Numero 9 (autunno 2015) | Pratiche

Indagine su un mestiere malnoto

LA REVISIONE DELLA TRADUZIONE EDITORIALE IN ITALIA

di Giovanna Scocchera

revisione-emilio tadini

1. Introduzione: perché un’indagine conoscitiva sulla revisione?

Negli ultimi quindici anni, la revisione delle traduzioni ha suscitato un interesse crescente da parte della ricerca accademica. Gli studi sperimentali condotti sulla revisione rientrano perlopiù nell’ambito della Translation Process Research, che si preoccupa di indagare la traduzione in quanto processo ‒ e quindi anche nelle sue fasi costitutive ‒ applicando diversi metodi e strumenti di ricerca di tipo prevalentemente quantitativo.

Fra questi metodi e strumenti ricordiamo i think-aloud protocols (protocolli di osservazione dell’attività di traduzione/revisione con verbalizzazione dei processi mentali), l’eye-tracking (registrazione dei movimenti oculari e della loro durata, per capire cosa cattura l’attenzione del traduttore e per quanto tempo), il key-stroke logging (registrazione delle azioni sulla tastiera per misurarne la frequenza, la ripetitività su certi punti in particolare, i tempi di attesa), lo screen logging (registrazione di tutto ciò che avviene sullo schermo, e dunque non solo lavoro sul testo ma anche consultazione di risorse on-line e off-line come dizionari, enciclopedie, internet, ecc.).

Benché diversi nell’approccio, nella modalità e nella capacità di estrapolazione di dati, questi strumenti presentano tratti comuni: l’approccio cognitivo (che mira a conoscere e comprendere cosa avviene nella “scatola nera” del traduttore/revisore e quali processi mentali vengano attivati), la possibilità di “misurare” certi comportamenti, la validità scientifica delle osservazioni e dei risultati ottenuti. Per contro, proprio in virtù dell’invasività tecnologica di questi metodi e strumenti, non si può tacere della artificiosità delle situazioni sperimentali e neppure della limitatezza sia nel numero dei partecipanti agli studi sia nelle dimensioni dei testi su cui è possibile condurre indagini così capillari.

Per ovviare al problema della non-naturalezza della situazione sperimentale, per ampliare la rappresentatività del campione di partecipanti e per arricchire qualitativamente la tipologia dei dati e delle informazioni ricavabili, è possibile applicare altre metodologie di indagine, tra cui interviste e colloqui, focus group, e non da ultimo i questionari. Nel caso specifico della revisione, mi è parso che il questionario a distanza, rivolto a due gruppi distinti di rispondenti (traduttori e revisori), potesse rappresentare un valido strumento di estrapolazione di dati qualitativi che andassero ad arricchire e completare quanto già osservato tramite studi sperimentali quantitativi e che, allo stesso tempo, fossero meno invasivi e dunque potessero fornire una maggiore garanzia di veridicità e autenticità delle risposte fornite.

L’indagine sulla pratica della revisione editoriale in Italia, di cui darò parzialmente conto qui di seguito illustrandone le premesse metodologiche, alcuni aspetti tecnici, e i risultati ottenuti, risponde a necessità non solo accademiche ma anche professionali e formative: verificare l’effettiva distanza tra l’ambito teorico della revisione – come la si dovrebbe intendere, come si dovrebbe fare e perché – e la pratica professionale in Italia, al fine di dissipare quanto più possibile gli stereotipi e i tabù che avvolgono questa fase fondamentale del processo traduttivo; concedere agli “attori” della revisione la possibilità di parlare dei molteplici aspetti di questa attività, fornendo loro un’occasione per uscire dall’invisibilità a cui l’editoria italiana li costringe, ma anche per condividere spunti, suggerimenti, strategie e trucchi del mestiere che possono avere una grande importanza formativa, in un momento in cui “imparare a fare il revisore” sembra diventare sempre più difficile.

Per lasciare più spazio alla presentazione, benché parziale, e al commento dei dati, l’impostazione teorico-metodologica della ricerca, la progettazione e la realizzazione dell’indagine verranno solo accennate, salvo fornire ulteriori dettagli, precisazioni e chiarimenti a chi voglia farne richiesta.

2. Descrizione del disegno progettuale e realizzazione dell’indagine conoscitiva

Volendo fotografare e descrivere la realtà della revisione di una traduzione editoriale dall’inglese all’italiano dal punto di vista della pratica professionale e desiderando anche produrre dati tra loro correlabili, incrociandoli auspicabilmente anche con quelli di altri studi affini, in modo da confermare ipotesi di ricerca o formularne di nuove, la progettazione e la realizzazione dell’indagine ha dovuto tenere conto, a cascata, di alcuni fattori importanti: la particolarità della popolazione che si andava a interpellare e della sua scarsa abitudine al racconto di sé (anche solo per la rarità di occasioni e spazi/tempi a essa dedicati); la difficoltà di garantire la rappresentatività quantitativa e qualitativa del campione (in una popolazione la cui identità ha contorni estremamente vaghi e variegati sotto tanti punti di vista e non può contare su un “minimo comune denominatore” come può essere, ad esempio, l’appartenenza a un’associazione professionale); l’importanza di selezionare i concetti intorno ai quali costruire domande che non fossero restrittive e limitanti da un lato, ma neppure troppo esigenti nella richiesta di tempo e concentrazione dall’altro; e infine l’adeguatezza delle modalità di somministrazione e poi di codifica, interpretazione e rappresentazione dei dati raccolti.

Quanto al metodo di indagine, benché il questionario a domande aperte sia una modalità di raccolta dati che richiede massima collaborazione da parte del rispondente (al quale vengono solo fornite indicazioni esplicative ma non risposte preconfezionate) di fatto, proprio in virtù della ricchezza di argomentazioni e motivazioni fornite insieme alle risposte, si è rivelato uno strumento ideale per raccogliere specificità e differenze nel processo di auto- ed etero-revisione, e per mettere in luce alcune “tensioni” che si manifestano tra ciò che è “ideale” da un lato e ciò che è “reale” dall’altro. Quella del questionario a risposte aperte, inoltre, è stata una scelta obbligata dall’esiguità di dati e informazioni pre-esistenti quantificabili e misurabili che potessero essere inseriti in un tipo di risposta a scelta multipla. Considerata la doppia prospettiva da cui viene osservata la revisione (come attività del traduttore sul proprio lavoro prima della consegna e come attività di un revisore sul lavoro di un traduttore) si è resa necessaria la formulazione di due questionari separati, uno rivolto ai traduttori e uno ai revisori, ma simili per struttura e contenuti. Nella consapevolezza che «gli intervistati sono spesso più restii a esprimere la loro opinione con il formato aperto rispetto a quando devono semplicemente indicarla scegliendo una delle opzioni di risposta loro offerte»(Zammuner 1998, 98) ‒ soprattutto per questioni legate ai tempi di compilazione e alla necessità di formulare risposte autonome e personali ‒ sho scelto, laddove possibile, di privilegiare un formato “intermedio”. Fornendo una traccia esemplificativa ma non esaustiva di possibili risposte ho cercato di innescare e incoraggiare la riflessione (che necessitava di uno stimolo, in quanto retrospettiva e non legata a un’esperienza diretta e immediata di traduzione/revisione da poter richiamare facilmente alla memoria) allo scopo di acquisire dati quanto più ricchi possibile, ma senza incanalarli in percorsi esclusivamente predefiniti, in modo che potessero aggiungere qualcosa di più, invece che limitarsi a confermare o confutare intuizioni e previsioni di chi aveva redatto i questionari.

La stesura dei questionari si è avvalsa della consultazione di varie risorse bibliografiche nell’ambito della ricerca sociale. Tuttavia il fondamentale punto di partenza per l’individuazione dei contenuti e della loro formulazione è stato costituito dall’esperienza personale nell’ambito della traduzione, della revisione e della formazione, e dunque dal contatto diretto con le specificità e le criticità dell’auto-revisione, dell’etero-revisione, e della pratica della revisione in un contesto didattico. Attingere alla conoscenza dei percorsi e delle ipotesi di ricerca già sviluppata in ambito accademico e all’esperienza professionale e formativa di prima mano è servito a estrapolare gli elementi costitutivi dell’attività di revisione così come le sue criticità e zone d’ombra, per poi costruirvi intorno quesiti che potessero indagare a fondo non solo i processi messi in atto durante la revisione, ma anche sollecitare contributi soggettivi e autonomi in grado di rivelare procedure, tecniche, trucchi del mestiere.

