Numero 2 (primavera 2012) | Pratiche

Cinquant’anni da traduttore

GUADAGNARE BENE, GUADAGNARE POCO, GUADAGNARE COSÌ COSÌ, MA SEMPRE LAVORARE SODO

di Raffaele Petrillo

Naturalmente sapevo già quasi tutto di quello che serviva. L’avevo imparato in famiglia, piccola nobiltà romana e napoletana da parte di madre, marina militare da parte di padre, un gruppetto di zie zitelle da una parte e dall’altra. Alcuni supplementi erano venuti dalla lettura estenuante, fin da bambino, della narrativa di classe borghese di mezza Europa (e grazie, cara rivoluzione industriale, per gli innumerevoli doni). Alcune integrazioni extra mi erano arrivate nei diciotto mesi di scuola allievi ufficiali di complemento a Lecce, da allievo prima, da ufficiale istruttore poi: per esempio il delicato trattamento dell’arancia a tavola, con forchetta e coltello, ma anche il prudente rispetto dell’ordine gerarchico. Insomma, a buona educazione e a galateo stavo messo bene. Ne avrei capito ben presto la rilevanza nei rapporti professionali, soprattutto con il personale di allora delle case editrici di allora.

Ovviamente non c’era stata soltanto l’educazione ai comportamenti in società. In quello che era scritto nel mio destino, anche le terrificanti traduzioni da e verso il latino e da e verso il greco al liceo avevano avuto la loro parte. E anche lo studio di altre quattro lingue europee prima e durante l’università. Già da liceale avevo fatto pratica di traduzione, a compensi irrisori e incerti, a spese di committenti mal provvisti di esperienza nel ramo e, soprattutto, di risorse pecuniarie: album di fumetti e rozzi manualetti sull’aurora del marketing e su certe bizzarrie tecnologiche chiamate «cervelli elettronici». I primi rudimenti della tecnica della traduzione li avrei però appresi… insegnandoli.

Infatti, non erano passati venti giorni dal mio congedo da militare, quando incontrai Silvio Baridon in galleria a Milano. Il professor Baridon, docente di lingua e letteratura francese nella civica scuola A. Manzoni e nella libera università L. Bocconi di Milano, era stato mio professore alla Bocconi, all’epoca dotata di una bella facoltà di lingue e letterature straniere con personale docente di fama: Francesco Flora, Mario Bonfantini, Ferdinando Giannessi e Mario Fubini per italiano, Ignazio Cazzaniga e Luigi Castiglioni per latino, Antonio Banfi, Remo Cantoni e Vittorio Enzo Alfieri per filosofia, Nino Valeri e Franco Catalano per storia, Vittore Pisani per filologia germanica, Antonio Viscardi e Carla Cremonesi per filologia romanza, Luciano Anceschi per estetica. E poi: Carlo Bo, Bruno Revel, Enea Balmas e Silvio Baridon per francese; Mario Hazon, Aurelio Zanco, Giovanna Foà e Agostino Lombardo per inglese; Vittorio Amoretti, Emmy Rosenfeld e Vincenzo Villa per tedesco; Juana Granados e Giuseppe Bellini per spagnolo. Tutti al massimo livello delle discipline umanistiche, quasi tutti con un passato di antifascismo e resistenza e alcuni di cultura marxista. E molti erano celebri traduttori da lingue antiche e moderne.

