Numero 1 (autunno 2011) | Studi e ricerche

Anche il tedesco ha il suo postcoloniale

CE LO RICORDANO LE OPERE AUTOBIOGRAFICHE DI DUE DONNE NAMIBIANE

di Elisa Leonzio

Anche il tedesco ha la sua letteratura postcoloniale. Nel 2004, dopo decenni di amnesie e rimozioni, l’editore Ullstein di Berlino ha pubblicato l’autobiografia di Lucia Engombe, Kind Nr. 95. Meine deutsch-afrikanische Odyssee. La particolare originalità dell’opera deriva dal fatto che la scrittrice non è una donna tedesca trasferitasi in un paese africano per amore o per seguire l’ingannevole sogno di un’Africa idilliaca. È questo il caso delle celebri Corinne Hofmann, d’altronde svizzera ma di padre tedesco, autrice di Die weiße Massai (A1 Verlag, München 1998; tr. it. La masai bianca, Milano, Rizzoli 1999, di Luca Burgazzoli) e Ilona Maria Hilliges (Die weiße Hexe, Ullstein, Berlin 2000, non tradotto). Engombe è invece una giovane donna africana che, ancora bambina, è stata improvvisamente strappata al proprio Paese, la Namibia, e condotta in Germania e che, altrettanto improvvisamente, all’età di 18 anni, è stata riportata in una Namibia che ormai le era totalmente sconosciuta. A segnare il destino di Lucia Engombe, nata nel 1972, è la lotta di liberazione contro il predominio sudafricano, condotta fin dal 1951, quando la Namibia era stata sottoposta al regime di apartheid, dalla SWAPO (South West Africa People’s Organisation). Questo movimento di liberazione namibiano disponeva di un esercito ben organizzato e soprattutto dell’appoggio, in epoca di guerra fredda, dei paesi del blocco comunista, tra cui anche la Repubblica democratica tedesca (DDR), parte in causa in quanto coerede, con la Repubblica federale (DBR), della Germania guglielmina, di cui l’Africa sudoccidentale era in precedenza stata colonia. Durante il pluridecennale conflitto per l’indipendenza, la SWAPO decise, come si vedrà più avanti, di inviare ottanta bambini a studiare nella allora Germania Est.

Tra loro c’è anche Lucia, che ha allora sette anni. Nel decennio successivo questi trasferimenti proseguiranno e i cosiddetti DDR-Kinder aus Namibia saranno infine più di 400. Questi bambini, secondo i progetti della SWAPO, dovranno costituire un giorno l’élite culturale e politica della Namibia libera.

Lucia trascorre nella DDR undici anni: anni dolorosi, segnati dallo sradicamento e dalla mancanza della famiglia; ma anche anni di felicità, di integrazione riuscita, che portano la ragazza a sentirsi infine più tedesca che africana. Per questo l’improvviso rimpatrio nel 1990, dopo la proclamazione dell’indipendenza della Namibia, è un trauma. Un trauma accresciuto ulteriormente dall’assoluta indifferenza con cui i ragazzini vengono accolti in patria: della «élite del futuro”, come con molta enfasi erano stati definiti, il governo del nuovo presidente Nujoma non sa che farsene. I giovani rimpatriati sono solo numeri su una lista: Lucia è il «bambino numero 95”. Difficile è poi anche il ritorno in famiglia: chi, come Lucia, ha fatto parte del primo gruppo dei DDR-Kinder è rimasto lontano più di dieci anni ed è divenuto nel frattempo un giovane adulto e per la famiglia un estraneo. Il processo di integrazione nella propria patria risulta così, paradossalmente, più difficoltoso di quanto lo è stato quello nella DDR.

Non solo per noi, ma anche per il pubblico tedesco, il libro di Lucia Engombe e quello, analogo, di Stefanie Lahya-Ankongo, Kalungas Kind. Wie die DDR mein Leben rettete (2009: La figlia di Kalunga. Come la DDR mi ha salvato la vita, anche questo non tradotto in italiano), sono una rivelazione: la rivelazione di un altro pezzo di passato che non passa.

Il Secondo Reich e il colonialismo (1884-1918): una breve parentesi e un rapido oblio

Tra gli stati europei che si spartirono il controllo degli altri continenti la Germania rappresenta un caso alquanto singolare: raggiunta solo nel 1871 l’unità nazionale, il paese era rimasto del tutto estraneo a quel processo imperialistico che aveva visto lungo l’Ottocento la sempre più decisa affermazione dell’Inghilterra, della Francia e dell’Olanda come potenze coloniali, dopo il plurisecolare primato spagnolo.

Le prime prove di espansione extra-europea da parte del neo fondato Secondo Reich furono intraprese verso la metà degli anni settanta dell’Ottocento per ragioni principalmente economiche ed ebbero per oggetto il Camerun, lungo le cui coste sorsero numerose case di commercio. Gli uomini d’affari che le avevano fondate si sentivano però minacciati nei loro interessi dalle vicine imprese inglesi. Uno di questi imprenditori, Adolph Woermann di Amburgo, il prototipo del commerciante anseatico ritratto da Mann nei Buddenbrook, si rivolse così, nel 1884, dapprima alla camera di commercio della sua città e poi direttamente al governo tedesco in cerca di appoggi. Il suo discorso era del tutto privo di toni enfatici o di richiami al diritto all’espansione dell’impero tedesco e alla retorica della supremazia razziale (temi che erano invece centrali nella propaganda colonialista); si concentrava invece su argomentazioni estremamente pragmatiche, tutte riconducibili a due concetti: commercio e guadagno (Gründer 20045, 45). Questa impostazione, che pure non raccolse consensi nel senato di Amburgo, i cui membri erano diffidenti nei confronti di un commercio d’oltreoceano che solo anni dopo li avrebbe convinti, si guadagnò invece l’attenzione del governo nazionale: nel luglio del 1784 il «commissario imperiale” dottor Nachtigal fu così nominato protettore della zona.