Un’altra risorsa preziosa, nella messa a fuoco del contenuto dei questionari, è stata quella degli scambi e delle conversazioni intercorsi con colleghi traduttori e revisori, un utile momento di confronto per mettere da parte ciò che poteva rischiare di sconfinare nella soggettività assoluta e nell’idiosincrasia e concentrarsi invece su un terreno comune e condiviso da tutti coloro che direttamente o indirettamente entrano a contatto con la revisione. Alcune letture mirate hanno infine completato la mappatura delle questioni centrali da trattare, anche in termini di un loro più ampio interesse in ambito traduttologico e accademico, in modo che i dati raccolti potessero triangolarsi con dati già ricavati tramite altre tipologie di ricerca empirica. Si è rivelata particolarmente utile la consultazione di Hansen (2010) e il riferimento alla sua individuazione e descrizione di tre principali parametri di indagine:

− parametri relativi al profilo dell’agente (background lavorativo e formativo, dati anagrafici, storia professionale);

− parametri relativi al prodotto (valutazione del proprio lavoro di traduzione/revisione, identificazione di particolari aree di intervento in revisione, tipologie di errore);

parametri relativi al processo (gestione del tempo e dello spazio della revisione;

− suddivisione in fasi e procedure diverse, finalità e aspettative).

Si è inoltre dimostrato particolarmente prezioso il lavoro svolto da Chesterman e Wagner (2002), che solleva interessanti quesiti legati alla pratica della traduzione e della revisione, utili a loro volta per attualizzare e corroborare le teorie ad esse sottese. Sono stati ad esempio fondamentali la descrizione e l’approfondimento sulle «strategie di distanziazione» che ogni traduttore è chiamato a mettere in atto in fase di revisione: grazie agli spunti forniti dai due autori, è stato possibile formulare quesiti per indagare le strategie più frequentemente usate per prendere le distanze dal proprio testo al fine di acquisire lo sguardo “nuovo” con cui rivederlo; e non escludo che i contenuti stessi della domanda siano stati una novità per alcuni traduttori, magari i più giovani del mestiere.

Per quanto riguarda la struttura portante del questionario, ho scelto di seguire l’esempio di Nord (1991) e utilizzare dunque il modello del politologo americano Lasswell ‒ (Who says what in which channel to whom with what effect?) ‒ sviluppato nel 1948 nell’ambito delle teorie della comunicazione e applicato da diversi traduttologi. Seguendo questo spunto, i questionari sono stati suddivisi in cinque principali aree tematiche:

− Che cosa è la revisione;

− Chi è il revisore;

− Come si fa la revisione;

− Dove e Quando si fa la revisione

− Perché si fa la revisione

Partendo da questa struttura, i questionari sono stati articolati in un numero variabile di domande per ogni area tematica (27 in totale per i traduttori, 38 in totale per i revisori), al fine di raccogliere dati oggettivi (dati anagrafici, genere sessuale, età lavorativa) e soggettivi (opinioni, valutazioni, atteggiamenti e intenzioni) in risposta alle domande di ricerca implicite nel disegno progettuale e riassunte come segue:

  • esiste tra traduttori e revisori una definizione condivisa – dal punto di vista contenutistico e terminologico – di revisione?
  • qual è l’identikit del revisore editoriale in Italia (età, sesso, formazione, esperienza lavorativa)?
  • esiste una formazione specifica in revisione? Se sì, quanto è diffusa e quali sono i luoghi deputati alla formazione dei revisori?
  • quali sono le modalità di svolgimento della revisione più diffuse? Ne vengono segnalate di particolarmente efficaci e vincenti? Ne vengono individuate di particolarmente negative e/o dannose? Esistono procedure consolidate, trucchi del mestiere, strategie? La revisione viene svolta in modalità collaborativa?
  • quali sono i luoghi e i tempi della revisione, intesi sia all’interno del processo di traduzione, sia nell’ambito dell’attività professionale di revisione? Che genere di rapporto lavorativo si instaura nell’attività di revisione? In quali luoghi fisici/virtuali si svolge il lavoro di revisione? Con l’ausilio di quali supporti?
  • quale o quali finalità si attribuiscono alla revisione? Ne esistono di più importanti di altre, anche in relazione ai diversi contesti professionali?

Entrambi i questionari sono stati corredati da una premessa che presentava il progetto di ricerca di cui il sondaggio fa parte e conteneva alcune riflessioni generali sulla revisione come attività professionale dell’editoria e altre più particolari sulle finalità del sondaggio. Si è ritenuto necessario far precedere il primo quesito del questionario (in cui si chiedeva a traduttori e revisori di fornire una propria definizione di revisione) da una definizione “operativa” di revisione che riporto testualmente.

Innanzitutto la revisione è qui considerata solo come processo “attivo” e dunque come attività non subita, bensì svolta in prima persona sulle proprie traduzioni (auto-revisione) o su traduzioni altrui (etero-revisione). Per revisione si intende inoltre il lavoro sul testo in quanto “traduzione” di un testo in un’altra lingua: questa precisazione vuole sottolineare come la revisione non possa prescindere da un confronto (possibilmente integrale) con il testo di partenza e di conseguenza dalla conoscenza della lingua straniera. Pur ammettendo possibili e comprensibili sovrapposizioni e punti di contatto, la revisione oggetto del questionario non è da intendersi come editing (lavoro su un testo che non è necessariamente una traduzione o che non viene comunque trattato come tale, ed è finalizzato a un migliore posizionamento e una migliore ricezione/vendibilità sul mercato di arrivo); né come redazione (lavoro finalizzato alla conformità con le norme redazionali interne alla casa editrice, con il catalogo, con le aspettative dei lettori di un determinato genere, con le caratteristiche di riconoscibilità sul mercato); né infine come correzione di bozze (lavoro finalizzato alla pulizia dell’aspetto grafico e tipografico del testo, in conformità con la produzione della casa editrice).

L’obiettivo – esplicitato ai potenziali rispondenti – era definire l’accezione con cui si intendeva il termine “revisione” all’interno del questionario così da poter partire da una base concettuale condivisa e far sì che i dati conseguentemente raccolti fossero confrontabili e correlabili.

Per raggiungere un numero quanto più alto di potenziali rispondenti la diffusione è avvenuta tramite mailing list pubbliche e private di traduttori e revisori professionisti, oltre che appelli su luoghi dedicati in rete e contatti personali. Uno dei principali canali è stata la mailing list degli iscritti a STRADE, il Sindacato dei Traduttori Editoriali italiani, realtà che ha subito acconsentito a divulgare notizia del progetto e a incoraggiare gli iscritti alla partecipazione. Attraverso i canali sopracitati, i potenziali rispondenti sono stati informati del progetto sotto forma di “lettera lancio” in cui, oltre a una breve anticipazione dei contenuti e delle finalità del sondaggio, venivano date rassicurazioni in quanto al trattamento dei dati e al diritto alla privacy. La raccolta dei dati è iniziata ufficialmente in data 13 aprile 2013 e si è conclusa il 31 maggio 2013.

3. Somministrazione e compilazione dei questionari. Raccolta, lettura e analisi dei dati

La natura qualitativa dell’indagine, l’uso del questionario a risposta aperta e l’auspicata partecipazione di un buon numero di rispondenti sono stati gli elementi su cui si è riflettuto in relazione alla scelta di quale modalità di compilazione e raccolta dati prediligere. Considerata la lunghezza dei questionari e la stima del tempo richiesto alla loro compilazione, era necessario prevedere un formato che fosse agevole e facile nell’uso, che consentisse una compilazione a tappe e in momenti diversi, che non pregiudicasse la ricchezza delle risposte e – considerata anche la presenza di dati sensibili quali età, sesso, tariffe di lavoro – garantisse l’anonimato. Era inoltre necessario che, data la mole di dati previsti, lo strumento prescelto per la raccolta consentisse di raccogliere i dati in modo che fossero successivamente consultabili, analizzabili e archiviabili. Ho dunque preferito la modalità di compilazione telematica e, tra i vari strumenti dedicati all’avvio e alla gestione di sondaggi online, ho scelto il software open source LimeSurvey  proprio in virtù delle varie funzioni e possibilità offerte, tra cui quella di poter scegliere tipologia di domanda, un’interfaccia utente user-friendly, la realizzazione di questionari personalizzati e la possibilità, al termine dell’indagine, di elaborare i risultati raccolti in forma anonima o nominale e di elaborare statistiche. Parallelamente a questa modalità ho previsto anche la possibilità di compilare il questionario offline, scaricandolo come file elettronico, da un sito dedicato o ricevendolo nella propria casella di posta elettronica.

Una volta chiusa ufficialmente l’indagine e presa la decisione di considerare come validi e fedeli i dati provenienti solo dai questionari compilati per intero, ho provveduto a costruire delle matrici di dati, ovvero a trasferire tutte le risposte ricevute – sia da piattaforma online sia da file – in tanti fogli elettronici quante erano le aree tematiche del questionario, mantenendo la suddivisione delle domande e assegnando a ogni rispondente un numero di identificazione progressivo, poi rimasto invariato per tutte le aree del questionario. In ogni tabella, si è scelto poi di riportare oltre al numero progressivo anche il dato anagrafico dell’età, in modo da poter cogliere già a colpo d’occhio eventuali correlazioni con altri dati successivi, che si è comunque provveduto a incrociare anche con altri elementi emersi dalle risposte.

