Numero 12 (primavera 2017) | Strumenti

La recensione / 5 – Considerazioni psicoanalitiche sulle possibilità e le limitazioni del tradurre

di Rossella Bernascone

A proposito di Traduzioni, numero speciale di «Psiche. Rivista di cultura psicoanalitica», vol. II, n. 2/2015, Bologna, il Mulino, pp. 295-584, € 25,00

Recensione 5«Psiche» è la rivista di studi psicologici più antica d’Italia, fondata nel 1912 a Firenze da Roberto Assagioli: 33 anni dopo che Wilhelm Wundt aveva dato vita all’università di Lipsia al primo laboratorio e alla prima rivista accademica per la ricerca psicologica. La sua pubblicazione, interrotta dall’entrata in guerra del paese, ebbe un influsso importante sulla cultura del tempo e contribuì all’introduzione della psicoanalisi in Italia: il secondo fascicolo monografico venne dedicato interamente alla psicoanalisi con la traduzione autorizzata, a mano di Assagioli stesso, del testo freudiano Die psychoanalytische Methode(Il metodo psicoanalitico).

Venne quindi rifondata e diretta da Nicola Perrotti nel 1948 come «Bollettino dell’Istituto di Psicoanalisi Romano», pubblicata fino al 1952 e poi ancora dal 1964 al 1971. Nel 1993, grazie al dono della testata da parte degli eredi Perrotti alla Società Psicoanalitica Italiana, confluì nel progetto di pubblicazione di “cultura psicoanalitica”.

Sin dal primo numero fiorentino, la rivista si è proposta, come si legge nella presentazione sul sito del Mulino, «ad una platea ampia di lettori, per i quali desidera essere uno strumento prezioso per l’analisi del tempo presente e delle sue trasformazioni». Fin dagli esordi è presente la riflessione sulle lingue: tra le opere assagioliane troviamo un articolo su Come si imparano le lingue con l’inconscio.

Il numero monografico dedicato alle Traduzioni si apre con l’editoriale del direttore Maurizio Balsamo che prende le mosse dalla traduzione del nonsense carrolliano in Alice attraverso lo specchio per riflettere sul tradurre quale «immersione in un campo di forze, il luogo di un combattimento dove si giocano complesse posizioni di potere, di auctoritas, di possesso del testo, fino alla creazione di eresie e di gruppi organizzati intorno alla traduzione».

Il Focus del volume è uno scritto di Paul-Laurent Assoun, tradotto da Aurora Gentile – che nel corposo fascicolo compare anche come traduttrice del saggio di Janine Altounian e come autrice della scheda di lettura su La comunità dei traduttori di Yves Bonnefoy – dedicato al «desiderio del traduttore» e al suo inconscio traduttologo. Assai presto nell’articolo spunta la fatidica paronomasia che accosta l’atto della traduzione all’atto del tradimento consumato impunemente, ma essa viene utilizzata per introdurre la fama che Freud aveva di «non curarsi troppo della qualità e della fedeltà delle sue opere»: l’essenziale per l’inventore della psicoanalisi era che fossero diffuse e conosciute.

La molteplicità nell’unicità del testo Uno si declina di volta in volta nel mito dell’«Urszene traduttologica», la traduzione biblica dei Settanta, in cui 72 saggi nel segreto di 72 dimore diverse producono indipendentemente un’identica versione greca della Torah ebraica, come nell’ambizione della ri-traduzione, che porta il superio traduttologico non soltanto a restituire un testo, «ma a sforzarsi di (e a) restituirlo migliore».

Il linguaggio psicoanalitico («Il testo è vergine, nello spirito di chi si attacca e vuole penetrarlo… Il fallo traduttore non lascia alcuna traccia sul testo d’origine, che si riforma nella sua integrità, dopo ogni atto invasivo») può generare nel lettore interessanti «esperimenti mentali» sul confine tra l’interpretazione psicanalitica del sogno e la traduzione: Deutung (significato) come Überstetzung (traduzione) e/o sulla traduzione come transfert: Übersetzung come Übertragung (trasposizione), per approdare infine nel piacere del ri-tradurre.

Alla sezione Focus fanno seguito sei Saggi. Il primo è la ripubblicazione di un breve articolo del 1983 di Eugenio Gaddini, presidente della Società psicoanalitica italiana dal 1978 al 1982. Lo scritto verte intorno all’errore di traduzione, in termini psicoanalitici, nella versione italiana del titolo di Melanie Klein Der Familienroman in Statu nascendi, ripreso nella nota editoriale del traduttore Rosario Pius Merendino, e lascia nel lettore il rimpianto di non avere a disposizione tale nota per tentare di ricostruire la visione del traduttore.

Il secondo articolo, nella traduzione di Marta Calderaro, è ad opera di Angela Mauss-Hanke, psicoanalista e redattrice – o, meglio, redattore nella definizione di «Psiche» – dell’International Journal of Psychoanalysis di Monaco e parte dalla promettente (per i traduttori) considerazione che nel 1996 un programma di computer, il Deep Blue dell’IBM, è riuscito a battere il campione del mondo di scacchi Garry Kasparov (nella transizione all’articolo Garry ha perso una R avvicinandosi così al nome che gli è stato dato alla nascita, Garik), ma il servizio di traduzione di Google non è ancora riuscito a fornire una traduzione automatica soddisfacente. Attraverso un’interessante comparazione del processo di traduzione con quello analitico, supportata da citazioni dei giganti di entrambi i campi, pur nella consapevolezza che «una certa resistenza strutturale è intrinseca ad ogni forma di comunicazione» (corsivo dell’autrice), Mauss-Hanke giunge alla conclusione che, così come al traduttore letterario non basta padroneggiare la lingua straniera, ma deve essere un virtuoso della propria lingua, non è sufficiente per lo psicoanalista essere ferrato nel linguaggio teorico della sua disciplina: «intanto le nostre interpretazione a volte trascurano di rendere conto del fatto che non abbiamo abbastanza familiarità con il linguaggio conscio e inconscio dei nostri pazienti».

