Strumenti | Numero 8 (primavera 2015)

La recensione / 2 – Un’utilissima antologia

RIFLESSIONI DI ITALIANI DEL NOVECENTO SULLA TRADUZIONE

di Gianfranco Petrillo

A proposito di: L’artefice aggiunto. Riflessioni sulla traduzione in Italia, 1900-1975, a cura di Angela Albanese e Franco Nasi, Longo, Ravenna, 2015, pp. 354, €24,00

COP ANTOLOGIA TRAD_cop okAbbiamo intitolato la presentazione in anteprima di quest’antologia, sul numero scorso di «tradurre», La traduttologia prima della traduttologia. Siamo convinti che il recupero delle riflessioni sul tradurre che hanno preceduto l’istituzione in disciplina a sé stante degli studi in argomento divenga ora, e sempre più diverrà in futuro, essenziale per fronteggiare i problemi assolutamente nuovi che la globalizzazione – con tutti i suoi strascichi, a cominciare da quelli tragici – viene ponendo ai rapporti tra le culture. Già, perché questa «disciplina intenzionalmente debole, polisistemica, comprensiva e problematica», come ben la definisce Franco Nasi nella sua bella Introduzione (p. 13), nacque negli anni settanta sull’onda della decolonizzazione e con l’emozione dell’accoglienza nelle lingue occidentali di quell’Altro per eccellenza che erano le lingue/civiltà estranee al Canone occidentale (o a quanto a esso assimilabile). Oggi la diffusione e la pervasività dell’inglese (o, per dir meglio, del globish), in cui si esprimono pressoché correntemente anche gli epigoni ed eredi di quelle civiltà e che erode quotidianamente anche la piattaforma non solo delle altre lingue occidentali ma perfino dello stesso inglese, mettono in discussione anche l’espressione in queste ultime lingue, ponendole per così dire “in minoranza” e prospettando per la prima volta all’orizzonte, per quanto lontanissimo, la loro estinzione. Non assume il problema della traduzione contorni e dimensioni nuove, allora? E in ciascuno dei “campi” culturali nazionali che fin qui si sono espressi in queste lingue non sorge spontaneo, per quanto ancora confuso, un moto di resistenza identitaria, analogo a quello – che a sua volta erompe sempre più spesso anche in manifestazioni estreme e cruente – proprio di parte delle civiltà che hanno subito secoli di oppressione e condizionamento coloniali? Saranno in grado, questi “campi”, di sottrarsi alla tentazione della chiusura, dell’arroccamento e, nello stesso tempo, di continuare a produrre per l’intera umanità conoscenza e bellezza? Rivolgersi alla propria tradizione e alla propria storia diventa a questo punto indispensabile. Tanto più per un “campo” come quello italiano, che a differenza di altre grandi lingue letterarie europee – come il francese, lo spagnolo e il portoghese (ma anche il plurinazionale tedesco) – non gode al di fuori dei confini nazionali di serbatoi di riserva, tanto meno in aree postcoloniali.

E infatti l’antologia novecentesca proposta da Albanese e Nasi prende le mosse da un testo dimenticato di Remigio Sabbadini (1850-1934), «emblematico – scrive Nasi – di un modo molto italiano di affrontare il problema, caratterizzato da una particolare attenzione alla storia, alla “tradizione della traduzione”» (p. 15). Il testo di Sabbadini, che verte sulla traduzione dei classici antichi, è proprio del 1900, precedente quindi quello arcinoto con cui, nel 1902, Benedetto Croce (1866-1952), nella sua Estetica, piantò dei paletti con cui dovettero misurarsi – per contrasto o per adesione – tutti coloro che in seguito hanno affrontato la questione in Italia. Sembrerebbe «anacronistico» (p. 31) – scrive Albanese nella sua breve ma stimolante scheda introduttiva, che alletta a leggere il più disteso articolo da lei scritto in argomento per «Studi di estetica» (43, 2012) – rivisitare oggi «la posizione nevralgica» del grande maître-à-penser degli intellettuali italiani della prima metà del secolo scorso. Tradurre è impossibile: questa affermazione crociana ha suscitato e suscita vociferanti levate di scudi. Ma si traduce, e lo stesso Croce ha tradotto, in più occasioni. Per cui quell’affermazione categorica va interpretata e puntualizzata. Le traduzioni si fanno ma non sono, ovviamente, la stessa cosa dell’originale, che è unico; sono opera a sé. Discutere di fedeltà e non fedeltà è un non senso. Dove sta allora l’anacronismo? Non è attualissimo, questo punto? Se Umberto Eco (non rappresentato in questa antologia perché si colloca al di qua del limite cronologico ad quem) dice che tradurre è «dire quasi la stessa cosa», non si accosta al concetto di traduzione come «approssimazione» che accompagna fin dalle origini la drastica sentenza crociana sull’impossibilità di tradurre?