In quel pomeriggio di ottobre del 1959, in galleria a Milano, fu lui, Baridon, a riconoscere me. Ovvio: nella facoltà di lingue e letterature straniere della Bocconi, nel mio corso, eravamo solo quattro maschi tra un centinaio di studentesse. E forse il professore si ricordava di me anche per via del mio rendimento, certamente non eccelso, ma probabilmente degno di nota in quasi ogni materia. Sentendomi interpellato, riconobbi l’uomo, bloccai il passo e, con l’istinto del militare che ero stato fino a tre settimane prima, corressi la posizione, come dicevamo noi del ramo, nel senso che quasi scattai sull’attenti. D’altronde Baridon era stato ufficiale degli alpini in tempo di guerra e comandante partigiano nelle sue valle valdesi: quindi un atteggiamento quasi d’ossequio ci stava. E c’era di mezzo, in quell’istante, anche se dovevano passare decenni prima che me ne rendessi conto, un scambio d’affettuosa solidarietà tra ex discente ed ex docente. Vero è che Baridon non era più caratteristicamente docente. Certo, continuava a insegnare, alla Statale di Milano e alla Bocconi, ma si era scoperto imprenditore. Qui ci vorrebbe una digressione erudita, per parlare dell’etica protestante e dello spirito del capitalismo, ma il discorso ci condurrebbe troppo lontano. Dunque, il professore si era inventato la prima scuola d’Italia per interpreti e traduttori. Forse aveva tratto l’ispirazione da un suo viaggio a Ginevra, che l’aveva portato a conoscere l’École de traduction et d’interprétation di quell’università. A Milano aveva chiesto e ottenuto dall’amministrazione comunale il permesso di utilizzare lo scantinato del civico liceo linguistico Manzoni per avviare l’esperimento di una scuola italiana per interpreti e traduttori. Passati i primi pochi anni di sperimentazione, Baridon aveva poi ottenuto in affitto dal comune di Milano un vasto appartamento al primo piano di un antico palazzo, con ingresso da via Silvio Pellico e la maggior parte delle finestre sull’interno della Galleria Vittorio Emanuele. In quella lunga teoria di stanze aveva da poco insediato il suo Istituto di studi superiori di traduzione e interpretazione, da subito noto come «Scuola interpreti» per antonomasia e ancor oggi, colloquialmente, «la Silvio Pellico».

Il professore mi chiese se non fossi disposto ad andare a insegnare nella sua scuola. Ero più che disposto, certamente, per brama di denaro pronto e sicuro, anche se, in quel periodo di miracolo economico, di lavoro per i giovani ce n’era in abbondanza in ogni settore, soprattutto a Milano. In cinque minuti l’impegno fu preso. Non avevo neppure chiesto che cosa avrei dovuto insegnare. Vagamente pensavo a qualche cosa che avesse a che fare con la lingua e la letteratura inglesi. Ebbi a scoprire la verità solo il giorno dopo, nel corso di un colloquio con il direttore didattico, professor Borgognoni: avrei insegnato traduzione tecnica e interpretazione simultanea e consecutiva da e verso inglese. Retribuzione: mille lire per ogni ora di insegnamento effettivo, punto e basta.

Naturalmente, quando mi ero iscritto alla facoltà di lingue e letterature straniere (scelta bizzarra allora per un maschio), fantasticavo di un futuro da intellettuale con l’insegnamento come secondo lavoro, ma con l’attività di narratore, di saggista e fors’anche di traduttore “letterario” come primo vero lavoro. Poi, negli anni antecedenti la laurea, avevo guadagnato un po’ di soldi per i miei consumi voluttuari minimi, facendo il ballerino di charleston e boogie-woogie nei locali jazz allora tanto di moda a Milano come a Roma, e proponendomi per lezioni private nelle materie letterarie. E scrivevo: narrazioni, saggi letterari e persino versi, tutto dattiloscritto e tutto ordinatamente riposto in un paio di cassetti. Fin dall’età di undici anni mi appassionava la macchina per scrivere tanto che (o anche perché) fantasiosamente associavo la scrittura creativa alla scrittura a macchina, un po’ come se l’aspirante pittore considerasse l’uso della tempera o dei pennelli come il segreto dell’arte sua. Era, appunto, fantasia, ma quella passione per la tastiera si sarebbe rivelata preziosa nello sviluppo della mia futura professione di traduttore: batti rapido, guadagni di più.

Quella che supponevo fosse la mia vocazione di letterato non scemò nell’esercizio della professione di docente di interpretazione simultanea e consecutiva e di traduzione tecnica. Intanto, però, senza accorgermene, andavo imparando il mestiere più redditizio della mia vita.

