Numero 11 (autunno 2016) | Quinte di copertina

Invisibilmente verso l’invisibile

di Daniele A. Gewurz, autore di
Philip Ball, L’invisibile. Il fascino pericoloso di quel che non si vede, Torino, Einaudi, 2016 (da Invisible. The Dangerous Allure of the Unseen, London, The Bodley Head, 2014)

Tradurre un saggio così è un piccolo, affascinante tour de force che spazia dalle origini mitologiche dell’idea di invisibilità alla narrativa fantastica moderna e ai dispositivi tecnologici contemporanei che oggi un po’ la rendono possibile, passando per i tentativi degli alchimisti e le trovate dei prestigiatori.

La terminologia e il linguaggio in generale percorrono quindi uno spettro amplissimo, che il traduttore deve rendere in tutta la sua varietà e precisione (un esempio per tutti, la differenza tra “mimetismo” e “mimetizzazione”). Ma questa varietà cela in effetti un’uniformità, perché il saggio non è una raccolta di aneddoti e fatti curiosi sull’invisibilità dall’antichità ai giorni nostri: la tesi centrale è che esiste una sostanziale continuità dal pensiero magico arcaico alla scienza moderna, un fascino dell’uomo per l’idea di invisibilità, come testimonia per esempio l’inesistenza di una distinzione netta fra la magia rinascimentale e la filosofia naturale di chi cercava le cause invisibili di ciò che si vedeva. In fondo è letteralmente vero che molti fenomeni macroscopici sono provocati da forze ed esseri invisibili, anche se adesso sappiamo che si tratta, a seconda dei casi, delle forze fisiche della gravità e dell’elettromagnetismo, dei batteri, dei virus e così via.

Questa messa in evidenza di una continuità di fondo in un materiale in apparenza enormemente disomogeneo (l’anello di Gige citato da Platone, i tavolini degli spiritisti, il mantello di Harry Potter, gli accorgimenti mimetici di soldati e navi da guerra, i fenomeni ottici di rifrazione…) richiede da parte di autore e traduttore un linguaggio coerente, pacato, avvincente per come racconta oltre che per quello che racconta, che rispetti le differenze che esistono nel materiale (fra un grimorio medievale e un film comico del Novecento, per dire), ma senza introdurne dove non servono.

Come si intuisce, questo vasto panorama costituisce un testo ricco di citazioni, per le quali bisogna attingere, come sempre, dalle traduzioni esistenti (anche perché non avrebbe senso ritradurre Plinio il Vecchio o Kafka da una traduzione inglese). Questa fase del lavoro, abituale per chi traduce saggistica, può essere al contempo appassionante e snervante. Appassionante perché spinge a ricerche in rete, in biblioteche e in librerie, a consultare amici e mailing list di colleghi, e soprattutto mette a contatto con testi vecchi e nuovi, portando a letture e riletture impreviste. Ma a volte è una lotta contro il tempo, data la difficile reperibilità di certe fonti.

E le ricerche necessarie per L’invisibile sono state particolarmente ampie ed eterogenee. Ho ancora parte di un elenco di una trentina di citazioni da cercare, che compilavo via via e tutt’altro che completo: va dal Conan Doyle credulone del Ritorno delle fate a Christopher Marlowe col suo Dottor Fausto e agli epistolari di Einstein, da L’uomo invisibile di H.G. Wells all’Uomo invisibile di Ralph Ellison (ma include anche Shakespeare e Conrad: uno approfitta per confrontare più traduzioni e vedere quale fa al caso suo).

E così chi traduce si perde – perché desidera perdercisi – nel labirinto: scende in maleodoranti siti web di occultisti e legge articoli scientifici, si avventura verso biblioteche che neppure conosceva e vede film di Gianni e Pinotto (e ha tuttora da parte sul suo disco fisso un mare di articoli e file che un giorno, certamente, finirà di leggere).

In apertura del saggio Ball cita alcune considerazioni sul teatro kabuki dell’attore e regista giapponese Yoshi Oida, che esalta non l’attore che viene ammirato per l’eleganza del gesto con cui indica la luna, ma quello che diviene invisibile al pubblico perché col suo gesto la fa vedere, la luna. Concetto non nuovissimo, che si applica ai narratori, ai tipografi e ad altri, ma come sanno i traduttori lo si dice spesso – anche se qualcuno non apprezza – anche di loro, e questa formulazione lunare mi sembra la più poetica che io abbia sentito. Spero, traducendo Ball, di essere riuscito a indicare invisibilmente l’invisibile.