Come era prevedibile per dei questionari a risposte prevalentemente aperte, la fase di analisi dei contenuti è stata piuttosto onerosa. D’altra parte, la ricchezza delle informazioni raccolte nonostante l’impegno richiesto ai rispondenti non può che leggersi come indice di una buona qualità dei dati. Una prima lettura complessiva delle risposte ha dimostrato infatti grande disponibilità, apertura, generosità, e voglia di collaborare da parte di tutti i rispondenti. Per quanto “impressionistico”, ritengo importante sottolineare questo dato, soprattutto perché nella fase embrionale di questo progetto di ricerca erano state sollevate perplessità riguardo all’effettiva possibilità di reperire partecipanti e alla loro volontà di raccontarsi.

Per far sì che le risposte ricevute fossero leggibili e analizzabili sia a livello quantitativo sia a livello qualitativo, e soprattutto per poi rappresentarle graficamente laddove opportuno, è stato necessario registrare in qualche modo le risposte e trasformare i dati verbali in dati numerici, ovvero codificare le risposte assegnando a ciascuna un valore numerico in modo da poter riconoscere facilmente e dunque conteggiare come appartenenti a uno stesso gruppo di risposte, ovvero quelle il cui codice numerico era uguale. Solo assegnando questi valori codificati è stato possibile contare, sommare e accorpare le risposte e dunque procedere alla interpretazione e rappresentazione percentuale dei dati.

4. Confronto critico dei dati provenienti dai due gruppi di rispondenti

Il numero dei questionari compilati per intero da cui provengono i dati e le informazioni di seguito illustrati è di 80, comprensivo di 55 questionari compilati da traduttori (T) e 25 questionari compilati da revisori (R), che in termini percentuali rappresentano rispettivamente il 68,75% e il 31,25% del totale dei rispondenti. Si darà conto, benché in maniera parziale, di tutte le aree di indagine contemplate dal questionario, sottolineando in particolare quelle dove il confronto fra le risposte dei due gruppi ha mostrato risultati più interessanti. Laddove si è ritenuto utile, i dati vengono arricchiti da alcuni contributi riportati integralmente e da grafici esplicativi.

4.1. Che cos’è la revisione

Il confronto tra le personali definizioni di revisione fornite da traduttori e revisori conferma un dato che era prevedibile in quanto legato al diverso rapporto con il testo: ciò che per il traduttore è in prima analisi un’attività di “rilettura” di quanto già prodotto (40%), non può ovviamente essere tale per il revisore che vede quel testo per la prima volta. Per questo motivo, i sinonimi usati in modo più ricorrente dai revisori per indicare l’attività di revisione sono “controllo” e “verifica” (28%), seguiti poi da “confronto” (16%) fra traduzione e testo originale, un sinonimo che, altrettanto ovviamente, non appare tra quelli menzionati dai traduttori perché elemento già insito nel processo della traduzione.

Sempre all’interno delle definizioni personali, entrambi i gruppi di rispondenti hanno generosamente ampliato i contributi fornendo indicazioni su quella che percepiscono come la finalità principale della revisione. Sebbene con percentuali diverse, il primo elemento in ordine di maggiore ricorrenza è, per entrambi i gruppi, l’attenzione alla lingua e alla scorrevolezza del testo per il lettore di arrivo (49% T vs 63% R). Il divario tra le percentuali è interpretabile alla luce di una diversa idea del destinatario della revisione: se infatti il traduttore si auto-rivede innanzitutto per soddisfare i propri criteri di qualità, le proprie aspettative, la propria idea di traduzione, il tutto in relazione al testo originale, il revisore rivede la traduzione per soddisfare sì i criteri di qualità che si pone, ma anche e forse soprattutto per conformarsi alle richieste del committente e alle aspettative editoriali e linguistiche del lettore di arrivo. La posizione intermedia del revisore, il suo continuo lavoro di mediazione e negoziazione tra varie esigenze del testo e degli attori che con esso interagiscono è confermato dall’importanza attribuita alla ricerca di equilibrio fra testo/lingua di partenza e testo/lingua di arrivo, aspetto presente nel 25% dei contributi dei revisori, e solo nell’11% dei casi per quanto riguarda i traduttori.

Figura 1: Elementi più ricorrenti nelle definizioni personali di revisione fornite dai traduttori

Figura 1

Figura 2: Elementi più ricorrenti nelle definizioni personali di revisione fornite dai revisori

Figura 2

Nel tentativo di fare maggiore chiarezza terminologica intorno al concetto di revisione, in una fase di ricerca antecedente all’indagine mi sono occupata di svolgere un’analisi trasversale di definizioni e contributi sul tema, producendo come risultato una proposta di definizione sommativa. Raccogliendo dati e informazioni da repertori enciclopedici e lessicali, da testi di consultazione e manualistica nell’ambito sia dei Translation Studies sia dei Writing & Editing Studies, ho evidenziato tratti comuni e/o maggiormente ricorrenti, facendoli poi confluire in una definizione di revisione come attività pluridimensionale: ricorsiva, comparativa, correttiva, migliorativa, costruttiva, propositiva, formativa e collaborativa.

Ho voluto impiegare questi stessi termini come griglia interpretativa delle definizioni di revisione fornite dai due gruppi di rispondenti per rilevare come traduttori e revisori si pongano rispetto a elementi “fondanti” del concetto di revisione e della sua pratica. La prima differenza netta, e ovvia, tra i due gruppi riguarda la percezione della revisione come attività comparativa (18,8%T vs 37%R). Quanto alle dimensioni correttiva e migliorativa, vengono menzionate rispettivamente nel 37,5% e 39% dei casi dai traduttori e nel 28% e 26% dei casi dai revisori. Mentre i due elementi sono in uno stesso rapporto percentuale tra loro in entrambi i gruppi, nei traduttori sembra prevalere, anche se di poco, l’aspetto migliorativo, mentre nei revisori – sempre con un margine ristretto – prevale l’aspetto correttivo. Tra le particolarità rilevate nei rispettivi gruppi di rispondenti, vale la pena sottolineare che gli elementi propositivo, collaborativo e costruttivo della revisione sono del tutto assenti nelle definizioni date dai traduttori, il primo per ovvi motivi (il traduttore non “propone” a se stesso interventi di revisione), il secondo e il terzo forse a causa del mancato dialogo in fase di revisione che, seppure auspicato dai traduttori, rimane spesso frustrato nella realtà. Un ultimo commento infine rispetto all’elemento ricorsivo della revisione, che è verbalizzato nel 3,1% dei casi per quanto riguarda i traduttori, a indicare come la revisione sia parte integrante del processo di traduzione e si esplichi in varie forme e in vari momenti della sua intera durata. La verbalizzazione dell’elemento di ricorsività è invece del tutto assente nei contributi offerti dai revisori, a sottolineare come il loro apporto sia percepito come una fase separata e indipendente da quella di traduzione e a essa successiva.

A sottolineare la ricchezza delle risposte fornite da entrambi i gruppi vengono riportate qui di seguito alcune definizioni particolarmente creative ed efficaci. Questi i contributi di alcuni traduttori:

La revisione è una palestra di autocritica migliorativa del proprio lavoro di traduttore.

Per me la revisione è un processo di rifinitura di un testo, paragonabile alla levigatura di un minerale grezzo per ricavarne non dico un gioiello (peccherei di immodestia), ma una bella pietra dura lucidata.

Direi, in sintesi, che si tratta del momento in cui il mio testo in traduttese diventa davvero un testo in italiano.

La revisione è un’auto-traduzione della traduzione. Intendo cioè un momento di analisi e correzione della forma linguistica ed espressiva finale (la traduzione) dopo un lasso di tempo sufficiente da permetterne una rivalutazione che possa dare un risultato più efficace e soddisfacente. Si tratta quindi di traslare quello che si è già detto, in parole migliori.

E questi, invece, i contributi di alcuni revisori, che sembrano corrispondere ad altrettanti “profili antropologici” (che definiremo rispettivamente, e non senza ironia, il revisore equilibrato, il revisore pragmatico, il revisore diplomatico-esecutore, il revisore detective, il revisore clinico, il super-revisore):

Rivedere il testo adattandolo alle esigenze della collana, correggere errori di traduzione, suggerire tagli o approfondimenti, migliorare scorrevolezza, giochi di parole, nomi o soprannomi dei personaggi.

Direi che dipende dalle esigenze. Esclusi i casi di editing, le revisioni di traduzione sono di due tipi: quelle di testi per ragazzi (o comunque quelli in cui prevale l’esigenza commerciale, cioè fortemente orientata al destinatario ipotetico) e quelle dei testi più propriamente letterari. Per il secondo tipo credo che valgano gli stessi principi che valgono per la traduzione, per il primo prediligo cose come la scorrevolezza, la fluidità di lettura e soprattutto una certa naturalezza dei dialoghi. Questo riguarda ovviamente più la sintassi che il lessico, che spesso nelle traduzione è un po’ generico o troppo calcato sull’inglese (ad esempio enormous o giant spesso tradotti con «enorme» o «gigante/gigantesco» anche se in italiano è assurdo, tipo una «sedia enorme» o un «libro gigantesco», o anche un «piccolo bicchiere» anziché un «bicchierino»…).