L’anno successivo al mio ingresso nel mondo dell’insegnamento, Baridon ebbe un’altra buona pensata, dettata da un problema imprenditoriale: quale sbocco di lavoro offrire alle studentesse della sua scuola per interpreti e traduttori. In quel periodo il mercato italiano dell’interpretazione di conferenza (cabina insonorizzata e cuffie in testa, per capirci) era monopolizzato dai pochi professionisti italiani aderenti all’associazione internazionale di categoria, l’Aiic (Association Internationale des Interprètes de Conférence), fondata nel 1953. Non esistevano altri gruppi strutturati e gli organizzatori di congresso (termine ormai francesizzato in “conferenza”) trovavano più comodo e rassicurante rivolgersi a quelle che venivano sbrigativamente chiamate «le aiic», anche se le tariffe minime da costoro obbligatoriamente applicate, sotto l’occhiuta sorveglianza corporativa delle responsabili «regionali», erano altissime. Sul versante delle traduzioni la situazione era tutt’affatto opposta: libera concorrenza e libero compenso. Le traduttrici e i traduttori con conoscenza eccellente, mediocre o approssimativa di una o più lingue straniere si offrivano indifferentemente a case editrici, a imprese commerciali, a studi professionali, a organizzazioni internazionali. E la legge era quella cieca del libero mercato, con ben poco riguardo per la qualità e grande attenzione ai costi. Le case editrici forti di una lunga e gloriosa storia di traduzione letteraria si salvaguardavano in qualche modo, affidandosi a consulenti e, soprattutto, a bravi redattori interni. Nel resto del mercato era lotta continua. Talune bestialità oggi tranquillamente accettate traggono origine da quel periodo. Alcune per tutte: «paradiso fiscale» per l’inglese tax haven, «aria condizionata» per air conditioning, «fissione nucleare» per nuclear fission, «impiegato» per employee, «compagnia» per company, «scopo» per scope, «inventario» per inventory, «rifugiato» per refugee.

Baridon creò dunque il «Centro congressi», un’agenzia simile a poche altre già esistenti, ma con il fascino della combinazione di due parole a quel tempo inusitata. Ne affidò il comando prima a una, poi a un’altra delle migliori (e meno giovani) sue studentesse, con l’ordine tassativo di affidare ogni incarico di lavoro ricevuto alle diplomate, ai diplomati e ai docenti della Scuola interpreti. Il successo fu immediato, poiché da quell’istituto uscivano davvero ragazze e ragazzi che potevano contare su una solida preparazione professionale. Alcune e alcuni di loro si distinguono tuttora nei settori dell’interpretazione, della traduzione e della docenza anche universitaria. Quelle giovani collaboratrici e quei giovani collaboratori del Centro congressi vennero a lungo tacciati dalle «aiic» di sous-enchères in francese e di «sottobosco» in italiano. Io non tardai molto a primeggiare nel sottobosco. E conobbi i primi soldi veri, i soldi che mi permettevano di pagare l’affitto di un appartamento nel centro di Milano senza patemi d’animo, di comprarmi i libri che volevo, di frequentare con tranquillità, sia pure con parsimonia, l’americaneggiante Baretto (poi Bar Mario) di via Montenapoleone, ritrovo delle prime mannequins (non più «indossatrici» e non ancora «modelle») del triangolo della moda, e dei commendatori sempre puntuali all’ora dell’aperitivo.

Guadagnavo bene, soprattutto con l’interpretazione simultanea, l’arte che avevo così sfrontatamente insegnato ad altri senza conoscerla. Intanto continuavo a leggere narrativa e saggistica in quattro lingue, dopo aver a malincuore rinunciato a leggere anche in tedesco. E mi tenevo al corrente delle animate vicende del mondo letterario e artistico di quei primi anni sessanta. Leggevo «l’Espresso», «Il Mondo», «Rinascita», «Cinema nuovo», «Musica jazz», ma anche, sporadicamente a motivo del costo, «The Listener», «Le Figaro Littéraire» e il «Vient de paraître» di Gallimard. Seguivo persino l’avanzata del poeta e intellettuale cattolico Ferdinando Camon, già mio collaboratore nella redazione del «Filetto d’oro», la rivista della Scuola allievi ufficiali di Lecce. E, a tarda sera, sorseggiando in solitudine il «whisky della buonanotte» prima di sintonizzarmi su Radio Praga in lingua tedesca o sulla Bbc, fantasticavo sulla prima traduzione italiana dell’Ulysses condotta da Giulio De Angelis per Mondadori con la consulenza di Glauco Cambon, Carlo Izzo e Giorgio Melchiori, e da un paio d’anni in vendita nelle librerie. Mi sentivo in pace con me stesso come intellettuale impegnato mai dimentico dei propri doveri, e tranquillo come percettore di buon reddito, finalmente abilitato ad accedere alla società dei consumi. Confesso: nella mia fantasia ero rammaricato che nessuno mi avesse chiamato a collaborare alla traduzione dell’Ulisse, ma confusamente sapevo che, oltre a non esserne veramente capace, non avrei avuto la forza di dedicare gran parte del mio tempo a un’impresa bensì gloriosa, ma intuibilmente ben poco remunerativa.