Quale momento di fondazione del potere coloniale tedesco si indica però oggi il 24 aprile 1884 (Schildknecht 1999, 1). In quella data il cancelliere Bismarck, tramite l’ambasciatore tedesco a Londra, inviò una dichiarazione al governo inglese con la quale si precisava che i possedimenti di un commerciante di Brema, tale Adolf Lüderitz, siti sulle coste dell’Africa Sud-occidentale, erano da quel giorno sotto la protezione tedesca. Da questo nucleo sorgerà la colonia tedesca dell’ Africa del Sud-Ovest, che solo nel 1990 si costituirà come stato indipendente della Namibia. Poiché i possedimenti di Lüderitz si trovavano di poco a nord della Colonia del Capo, la parte dell’odierno Sudafrica amministrata, a quel tempo, dagli inglesi, la maggior parte degli storici legge oggi nella dichiarazione di Bismarck, pur con molte sfumature, il primo vero atto della politica coloniale tedesca. Nella parola «protezione» (Schutz) – ciò che Bismarck offre a Lüderitz – si cela infatti un doppio significato. Protezione sono gli atti di diplomazia che qualsiasi Stato è tenuto a garantire ai propri cittadini; ma sono anche interventi in loco con cui l’impero tedesco progetta di affermare la propria sovranità su un territorio che, del resto, confina con la zona di influenza inglese ma non è a essa sottoposta. Per la prima volta, quindi, la Germania rivendica ufficialmente il proprio diritto a partecipare, al pari delle altre potenze, alla spartizione dei territori extra-europei e fa valere questo diritto contro quello di un’altra nazione europea, la Gran Bretagna (Schildknecht 1999, p. 15).

A sancire definitivamente la legittimità dell’espansionismo coloniale tedesco fu la Conferenza di Berlino del 1885, voluta soprattutto dal Portogallo, dalla Francia e dalla stessa Germania con il comune intento di arginare il predominio inglese. Esattamente con questa finalità la promosse, nell’ottobre dell’anno precedente, proprio il cancelliere Bismarck, che al segretario di stato del ministero per gli Affari Esteri aveva dichiarato pochi mesi prima:

Gli sforzi degli inglesi per essere i soli a dominare i mari extraeuropei costringerà le altre nazioni commerciali ad associarsi tra loro per opporre un contrappeso alla supremazia coloniale dell’Inghilterra (Große Politik, III, Nr. 680, p. 414; traduzione mia).

Durante la conferenza si discussero problemi giuridici specifici quali il diritto dei popoli in generale e degli occupanti e occupati in particolare, tempi e notifiche dell’occupazione e occupazioni di fatto. Bismarck era per il riconoscimento delle occupazioni di fatto e l’Inghilterra non si oppose del tutto a questa idea. La Germania si vide così riconoscere i già citati Camerun e Africa del Sud-Ovest e, inoltre, Togo, Burundi e Tanganica. Parallelamente la politica coloniale tedesca si rivolse anche ai Mari del Sud. Le colonie del Pacifico compresero le isole della Micronesia, la Samoa polinesiana, la parte nordorientale della Nuova Guinea, le isole della Nuova Britannia e Nuova Irlanda, le Salomone e le isole dell’Ammiragliato.

Tanto in Africa quanto nel Pacifico la colonizzazione tedesca fu caratterizzata da oppressioni e violenze nei confronti delle popolazioni indigene, considerate appartenenti a razze inferiori e spesso ridotte in schiavitù, in violazione di molti articoli della stessa conferenza di Berlino. La resistenza degli indigeni fu punita con veri massacri. Tristemente celebre è quella degli Herero, un popolo nero che a inizio Novecento insorse contro i tedeschi nell’Africa del Sud-Ovest. Le truppe tedesche, guidate dal generale von Trotha, sterminarono quasi completamente l’intera popolazione: un genocidio di decine di migliaia di persone. Ma, seppur in scala assai minore, altrettanto sanguinosa fu la repressione della popolazione dell’isola di Pohnpei, nelle Caroline orientali (Brüll 1995), dove contro quattrocento uomini in rivolta i tedeschi schierarono quattro navi da guerra e un numeroso contingente di soldati che non solo schiacciò gli insorti ma allontanò per sempre la popolazione locale dalla zona.