Personalmente, la ritengo una lettura critica e attenta di una traduzione, atta a verificarne la correttezza e l’adeguatezza di stile e linguaggio rispetto al testo originale, ed eventualmente ad apportare correzioni e migliorie. Alcuni editori per cui mi è capitato di lavorare la intendono però anche come una “conversione” del testo tradotto allo stile e allo standard linguistico che essi prediligono e che per certi versi “impongono” alle proprie pubblicazioni, senza tener conto dello stile del testo originale.

Rintracciare errori di interpretazione, di traduzione, omissioni, calchi, frasi goffe, cacofonie.

La revisione è un’operazione chirurgica sulle parole di un testo che consente di migliorare la costruzione delle frasi, il ritmo narrativo, la coerenza temporale, pur rispettando lo stile dell’autore.

La revisione di una traduzione è prima di tutto un atto di rispetto verso il testo di partenza. È un processo imprescindibile nella filiera della pubblicazione di un testo perché suggella il rapporto fra testo di partenza e testo d’arrivo. Una buona revisione supporta il traduttore là dove abbia commesso errori di distrazione, travisato concetti, mal formulato frasi per mancanza di strumenti adeguati o per semplice stanchezza o disattenzione. Una conferma a certe intuizioni. Se fatto con correttezza e umiltà, è l’atto che più arricchisce una traduzione, migliorando il prodotto finale.

4.2. Chi è il traduttore/revisore

Se dal punto di vista dei dati riguardo al genere non si apprezzano differenze sostanziali nella percentuale di donne e uomini che hanno risposto al sondaggio nei due gruppi (82% donne e 18% uomini per i traduttori; 76% donne e 24% uomini per i revisori), per quanto riguarda la media dell’età anagrafica di entrambi i rispondenti c’è totale uniformità: sia per i traduttori che per i revisori si attesta sui 42,8 anni. Questo dato smentisce, almeno per quanto riguarda la realtà italiana, la figura del revisore come quella di un traduttore esperto e più maturo in termini di anzianità di servizio, immagine che traspare in diverse definizioni di revisione presenti in letteratura:

A function usually assigned to an experienced “translator” for the purpose of ensuring that texts translated by others will measure up to the standards of professional translation (Delisle et al. 1999, 175).

[Funzione per solito assegnata a un “traduttore” esperto allo scopo di garantire che testi tradotti da altri siano adeguati al livello della traduzione professionale.]

[…] the role of the reviser is usually taken up by senior translators (Palumbo 2009, 102).

[[…] il ruolo di revisore viene per solito assunto da traduttori affermati.]

Analizzando nel dettaglio le fasce di età anagrafica rappresentate all’interno dei due gruppi è in realtà possibile notare alcune differenze nella loro distribuzione: la percentuale di traduttori di età inferiore o pari a 30 anni è del 10,9%, mentre solo del 4% tra i revisori. Tuttavia, mentre la fetta più consistente dei traduttori rispondenti si colloca nella fascia di età tra i 41 e i 50 anni (36,4%) la maggior parte dei revisori (40%) ha un’età compresa tra i 31 e i 40, a indicare una generale minore età dei revisori.

Figura 3: Distribuzione dei rispondenti per fasce d’età (traduttori)

Figura 3

Figura 4: Distribuzione dei rispondenti per fasce d’età (revisori)

Figura 4

Per quanto riguarda invece gli anni di esperienza lavorativa rispettivamente in traduzione e in revisione, da un lato sono maggiormente rappresentati i traduttori con 11-20 anni di esperienza (40%), dall’altro i revisori con 6-10 anni di esperienza e 5 o meno anni di esperienza (entrambi al 28%). Interessante notare che per quanto riguarda l’ultima fascia, quella che indica un’esperienza lavorativa pari o superiore ai 20 anni, vi rientrano solo il 12,7% dei rispondenti traduttori, ma un 20% dei rispondenti revisori. Un dato questo che controbilancia in parte quello relativo all’identica età anagrafica media.

I dati relativi ai generi testuali di lavoro rilevano in entrambi i gruppi la stessa flessibilità e variabilità qualitativa e quantitativa, con un’interessante differenza rispetto ai sotto-generi narrativi di lavoro, in particolare per quanto riguarda la produzione per bambini/ragazzi: mentre rappresenta il 22,4% delle tipologie testuali di lavoro per i traduttori, seconda solo alla narrativa letteraria, essa si attesta a un inferiore 16,1% per i revisori, i quali lavorano prevalentemente sulla narrativa letteraria (42%), seguita da quella commerciale (25,8%). Una possibile interpretazione di questi dati è la seguente: mentre c’è un discreto numero di traduttori che lavora su testi per bambini/ragazzi (dato confermato dal numero dei libri pubblicati in questo ambito, l’unico a non essere in calo secondo i dati forniti dall’Associazione Italiana Editori per il consolidato del 2013 e come anticipazione dei dati 2014, sono meno i revisori che si occupano di questi testi, invece più impegnati nella narrativa commerciale, genere che per sua stessa definizione è finalizzato a vendere bene e a catturare un numero di lettori sempre maggiore offrendo garanzie di massima leggibilità e scorrevolezza. Di qui forse la necessità di un lavoro di revisione maggiore, perché rivolto a un target di lettori che deve essere catturato “in massa” e che compra altrettanto “in massa”, diversamente dal lavoro svolto nei testi per bambini e ragazzi, che rappresentano un pubblico forse non meno esigente, ma di certo con minore potere e capacità di acquisto, se non mediato da acquirenti adulti.

Rispetto infine alla formazione specifica in revisione (corsi e/o seminari in ambito accademico e non), in entrambi i gruppi di rispondenti prevale nettamente la percentuale di coloro che non ne hanno ricevuta (58,2%T vs 72%R), e si sottolinea una percentuale leggermente superiore per i traduttori che sostengono di aver frequentato un qualche tipo di occasione formativa in revisione (36,4%T vs 28%R), probabilmente in virtù del fatto che la revisione fa parte – benché in maniera sporadica e frammentaria – della formazione in traduzione. Se per i dati relativi ai traduttori va specificato che la tipologia dei corsi frequentati è estremamente variegata (occasione di tipo seminariale e laboratoriale di uno o due giorni, ciclo semestrale di incontri, poche ore all’interno di corsi universitari in traduzione), per quanto riguarda i revisori è necessario completare i dati sulla formazione specifica in revisione con quelli relativi alla formazione sul campo, per poi correlare questi ultimi con quelli relativi agli anni di esperienza lavorativa. L’obiettivo è capire se la tipologia di formazione “a bottega” o di apprendistato sia appannaggio esclusivo di coloro che hanno un determinato numero di anni di esperienza alle spalle e hanno iniziato a lavorare come revisori in un momento storico in cui l’editoria – nello specifico le redazioni editoriali – rappresentavano ancora un luogo in cui si poteva imparare un mestiere. Le tipologie di formazione sul campo emerse dai dati sono riassunte nel grafico che segue:

Figura 5: Distribuzione dei rispondenti rispetto alla tipologia di formazione seguita in materia di revisione (revisori)

Figura 5

Incrociando questi dati con quelli relativi alla maturità professionale come revisore, si osserva che gli anni di esperienza lavorativa di chi si è autoformato corrispondono a una media di 6,25, mentre gli anni di esperienza lavorativa di chi si è formato in casa editrice corrispondono a una media di 14,5, ovvero più del doppio. Va inoltre segnalato che 5 dei 13 rispondenti (38%) che hanno dichiarato di essersi formati in casa editrice hanno un’esperienza lavorativa di oltre 20 anni come revisori.

Ritengo utile offrire un’interpretazione dei dati appena presentati: appare che coloro che hanno iniziato a lavorare come revisori 15 o più anni fa hanno potuto formarsi all’interno di una casa editrice; coloro invece che si sono avvicinati a questa professione in tempi più recenti, sembra non abbiano avuto questa occasione. Questo dato è assolutamente in linea con ciò che gli addetti ai lavori riferiscono riguardo all’evoluzione – o involuzione – dell’editoria italiana negli ultimi 15 anni, ovvero la graduale scomparsa delle redazioni interne o comunque di quel lavoro redazionale interno alla casa editrice che offriva un’occasione di apprendistato a chi voleva avvicinarsi a varie professioni editoriali. Se infine questi dati relativi alla formazione sul campo vengono abbinati a ciò che è stato indicato in precedenza rispetto alla formazione “in aula”, si può facilmente intuire come negli ultimi anni si sia venuto a creare un grosso vuoto di opportunità, tempi e luoghi per l’acquisizione di competenze editoriali specifiche, quelle di revisione in primis, e quanto sarebbe opportuno interrogarsi su come colmarlo.