Credo che, per riuscire nel mondo del lavoro, contino anche le occasioni inattese. Almeno così è stato per me, a cominciare da quel fortuito incontro con Silvio Baridon. Alcuni anni dopo, l’altra occasione. Tra le mie studentesse più riservate ce n’era una bravissima, cittadina luganese, con la quale avevo scambiato solo poche parole nel corso di un intero anno di insegnamento. Fu lei a chiedermi un bel giorno di primavera se non fossi disposto a lavorare come traduttore per Feltrinelli. In quella ragazza minuta e schiva mi parve di riconoscere l’angelo che quietamente mi toccava la spalla. Avevo bensì già tradotto, negli ultimi mesi, alcuni bei libri di divulgazione scientifica della Mondatori, grazie alla fiducia al buio riposta in me da Emanuele Vinassa de Regny. Ora però l’idea di arrotondare i miei già soddisfacenti introiti con un lavoro più vicino alle mie aspirazioni letterarie mi esaltava.

Ormai Feltrinelli voleva dire anche Gruppo 63, il movimento sorto nel 1963 nel corso di un convegno tenutosi nell’antica punica città di Solunto, presso Palermo. Tra i tanti giovani intellettuali di quel movimento c’era anche il mio ex docente di estetica, Luciano Anceschi, in verità non tanto giovane. C’era però anche il giovane, lui sì, Enrico Filippini, da poco entrato alla Feltrinelli come consulente letterario e deciso a svecchiare, giusta lo spirito del Gruppo 63, l’antico mobilio della traduzione per l’editoria. In particolare aveva bisogno di traduttori per la nuova saggistica economica, politica e storica in lingua inglese. Per questo aveva chiesto aiuto all’amica studentessa della scuola interpreti e per questo l’amica studentessa aveva pensato a me.

Il primo colloquio da Feltrinelli lo ebbi con Giampiero Brega. Non fu un colloquio di selezione come si intenderebbe oggi. Non mi fece un esame o, almeno, io non me ne accorsi. Forse si fidava semplicemente della segnalazione di Filippini, ma io ero convinto che si fosse reso subito conto di quelle che io credevo fossero le mie eccellenti qualità di linguista e traduttore letterario. Un po’ come mi era capitato quando, a diciannove anni, una vera squadra di calcio, l’A.S. Guastalla, mi aveva affidato il ruolo di portiere sulla parola del precedente portiere, mio amico (che aveva lasciato lo sport per darsi interamente alla sua passione, la fotografia, che l’avrebbe portato molto lontano). La scontrosità di Brega la scambiai per timidezza. E il suo sbrigativo accenno al compenso, seicento lire a cartella di duemila battute, lo presi per un segnale di noncuranza per il denaro, da intellettuale a intellettuale, e finsi di essere proprio come credevo che lui credesse che io fossi. Invece, senza che me ne rendessi conto, dentro di me andava maturando la Scelta. Era il 1966. Nel 1962 era uscito per Bompiani La vita agra di Luciano Bianciardi, e io lo avevo letto avidamente. Tutti i traduttori conoscono la storia quasi interamente autobiografica dell’intellettuale anarchico grossetano che emigra a Milano con intenti sovversivi e si mette a lavorare come traduttore per mantenersi mentre si prepara al suo mestiere vero, quello di narratore. Da La vita agra avevo tratto le mie personalissime conclusioni. Avevo conosciuto la professione di traduttore tecnico (come si diceva allora di chiunque non traducesse testi “letterari”) e, soprattutto, quella di interprete di congresso. E avevo fatto alcuni rapidi calcoli. Per realizzare una buona traduzione letteraria non si potevano tradurre più di quattro o cinque cartelle al giorno, ma la frenesia degli editori faceva sì che ormai se ne dovessero tradurre una decina, con buona pace per la qualità. A quattro o cinquecento lire a cartella, si potevano quindi fare circa cinquemila lire al giorno, che potevano considerarsi anche nette, perché in quegli anni ben pochi di noi pagavano le tasse. La giornata dell’interprete (cinque o sei ore di lavoro, divise con la o il collega di cabina) era pagata quarantamila lire, quasi la metà del salario medio mensile di un operaio. A me, che ormai lavoravo da interprete a una media di due giornate la settimana, quella sola attività procurava un reddito mensile netto di circa quattrocentomila lire. E poi c’erano l’insegnamento, con la retribuzione salita a duemila lire l’ora, e la traduzioni tecniche, pagate intorno alle millecinquecento lire a cartella. All’epoca, un dirigente d’azienda di medio livello guadagnava circa un milione netto al mese. Di tal genere, se non tali appunto, erano i miei pensieri il giorno in cui Giampiero Brega mi affidò la traduzione dall’inglese del mio primo libro per Feltrinelli, un testo di saggistica storica, The Spanish Inquisition di Henry Kamen. Nel corso degli anni, a quella prima traduzione di saggistica ne sarebbero seguite decine di altre, anche dal francese e dallo spagnolo, tanto per Feltrinelli quanto per altri grandi editori italiani e stranieri.