L’impero coloniale tedesco ebbe vita brevissima. I primi segni di sfaldamento si ebbero già nel 1914-5, quando la Germania non poté difendere la lontanissima Africa del Sud-Ovest, che fu così annessa al Sudafrica, e le isole della Micronesia e la baia cinese di Kiautschou, (colonia tedesca solo dal 1898), occupate dai giapponesi. La vera fine giunse però con il trattato di Versailles del 1919, che sancì per la Germania la perdita di tutte le sue colonie. La breve durata dell’impero coloniale tedesco e il fatto che, almeno a un primo sguardo, alla Germania sono state risparmiate le difficoltà della fase postcoloniale giustificano in parte la scarsa attenzione che gli studiosi, tanto di storia quanto di letteratura, hanno dedicato finora alla tematica, come si appura sfogliando bibliografie sull’arcipelago colonialismo-postcolonialismo nelle principali lingue europee (in particolare inglese e francese) e soprattutto, ed è l’aspetto più eclatante, proprio in tedesco (Pallaver 2010, 93). Il silenzio da parte della storiografia e della critica letteraria in Germania ha, però, ragioni ancora più profonde: l’oppressione, il razzismo, i genocidi che segnano il colonialismo tedesco sono un capitolo della propria storia che, dopo la seconda guerra mondiale, il paese ha praticamente «rimosso” per le sue somiglianze con il totalitarismo nazista e perché, nel Terzo Reich, esso era diventato strumentale tema per nazionalsocialisti e ideologi del Lebensraum. Tanto che nel 2006 Reinhart Kössler, esperto di sociologia dello sviluppo e sociologia politica e storia africana, ha parlato di «amnesia coloniale» della società tedesca (Kössler 2006).

Da alcuni anni, tuttavia, si assiste in Germania a una lenta rinascita dell’interesse per il proprio passato coloniale, a cui si accompagnano saggi e monografie. Alla luce di questi studi e approfondendo soprattutto l’ambito, spesso ancora trascurato, della lingua e della letteratura, rifletteremo sulla possibilità di parlare, anche per la Germania, di una letteratura coloniale e postcoloniale e metteremo in discussione il concetto di «amnesia coloniale».

Il linguaggio della letteratura e della propaganda (pre)coloniale

L’analisi della letteratura e della propaganda precoloniale offre il primo banco di prova per misurare la rilevanza del tema «colonie» nella cultura e nella società tedesche. Il suo radicamento è comprovato dal fatto che ne incontriamo un precocissimo esempio già nel 1731: si tratta dell’Insel Felsenburg (L’isola di Felsenburg) di Schnabel (terminata nel 1743), la cui trama si incentra sulla fondazione di una colonia esemplare da parte di un gruppo di navigatori tedeschi. Di vero e proprio culto della colonizzazione si può invece parlare a partire dagli anni settanta del diciottesimo secolo (Zantop 1999). Esso si configura come un insieme di «fantasie ricorrenti», reperibili in opere di narrativa e teatrali (oltre che, in forma di argomentazione, in saggi filosofico-politici), incentrate su una visione dicotomica del mondo: il paese colonizzatore come padre e le colonie come figlie oppure lo Stato come entità maschile che conquista paesi vergini (da qui le ripetute vicende amorose che vedono come protagonisti giovani e coraggiosi europei e pure e ingenue fanciulle indigene). Tutte immagini basate sulla convinzione di una superiorità del paese colonizzatore rispetto a quello da colonizzare, che si troverebbe in uno stato di minorità paragonabile a quello di donne e bambini. A molte di esse è inoltre sottesa un’evidente metafora sessuale: è il desiderio – e il desiderio è alla base della mentalità coloniale, come mostrava Said (1979) – di «conquista” della vergine che, nell’immaginario precoloniale, si trasla in conquista territoriale. E va sottolineato che la maggior parte di queste fantasie ricorrenti fornisce al lettore una conclusione conciliativa e rappacificatrice del rapporto: le colonie devono essere conquistate per il bene delle colonie stesse, affinché esse raggiungano livelli di sviluppo e civiltà più alte e si riuniscano armoniosamente, come in un rapporto amoroso, al paese colonizzatore.

Nonostante la maggior rilevanza economica e strategica dell’Africa, i sogni coloniali dei tedeschi si rivolgono soprattutto ai Mari del Sud e al Sudamerica, che per la loro lontananza meglio corrispondono a un ideale di purezza verginale. A cavallo fra tardo Settecento e primo Ottocento le narrazioni di questo tipo si moltiplicano. Ne citiamo alcune. Tra il 1779 e il 1780 esce la riscrittura, da parte di Joachim Heinrich Campe, del Robinson Crusoe di Defoe, il Robinson der Jüngere. Ein Lesebuch für Kinder (Robinson il giovane: un libro di lettura per bambini), pensato allo stesso tempo come strumento di svago e di educazione per il bambino, a cui potevano così venir trasmesse le prime idee sulla natura, sui lavori domestici, sui doveri dell’uomo nei confronti degli altri uomini e di Dio. E le prime idee sull’atteggiamento paternalistico da tenere nei confronti dei popoli «selvaggi”. Al contrario del romanzo di Campe, mai tradotto, esistono molte traduzioni italiane delle opere teatrali di August von Kotzebue, come la commedia Die Indianer in England (1790: Gli indiani in Inghilterra), il dramma sentimentale Die Negersklaven (1796: Gli schiavi negri) e la tragedia Die Sonnenjungfrau (1799: La vergine del sole). Soprattutto in quest’ultima è evidente il motivo erotico-educativo: lo spagnolo Alonzo, disprezzando le violenze di Pizzarro, opta per una conquista degli indigeni operata attraverso lo spirito, la cultura, e l’unione amorosa con l’indigena Cora. Si tratta di quella via intermedia, egualmente lontana dall’oppressione sanguinaria e dall’accettazione delle regole tribali degli indigeni, che molti fautori della colonizzazione hanno sperato la Germania imboccasse e che molti hanno creduto abbia imboccato: infatti, l’idea che i tedeschi siano i «migliori colonizzatori e coltivatori» (Zantop 1999, 18) e che abbiano seguito un Sonderweg, una via tutta loro, nella colonizzazione, si ritroverà ancora nella letteratura e nei testi scolastici del primo dopoguerra.

