Numero 12 (primavera 2017) | Strumenti

La recensione / 3 – Trapiantare: traduttori come mediatori culturali, o della traduzione come atto di cura

di Roberta Sapino

Traduttori come mediatori culturali,a cura di Sergio Portelli, Bart Van den Bossche e Sidney Cardella, Franco Cesati Editore, Firenze 2016, 173 pp., € 17,00

Recensione 3Tradurre, lo dice la parola, è tra-durre, portare al di là, tendere ponti verso sponde straniere, più o meno note, più o meno lontane. L’immagine del traduttore-traghettatore, non a caso, è ricorrente, tanto nella saggistica critica quanto nelle parole dei traduttori chiamati a descrivere se stessi.

Un’altra immagine, meno frequentata, si disegna davanti agli occhi del lettore che si addentra tra le pagine di questo volume: quella del traduttore-trapiantatore, giardiniere consapevole delle cure necessarie per far attecchire un germoglio di alterità in terra straniera. La introduce Cecilia Demuru (pp. 125-133), citando le parole con cui Luigi Meneghello definì la sua traduzione delle memorie di Henry Wickham Steed: «nella sua veste italiana il libro l’ho scritto io, trapiantato, potrei dire»; la rafforzano gli autori degli altri saggi, delineando ritratti e vicissitudini di personaggi che, in modi diversi, hanno contribuito non solo a tradurre parole da una lingua a un’altra, ma a dar vita a testi capaci di assumere un’identità propria e di operare un cambiamento all’interno della cultura di arrivo.

L’arco temporale considerato nel volume è vasto: la presentazione del ruolo sociale e culturale ricoperto dai volgarizzatori di opere classiche durante il medioevo (Giulio Vaccaro, pp. 11-19) introduce una ricca rassegna di articoli dedicati al periodo dal primo Ottocento al ventunesimo secolo. Lo spazio geografico lo è altrettanto: mantenendo l’Italia come riferimento comune (il libro nasce da una selezione degli interventi presentati al XXI Congresso dell’Associazione Internazionale Professori d’Italiano, tenutosi a Bari nell’agosto 2014), gli articoli presentano casi di traduzione da e verso numerose lingue europee, ma anche l’inglese statunitense, il russo, il persiano, l’ebraico antico.

Come suggerisce il titolo, un elemento che accomuna i vari articoli è la tendenza a interessarsi meno alla traduzione come disciplina, o alle teorie che la sottendono, e più agli individui che ne sono gli artefici. Non mancano infatti gli articoli scritti in prima persona, nei quali gli autori riflettono, spassionatamente e senza retorica, sulle attività di cui sono protagonisti: è in riferimento alla sua esperienza di traduzione dal russo che Olga Gurevich presenta la difficoltà di trasportare l’ironia sottile di Don Camillo e Peppone nei paesi post-sovietici senza tradirne lo spirito (pp. 83-87), mentre Maria Adelaide Basile racconta la sua partecipazione a un progetto di traduzione di gruppo promosso dall’associazione romana Monteverdelegge (pp. 157-166).

Altri articoli presentano figure di rilievo appartenenti a un passato più o meno remoto, per le quali la traduzione ha rappresentato non solo un mestiere, ma uno strumento privilegiato – non l’unico – di azione culturale e politica. Dalla volontà di Pasquale de Virgili di dar vita a uno stile nobile della prosa italiana attraverso la traduzione dei versi di Lord Byron (Sergio Portelli, pp. 21-29) all’esemplare ostinazione di chi operò per diffondere i testi capitali della letteratura italiana nell’ambiente complesso della Polonia comunista (Aleksandra Piekarniak, pp. 89-96), dalla straordinaria attività di Maria Chiţu, che, oltre a intrattenere relazioni vivaci con esponenti di spicco della cultura italiana ottocentesca, tradusse e diffuse la Divina commedia in Romania (Nicoleta Călina, pp. 31-40) alla maestria traduttiva, editoriale e politica con cui Jean Lescure, vero “operatore socioletterario”, accompagnò Ungaretti fino al Premio Nobel (Rosario Gennaro, pp. 53-61), il volume mette in luce le ambizioni e le abilità di mediatori che hanno esteso il loro ruolo ben oltre i confini della mera traduzione. Il lettore è così invitato a ripensare non solo ai rapporti che legano l’opera letteraria e il testo tradotto ai rispettivi contesti storici, ma soprattutto al processo di traghettamento, o di trapianto, che ha luogo per mezzo delle mani attente del traduttore-mediatore.

