Numero 11 (autunno 2016) | Studi e ricerche

I Demoni di Küfferle 1 e 2 (e 3?)

UNA VERSIONE “RIVEDUTA” O “MANOMESSA” E “STORPIATA”?

di Edoardo Esposito

demoni-romantica-2Del romanzo di Dostoevskij Besy (1873), noto in italiano come I demoni, opera fra le più complesse e discusse dello scrittore russo, esiste in Italia una dozzina di traduzioni, quasi la metà delle quali realizzate nel periodo fra le due guerre (anche col titolo, come quella di Olga Resnevic del 1928, Gli ossessi, per la casa editrice Campitelli di Foligno), quando cominciava a diffondersi, rispetto al problema del tradurre, l’esigenza di un lavoro più curato e controllato di quanto non si usasse prima, condotto senza la mediazione di altre lingue (soprattutto il francese e il tedesco, per le opere russe: cfr. Baselica 2011) e soprattutto «integralmente, senza tagli ed arbitrii», come proclamava Giuseppe Antonio Borgese licenziando nel 1930 una delle iniziative che si volevano più significative del tempo, la mondadoriana «Biblioteca Romantica», «una raccolta di capolavori romantici e stranieri in veste italiana e classica» (Borgese 1930, 671).

Appunto nella «Romantica», dodicesimo volume della serie, appare nel 1931 la traduzione dei Demoni di Rinaldo Küfferle, cui vorremmo dedicare un breve approfondimento soprattutto per le vicende editoriali cui andò soggetta. Küfferle era nato nel 1903 a Pietroburgo, dove il padre Pietro, nativo di Verona, si era trasferito e aveva acquistato fama come scultore. La rivoluzione del 1917 li aveva spinti a tornare in Italia, ed è qui che Rinaldo porta a compimento i suoi studi, laureandosi a Milano in filologia classica e coltivando in parallelo la passione per le lettere e l’amore per la terra e la cultura della sua fanciullezza. La professione di scrittore e traduttore gli si impone quasi naturalmente, e l’occasione di volgere in italiano, venticinquenne appena, I demoni, è una di quelle che meglio contribuiscono ad affermarne la fisionomia.

La traduzione viene compiuta tra il 1927 e il 1928, anche se il difficoltoso avvio della «Romantica» ne farà slittare alquanto il momento della pubblicazione al 1931. Küfferle vi si applicò con grande impegno, convinto che bisognasse rispettare certe scelte che nell’autore possono tuttavia stupire, e nella Nota apposta alla traduzione affermava di aver rispettato Dostoevskij «sotto il suo vero aspetto di antiletterato», in quanto «la sua lingua scabra, e per questo incisiva, non ha niente a che fare coi ciottoli, su cui passa l’acqua del fiume che li leviga, ma anche li appiattisce»; ragion per cui, «Se la traduzione conserva asprezze e dissonanze sgradite, è colpa, o merito, di un’intenzione meditata» (Küfferle 1931a, 1079). In un articolo di molto successivo e rimasto inedito insisteva inoltre sull’uso dei diminutivi in funzione umoristica, e sull’anticipazione degli aggettivi: «Dostoievski adopera continuamente l’anticipazione, come per prevenire il lettore che quel che dice non può essere vero. “Il molto rispettabile e dotato d’ingegno Stepàn Trofìmovic Verchovènski” significa: quel poveraccio di Stepàn Trofìmovic. È detto perfino con bontà, ma, per la posizione delle parole, l’intenzione vera dell’autore non si presta ad equivoco»; diceva Küfferle che «la prima delle tre parti dei Demoni, io l’ho tradotta due volte. Da principio, in buon italiano, ma non era Dostoievski, e ho cestinato centinaia di pagine già scritte, rifacendomi da capo» (Küfferle 1954).