In realtà il punto debole di questa sentenza è, in radice, il tautologico concetto crociano di poesia, che non può essere altro che se stessa, per cui qualsiasi traduzione non può essere che altra cosa; ma, in quanto altra cosa, può essere a sua volta poesia. Altra. È ovvio che Croce non intendeva affatto, con quella affermazione, riferirsi alla traduzione di cosa diversa da ciò che lui considerava poesia: cosa che a lui, in quella sede, interessava ben poco. Qui possiamo guardare in faccia la causa prima del disastroso modo di trattare la/le traduzione/i da parte non soltanto dei media ma anche di gran parte della critica e, soprattutto, degli editori: da una parte la letteratura “alta” (poesia, classici, grande narrativa comunemente riconosciuta come tale), dall’altra tutto il resto, cioè il mare magnum della narrativa cosiddetta “di consumo” e “di genere”, e – soprattutto – la saggistica. Cioè ciò che va sotto gli occhi dei lettori tutti i giorni, che forma la “cultura” diffusa e la lingua d’uso e di cui, al contrario, non si avverte comunemente la necessità di un controllo qualitativo della traduzione. Questa distinzione è operante non soltanto nel valutare le traduzioni, ma perfino nell’affidarle e nel seguirne la gestazione (da parte degli editori). E trionfa nell’accademia, dove si può discettare a lungo su un verso di Orazio o di Eliot e non tenere in conto i libri della collana Harmony o di Grisham che sono spesso stati fino a ieri l’unica vera lettura, in traduzione, delle studentesse e degli studenti.

Osserva giustamente Nasi (p. 21) che era ancora sulla scia dell’estetica crociana che Luciano Anceschi (1911-1995) poteva sentenziare, una quarantina d’anni dopo, che le “traduzioni” dei Lirici greci (1940) erano «poesie di Quasimodo» (p. 118). Eppure, con la sua «ricerca dell’equilirica», Salvatore Quasimodo (1901-1968) offriva pudicamente all’«approssimazione poetica» di Croce un appiglio per stabilire un’ombra di nesso biunivoco fra testo originale e testo tradotto, pur esteticamente ciascuno a sé stante. Su questa strada si sarebbero posti ancora sia Edoardo Sanguineti sia Pier Vincenzo Mengaldo, passati ancora altri trenta e quarant’anni (p. 21, n. 27), quando, come già Anceschi tra i suoi Lirici nuovi (1943), inserirono, nelle antologie poetiche del Novecento da loro curate, testi tradotti alla pari con testi originali. Ma lasciamo agli esperti di discettare ulteriormente su queste finezze estetiche, con cui perdura la distinzione su cui ci siamo soffermati sopra, e torniamo al dibattito tutto italiano sulla traduzione.

L’unico accademico che, «pur segnalando gli errori e le eccessive libertà», accettò, e anzi apprezzò, le versioni di Quasimodo fu Manara Valgimigli (1876-1965; p. 120). Per il resto i filologi classici si esibirono in un coro di «vecchie barbe» – definizione di Quasimodo stesso – di deprecazione della rivolta compiuta dal poeta siciliano nei confronti della tradizione di paludata e reboante mimesi di una pretesa classicità marmorea. Era il clima dei tempi, di una romanità e una grecità imbalsamate, che si riverberavano anche nelle traduzioni di poeti più recenti, come per esempio nello Hölderlin di Vincenzo Errante (1890-1951), il quale però qualche anno dopo – nel prendersela, e non del tutto a torto, con un’altra traduzione quasimodiana, questa volta da Shakespeare – toccava un tasto non stonato, rivendicando alla traduzione lo statuto di «critica in atto» (p. 164). Non a caso sia Valgimigli che Quasimodo nutrivano ferventi sentimenti antifascisti, mentre Errante era stato perfettamente allineato col regime. Un “critico militante” come Emilio Cecchi (1884-1966; che non a caso con la sua Introduzione, giudicata da Cesare Pavese «canagliesca e politicamente e criticamente»,fu chiamato nel 1942 ad affossare il significato di rottura impresso da Vittorini alla propria antologia Americana) in quel clima aveva cercato di “addomesticare” l’Altro, perorando «l’assorbimento di un’opera d’arte in una tradizione diversa da quella che l’ha generata» (pp. 88-90). Ma era stato forse Alfredo Polledro (1885-1961) il più sano interprete di un giusto equilibrio, lontano da perentorietà teorico-estetiche, tra le esigenze della filologia e quelle della leggibilità. La sua casa editrice Slavia, in cui negli anni trenta Polledro aveva puntato con grande onestà a rendere per la prima volta integralmente in italiano i grandi classici del «Genio russo» (cfr. il saggio di Baselica sul nostro numero 0), era frutto anche del magistero gobettiano, secondo il quale la traduzione è una «precisa risposta storica ad un determinato contesto culturale» (pp. 83-87). Da cui discende – possiamo aggiungere noi – la necessità delle ri-traduzioni dei classici, benché quelle di Polledro, ora criticate per molti suoi birignao d’epoca, tuttavia resistano tuttora alla lettura. Su una linea analoga, d’altronde, si moveva contemporaneamente Giuseppe Antonio Borgese (1882-1952) con la sua «Biblioteca romantica» per Mondadori (pp. 93-100).