Da un punto di vista letterario i testi citati (e i molti altri usciti nello stesso periodo) non sono però di alto valore, appartenenti come sono a una letteratura popolare e di intrattenimento o a un genere considerato minore come quello della letteratura per l’infanzia, e non è quindi un caso che abbiano suscitato scarso interesse nella critica. Nella prospettiva delle ricerche coloniali essi meriterebbero comunque maggiori approfondimenti.

L’unica eccezione è costituita dal racconto Die Verlobung in St. Domingo di Heinrich von Kleist (1811: Il fidanzamento a Santo Domingo, più volte tradotto), ambientato nel 1803 nella parte francese di Santo Domingo. La vicenda ha tutti i caratteri della storia d’amore destinata alla tragedia. La meticcia Toni, figlia di una mulatta e di un commerciante francese, e il giovane Gustav, soldato svizzero dell’esercito francese, si conoscono e innamorano proprio nel periodo in cui la popolazione nera dell’isola è insorta contro il dominio francese. La fanciulla, devota alla propria famiglia, ma disgustata dalle violenze perpetrate dagli schiavi (che le sembrano non meno spaventose di quelle degli oppressori), fa di tutto per salvare il giovane bianco. Ma questi, credendosi un giorno tradito, la uccide, per poi rivolgere l’arma contro di sé appena compreso il fatale errore. Il tragico finale di una spirale di sangue e di odio, in cui vittima e carnefice finiscono per confondersi l’un con l’altro:

Toni domandò in che modo i bianchi si fossero attirati tanto odio. «Per la posizione comune», rispose il forestiero, colpito, «che, come padroni dell’isola, avevano nei confronti dei neri; e che io, per dire la verità, non mi attenterei a difendere. Ma esisteva, immutata, già da molti secoli! La frenesia della libertà, che ha contagiato tutte le piantagioni, ha spinto negri e creoli a spezzare le catene che li opprimevano, e a vendicarsi contro i bianchi dei molti e condannabili maltrattamenti subiti per colpa di alcuni bianchi malvagi (Kleist 1999, 162).

La critica ha finora per lo più trascurato il fatto che il testo di Kleist è il primo serio confronto nella letteratura tedesca, e settant’anni prima che la Germania conquistasse colonie sue proprie, con la colonizzazione come fenomeno concretamente esistente: se anche nel suo racconto è rispettato il topos del legame amoroso tra un uomo europeo bianco e una donna indigena, è alla realtà dell’esperienza coloniale francese che Kleist guarda, in un discorso dove centrale non è l’alterità sessuale, ma la differenza culturale (Zantop 2001, 194) e dove, soprattutto, viene meno la contrapposizione assiologica tra colori: non vi è più il bianco come incarnazione del bene e del giusto e il nero come incarnazione del male e del peccato; i due colori, anzi, condividono bontà e, ancor di più, colpa, anche se l’espressione «alcuni bianchi malvagi» lascia intendere che agli occhi di Kleist, se la colpa dei bianchi c’è, è comunque circoscritta a pochi e non concerne quindi l’atto coloniale in sé. Kleist comunque non sposa la causa coloniale, esattamente come non abbraccia la ribellione violenta degli schiavi.

L’autore che incarna il momento di passaggio dalla letteratura precoloniale a quella coloniale è invece nuovamente una scrittore di libri per l’infanzia, Karl May, la cui carriera letteraria inizia agli albori della stagione coloniale tedesca e le scorre parallela per venti anni, fino alla morte dello scrittore, avvenuta nel 1912. Autore estremamente prolifico, May ha scritto centinaia tra romanzi e racconti su viaggi avventurosi negli Stati Uniti o in Africa (le sue opere, alcune delle quali tradotte in italiano, sono oggi raccolte in quaranta volumi), amatissimi fino agli anni sessanta/settanta e ancora piuttosto diffusi anche ai nostri giorni. I suoi romanzi di ambientazione africana hanno fortemente influenzato l’immaginario coloniale tedesco. L’eroe, un giovane tedesco dal nome orientaleggiante di Kara Ben Nemsi, desideroso di avventure, si aggira per i territori delle colonie francesi e inglesi (mai in quelle tedesche, nemmeno quando la Germania ne possederà) e sopravvive grazie all’aiuto delle tribù locali, che immancabilmente ne riconoscono le doti e lo scelgono come difensore dei loro diritti. Ambivalente, come era in Kleist, è anche la posizione di May: pacifismo e fascino per la diversità e l’esotico convivono con la persuasione della superiorità spirituale dei tedeschi. Il protagonista, secondo l’interpretazione di Berman (1996, 50), incarnerebbe addirittura il «prototipo del colonizzatore”, offrendo dunque un modello per il nascente impero coloniale tedesco. Se difficilmente si può pensare che il personaggio di un romanzo di avventura per ragazzi possa valere come modello per la condotta politica, economica e militare di uno stato, è però d’altra parte certo che ai romanzi di May si deve la diffusione di conoscenze etno-antropologiche sui popoli extra-europei tra i tedeschi dell’Ottocento e di parte del Novecento. Si tratta naturalmente di conoscenze molto grossolane: come il protagonista è frutto di una tipizzazione, così anche l’immagine dei popoli delle colonie è fortemente tipizzata, frutto di stereotipi razziali che May conosce, e non solo tramite la propaganda, per sua stessa natura ideologizzata, ma anche attraverso la lettura dei testi scientifici del suo tempo.