Consegnai quella prima traduzione con una settimana di anticipo sulla scadenza prevista e già allora ebbi la percezione dei due vantaggi concorrenziali che ogni traduttore dovrebbe perseguire: la puntualità della consegna e, purtroppo, la modestia delle pretese economiche. Normalmente la qualità arriva soltanto terza: se c’è, agisce da auspicabile moltiplicatore; se non c’è, il committente scrupoloso rimedia come può, con le risorse sue interne, e quello meno scrupoloso non vede e non capisce o fa finta di non aver visto e capito. Così era allora, così è oggi. Come mai, ci si potrebbe chiedere, considerati gli infimi compensi, alcuni traduttori di qualità superlativa sono tanto richiesti e lavorano tanto, oggi come allora? La risposta è: sono solitamente puntuali nelle consegne e sono molto accomodanti. Io ho smesso di tradurre per l’editoria, dopo trentasette anni di attività nel ramo e oltre un centinaio di titoli tradotti, nel momento stesso in cui, credendo di godere di un forte potere contrattuale grazie alla puntualità e alla qualità, ho cominciato a pretendere compensi superiori a quelli normalmente accettati dal mercato. E nessuno ha minimamente pensato di negoziare con me: semplicemente nessuno mi ha più chiamato. Del resto questa doveva essere la logica conseguenza della Scelta. Mi ero illuso di riuscire a combinare le mie ambizioni letterarie con la fissazione di fare buon reddito con un paio di specializzazioni nei settori “tecnici”, tanto nella traduzione scritta quanto nell’interpretazione di conferenza. Quella fissazione l’ho soddisfatta, ma a quelle ambizioni ho scelto di rinunciare. Né posso farne una colpa al mercato, che continua a funzionare impassibilmente secondo leggi proprie. Posso ormai confessare che, abbandonati i sogni di gloria letteraria, ho scelto il reddito e la reputazione di buon traduttore verso l’inglese, specializzato in testi economici e giuridici, quali principali traguardi della mia attività. C’è di buono che la passione per la letteratura l’ho sempre avuta, che l’ossessione di rispettare puntualmente le scadenze di lavoro l’ho sempre avuta, che il desiderio di esplorare i meandri più risposti dei linguaggi settoriali l’ho sempre avuto e che l’amore cieco per le lingue e la linguistica è stato e resta il motore primo di ogni mio impegno professionale. Anche dell’impegno nell’insegnamento, l’attività principale tanto dei miei primi cinque anni di vita lavorativa quanto di questi, che posso considerare gli ultimi beati anni della vita in genere. O, come direbbe chi le lingue straniere le usa ogni volta che può, della vita tout court.

Traduzioni editoriali di Raffaele Petrillo verso l’italiano

(con Aldo Chiaruttini) Il naturalista all’opera, tavole di Victor Shreeve, Brian Lee, David Cox, Mondadori, Milano 1965 (da L. Hugh Newman, Insects, Museum Press, London 1958)

(con Sam Schlumper) L’energia, Mondadori, Milano 1965 (da Mitchell Wilson and the editors of Life, Energy; consulting editors René Dubos, Henry Margenau and C.P. Snow, Time-Life International, Nederland 1965)

Le macchine infernali. Nuova storia delle armi da fuoco dalla polvere pirica al missile, Mondadori, Milano 1965 (da Dudley Pope, Guns, Weidenfeld & Nicolson, London 1965)