Accadde tuttavia, dopo la guerra e smembrata ormai la collana d’origine, che la traduzione venisse «minuziosamente manomessa da un redattore anonimo, appianata, resa cioè più agevole alla comprensione del lettore medio, storpiata sistematicamente pagina per pagina». Inutili le proteste; «per non danneggiare l’editore col fargli buttar via la composizione tipografica», Küfferle «si contentò di togliere, dall’opera malconcia, il proprio nome e, in contraccambio, fu lasciato libero di cercarsi, per la traduzione genuina, qualche altro editore che gliela ristampasse» (Küfferle 1954). Appunto senza nome del traduttore, ma con una prefazione di Remo Cantoni il romanzo apparve infatti nel 1953 nell’ambito “economico” della «Biblioteca Moderna Mondadori» (BMM).

Ma in cosa consistevano i mutamenti apportati? Presentiamo prima di tutto il testo originale dell’incipit dostoevskiano traslitterato:

Pristupaja k opisaniju nedavnich i stol’ strannych sobytij, proisšedšich v našem, dosele ničem ne otličavšemsja gorode, ja prinužden, no heumenno moemu, načat’ neskol’ko izdaleka, a imenno nekotorymi biografičeskimi podrobnostjami o talantlivom i mnogočtimom Stepane Trofimoviče Verchovenskom. Pust’ eti podrobnosti poslužat liš’ vvedeniem k predlagaemoj chronke, a samaja istorija, kotoruju ja camere opisyvat’, eščë vperedi (Dostevskij 1982, 5).

Poi leggiamo le parole della traduzione di Küfferle:

Nell’accingermi alla descrizione degli avvenimenti così strani, svoltisi or non è molto nella nostra città, in cui finora non era accaduto nulla di notevole, sono costretto, per la mia inesperienza, a rifarmi alquanto da lontano, e precisamente da alcuni particolari biografici intorno al molto rispettabile e dotato d’ingegno Stepan Trofimovic Verchovenski. Questi particolari non serviranno che d’introduzione alla presente cronaca, mentre la storia che mi propongo di descrivere è ancora innanzi (Küfferle 1931b, 13).

Non si può negare che qualche perplessità sorga da una simile lettura. Che significa infatti, e non solo per il lettore di oggi, «sono costretto a rifarmi alquanto da lontano» oppure «la storia che mi propongo di scrivere è ancora innanzi»?

Proviamo ora a mettere a confronto la traduzione originale di Küfferle e quella “rivisitata”.

Il testo dostoevskiano della prima pagina recita:

Pristupaja k opisaniju nedavnich i stol’ strannych sobytij, proisšedšich v našem, dosele ničem ne otličavšemsja gorode, ja prinužden, no heumenno moemu, načat’ neskol’ko izdaleka, a imenno nekotorymi biografičeskimi podrobnostjami o talantlivom i mnogočtimom Stepane Trofimoviče Verchovenskom. Pust’ eti podrobnosti poslužat liš’ vvedeniem k predlagaemoj chronke, a samaja istorija, kotoruju ja camere opisyvat’, eščë vperedi.
Skažu prijamo: Stepan Trofimovič postojanno igral meždu nami nekotoruju osobuju i, tak skazat’, graždanskuju rol’ i ljubil etu rol’ do strasti, – tak daže, čto, mne kažetsja, bez nee i prožit’ ne mog. Ne to, čtob už ja ego priravnival k akteru na teatre: sochranili bože, tem bolee čto sam ego uvažaju. Tut vse moglo byt’ delom privyčki, ili, lučše skazat’, bespreryvnoj i blagorodnoj sklonnosti, s detskich let, k prijatnoj mečte o krasivoj graždanskoj svoej postanovke. On, naprimer, črezvyčajno ljubil svoe položenie «gonimogo» i, tak skazat’, «ssyl’nogo». V etich oboich slovečkach est’ svoego roda klassičeskij blesk, soblaznivšij ego raz navsegda, i, vozvyšaja ego potom postepenno v sobstvennom mnenii, v prodolženie stol’ mnogich let, dovel ego, nakonec, do nekotorogo ves’ma vysokogo i prijatnogo dlja samoljubija p’edestala. V odnom satiričeskom anglijskom romane prošlogo stoletija nekto Gulliver, vozvratjas’ iz strany liliputov, gde ljudi byli vsego v kakie-nibud’ dva verška rostu, do togo priučilsja sčitat’ sebja meždu nimi velikanom, čto, i chodja po ulicam Londona, nevol’no kričal prochožim i ekipažam, čtob oni pred nim svoračivali i osteregalis’, čtob on kak-nibud’ ich ne razdavil, voobražaja, čto on vse ešče velikan, a oni malen’kie. Za eto smejalis’ nad nim i branil ego, a grubye kučera daže stegali velina knut’jami; no spravedlivo li? Čego ne možet sdelat’ privyčka? Privyčka privela počti k tomu že i Stepana Trofimoviča, no ešče v bolee nevinnom i bezobidnom vide, esli možno tak vyrazit’sja, i potomu čto prekrasnejšij byl čelovek
(Dostevskij 1982, 5).