La mancata conquista, fino al tardo Ottocento, di colonie, infatti, rafforza le fantasie coloniali tedesche, trasformando col tempo il culto della colonizzazione in una vera ossessione. Analogamente, la visione conciliativa lascia il posto a immagini decisamente più aggressive, nelle quali il pregiudizio razziale prende nettamente il sopravvento e viene declinato sempre più in direzione di sfruttamento e oppressione. Risultano illuminanti, al riguardo, i testi dei primi propagandisti dell’impresa coloniale, come Friedrich Fabri, Wilhelm Hübbe-Schleiden ed Ernst von Weber. Parroco il primo, avvocato e pubblicista il secondo e agitatore politico il terzo, ad accomunarli è un lessico in cui, a parole come «paternità” e «promozione” dello sviluppo delle regioni colonizzate, sono subentrate quelle di «razza”, «nazionalismo” e «imperialismo” (Arndt 2009, 293-314). Fabri in particolare, considerato il maestro del colonialismo teorico per il suo pamphlet Bedarf Deutschland der Colonien? (La Germania ha bisogno di colonie?) del 1879, propugnava l’imperialismo coloniale in nome di ragioni scientifiche ed economiche: l’espansionismo doveva risolvere il paventato problema della sovrappopolazione tedesca e delle sue necessità materiali. Le popolazioni locali potevano essere sfruttate stante la loro congenita inferiorità. Non dissimili erano le tesi sostenute da Hübbe-Schleiden in Ethiopien (1879), Deutsche Kolonisation (1881), e Kolonisationspolitik und Kolonisationstechnik (1882), e da Weber in Vier Jahre in Afrika. 1871-1875 (1878).

Tutte queste tesi trapassano nella narrativa del tempo, che ne diviene il miglior veicolo di diffusione insieme ai quotidiani e alle opere di consultazione. Se si legge, per esempio, la voce «Neger» nell’Handwörterbuch der Zoologie, Anthropologie und Ethnologie, uscito in otto volumi a Breslavia tra il 1880 e il 1900, si legge la seguente descrizione:

[…] arretratezza biologica […] i negri, per quanto concerne le prestazioni di lavoro, sono una razza forte e in un clima caldo sono persino superiori ai bianchi […] Il negro trascorre le sue giornate senza pensieri, immerso di preferenza nell’ozio, nei litigi e nei discorsi senza senso; solo la fame e il desiderio sessuale lo destano da quello stato di quiete (Handwörterbuch 1888, 612 sgg; traduzione mia).

E ancora, si parla di «fanatismo religioso», di «raffinata crudeltà» contro il nemico, di «incapacità di un pensiero indipendente e coerente». Tutto ciò contribuisce a far nascere una sorta di nuova coscienza della germanicità, che si precisa proprio nella contrapposizione culturale, tecnologica e fisiologica ai popoli colonizzati.

Anche la letteratura della piena età coloniale è strettamente legata a un romanzo per l’infanzia, la Peter Moors Fahrt nach Südwest (Viaggio di Peter Moor nel Sud-ovest, mai tradotto) di Gustav Frenssen, pubblicato nel 1907 e mai tradotto in italiano, la cui fortuna è stata lunga e duratura come quella dei romanzi di May. Il sottotitolo, Ein Feldszugbericht (Un resoconto dalla campagna militare), rivela immediatamente lo sfondo storico e soprattutto l’orientamento ideologico dell’autore. Altrettanto fa la dedica «in memoria della gioventù tedesca caduta nell’Africa del Sud-Ovest». Il richiamo è dunque alla rivolta degli Herero, che a lungo (1904-1907) impegnò l’esercito tedesco in una campagna militare molto sentita, ma anche molto contestata in Germania dai primi movimenti anti-coloniali. A prevalere fu comunque l’argomento nazionalista: il genocidio perpetrato contro gli Herero trovava la sua legittimazione nel bisogno di difendersi contro le «nazionalità straniere» (Dabag 2004, 231).

