine del traduttore non sarà mai stata per te isolamento, ma la proficua solitudine del dialogo con se stessi, con l’autore cui diamo voce. Magari, per chiudere questa lunga chiacchierata, vuoi dirci qualcosa al riguardo?

Fatte le debite proporzioni, se san Girolamo aveva il leone, io ho il gatto che mi tiene compagnia. Sì, non ho mai vissuto la solitudine come un problema, anche perché, in parallelo, per molti anni ho avuto il mondo della scuola, quindi un contatto decisamente vivo (a volte fin troppo) con la realtà esterna. E comunque credo che oggi il traduttore sia meno solo di un tempo, o meglio: penso che un certo tasso di solitudine sia necessario e proficuo nel momento del lavoro su un testo – appunto il momento del dialogo con se stessi e con l’autore -, ma credo anche che le possibilità di uscire da questa solitudine, pur rimanendo nello stesso ambito, siano oggi molto più ampie e più varie rispetto a quando ho cominciato. Ci sono i contatti, a volte le amicizie, con i colleghi italiani e stranieri, ci sono i convegni, ci sono le scuole, i corsi di traduzione (una realtà che prima non esisteva), le borse di studio per soggiorni all’estero, ecc. Il mondo della traduzione è diventato un mondo di scambi, in movimento … Ma il tempo della riflessione solitaria su un testo non può mai mancare, è il cuore di questo lavoro, ed è anche il tempo in cui, ancora secondo il vecchio Baudelaire, je regarde en moi-même… naturalmente se prima i miei occhi si rivolgono vers ce chat que j’aime.

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