Küfferle 1931 («Biblioteca romantica»):

Nell’accingermi alla descrizione degli avvenimenti così strani, svoltisi or non è molto nella nostra città, in cui finora non era accaduto nulla di notevole, sono costretto, per la mia inesperienza, a rifarmi alquanto da lontano, e precisamente da alcuni particolari biografici intorno al molto rispettabile e dotato d’ingegno Stepan Trofimovic Verchovenski. Questi particolari non serviranno che d’introduzione alla presente cronaca, mentre la storia che mi propongo di descrivere è ancora innanzi.

Lo dirò senz’altro: Stepan Trofimovic rappresentava fra noi continuamente una certa parte speciale e, per così dire, civile e amava questa parte fino alla passione – tanto che, mi sembra, non avrebbe potuto nemmeno vivere senza questa parte. Non già che io lo paragoni a un attore sulla scena: Dio me ne guardi, tanto più che io personalmente lo stimo. Qui tutto poteva dipendere dall’abitudine o, per meglio dire, dalla continua e nobile inclinazione sin dagli anni dell’infanzia verso il piacevole sogno di una bella posizione civile.

Egli, ad esempio, amava estremamente la sua condizione di «perseguitato» e, per così dire, di «esiliato». In tutt’e due queste parolette v’è un certo lustro classico che lo aveva sedotto una volta per sempre e che, innalzandolo gradatamente nel suo proprio concetto, per tanti anni, lo aveva portato alla fine su un piedestallo abbastanza alto e gradito all’amor proprio.

In un romanzo satirico inglese del secolo scorso, un certo Gulliver, tornato dal paese dei lillipuziani, dove la gente misurava tutt’al più due pollici d’altezza, si era talmente abituato a considerarsi là un gigante che, passeggiando anche per le vie di Londra, gridava involontariamente ai passanti e alle vetture che svoltassero dinanzi a lui e si guardassero che egli in qualche modo non li schiacciasse, immaginando d’essere ancora un gigante, e che essi fossero dei nani.

Per questo la gente rideva e lo ingiuriava, e i cocchieri brutali percotevano addirittura il gigante con la frusta; ma era forse giusto? Che cosa mai non può fare l’abitudine? L’abitudine aveva portato quasi allo stesso punto anche Stepan Trofimovic, ma in una forma ancora più innocente e inoffensiva, se così mi posso esprimere, perché era un’ottima persona.

L’Anonimo 1953, nella «BMM», introduce queste modifiche (qui in corsivo):

avvenimenti tanto strani

intorno a Stepan Trofimovic Verchovenski, uomo rispettabilissimo e di molto ingegno. Questi particolari non serviranno che d’introduzione, mentre la storia che mi propongo di scrivere seguirà poi.

Nel suo caso, tutto poteva dipendere […]

sin dagli anni d’infanzia, verso il piacevole sogno di raggiungere una bella posizione nella città.