Ed è proprio questo argomento che rivive, in forma narrativa, nel romanzo di Frenssen, in cui Moor, giovane fante di marina, sogna di mostrare il proprio valore nella «difesa” della patria:

La sera del 14 gennaio passeggiavo per la Dänische Strasse con Behrens e alcuni altri camerati; ci venne incontro Gehlsen, che prestava servizio da un anno ed era nella mia compagnia e che mi disse: «Hai già letto?». «Che cosa?», domandai, e quello mi disse: «Nell’Africa del Sud-Ovest i negri vigliacchi hanno preso alle spalle e ucciso tutti i contadini, compresi donne e bambini» […] Ero alquanto confuso e chiesi ancora: «Ma quelli uccisi sono tedeschi?» «Naturalmente» rispose (Frenssen 1907, 8; traduzione mia)

Imbevuti di ideali patriottici, i giovani protagonisti non dubitano nemmeno per un istante che la presenza tedesca in Africa sia giusta: i negri sono i nemici, e vigliacchi per di più, e andranno sconfitti. Di qui tutta una serie di strategie per evitare il fascino dell’esotico. «Non tutto quello che è variopinto è anche bello e giusto»(Frenssen 1907, 23), mette in guardia il capitano, e così Moor, che pure si è arruolato in parte anche per curiosità dell’ignoto, comincia a osservare ogni cosa con diffidenza. Si susseguono combattimenti, atti di eroismo compiuti dai tedeschi e scene di vita negli accampamenti, dove i neri catturati fungono da schiavi per i soldati. In una delle scene più cruente del romanzo, Moor uccide un ribelle e il suo rimpianto non è per l’uccisione commessa, bensì per il sangue che gli ha macchiato la pistola.

Questi stessi temi permangono nella cultura tra le due guerre, assumendo però nuovamente la forma del desiderio: la Germania ha perso tutte le colonie e si trova per la seconda volta nella posizione di chi deve rivendicare un diritto. Rivendicazione molto sentita dalla popolazione tedesca e che, nella repubblica di Weimar, dà il via anche a un filone cinematografico (Nagl 2009, 25), in cui erotismo ed esotismo si mischiano alla nostalgia imperiale e alla propaganda.

È innegabile che il colonialismo d’oltremare abbia ispirato il «colonialismo”, dapprima rivolto all’Europa orientale e poi al mondo intero, di Hitler (Lützeler 2005, 98). Del resto, lo stesso concetto/slogan del Lebensraum è offerto ai nazionalsocialisti da un altro romanzo di ambientazione coloniale, il Volk ohne Raum di Hans Grimm (1926, che non risulta tradotto).

L’«amnesia coloniale» del secondo dopoguerra, la letteratura postcoloniale e la «namibistica»

Dopo la seconda guerra mondiale la tematica coloniale scompare repentinamente dalla letteratura, dalla storiografia e dalla pubblicistica tedesche. Vi sono però differenze tra le due Germanie. Le si può tracciare prendendo come cartina di tornasole la fortuna e la censura delle opere di Karl May, che come si è visto aveva fortemente contribuito a diffondere con i suoi scritti le fantasie precoloniali e la storia coloniale della Germania. Se immutato e ugualmente diffuso nella BRD e nella DDR è l’amore del pubblico, diverso è invece l’atteggiamento del potere politico. Nella Repubblica Federale le opere di May continuano a essere ripubblicate, mentre nella DDR, fino a pochi anni prima della caduta del Muro, esse sono vietate e i loro canali di circolazione sono privati e sotterranei: genitori che possiedono vecchi esemplari li fanno leggere ai figli, famiglie dell’Ovest li inviano clandestinamente ai parenti all’Est («Der Spiegel», gennaio 2009). I romanzi di May sono, infatti, giudicati antiumanistici, imperialistici e per di più mal scritti. Un giudizio, questo, rafforzato dal fatto che, nel Terzo Reich, essi erano stati inclusi tra la buone letture per i giovani. E così diviene facile per la SED, il partito unico socialcomunista al potere, vietarli. In una dichiarazione del 1948 si legge: «Siamo sul punto di creare una nuova letteratura per l’infanzia che distolga la nostra gioventù dalla sete di sangue e dalla lotta uomo contro uomo e che la educhi invece, attraverso una rappresentazione realistica delle gioie dell’esistenza presente, a un atteggiamento costruttivo» (Akte Landesregierung Sachsen, Ministerium für Volksbildung, atto numero 2769; traduzione mia). L’opera di May è così respinta non solo per i contenuti (sentiti come inclini al fascismo), ma anche per i principi compositivi, troppo lontani da quel realismo sociale promosso in tutte le zone di occupazione sovietica.

Il caso di May è illuminante del processo di rimozione, a tutti i livelli, del passato coloniale nella DDR; un processo ancora più esasperato di quello parallelamente in atto nella BRD.

Paradossalmente, però, è proprio nella DDR che il tema coloniale risorge, almeno nella discussione pubblica, verso la fine degli anni settanta. Alla base di questo risveglio del dibattito coloniale c’è, come era stato agli inizi del Novecento, quando il dibattito si era infiammato attorno al genocidio degli Herero, un massacro nel territorio dell’Africa del Sud-Ovest, la Namibia.