Completiamo l’identikit del revisore editoriale con un’ultima serie di dati riguardanti gli aspetti economici-contrattuali di questa attività, in particolare il tipo di rapporto professionale che lega revisore e committente e le tariffe vigenti. Per quanto riguarda il primo aspetto, l’attività di revisione viene svolta nella stragrande maggioranza dei casi come lavoro autonomo (18 su 25, 72%), mentre si basa solo in minima parte su contratti a progetto (3 su 25, 12%), e ancora meno su contratti da lavoro dipendente (2 su 25, 8%). Il restante 8% è rappresentato da rapporti lavorativi in regime di libera professione (revisore titolare di studio o service editoriale).

Pur nella consapevolezza dell’ampia variabilità di casi e situazioni che determinano il costo di un lavoro di revisione e le tariffe a esso applicate, rho ritenuto importante dare qualche indicazione di tipo economico, non fosse altro per confermare e dimostrare con i dati raccolti l’assenza di prassi standardizzate e relativi compensi. Ho chiesto chiesto ai soggetti di indicare la tariffa percepita per cartella editoriale standard (2000 battute), dando erroneamente per scontato che fosse questo l’unico parametro su cui calcolare il compenso di un lavoro di revisione. I rispondenti, tuttavia, non si sono lasciati condizionare da questo falso presupposto e hanno innanzitutto fornito dati preziosi sulle diverse tipologie di parametri usati. Dalle risposte raccolte risultano cinque diverse possibili modalità per calcolare il costo di una revisione: tariffa a cartella, ore effettive di lavoro, calcolo in percentuale, pagamento a forfait, e modalità variabile. Un’ampia maggioranza dei rispondenti (68%) lavora con tariffe a cartella, solo un 8% a tariffa oraria (soprattutto nel caso di testi brevi, articoli o comunicati giornalistici), una stessa percentuale viene pagato a forfait, il 4% in percentuale e infine il restante 12% afferma di essere pagato con modalità variabile, concordata di volta in volta con il committente in base alla mole e alla qualità del lavoro.

A coloro che lavorano prevalentemente con tariffe a cartella, è stato poi chiesto di fornire indicazioni sulle tariffe minime e massime da loro percepite. I dati raccolti sono rappresentati nell’istogramma che segue e che riporta, in ordine progressivo per ogni rispondente, la forbice min-max. Ciò che salta subito all’occhio è la sorprendente varietà di tariffe e l’ampiezza della forbice complessiva, che va da un minimo assoluto di 1,5 euro a cartella a un massimo assoluto di 15 euro.

Figura 6: Tariffe minime e massime per i rispondenti che hanno dichiarato di ricevere un compenso a cartella (revisori)

Figura 6

Non volendo sovraccaricare i rispondenti di domande ulteriori, ci si è limitati a porre quesiti le cui risposte potessero fornire un’idea della grande variabilità e diversificazione dell’ambito contrattuale ed economico. I dati raccolti, tuttavia andrebbero approfonditi tenendo conto di altri elementi, tra cui per esempio il rapporto tra livello di compenso e prestigio/dimensioni della casa editrice, la capacità di negoziazione del lavoratore, il rapporto fra tariffa alta ed esperienza/fama del revisore, qualità/prestigio del traduttore e del testo tradotto. Non potendo presentare dati in questo senso, quanto illustrato finora viene arricchito da una selezione di contributi da cui si possono ricavare informazioni più approfondite e contestualizzate sull’argomento “tariffa a cartella”:

Da 1,8 € a 4 (in casi eccezionali 5) € a cartella; negli ultimi anni, però, anche per queste tariffe c’è stato un livellamento verso il basso.

Costi variabili e spesso integrati ad altre lavorazioni. Difficile quantificare, come forchetta posso   ipotizzare dai 2 ai 5 euro a cartella ma ultimamente i costi si sono drasticamente abbassati al punto da venire completamente assorbiti dalla lavorazione redazionale.

Di solito 3,5 euro a cartella. Quindi devo andare veloce e controllare poco l’inglese (il che, coi romanzi per ragazzi o di genere, non è un grosso problema, con altri testi è diverso).

Si va da un minimo di 1 euro a cartella per le cianografiche a un massimo non quantificabile a cartella ma pari a circa 1000 euro al mese per contratti “lunghi”, cioè quando ho tre-quattro mesi per “lavorare” un libro.

4.3. Come si fa la revisione

Il primo dato da confrontare in questa sezione riguarda il supporto usato da traduttori e revisori nel loro lavoro sul testo. Mentre la percentuale di coloro che lavorano solo su file è sostanzialmente la stessa (67,3%T vs 64%R), è interessante notare che la percentuale di coloro che rivedono solo su carta è del 16% tra i revisori e solo del 7,3% dei traduttori, a sottolineare come quello del revisore sia un atteggiamento di lettura più vicino a quello del lettore finale che verosimilmente legge (ancora) il libro cartaceo. In ogni caso, la lettura su carta è quella che di più si avvicina alla lettura come intrattenimento e non come lavoro, dimensione che non può mancare nel revisore. Per quanto riguarda la lettura ad alta voce, la differenza più netta di risposte si rileva tra coloro che dicono, in entrambi i gruppi, di ricorrervi sempre. Si tratta del 36,4% dei traduttori contro il 20% dei revisori. I motivi? Potrebbe trattarsi semplicemente di un orecchio interno più allenato nei revisori, visto il maggior numero di testi da revisionare su cui lavorano in uno stesso arco di tempo, o semplicemente una scelta dettata dai tempi editoriali e da questioni di convenienza economica.

Un altro aspetto che merita un confronto di dati è quello che riguarda gli strumenti e le modalità di tracciamento sul testo. Poiché l’auto-revisione è un’attività che il traduttore rivolge a se stesso, i suoi interventi “visivi” sul testo fungono principalmente da segnalazione e marcatura solo temporanee, una sorta di promemoria di cui non resterà poi traccia nella versione definitiva consegnata all’editore, salvo i casi in cui il traduttore voglia segnalare un commento e/o intervento specifico. Per questo motivo i traduttori non ricorrono allo strumento Revisioni di Microsoft Word (come invece fa il 92% dei revisori). Essendo dunque la sua una revisione “a uso interno”, il traduttore utilizza principalmente alcune funzioni particolari di scrittura – testo evidenziato, sottolineatura, cambio font e grandezza carattere, inserimento parentesi, ecc.

Molto più simile, invece, è il ricorso nei due gruppi alla funzione Commenti dello strumento Revisioni di Microsoft Word, utilizzato dal 76,4% dei traduttori e dall’88% dei revisori. È interessante leggere questo dato più nel dettaglio per capire a chi vengono indirizzati i commenti: nel 52,4% dei casi i traduttori scrivono commenti rivolti alla redazione e/o al revisore in merito a dubbi interpretativi, spiegazioni di scelte e strategie traduttive, e altre segnalazioni; allo stesso modo, nel 59% dei casi i revisori rivolgono i loro commenti al traduttore, di nuovo per motivare e spiegare determinati interventi, suggerire alternative, chiedere delucidazioni.

La sostanziale uniformità di questo dato induce a pensare al rapporto traduttore/revisore come a un dialogo di collaborazione che può svolgersi, oltre che attraverso i consueti mezzi di comunicazione diretta e virtuale, anche nello spazio della pagina di un file elettronico. Tuttavia, le risposte raccolte in merito all’effettivo rapporto di collaborazione revisore/traduttore tradiscono ogni aspettativa al riguardo. Il 43,6% dei traduttori dichiara di non interagire mai con la casa editrice e/o il revisore durante la fase di auto- o etero-revisione, mentre un altro 12,8% comunica con casa editrice o revisore solo occasionalmente. Questo dato trova conferma nelle risposte fornite dai revisori, di cui il 44% dichiara di non interagire mai con il traduttore durante la fase di revisione, mentre un 24% ricorre al dialogo solo a volte. Se da un lato, dunque, traspare una netta volontà di contatto fra traduttore e revisore – come dimostra l’ampio utilizzo della funzione commenti – dall’altro sembra che questo desiderio resti frustrato dalla pratica editoriale. Del resto, che la produzione del testo tradotto sia concepita più come una sequenza di fasi separate e indipendenti, piuttosto che come una compenetrazione di professionalità, punti di vista e competenze, è ulteriormente confermato dal dato che riguarda l’interazione fra revisore e casa editrice, una prassi regolare solo nel 48% dei casi.

Riguardo al rapporto traduttore-revisore durante la fase di revisione, è utile riportare nel dettaglio alcuni contributi da ciascuno dei due gruppi di rispondenti. Ecco quelli dei traduttori in merito alla collaborazione con il revisore:

Tengo molto a interagire con i revisori e lo chiedo espressamente. Avviene comunque a     traduzione consegnata e quindi in una fase successiva all’auto-revisione. Ritengo fondamentale (anche a causa di brutte esperienze passate) che il traduttore sia interpellato su tutte le modifiche apportate a una traduzione che esce comunque con il suo nome (nel bene e nel male). Mi rifiuto però di rileggere (gratis) per intero le bozze e chiedo che mi vengano segnalati gli interventi apportati.