Le macchine, Mondadori, Milano 1965 (da Robert O’Brien and the editors of Life, Machines; consulting editors René Dubos, Henry Margenau and C.P. Snow, Time-Life International, Nederland 1965)

Psicologia industriale, Angeli, Milano 1965 (da Thomas Willard Harrell, Industrial Psychology, Rinehart, New York 1958)

Zoo nel mondo, Mondadori, Milano 1966 (da James Fisher, Zoos of the World, edited by M. Chandler and Vernon Reynolds, Aldus, London 1966)

L’uomo e lo spazio, Mondadori, Milano 1966 (da Arthur C. Clarke, Man and Space, Time-Life International, Nederland 1965)

L’Inquisizione spagnola, Feltrinelli, Milano 1966 (da Henry Kamen, The Spanish Inquisition, Weidenfeld and Nicolson, London 1965)

La terra sotto di noi, Mondadori, Milano 1966 (da K. Clayton, Earth’s Crust, Aldus, London 1966)

I pionieri della psicoanalisi, Feltrinelli, Milano 1971 (da Psychoanalitic Pioneers, edited by Franz Alexander, Samuel Eisenstein and Samuel Grotjahn, Basic Books, New York 1966)

(con Rosanna Sorani) Il caso Th. Woodrow Wilson, ventottesimo presidente degli Stati Uniti. Uno studio psicologico, Feltrinelli, Milano 1967 (da Sigmund Freud e William C. Bullitt, Thomas Woodrow Wilson, twenty-eighth President of the United States. A psychological study, Avon, New York 19672)

Chi ha ucciso Kennedy?, Feltrinelli, Milano 1967 (da Harold Weisberg, Whitewash. The Report on the Warren Report, Dell, New York 1966)

L’arroganza del potere, Feltrinelli, Milano 1967 (da J. William Fulbright, The Arrogance of Power, Random House, New York 1967)

L’efficienza della direzione, ETAS Kompass, Milano 1967 (da Peter F. Drucker, The Effective Executive, Harper & Row, New York 1967)

La Brigata Johnson, Feltrinelli, Milano 1967 (da William Wilson, The LBJ Brigade, MacGibbon & Kee, New York 1966)

La Linea Gotica, Feltrinelli, Milano 1967 (da Douglas Orgill, The Gothic Line. The Autumn Campaign in Italy, 1944, Heinemann, London 1967)

Quando farà giorno, compagno? Storia della rivoluzione d’ottobre, Feltrinelli, Milano 1967 (da Jean-Paul Ollivier, Quand fera-t-il jour, camarade (7 novembre 1917), R. Laffont, Paris 1967)

Autodifesa davanti al tribunale militare di Camiri, Libreria Feltrinelli, Milano 1968 (da Régis Debray, Déclaration devant le conseil de guerre, Camiri, Bolivia, s.n.t [ma 1968])

Cultura e rivoluzione. Discorso di chiusura al Congresso Culturale dell’Avana, Feltrinelli, Milano 1968 (da Fidel Castro, titolo originale in spagnolo non identificato)

Difficoltà e prospettive della costruzione socialista, Libreria Feltrinelli, Milano 1968 (da Fidel Castro, titolo originale in spagnolo non identificato)

Gli studenti e la nuova sinistra in America; antologia a cura di Enrico Forni, Mitchell Cohen e Dennis Hale; introduzione di Noam Chomsky, De Donato, Bari 1968 (da The New Student Left. An Anthology, edited by Mitchell Cohen and Dennis Hale. With a foreword by Carey McWilliams, Beacon Press, Boston 1966)

I giacobini neri. La prima rivolta contro l’uomo bianco Feltrinelli, Milano 1968 (da C.L.R. James, The Black Jacobins. Toussaint L’Ouverture and the San Domingo Revolution, Vintage Books, New York 19632)

Il medium è il massaggio, Feltrinelli, Milano 1968 (da Marshall McLuhan and Quentin Fiore, The Medium is the Massage, coordinated bu Jerome Angel, Random House, New York 1967)

Il teatro e il suo spazio, Feltrinelli, Milano 1968 (da Peter Brook, The Empty Space, MacGibbon and Kee, London 1968)

L’aggressivita nell’uomo, De Donato, Bari 1968 (da Anthony Storr, Human Aggression, Penguin, Harmondswort 1968)