Dal 1915 il Sudafrica britannico aveva strappato la Namibia alla Germania. Nel 1934, infine, la Namibia era divenuta la quinta provincia del Sudafrica, che nel 1951 aveva esteso anche a quel territorio il regime di apartheid. Nel 1973 la lotta della Namibia per l’indipendenza fu riconosciuta legittima dalle Nazioni Unite. Negli anni settanta Sam Nujoma, leader della SWAPO e futuro primo presidente della libera Repubblica namibiana, cercò appoggio tanto nella BRD quanto nella DDR, in nome dell’antico rapporto coloniale con il Secondo Reich tedesco. Ad accoglierne le richieste fu la DDR: in piena guerra fredda, la contrapposizione tra blocco occidentale e blocco sovietico si riverberava sull’intero scacchiere mondiale e, poiché gli Stati Uniti appoggiavano il Sudafrica, la DDR (con l’Unione Sovietica) non poteva dunque che appoggiare la Namibia. Gli aiuti, inizialmente solo economici, compresero poi anche l’invio di armi e la costituzione nell’ospedale di Buch, alla periferia nord-orientale di Berlino, di un reparto di cura e riabilitazione dei militari dell’esercito di liberazione feriti in combattimento. Il 4 maggio 1978 avviene un episodio destinato a modificare radicalmente la politica di ospitalità della DDR: il campo profughi di Kassinga, che si trova in terreno angolano a 250 km dal confine con la Namibia e che ospita esuli namibiani, tra cui un gran numero di donne e bambini, viene assediato e bombardato dai Sudafricani. È una carneficina, con più di seicento morti e centinaia di feriti (Kenna 1999, 16). Da questo momento vengono accolti nella Germania Est non solo militari, ma anche i feriti sopravvissuti al massacro e, lo vedremo in seguito, gruppi di bambini da educare agli ideali del socialismo.

Anche se molti degli accordi presi tra il governo tedesco e la SWAPO rimangono segreti, l’opinione pubblica della Germania Est segue comunque con attenzione le vicende della Namibia. Fonti di informazione sono la trasmissione televisiva «Aktuelle Kamera» e, ancora una volta, i giornali. In particolare, è una rivista femminile (a riprova di come, nella storia tedesca, il tema coloniale e, ora, postcoloniale trovi diffusione grazie a testi legati a una cultura popolare o a generi minori) a commuovere milioni di lettrici e a risvegliare l’interesse per il destino della Namibia.

La «Für Dich. Illustrierte Wochenzeitung für die Frau» dedica la copertina del numero 15 del 1979 a una sopravvissuta al massacro di Kassinga che, nell’ospedale di Buch, ha partorito una bambina disabile. Ogni elemento dell’articolo, a partire dall’apparato iconografico, è accuratamente predisposto per far leva sulle emozioni. Nella pagina pari che lo precede, dove in breve sono riassunte le notizie dall’estero, campeggia la foto di un ragazzino nero ucciso in Sudafrica e la didascalia recita: «Il regime dell’apartheid non si ferma neppure davanti ai bambini». Risalta così ancor di più la dolcezza che traspare dalle foto di una bimba, la piccola Stefanie (la madre ha voluto darle il nome di un’infermiera tedesca), in braccio alla madre, con un candido cuscino bianco dietro la testa e circondata da donne bianche dagli sguardi amorevoli. Segue il racconto del massacro di Kassinga, delle gravi ferite della madre, che ha rifiutato per mesi di essere operata per poter mettere al mondo la figlia, e dei problemi della neonata, che, raggiunta da un proiettile nel ventre materno, ha un’emiparesi. Poiché la donna deve rimanere per un anno in ospedale e la bambina ha bisogno di attenzioni e cure particolari, «i medici, le infermiere e i compagni del comitato di solidarietà» hanno cercato una famiglia a cui affidarla e i genitori di un’infermiera, i coniugi Schmieder, hanno deciso di accettare l’incarico.

È più un trasporto sentimentale che una reale conoscenza dei legami storici tra Germania e Namibia, dunque, a tenere vivo, in un primo momento, l’interesse per la ex-colonia. Ne nascerà però un intenso e duraturo dibattito sulle responsabilità (post)coloniali. L’articolo, da parte sua, si conclude con un monito:

Il denaro viene dal fondo di solidarietà che in gran parte è costituito dalle offerte della nostra popolazione. Anche il vostro contributo ne fa parte! Ma la nostra possibilità e disponibilità a essere solidali con Stefanie, Clementina e tutti gli altri non si esaurisce in ciò. Il meglio per loro sarebbe poter tornare in una patria liberata dall’apartheid e dal colonialismo. E la battaglia per raggiungere questo scopo è un dovere per noi tutti («Für Dich. Illustrierte Wochenzeitung für die Frau», 1979, 9; traduzione mia)

Le colpe coloniali, nella percezione della popolazione della Germania orientale, si possono dunque compensare con quello che era un concetto cardine del mondo socialista, la solidarietà.

Nella BRD invece il passato coloniale ritorna, e questa volta di nuovo come tema della letteratura, a partire dalla metà degli anni ottanta con autori come Hans Christoph Buch e la sua Haiti-Trilogie (1976-1990, non tradotta in italiano) o il Günther Grass di Zungen zeigen (Luchterhand, Darmstadt 1988; tr. it. Mostrare la lingua, Einaudi, Torino 1989, di Bruna Bianchi), accomunati dalla ricerca di uno «spazio terzo” per l’incontro e il dialogo tra le culture. E poi vi sono i cosiddetti «resoconti di viaggio postcoloniali» (Lützeler 2005, 118) come quelli di Ingeborg Drewitz in India, Hans-Jürgen Heise in America Latina e Luise Rinser in Indonesia o i romanzi e saggi di Eva Demski su Singapore. Tutti concentrati sui danni del colonialismo europeo e però tutti scritti da una prospettiva eurocentrica.