Mi è capitato molto di rado. Nella maggior parte dei casi non ho proprio idea di chi sarà il revisore e nelle redazioni è difficile trovare un interlocutore disponibile e con una sufficiente conoscenza del testo. Quello di cui più sento la mancanza è, specie nei testi più impegnativi,     un confronto iniziale per sintonizzare gli strumenti e concordare la strategia di traduzione o eventuali adattamenti necessari. Una volta iniziata la traduzione, preferisco però lavorare in autonomia e confrontarmi poi con redattore/revisore a testo finito.

In genere durante la revisione scambio un paio di telefonate o mail con la casa editrice, per decidere questioni generali (qualche esempio pratico: tradurre i nomi geografici o lasciarli in originale; come rendere un accento regionale dell’originale senza snaturare il testo, ecc.). Per le questioni specifiche invece in genere mi affido ai commenti inseriti nel testo. L’interlocutore varia a seconda della casa editrice, ma in genere si tratta di un editor o redattore.

E questi sono alcuni contributi forniti dai revisori in merito alla loro collaborazione con il traduttore:

Capita, anche se non troppo spesso. Via e-mail, di persona se possibile, raramente al telefono. Capita più di frequente che ci si confronti DOPO la revisione. Io sollevo dei dubbi, lui/lei ci riflette, mi chiede consiglio su nuove rese. Tutto questo ammesso che ci sia rispetto reciproco e il traduttore si fidi del revisore… altrimenti i contatti sono pochi, e non gradevoli. Dico sempre che trovare il proprio revisore ideale è come trovare l’amore. Difficile.

Soprattutto via mail ma le case editrici tendono sempre più a non mettere in contatto le due figure. Per tempi serrati, e per evitare scocciature da parte di traduttori poco malleabili.

Sì, continuamente, è un dialogo costante. Il file passa e ripassa tra noi, i commenti si moltiplicano, se necessario ci si telefona. Maggiore il contatto, migliore la resa.

Non è possibile interagire con il traduttore se l’editore non prevede nemmeno la possibilità di metterti in contatto con lui o lei. Ci sono sempre i redattori interni a fare da filtro. Ho potuto interagirvi solo quando lavoravo io come redattrice interna in casa editrice e ogni tanto mi capitava di fare alcune revisioni.

Raramente. In genere avviene via mail o via telefono. Se non avviene, è perché lo prevede l’editore (in genere adducono problemi di tempistica, ma temo che questi traduttori da me rivisti senza avere contatti non abbiano mai visto nemmeno le bozze, perché non sono mai stata interpellata per spiegare scelte, correzioni ecc.).

In genere chiedo di interagire solo se ci sono questioni particolari da risolvere, altrimenti, per motivi di tempo, il traduttore riceve le prime bozze con la segnalazione dei dubbi e delle parti controverse. I rapporti ultimamente avvengono soprattutto via mail. Ritengo che sarebbe molto importante una maggiore interazione.

Spesso (via mail o telefono), soprattutto per dubbi interpretativi. Alcune redazioni non amano mettere in contatto revisori e traduttori, in tal caso è la redazione a fare da tramite.

Poiché le risposte fornite dai rispondenti (sia traduttori sia revisori) sul “come si fa” la revisione sono tra le più ricche di spunti di riflessione sulle procedure adottate, le tempistiche e anche le strategie e i trucchi adottati nella pratica quotidiana, ritengo utile riportarne alcune. Queste le risposte dei traduttori:

Rivedo la traduzione in due passaggi successivi. Non passo solitamente da cartaceo ma utilizzo una modalità di visualizzazione del testo che sia diversa nei tre passaggi di traduzione, prima e seconda revisione. 1) Prima revisione: controllo più “formale”. Assenza di salti, correttezza dei rimandi bibliografici e testuali, assenza di errori nella traduzione, di sfasamenti stilistici, con un programma di lettura del testo tradotto, che seguo sull’originale. In questo senso utilizzo il cartaceo, ma dell’originale. Raramente ho provato in questa fase a lavorare anche sul digitale, ma è troppo scomodo. 2) Seconda revisione. Rilettura della traduzione “da lettore pacato”, per cogliere passaggi ruvidi o poco coerenti con l’italiano. Eventualmente sul cartaceo (se posso lavorare fuori casa) ma obbligatoriamente in un contesto tranquillo e silenzioso (che solitamente mi è difficile ottenere… non potrei lavorare solo quando sono solo, non lavorerei quasi più).

Prima revisione su file, seconda ed eventuale terza su carta per le traduzioni “importanti”.

Prima e seconda su file, ma spesso cambiando carattere, interlinea, giustificazione del testo, in modo da vedere il testo “come per la prima volta.”

Non rileggo ad alta voce ma da diversi anni utilizzo uno strumento per me utilissimo, in genere alla seconda revisione: mi faccio inviare (oppure lo acquisto), se esiste, l’audiolibro del libro originale e lo ascolto rileggendo la mia traduzione. In questo modo ho la percezione del rispetto del ritmo, dello stile e anche delle intenzioni dell’autore, il tutto mediato dalla voce di uno o più attori. Inoltre è un modo fantastico di scoprire i piccoli errori (i classici “roma per toma” che non mancano mai) e le parole o le frasi saltate per distrazione.

E queste alcune risposte dei revisori, soprattutto riguardo al confronto con il testo originale durante la revisione:

Generalmente comincio confrontando riga per riga e parola per parola, leggendo prima il testo originale e poi la traduzione. Se decido che posso fidarmi proseguo leggendo l’italiano, ma torno spessissimo all’originale.

Come dicevo, dipende da quello che chiede la casa editrice. Se non ha preferenze, l’ideale secondo me sarebbe leggere prima la traduzione, poi l’originale, poi fare un confronto riga per riga e infine rilavorare la traduzione da sola. Ovviamente, per motivi di tempo e denaro questo non avviene mai, quindi quello che faccio è leggere separatamente a campione sia la traduzione che l’originale (a meno di espressa richiesta della casa editrice), poi procedo alla revisione vera e propria.

Non sarebbe pensabile di fare un confronto riga per riga, non ce n’è il tempo tecnico. Solitamente, lo faccio sulle prime pagine, per farmi un’idea di come ha lavorato il traduttore, e poi ci ritorno solo nei punti in cui qualcosa non mi torna (o se il committente mi ha segnalato qualche criticità).

Faccio un confronto integrale. Se vedo che la traduzione è fatta bene, allento la “sorveglianza”, altrimenti no.

4.4. Dove e quando si fa la revisione

Per quanto riguarda il luogo della revisione non si sono rilevate differenze degne di nota (trattandosi principalmente di lavoro freelance, in entrambi i casi prevale l’ambiente domestico), così come anche per quanto riguarda la soglia massima di attenzione, molto variabile per entrambi i gruppi e legata a fattori testuali ed extra-testuali (50%T vs 44%R). Più variegate e meritevoli di uno sguardo più ravvicinato, sono le risposte raccolte sui tempi della revisione, sia per i traduttori che per i revisori. Nel caso del primo gruppo, prevale l’elemento della “ricorsività”, come si evince dalle risposte che seguono:

Di solito alla fine, così creo la distanza temporale. Quando ho tempo e non ho delle scadenze troppo pressanti faccio una prima revisione di ogni capitolo, e poi una seconda alla fine.

Alla fine della prima stesura. Di solito si svolge in tre fasi, che spesso diventano quattro: nella prima revisione rileggo tutta la traduzione sistemando refusi e frasi che non scorrono bene o sono troppo oscure intervenendo di nuovo sui punti rimasti poco scorrevoli o insoddisfacenti nella resa in italiano; nella quarta, quando c’è, limo ancora qualche punto ma do particolare importanza alla sensazione ricevuta dalla lettura “d’un fiato”, calandomi il più possibile nei panni del lettore.

In genere ogni giorno rivedo il tradotto della giornata precedente e poi ricomincio a tradurre da lì; a volte rileggo i capitoli, ma non è detto, dipende dal tempo e dal testo. Poi c’è la revisione finale, poi quella in bozze. Avendo cominciato a tradurre quando non esisteva il PC, tendo a mettere giù le frasi quando si sono già formate in testa, quindi il più delle volte in fase di revisione i cambiamenti non sono… ingenti.

Prima revisione dopo ogni capitolo o blocco di testo: in questa fase cerco di dare forma concreta ai dubbi e di identificare i punti su cui sarà necessario intervenire ancora. Revisione (attraverso parecchie riletture) a fine traduzione, prima per risolvere le questioni legate a dubbi di interpretazione, poi alle domande sulla scelta lessicale, poi all’armonia e alla scorrevolezza del testo.