L’economicità di gestione nell’impresa pubblica, Ciriec – Etas Kompass, Milano 1968 (da William G. Shepherd, Economic Performance under Public Ownership. British Fuel and Power, Yale University Press, New Haven, Conn., and London 1965)

La repressione dell’eros, Feltrinelli, Milano 1968 (da Wayland Young, Eros Denied, Corgi Books, London 19682)

Le ultime ore di Ben Suc. La bestiale distruzione di un villaggio vietnamita nel fedele resoconto di un giornalista americano, Libreria Feltrinelli, Milano 1968 (da Jonathan Schell, The Village of Ben Suc, Knopf, New York 1967)

Opere, vol. I, La guerra rivoluzionaria, Feltrinelli, Milano 1968 (da Ernesto «Che» Guevara, Obras, La Habana, s.n.t)

Psicologia dei rapporti sessuali, Feltrinelli, Milano 1968 (da Theodor Reik, Of Love and Lust. On the psychoanalysis of romantic and sexual emotions, Bantam, New York-London 1967)

(con Pompeo Magni) Il compagno imperatore. L’autobiografia di P’u Yi ultimo Figlio del cielo, a cura di Paul Kramer; presentazione di Giorgio Fattori, Ferro, Milano 1969 (da P’u Yi, The Last Manchu. The Autobiography of [the] last Emperor of China; edited with an introduction by Paul Kramer; translated by Ku Ying Paul Tsai, Arthur Barker, London 1967)

Cinque anni di galera, De Donato, Bari 1968 (da Noam Chomsky, raccolta di articoli su riviste americane varie)

Manuale del dirigente, Angeli, Milano 1969 (da William McNair Fox, The Management Process, Richard D. Irwin, s.l. 1963)

Ricchi e straricchi, Feltrinelli, Milano 1969 (da Ferdinand Lundberg, The rich and super-rich. A Study in the Power of Money Today, Lyle Stuart, s.l. 1968)

Rivolta alla Columbia University, De Donato, Bari 1969 (da una raccolta di articoli su riviste americane varie, curata da Frederick W. Dupee)

(con Maria Luisa Rotondi e Milly Orsini) Il sangue dei leoni. Appello politico a tutto il popolo congolese per una riscossa in massa contro la reazione, Kinshasa; Discorso al congresso culturale dell’Avana; Cultura e indipendenza nazionale di E.M. Sumbu; Manuale delle Special Forces, Libreria Feltrinelli, Milano 1969 (originale, in lingua inglese, non identificabile)

L’insurrezione armata; presentazione di Erich Wollenberg, Libreria Feltrinelli, Milano 1970 (da A. Neuberg, L’Insurrection armée; Préface par le Comité central du Parti communiste, S.F.I.C. Présentation de Erich Wollenberg, Maspero, Paris 1970)

La grande svolta del socialismo, Feltrinelli, Milano 1970 (da Roger Garaudy, Le Grand tournant du socialisme, Gallimard, Paris 1969)

Voltaire, Feltrinelli, Milano 1971 (da Theodore Besterman, Voltaire, Longmans, London 1969)

La famiglia di Charles Manson. Gli assassini di Sharon Tate, Feltrinelli, Milano 1972 (da Ed Sanders, The Family. The Story of Charles Manson’s Dune Buggy Attack Battalion, Dutton, New York 1971)

La verità di Gandhi. Sulle origini della non violenza militante, Feltrinelli, Milano 1972, (da Erik Homburger Erikson, Gandhi’s Truth. On the Origins of Militant Nonviolence, Norton, London-New York 1969)

Ginofobia. La paura delle donne, Feltrinelli, Milano 1973 (da Wolfgang Lederer, The Fear of Women, Harcourt Brace Jovanovich, New York 1968)

La morte di Federico García Lorca e la repressione nazionalista di Granada del 1936, Feltrinelli, Milano 1973 (da Ian Gibson, La represion nacionalista de Granada en 1936 y la muerte de Federico García Lorca, Ruedo Ibérico, Paris 1971)