In tutt’e due queste paroline

innalzandolo gradatamente per tanti anni, nel suo proprio concetto, […]

gradito al suo amor proprio.

si legge di un certo Gulliver

egli si era talmente abituato anche passeggiando

di svoltare e di guardarsi per non farsi schiacciare da lui,immaginando che egli fosse ancora un gigante

La gente rideva

Che cosa mai può farel’abitudine!

più innocente e innocua […]

perché egli era un’ottima persona.

Gli interventi sono certamente numerosi; pure, è difficile vedervi quella lezione «storpiata sistematicamente, pagina per pagina» che Küfferle diceva. D’altra parte la libertà che gli era stata concessa di “rivendere” la traduzione originale era, potremmo dire, “virtuale”, dato che trovare un editore in grado di competere con le 20.000 copie messe in circolazione dalla BMM non era certo facile. Rispondeva in questo senso Federico Gentile, amministratore delegato della Sansoni, a un’offerta di Küfferle in proposito, sottolineando che «le correzioni apportate e che a Lei giustamente non sono piaciute, non sono al lettore normale così perspicue da fargli capire subito che si tratta di due cose completamente diverse» (Gentile 1954); e i Demoni sansoniani sarebbero infatti usciti nel 1958, nell’ambito di un “tutto Dostoevskij” curato da Ettore Lo Gatto, per la firma di tutt’altro traduttore, Giorgio Maria Nicolai, le cui richieste dovevano essere parse più accettabili.

La storia, per altro, non finisce qui: sia perché, morto Küfferle, Mondadori continuò a ristampare la versione “purgata” riapponendole, però, il nome di Küfferle traduttore, sia perché il testo sansoniano reca, insieme alla firma di Giorgio Maria Nicolai, la nota seguente:

La versione del romanzo I demoni, gentilmente concessa dalla Casa editrice Mondadori, si ristampa qui riveduta; nella rilettura è stato tenuto presente, salvo che per l’appendice finale, il volume settimo, a cura di F.I. Evnin, delle Opere di Dostoevskij (Sobranie Sočineniy, Mosca, 1957, redazione di L.P. Grossman, A.S. Dolinin, V.V. Ermilov ecc.). Inoltre sono stati puntualmente studiati i rapporti con i Taccuini di appunti dei quali viene ora pubblicata la prima traduzione italiana. I passi comuni al romanzo e ai taccuini sono stati confrontati e le due versioni sono state uniformate in modo che fosse chiaro al lettore il saltuario rifarsi ai taccuini nella stesura definitiva del romanzo e che risultasse evidente la natura stessa delle varianti dell’autore.

I Taccuini, o più precisamente Quaderni di appunti, sono stati tradotti dal volume Zapisnye tetrady F.M. Dostoevskogo a cura di E.N. Konšina (Nicolai 1958, IX).

Dobbiamo interpretare che Nicolai abbia soltanto «riveduta» la traduzione «gentilmente concessa dalla Casa editrice Mondadori», cioè la Küfferle (prima o seconda versione), oltre che avvalersi nei luoghi opportuni dei «passi comuni al romanzo e ai taccuini»? Dal punto di vista filologico non si può dire che la nota sia esauriente, ma anche qui una verifica testuale mostra in modo chiaro che la versione “Küfferle riveduta” e quella “Nicolai” sono praticamente coincidenti. Ci limitiamo alle prime pagine:

 sono costretto, per la mia inesperienza, a rifarmi alquanto da lontano,

Non già che io lo paragoni a un attore sulla scena

Ma l’attività di Stepan Trofimovic finì, per così dire, nello stesso momento in cui si iniziò

Questa dissertazione punse abilmente e a sangue

e sebbene aspettasse di giorno in giorno,

non so da dove

sono costretto, per la mia inesperienza, a tornare alquanto indietro;

Non già che io lo paragoni a un attore di scena

Ma l’attività di Stepan Trofimovic finì, per così dire, nello stesso momento in cui s’iniziò