Dopo il 1989, con la riunificazione delle due Germanie, l’interesse per il passato coloniale sembra di nuovo assottigliarsi; a parte alcuni esempi della sopra citata narrativa di viaggio, gli autori ora si dedicano alla rielaborazione del passato più recente e delle difficoltà sorte in seguito al ricongiungimento (da molti sentito come un’annessione forzata e per il quale sarebbe forse opportuno parlare proprio di «colonizzazione”) della DDR alla BRD. Tanto più che, in una straordinaria coincidenza storica, la Namibia (che è tra le ex-colonie l’unica con cui un rapporto postcoloniale sia realmente esistito) ha concluso vittoriosamente la propria guerra di liberazione dal Sudafrica: il 9 novembre, mentre a Berlino cade il Muro, si svolgono in Namibia le prime elezioni libere e nel 1990 sono proclamate sia l’indipendenza namibiana sia la riunificazione tedesca.

E finalmente arriva il libro di Engombe. L’autobiografia di Lucia Engombe è un’opera straordinaria per quel suo carattere di confine tra letteratura post-coloniale (che in molti casi è narrazione della migrazione da una ex-colonia) e letteratura della DDR (Leonzio 2011). Di particolare interesse, oltre alle tematiche tipiche del genere postcoloniale quali la perdita di identità e il senso di spaesamento, vi è l’attenta riflessione dell’autrice sul problema della lingua: sulla lingua acquisita che si fa lingua madre, mentre quest’ultima gradualmente si perde; e su un processo traduttivo sui generis che costringe l’autrice a utilizzare una lingua per narrare eventi svoltisi in un contesto linguistico differente: narrare in tedesco le esperienze namibiane, ma nel contempo narrare alla famiglia, nel loro dialetto, l’oshivambo, la sua vita in Germania: molti sono i termini intraducibili:

Assillavamo di domande le nostre insegnanti namibiane. Ma non sapevano risponderci. Come in Oshivambo mancava una parola per «castello”, altrettanto non ne esisteva neppure una per «neve”! Ma ci trovavamo lì, anche se ancora non lo sapevamo, anche per imparare il tedesco. «Neve” deve essere stata una delle prime parole che ho imparato (Engombe 2004, 47; traduzione mia)

La riconquista della propria identità culturale e nazionale – questa è l’amara conclusione del testo – non giungerà, dunque, mai a compimento. L’odissea citata nel sottotitolo del libro resta incompiuta, il ritorno è piuttosto una nuova emigrazione.

Il secondo esempio di letteratura postcoloniale in lingua tedesca è l’autobiografia di Stefanie-Lahya Aukongo, la Stefanie resa celebre dalla rivista «Für Dich». Come nel caso di Engombe, anche in quest’opera il titolo è segnale di una lacerazione profonda, di una doppia appartenenza o estraneità: vi è Kalunga, il dio degli Ovambo, che dunque ha vegliato sulla bambina, ma nel contempo è la DDR ad averla salvata. Il sincretismo culturale e la scissione interiore costituiscono il leitmotiv del libro: «Non sono né tedesca né namibiana. Sono lacerata tra un qui e un altrove. Non appartengo alle persone che vivono qui ma altrettanto poco all’Africa» (Aukongo 2009, 159; traduzione mia).

Di Engombe Stefanie Aukongo condivide anche lo scetticismo linguistico. Cresciuta con gli Schmieder perché, per la sua disabilità, non corrispondeva ai criteri necessari per essere inclusa tra i bambini del progetto pedagogico elaborato dalla SWAPO, con questi ultimi però trascorreva le estati. Lo scopo che la famiglia affidataria e lo stesso ministero dell’Istruzione speravano così di raggiungere era che la bambina non perdesse il contatto con le proprie origini. Ma da quegli incontri Stefanie nulla impara sulla propria lingua madre e sulla propria patria, perché quei bambini sono ormai in tutto e per tutto tedeschi, tanto come lo è lei.

Portavano jeans, t-shirt e costumi come me. E come me parlavano un tedesco perfetto. Mia nonna mi ha poi raccontato: «Avevamo pensato di farti stare con i bambini namibiani per rafforzare il tuo legame con la patria. Ma quei bambini e quelle bambine erano nel frattempo diventati europei proprio come te, e della Namibia non sapevano nulla neppure loro» (Aukongo 2009, 98; traduzione mia).

Dell’oshivambo Stefanie impara solo poche parole base come i saluti, oppure combinazioni artificiali di dialetto e tedesco, una lingua inventata chiamata «oshideutsch».

Le narrazioni di Engombe e Aukongo, in cui la Storia con la s maiuscola tanto intensamente si intreccia con quella privata delle due autrici e la lingua e sottoposta a veri esperimenti sintattico-lessicali, rappresentano una vera novità nel panorama letterario postcoloniale e meritano per questo l’attenzione dei critici oltre che il successo presso il pubblico che hanno in effetti riscosso. In Germania ciò sta lentamente avvenendo, tanto che ormai si è coniato anche un termine per definire la nuova disciplina: la «namibistica» (Arich-Gerz 2008, 7-16). Un tema che dunque non è mai stato davvero rimosso nella coscienza tedesca, anche se certo vi è stato in parte latente, oggi viene definitivamente riscoperto. Resta da augurarsi che anche la germanistica e l’editoria italiana scoprano queste opere.

Bibliografia

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