Storia naturale dell’aggressività. Atti del simposio tenuto al British Museum (Natural History), a Londra, dal 21 al 22 ottobre 1963, a cura di J. D. Carthy e F. J. Ebling; prefazione di Danilo Mainardi, Feltrinelli, Milano 1973 (da Natural History of Aggression. Proceedings of a symposium held at the British Museum (Natural History), London, from 21-22 October, 1963, edited by J.D. Carthy and F.J. Ebling, Published for the Institute of Biology by Academic Press, London 1964)

(con G. Ferrara) Tortura in Grecia. Racconti, testimonianze e documenti, introduzione di Giorgio Bocca, Feltrinelli, Milano 1970 (da James Becket, Barbarism in Greece. A Young American Lawyer’s Inquiry into the Use of Torture in Contemporary Greece, with Case Histories and Documents, Foreword by Claiborne Pell, Walker, New York 1970)

(con Mario Magni e Lydia Magliano) Il Lusitania, Rizzoli, Milano 1974 (da Colin Simpson, Lusitania, Penguin, Harmondsworth, Penguin, 1974)

Verso una società dell’informazione. Il caso giapponese; introduzione di Roberto Olivetti, Edizioni di Comunità, Milano 1974 (da The Plan for Information Society, Japan Computer Usage Development Institute, s.l. [ma Tokyo] 1972)

L’automobile fine di un’era, Feltrinelli 1974 (da Emma Rothschild, Paradise Lost. The Decline of the auto-industrial age, Random House, New York 1973)

La guerriglia del Che, Feltrinelli, Milano 1974 (da Régis Debray, La Guérrilla du Che, Editions du Seuil, Pairs 1974)

Carcere duro. Lettere dalle prigioni della California, a cura di Eve Pell e dei membri per il progetto di legge carceraria; introduzione di Fay Stender, Sperling & Kupfer, Milano 1975 (da Maximum Security. Letters from California’s Prisons, edited by Eve Pell and members of the Prison Law Project; Introd. by Fay Stender, Dutton, New York 1972)

Il destino degli zingari, Rizzoli, Milano 1975 (da Donald Kenrick and Grattan Puxon, The Destiny of Europe’s Gypsies, Basic Books, New York 1972)

Harrisburg emergenza nucleare. Il rapporto americano sull’incidente alla centrale di Three Mile Island; prefazione all’edizione italiana di Mario Signorino, ETAS libri, Milano 1980 (da The Need for Change. The Legacy TMI. Report of the President’s Commission on the Accident at Three Mile Island, Pergamon Press, New York 1979)

(con Laura Rodighiero) Caccia al potere. Tecnologia, armi, realtà sociale dall’anno Mille, Feltrinelli, Milano 1984 (da William Hardy McNeill, The Pursuit of Power. Technology, Armed Force, and Society since A.D. 1000, Chicago University Press, Chicago – Blackwell, London 1983)

Innovare nella scuola, Feltrinelli, Milano 1984 (da Audrey Nicholls, Managing Educational Innovations, Allen & Unwin, London 1983)

Giochi di reciprocità. L’insorgenza della cooperazione, Feltrinelli, Milano 1985 (da Robert Axelrod, The Evolution of Cooperation, Basic Books, New York 1984)

Sul genere e la scienza; presentazione di Paola M. Manacorda, Garzanti, Milano 1987 (da Evelyn Fox Keller, Reflections on Gender and Science, Yale University Press, New Haven-London 1985)

Da El Alamein a Bologna. La guerra italiana di uno storico in uniforme, Corbaccio, Milano 1994 (da Christopher Seton-Watson, Dunkirk-Alamein-Bologna. Letters and Diaries of an Artilleryman, 1939-1945, Buckland, London 1993)

La guerra in Italia, 1943-1945, Corbaccio, Milano 1996 (da Richard Lamb, War in Italy. A Brutal Story, John Murray, London 1993)

Sleepers, Rizzoli, Milano 1996 (da Lorenzo Carcaterra, Sleepers, Arrow, London 1996)

La tragedia di un popolo. La rivoluzione russa, 1891-1924, Corbaccio, Milano 1997 (da Orlando Figes, A People’s Tragedy. The Russian Revolution, 1891-1924, Jonathan Cape, London 1996)

Non ci vuole una pietra di luna per un miracolo, Sonzogno, Milano 1997 (da Turk Pipkin, Fast Greens, Richard Cohen, London 1996)

Il giorno del riscatto, Rizzoli, Milano 2000 (da Brendan DuBois, Resurrection Day, Little, Brown, London 1999)

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