Al lettore | Numero 5 (autunno 2013)

Tradurre (per il) teatro

UN NUMERO MONOGRAFICO A CURA DI GIOVANNI GRECO

Tradurre (per il) nteatroGli studi sulla traduzione hanno conosciuto negli ultimi quarant’anni una fioritura senza precedenti per quantità e per qualità. Ci sono stati tuttavia, all’interno di questo rigoglio, settori della letteratura e della comunicazione in senso più ampio che hanno rappresentato un oggetto privilegiato per la ricerca e altri più trascurati. Se, per fare solo un esempio, la traduzione della poesia, con tutte le implicazioni semiologiche che comporta, ha costituito un campo di attrazione inevitabile e in un certo senso inesauribile, la traduzione del teatro è rimasta per molto tempo la Cenerentola dei translation studies, oggetto di studi estemporanei e asistematici e di racconti a posteriori di concrete esperienze sul campo che solo negli ultimissimi anni vengono investiti di cure analitiche ovvero divengono luogo di una riflessione matura e multipla, che affina i suoi strumenti euristici in un ambito sfuggevole e polisemico come quello della scrittura drammatica.

Per questo motivo, un numero della rivista «tradurre» pressoché interamente dedicato a questa tipologia di traduzione pare necessario e non più rinviabile, soprattutto alle latitudini italiche, dove un’attenzione non solo letteraria alla traduzione dei testi teatrali fatica ancora a imporsi e dove di conseguenza il dibattito critico sulle relazioni complesse fra testi con vocazione performativa e traduzione nelle sue diverse accezioni non ha ancora ricevuto il giusto spazio e il gusto riconoscimento.

Ovviamente lo spettro di contributi che qui si presentano (e gli altri che su temi analoghi verranno proposti nei prossimi numeri), nella varietà e nella molteplicità dei punti di vista e degli approcci, non mira all’esaustività né tantomeno a fornire una posizione univoca e per così dire “militante” su questioni che restano aperte e ineluttabilmente foriere di future discussioni: certo, alcune delle idee che vengono fuori, talora in maniera ricorrente, in molti dei contributi si configurano come vere e proprie provocazioni, come ami lanciati in uno stagno che ha urgenza di venir mosso soprattutto in un momento di crisi e di atomizzazione della ricerca teatrale, dell’editoria teatrale, della traduzione per la scena.

La molteplicità strutturale di fattori e di competenze da tenere in conto nella produzione di una traduzione teatrale e insieme la peculiarità di un atto traduttivo a metà strada tra oralità e scrittura piuttosto che restare un ambito circoscritto e per addetti ai lavori può diventare, dunque, un punto di partenza per comprendere meglio o addirittura rileggere con altri occhi le “acquisizioni” di altri settori dei Translation Studies. L’atto di tradurre è sempre ibrido, la traduzione è sempre una forma di meticciato culturale: il teatro nella sua contaminazione di linguaggi e di strumenti costituisce una sorta d’inveramento, un punto da cui partire e a cui tornare nel “viaggio al di là” che ogni traduzione sempre implica.

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