In alcune occasioni le parole dell’altro si fondono con quelle del traduttore, del quale alimentano l’immaginario e la scrittura. L’incontro tra culture si compie allora anche su un secondo livello, più instabile, dove entrambe giungono filtrate dalla percezione del traduttore-autore. Alla traduzione, spesso domesticante, di versi amorosi dal persiano, Marco Antonio Canini affiancò la produzione di componimenti ai quali Michel Bastiaensen riconosce un’aria orientaleggiante «più genuinamente originale» di quella che anima i testi tradotti (pp. 41-51). Nel Novecento, Tommaso Landolfi si appropriò del «piglio e tono» degli autori russi che forgiarono, secondo le parole di Liudmila Saburova, il suo rapporto con la realtà (pp. 97-101); Luciano Bianciardi fece dell’intertestualità con i libri che tradusse una delle cifre fondamentali della sua scrittura (Sandro de Nobile, pp. 115-123); dai numerosi tentativi di traduzione de I fiori del male Giovanni Raboni trasse materia da plasmare nelle sue poesie (Maria Belova, pp. 135-139); Erri De Luca, infine, inscrive nella creazione la stessa tensione, la stessa attrazione per il mistero delle origini che riecheggia nelle sue traduzioni bibliche dall’ebraico antico (Anna Porczyk, pp. 149-155).

Tra realia e riferimenti a esperienze troppo lontane dal vissuto dei lettori stranieri, alcune traduzioni nascono sotto il segno inevitabile della mancanza. Come trasmettere il significato politico ed emotivo dell’insurrezione di Varsavia a chi non può che immaginarlo? È ciò che si domanda Lucia Pascale alla luce delle traduzioni italiane dell’opera di Miron Białoszewski (pp. 75-81). Come far percepire al lettore polacco la carica eclettica della scrittura di Tondelli, nella quale, osserva Agata Pryciak (pp. 141-147), «il parlato dei personaggi a sua volta è una forma di traduzione e rielaborazione del mondo culturale in cui i personaggi vivono»?

Gli interventi di Nicoletta Russotti Babić (pp. 63-73) e Daniel Mangano (pp. 103-114), minuziosi nell’analisi testuale, conducono il lettore nel labirinto di scelte che si presenta minaccioso al traduttore in casi quasi estremi, laddove la ricercatezza e la sperimentazione linguistica sono associate a una connotazione culturale pervasiva. Osservando l’una la trasposizione in croato del Notturno di Pavese realizzata da Mladen Machiedo, l’altro la resa italiana di Zazie nel metrò a opera di Franco Fortini, i due studiosi rilevano le magnifiche trovate e le inevitabili mancanze di due imprese traduttive eccellenti e tuttavia imperfette – preziose proprio perché rivelano che la perdita è parte necessaria di ogni mediazione. The art of losing, potremmo dire contraddicendo un verso di Elizabeth Bishop, is hard to master.

Come i traduttori di cui portano testimonianza, i curatori del volume compiono un vero lavoro di mediazione, seminando domande e curiosità e avendo cura di farle crescere gradualmente, così che anche il lettore meno familiare all’argomento possa accedervi senza difficoltà. Un solo rammarico: i contributi sono brevi, in alcuni casi troppo brevi rispetto alla complessità del discorso che vi è condotto, tanto che, occasionalmente, il lettore interessato può restare con la bocca un po’ asciutta, desideroso di ulteriori esempi, aneddoti più dettagliati, argomentazioni di più ampio respiro.