Questa dissertazione punse abilmente a sangue

e sebbene aspettasse di giorno in giorno,

non so dove

Solo i primi due cambiamenti appaiono sicuramente intenzionali; Nicolai ha dunque davvero effettuato non più che una revisione, salvo per i «passi comuni al romanzo e ai taccuini» (che riguardano ovviamente un altro problema, che non ci interessa qui indagare). Parlava già Pippo Vitiello di «un intricato gioco di cessioni di diritti e di accordi commerciali fra le case editrici, giacché le versioni che vengono proposte, sotto sigle, etichette e confezioni diverse, rimangono pur sempre le stesse» (Vitiello 1990, 50); e il principio stesso affermato da Borgese nel licenziare la sua collana che «la traduzione dev’essere sinceramente sotto la responsabilità di chi la firma, non affidata a un giovane amico o a una persona di famiglia e poi convalidata con l’autorità di un chiaro nome» (Borgese 1930, 678), suona ancora come riconoscimento ex-negativo di un costume diffuso allora come oggi, e che il comportamento degli editori finisce spesso per confermare. Al filologo non resta che segnalare, quando abbia modo di notarle, difformità e stranezze destinate a restare prive di “paternità”; del resto, nella «ristampa» di tutta la «Biblioteca Romantica» realizzata da Mondadori nel 1970, notiamo sempre nelle prime pagine:

intorno al molto rispettabile e dotato d’ingegno Stepan Trofimovic Verchovenski

e, per così dire, civile e amava questa parte

sogno di una bella posizione civile.

con una sfumatura di un senso superiore.

E, finalmente, già proprio nell’ultima scena

intorno al molto rispettabile e dotto Stepan Trofimovic Verchovenski

e, per così dire, civica e amava questa parte

sogno di una bella posizione civica.

con una sfumatura di un «senso superiore».

E, finalmente, proprio nell’ultima scena

Anche in questo caso non fu certo Küfferle ad autorizzare i cambiamenti; giustificati o no che fossero, vanno comunque anche questi sotto il suo nome.

Bibliografia

Baselica 2011: Giulia Baselica, Alla scoperta del “genio russo”, in «tradurre. pratiche teorie strumenti», n. o (primavera 2011) (https://rivistatradurre.it/2011/04/tradurre-dal-russo-2/)

Borgese 1930: Nota a Stendhal, La certosa di Parma, traduzione di Ferdinando Martini, Milano, Mondadori, 1930 (Biblioteca Romantica diretta da G.A. Borgese, I), pp. 671-692

Dostoevskij 1982: Fëdor Dostoevskij, Besy (1871), in Sobranie sočinenij v dvenadcati tomach, Moskva, Pravda [l’inserimento dei testi originali traslitterati è dovuto a Giulia Baselica]

Küfferle 1931a: Nota a Küfferle 1931b, pp. 1113-1117

– 1931b: Rinaldo Küfferle, I demoni, Milano, Mondadori (traduzione da Fëdor Mihajlovič Dostoevskij, Besy, 1873)

– 1954: Rinaldo Küfferle, Borgese e Dostoievski, dattiloscritto conservato presso la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori (Arch. Küf., b. 03, fasc. 13).Gentile 1954: lettera di Federico Gentile a Rinaldo Küfferle, 17 febbraio 1954 (Fondazione Mondadori, Arch. Küf., b. 13, fasc. 81).

Nicolai 1958: Giorgio Maria Nicolai, I demoni. Taccuini per “I demoni”, traduzione di Giorgio Maria Nicolai, note a cura di Ettore Lo Gatto, Firenze, Sansoni (da Fëdor Mihajlovič Dostoevskij, Besy, 1873, e

Vitiello 1990: Pippo Vitiello, Lettura del traduttore, lettura della traduzione: La certosa di Parma e il progetto della «Biblioteca Romantica Mondadori», in «Esperienze letterarie», n. 3, luglio-settembre 1990, pp. 43-78.