Poiché rispetto al lavoro di auto-revisione del traduttore quella del revisore esterno è un’attività esclusivamente “a posteriori” e su un testo già vicino alla sua forma definitiva, le questioni di tempistica su cui i revisori sono stati interpellati riguardano principalmente il tempo concesso ed effettivamente impiegato per un testo di media lunghezza (200-300 cartelle). Le risposte sono risultate troppo variabili per essere rappresentate graficamente, ma per completezza di informazioni si riportano comunque alcuni contributi:

Di solito mi si dà un mesetto. Lo impiego tutto, fino all’ultimo secondo, ma non un secondo di più. Se mi accorgo che ci sono complicazioni e che ho bisogno di più tempo, avviso prima e chiedo una dilazione.

Il tempo impiegato davvero varia molto dalla qualità della traduzione. Indicativamente andiamo dalle 5 cartelle al giorno alle 20. Raramente di più. Questo dà anche un po’ la misura di quanto il lavoro di revisione sia molto poco considerato, se messo in relazione con il tempo impiegato…

Come revisora esterna, dalle due alle tre settimane per un testo fino alle 300 cartelle. Un mese se è più lungo. Come revisora interna, massimo due settimane per qualsiasi testo (e in più nel frattempo sbrigare almeno le incombenze basilari in ufficio). Quanto al tempo che impiego, beh impiego quello che mi richiedono, non posso impiegarci di più (e di meno è quasi impossibile).

Dipende moltissimo. Un mese, due, tre. Quanto ci metto dipende dall’entità degli interventi. Ultimamente ho rivisto un romanzo di durata standard, credo sulle 300 pagine, che ha richiesto interventi pesanti e ci ho lavorato a tempo pieno per almeno 3 settimane, forse di più.

Riguardo ai dati di tipo diacronico, in particolare su come il modo di revisionare sia cambiato nel tempo e con la maggiore esperienza professionale, entrambi i gruppi hanno segnalato innanzitutto una maggiore facilità e velocità nel trovare soluzioni (35,6%T vs 53%R) seguita da una maggiore consapevolezza (30,2%T vs 31%R). Di nuovo, offro alla lettura alcuni contributi che arricchiscono e illuminano il semplice dato numerico, iniziando con quelli forniti dai traduttori:

Sicuramente l’esperienza mi aiuta a trovare soluzioni più felici in minor tempo e anche certi automatismi si sono sviluppati con il tempo. Utilissimo è stato per me vedere il lavoro di revisione fatto da bravi revisori sulle mie traduzioni: ho imparato molto e mi è servito per capire quali sono i miei punti deboli e gli errori o le pigrizie della mia scrittura.

Sì, sono diventata più veloce sia nell’individuare i problemi che nell’escogitare le soluzioni. È anche migliorato il livello della prima stesura, con conseguente diminuzione del numero di interventi.

Sicuramente mi tormento molto meno che con i primi libri, per i quali iniziare la revisione mi provocava una sorta di rifiuto, forse per paura di trovarmi di fronte alla mia stessa inadeguatezza fatta pagina… Nella pratica credo che questo comporti un maggior decisionismo, in parte dovuto all’esperienza, in parte a una sorta di accettazione: questa sono io, questo è quello che sono capace di fare, è inutile rompersi la testa all’infinito…

Be’, in 40 anni… c’è stato il salto dalla macchina da scrivere al pc. In un certo senso, il pc, con la   facilità di correzione, ha incoraggiato una maggiore trasandatezza in fase di traduzione, e conseguentemente un maggiore bisogno di revisione. D’altra parte l’esperienza la ha velocizzata.

Mi pare particolarmente utile riportare inoltre una selezione di contributi di revisori, perché la loro lettura può servire a smantellare lo stereotipo del revisore come di colui che svolge un’attività di censura e modifica a tappeto, direttamente proporzionale agli anni di esperienza, nella convinzione che più bravo ed esperto il revisore, maggiore il numero degli interventi sul testo. In realtà, chiunque si sia trovato a insegnare revisione a studenti senza alcuna pratica pregressa, avrà facilmente sperimentato che per un giovane traduttore/revisore o aspirante tale, ritrovarsi di punto in bianco nella posizione – percepita come più autorevole o gerarchicamente superiore – di “correggere” il lavoro altrui, significa di frequente applicare questo diritto in maniera pesante e arbitraria, anche perché spesso è ancora carente quello spirito analitico e critico che consente di valutare, misurare e calibrare la necessità di un intervento di revisione, laddove il revisore esperto sa invece distinguere con cognizione di causa gli interventi “possibili” da quelli “necessari”. Un’esperienza, questa, condivisa anche da Mossop (2007) quando dice: Translation students tend to make vast numbers of changes, and typically manage to reduce quality in doing so (Gli studenti temndono a fare un gran numero di cambiamenti ed è pressoché ienluttabile che così facendo riesaono a ridurre la qualità). Le risposte che seguono confermano la proporzionalità inversa tra esperienza di revisione/invasività della revisione:

Probabilmente adesso sono più consapevole di tanti aspetti e intervengo in maniera più analitica, il che però non significa necessariamente anche in misura maggiore, piuttosto si tratta di azioni più “calibrate”.

La consapevolezza è aumentata, così come la velocità nel risolvere problemi (l’avvento di Internet e di tutta una serie di strumenti in rete ha aiutato). Quanto al numero degli interventi, potrei dire che        è maggiore, ma in realtà ho imparato anche a rispettare maggiormente le caratteristiche dello stile del singolo traduttore (qualora, ovviamente, ci sia).

Intervengo meno ma in punti più nevralgici. O almeno ci provo.

Sì. Mi sono accorta che ho una tendenza a diminuire gli interventi, cioè prima di intervenire mi chiedo: è davvero necessario cambiare qui? Trovo più velocemente i problemi.

4.5. Perché si fa la revisione

Invitati a indicare ciò che percepivano come lo scopo principale della revisione, entrambi i gruppi hanno identificato nell’obiettivo della scorrevolezza, fluidità e leggibilità del testo finale un elemento prioritario (35,9%T vs 27%R).

Figura 7: Distribuzione dei rispondenti rispetto alla finalità attribuita alla fase di auto-revisione (traduttori)

Figura 7

Figura 8: Distribuzione dei rispondenti rispetto a ciò che definiscono lo scopo principale dell’attività di revisione (revisori)

Figura 8

Va tuttavia segnalato che mentre per i traduttori lo scopo dell’auto-revisione è di nuovo fondamentalmente legato alla qualità finale del testo tradotto e al suo rapporto con il testo fonte, i revisori dimostrano di vedere nella revisione una finalità di servizio e supporto non solo al testo, ma anche ad altre figure: il traduttore, l’autore e l’editore, a confermare ancora una volta il ruolo di continua mediazione e negoziazione tra diverse istanze. Entrando poi nel merito delle tipologie di intervento sul testo, il confronto tra le risposte dei due gruppi mette in luce una prima, marcata differenza per quanto riguarda gli errori di interpretazione, che sono motivo di intervento di revisione solo nell’8,5% dei casi per i traduttori, mentre sono la prima voce in ordine di frequenza per i revisori (22%). Questo dato conferma come lo sguardo “altro” del revisore sia anche una garanzia di controllo interpretativo, laddove per il traduttore che formula una sua idea del testo è molto più difficile, se non impossibile, tornare sui propri passi e rivedere quella stessa idea in un secondo momento.

Desidero concludere quest’ultima sezione di analisi dei dati riportando alcuni dei contributi più efficaci riguardo alla finalità, percepita o attesa, della revisione in entrambi i gruppi di rispondenti. Ecco come alcuni traduttori descrivono lo scopo dell’attività di revisione sul proprio testo:

Togliere quanto più possibile le tracce di “traduttese”, leggere il testo come lo leggerebbe il lettore finale ma con la consapevolezza dell’originale che c’è dietro e che non deve perdere la sua   originalità. L’eliminazione dei singoli errori e dei refusi è importante, ma a mio parere mano essenziale, almeno quando si può contare sul successivo intervento di un revisore esterno o di un buon redattore.

Sia l’auto-revisione che la revisione da parte di una terza persona sono controlli fondamentali per assicurare la qualità del prodotto finale, vale a dire del libro tradotto. Un controllo del proprio lavoro è essenziale per tanti motivi. Un esempio è quello dell’uniformazione. Se si lavora a un testo particolarmente lungo può capitare che si prenda davvero il via e si trovi la voce giusta dopo un tot di pagine, a volte anche 50 pagine. Rivedere il lavoro completo alla fine serve anche a questo, a     dargli uniformità.

Eliminare le incongruenze generali e sistemare i dettagli linguistici; in generale si tratta di vedere se il testo finale funziona.”

La revisione è quell’operazione che avviene tra la prima regola di chi traduce, detta ALDT (avere libri da tradurre) e la seconda, d’oro: POPSC (prima o poi si consegna).