Era, questa della leggibilità, la stessa preoccupazione di una altro grande traduttore come il germanista Ervino Pocar (1892-1981, anche lui oggi soggetto a revisioni radicali) che però, negli anni cinquanta, avrebbe reso anche esplicito un risvolto implicito in Polledro come in Piero Gobetti (1901-1926; pp. 72-75): «tradurre dovrebbe essere una scuola di moralità» (il corsivo è di Pocar stesso), un atto intriso di umiltà e onestà (pp. 226-231). E a questo proposito Pocar definiva il traduttore con un termine, «artiere», che fa appunto mostra d’umiltà, ma ricorda da vicino quello di «artefice aggiunto» (added artificer) forgiato negli stessi anni cinquanta al di là dell’Atlantico da Renato Poggioli (1907-1963). Con questo termine, assunto con ottima scelta dai curatori a titolo complessivo di questa antologia, il grande slavista e comparatista fiorentino-americano voleva indicare appunto l’artigiano di gran livello che può arrivare al vertice dell’arte aggiungendo la propria arte a quella dell’autore originale (pp. 215-225).

Benvenuto Terracini (1886-1968) è uno dei pochissimi italiani che compaiano nelle antologie classiche dei translation studies. A giusta ragione. Egli infatti fece tesoro di questi apporti che spostavano l’attenzione dal fattore puramente estetico a quello culturale generale del fatto traduttivo: egli vedeva la «traduzione come trasmissione di sistemi culturali», assumendo appunto «un punto di vista diverso rispetto a quello dell’equilirismo o dello storicismo neoidealista italiano» e concedendo «molta attenzione al traduttore, all’esperienza vissuta», propugnando una «cauta immersione di ogni particolare stilistico nello spirito della lingua ospite» (pp. 188-196). Il che richiede – sia detto qui – una formidabile competenza filologica e critica. Alle sue spalle si possono scorgere figure pressoché ignorate finora dagli studi traduttologici, come il filosofo Luigi Pareyson (1918-1991) e il giurista-filosofo Emilio Betti (1890-1968). Il primo individuava nel tradurre un «atto ermeneutico», «formativo» («formare significa fare, ma un tale fare che, mentre fa, inventa il modo di fare»: un buon nesso con l’artefice/artiere di Poggioli e Pocar) (pp. 165-167). Il secondo collocava nell’ambito di una monumentale Teoria generale dell’interpretazione (1955) sessanta «dense pagine» dedicate alla «metodologia del tradurre» come «interpretazione riproduttiva», che comporta – anche per lui – una responsabilità etica del traduttore come «osservanza del vincolo di subordinazione» (pp. 168-176).

Il più radicale antagonista di Croce è stato Roberto Fertonani (1926-2000), insigne germanista, che nella sua poderosa attività ha tra l’altro curato la pubblicazione dell’opera poetica di Goethe in italiano. Per lui la traduzione deve e può essere «bella e fedele», perché «il traduttore non crea assolutamente nulla rispetto all’originale», di cui offre «una rappresentazione paritaria» (pp. 182-187).

Gli autori antologizzati da Albanese e Nasi sono oltre quaranta. Impossibile dare conto qui partitamente di tutti, benché posizioni particolari e relativamente originali, ancorché riconducibili sempre ai grandi filoni di adesione o contrasto rispetto al diktat crociano, si possano per esempio riscontrare, tra gli altri, in Beniamino Dal Fabbro (1910-1989; pp. 136-141), in Franco Fortini (1917-1994; per il quale la traduzione fa parte di una «politica del linguaggio» – pp. 149-150 – aggiornando così l’apostolato socialista primonovecentesco di Ettore Fabietti, pp. 101-110), in Francesco Flora (1891-1962; pp. 205-214), in Sergio Solmi (1899-1981; pp. 142-146) e altri.

Insomma una vera miniera di intelligenza e di impegno critico e morale, che getta luce nuova non soltanto sul travaglio intellettuale circa il problema specifico della traduzione, ma sull’intera vita culturale italiana del Novecento. E quindi opera meritoria, che sarà molto utile nelle università italiane non soltanto ai cultori di problemi traduttologici e comparatistici, ma anche in altri ambiti disciplinari, sol che si voglia guardare senza paraocchi all’insieme dei problemi che una cultura ha oggi di fronte.

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