La revisione funziona come “coscienza” per il traduttore e interviene non come un truccatore ma un visagista, che lavora per limare via eventuali difetti ma non stravolge i lineamenti del viso.

Quelli che seguono sono invece i contributi di alcuni revisori riguardo allo scopo della loro attività sul testo e alle peculiarità del loro sguardo “altro” rispetto al lavoro di auto-revisione del traduttore:

La revisione è un supporto al traduttore, un aiuto. Il revisore è un mediatore, la figura che conosce bene ciò che la casa editrice chiede e sa come integrarlo nel lavoro del traduttore, offrendogli spunti, correggendo distrazioni quando non errori veri e propri, facendolo riflettere. Il revisore è il grillo parlante del traduttore, la sua coscienza. Senza di lui, il traduttore potrebbe sbagliare, magari senza rendersi conto di averlo fatto.

Aiutare il traduttore a spingersi meglio e più a fondo nella direzione che ha scelto, non prima di averne verificato però la plausibilità rispetto al testo di partenza. Purtroppo mi è capitato spesso nvece di scoprire che la committenza si aspettava soprattutto una pulizia redazionale (norme, ripetizioni, leggibilità e/o aderenza alla lettera, insomma una specie di ruolo da gendarme contro eventuali “voli” del traduttore).

Il revisore ha un po’ la funzione del collaudatore: è il primo a leggere la traduzione e deve individuarne i problemi (occasionali o di fondo) e risolverli, seguendo le indicazioni della redazione e le dominanti del testo.

Il revisore in un certo senso è avvantaggiato dal fatto di avere un testo completo da esaminare, mentre il traduttore lo “monta” brano a brano, correndo quindi il rischio di perdersi qualcosa nelle suture.

Per fare una metafora fotografica, il revisore ha più padronanza del teleobiettivo, il traduttore del 50 mm e del grandangolo.

5. Conclusioni

L’indagine si riproponeva di fotografare la realtà della revisione editoriale in Italia e al contempo di tracciare un identikit del revisore (auto- ed etero-revisore) in modo da raccogliere e presentare dati che finora non era mai stato possibile estrapolare con metodologie di indagine quantitativa.Essa voleva inoltre fornire un’occasione agli attori della revisione di raccontare del proprio lavoro in termini di procedure, finalità, approcci concettuali, criticità e trucchi del mestiere per poi sfruttare la ricchezza delle informazioni raccolte non solo in ambito accademico ma anche nel contesto professionale e formativo. Un risultato sicuramente auspicato dell’indagine, ma inatteso nella sua portata, riguarda la generosità, la disponibilità e l’apertura dimostrate da entrambi i gruppi di rispondenti. La complessità e la lunghezza dei questionari, il dover tornare con la mente a prassi e procedure che spesso non sono neanche più consapevoli, rappresentavano sicuramente un rischio, tuttavia la ricchezza delle risposte è stata davvero sorprendente.

Ma quanto i dati raccolti sono rappresentativi della realtà? Va detto innanzitutto che l’obiettivo conoscitivo di questa indagine sulla revisione editoriale si scontrava con una serie di fattori che avevano reso finora impossibile una fotografia reale di quali e quanti siano gli occupati in questo settore e di quale sia il loro status professionale. La figura stessa del traduttore come soggetto lavoratore è infatti presente sul mercato in tante diverse modalità e distinzioni, perché se esistono rari casi di traduttori che fanno della traduzione la loro unica fonte di reddito – ma spesso combinando lavori editoriali a lavori tecnico-specialistici – per gran parte dei traduttori la fonte di reddito principale è un’altra (spesso l’insegnamento) mentre la traduzione è un’attività parallela o complementare. C’è infine chi traduce solo occasionalmente, a fianco di altre attività lavorative. Non esistendo dunque una descrizione univoca di questo profilo professionale, né un ordine, un albo o altre realtà che rendano fattibile un censimento di questa tipologia di lavoratori autonomi, ci si può solo affidare a inchieste svolte su campioni di tipo volontario. Tra queste va senz’altro citato il lavoro dal titolo Dalla parte dei traduttori, uno studio di approfondimento elaborato dai ricercatori dell’IRES Emilia Romagna – l’Istituto ricerche economiche sociali della CGIL – Daniele Dieci, Carlo Fontani e Florinda Rinaldini, sui dati già raccolti dall’inchiesta Editoria invisibile avviata l’anno precedente (2012) sui lavoratori dell’editoria. Circa un terzo dei 1073 lavoratori che all’epoca avevano risposto all’inchiesta erano traduttori (342 testimonianze). L’inchiesta Dalla parte dei traduttori non si basa dunque su nuove interviste, ma sulla rielaborazione specifica di quelle svolte per Editoria invisibile e da questa rielaborazione emergono dati interessanti sulla distribuzione dei titoli di studio, sul genere e la tipologia di reddito dei traduttori, preziosa integrazione ai dati raccolti dal presente sondaggio.

Volendo tuttavia fornire qualche strumento essenziale per inquadrare e interpretare quantitativamente quanto finora esposto, soprattutto in relazione a rappresentatività e tasso di risposta, si vuole concludere riportando dati che seguono:

  • il numero di iscritti al Sindacato STRADE che traducono/rivedono dall’inglese è di 159 su un totale di 242 iscritti alla data del sondaggio;
  • il numero di traduttori editoriali dall’inglese iscritti ad AITI, Associazione Italiana Interpreti e Traduttori corrisponde a 80, per la narrativa, a cui se ne aggiungono altri 41 per la saggistica, con numerosi casi di sovrapposizione;
  • il numero di titoli pubblicati in Italia nel 2013 ammontava a 64.000[1]. Le traduzioni da altre lingue, in netta diminuzione rispetto al passato, ammontavano nel 2013 al 17,9% del totale dei titoli. Tra questi, i testi tradotti dall’inglese coprono il 60,6%. Partendo da questi dati certi, si può calcolare con beneficio di approssimazione che il numero di libri tradotti nel 2013 corrisponde a 11.500, di cui circa 7000 dall’inglese. Supponendo che un traduttore che lavori a tempo piano e traduca solo libri lavori al massimo su 4-5 titoli l’anno, il numero dei traduttori “attivi” nel 2013, dovrebbe aggirarsi tra i 1400 e i 1800.

Bisogna ricordare tuttavia, come emerge dall’inchiesta IRES, che la tipologia lavorativa del traduttore è molto variabile, e sono molti – quasi la metà – i traduttori che svolgono un altro lavoro parallelamente a quello di traduzione e che esistono altre “varianti” di traduttore che si occupano di prodotti considerati editoriali ma di fatto non pubblicati sotto forma di libri (articoli per testate giornalistiche e riviste, audiovisivi, fumetti). È dunque più verosimile che il numero di traduttori editoriali si aggiri intorno a qualche migliaio.

Nella speranza che l’indagine presentata in questo articolo faccia da stimolo e incentivo ad altri studi e ricerche sulla revisione, contribuendo alla circolazione di conoscenze, competenze ed esperienze che è alla base di ogni progresso scientifico e umano, sento il dovere di esprimere il mio profondo ringraziamento a tutti coloro che hanno partecipato attivamente al sondaggio, dedicando il loro tempo prezioso alla compilazione dei questionari e fornendo dati preziosi. Mi auguro che ad alcuni di loro faccia piacere rileggersi in questo resoconto.

Riferimenti bibliografici

Chesterman e Wagner. 2002: Andrew Chesterman e Emma Wagner,  Can Theory Help Translators? A Dialogue Between the Ivory Tower and the Wordface, Manchester, St. Jerome

Delisle, Lee-Janke, Cormier e Albrecht 1999: Jean Delisle, H.annelore Lee-Janke, Monique C. Cormier e Jörn Albrecht, Terminologie de la traduction / Translation terminology, vol. 1, Amsterdam, John Benjamins

Hansen 2010: G. Hansen, Integrative Description of Translation Processes, in Gregory M. Shreve e Erik Angelone, E. (eds.), Translation and Cognition.,Amsterdam/Philadelphia, John Benjamins, pp. 189-211

Lasswell e Bryson 1948: Harold Lasswell e Lyman Bryson (eds), The Structure and Function of Communication in Society. The Communication of Ideas, New York, Institute for Religious and Social Studies. p. 117.

Mossop 2007: Brian Mossop, Empirical studies of revision: what we know and need to know, in  «Journal of Specialised Translation», 8 (http://www.jostrans.org/issue08/art_mossop.php – ultimo accesso: maggio 2015).

Nord 1991: Christiane Nord, Text Analysis in Translation. Theory, Methodology and Didactic Application of a Model for Translation-Oriented Text Analysis, Amsterdam/Atlanta, Rodopi.

Palumbo 2009: G.iuseppePalumbo, Key Terms in Translation Studies, London/New York, Continuum.

Zammuner 1998: Vanda Lucia Zammuner, Tecniche dell’intervista e del questionario, Bologna, Il Mulino.

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