Il cuore della sezione presenta il saggio di Janine Altounian, psicoanalista, traduttrice, cotraduttrice e responsabile dell’“armonizzazione” delle opere complete di Freud. Altounian esamina la sua duplice esperienza del dar voce, come germanista, all’opera di Freud e, come erede di Armeni sopravvissuti al genocidio del 1915, al trauma collettivo. Al saggio fa seguito il commento della psicoanalista Roberta Guarnieri sul tema centrale dell produzione di Altounian sulla traduzione di coloro che sono stati deprivati del linguaggio per comunicare la catastrofe collettiva. Qui la traduzione è collegata all’opera di Kulturarbeit, il «lavoro della cultura» nella definizione freudiana ovvero di «strappare agli elementi primigeni nuovi spazi per la cultura» (Bruno Bettelheim, Freud e l’anima dell’uomo, tr. Alessandro Serra, Milano, Feltrinelli 1983, p. 82).

Attiguo al tema dell’“indicibilità” è il dotto testo di Federico Condello, docente di Filologia greco-latina e di Letteratura e civiltà greca dell’Università di Bologna, che verte sul nome dell’incesto in Sofocle e nei suoi traduttori. Folgorante la (ri) definizione di “intraducibile”, epiteto che George Steiner riserva al primo verso dell’Antigone e che Condello così commenta, rimandando al Parmenide tradotto e commentato in francese da Barbara Cassin (Sur la nature ou sur l’étant : la langue de l’être ?, Paris, Seuil, 1998): «Ovviamente “intraducibile” significa quasi sempre il suo opposto, cioè mille volte tradotto e ritradotto».

Conclude la sezione Gianluigi Monniello, psicoanalista e docente di neuropsichiatria infantile alla Sapienza di Roma con un saggio sulla Traduzione terminabile e interminabile del pubertario, in cui il termine «pubertario», concetto/snodo teorico fondamentale nel processo dell’adolescenza è avvicinato a quello di «traduzione» nell’accezione etimologica di «portare oltre», di accompagnare l’adolescente nel tradurre «in immagini quanto ancora non può dire attraverso la forza simbolica delle parole».

Seguono, nella sezione Dialogando, tre conversazioni appassionanti. La prima è il dialogo tra l’antropologa e dottoranda in psicopatologia psicoanalitica al’Università di Parigi 7 Brunella Bonetti e Ghita El Kahayat che, sorvolando sulla sua attività di scrittrice e sulla candidatura al premio Nobel per la pace nel 2008, si definisce psichiatra, psicoanalista, antropologa marocchina, cittadina italiana, femme arabe, ma soprattutto «elettrone libero». La conversazione è centrata soprattutto sulla psicoanalisi che «in quanto teoria e pratica scientifica appartiene a tutto il mondo>>. Perciò, o esiste dovunque e nello stesso modo, o non esiste», e in quest’ottica, non può penetrare nei paesi musulmani. In questo dialogo la traduzione di per sé è taciuta, ma è incarnata da Ghita El Kahayat stessa.

Il secondo dialogo è animato dalla scrittrice, saggista e consulente editoriale (Nottetempo) Chiara Valerio e dalla traduttrice, saggista e consulente editoriale (Einaudi) Anna Nadotti. Si leggono qui le parole di due scrittrici innamorate della lettura prima ancora della scrittura, amore che si esprime – anche – attraverso la traduzione. Tra le loro parole, un paio di pagine dedicate alla psicoanalisi e al ruolo che ha svolto nei testi che emergono dopo l’esperienza psicoanalitica.

L’ultimo dialogo si svolge tra un professore associato di linguistica italiana all’Università di Torino, Raffaella Scarpa, una neuroscienziata presso l’Istituto di biologia cellulare e neurobiologica del CNR di Roma, Paola Tirassa, e la psichiatra e psicoanalista Angela Iannitelli. L’intento della conversazione è di mettere in relazione, di far dialogare, il termine/concetto di «traduzione» in campo linguistico e in campo biologico. Il discorso spazia dalla sorgente della terminologia scientifica italiana – quando si apprestava a scrivere in volgare le proprie teorie, Galileo dovette, in assenza di una lingua specializzata, scegliere se creare dei neologismi o usare termini comuni attribuendo «loro un nuovo significato […] che fosse specifico e univoco» – al rapporto/assonanza fra «la traduzione di nucleotidi in proteine specifiche e la traduzione di parole e frasi in un’altra lingua», alla neurolinguistica. Mai scontato, il dialogo ispira un caleidoscopio di pensieri intorno al significato letterale e simbolico della traduzione.

La sezione successiva, Dossier, contiene uno scritto di Siri Nergaard, semiologa, redattrice di Translation e docente di teoria della traduzione all’Università di Bologna e di lingua norvegese all’Università di Firenze. Il saggio di ampio respiro, dal titolo Vivere nella traduzione, si apre con una citazione da Lost in Translation (tradotto in italiano da Maria Baiocchi per Donzelli nel 1996 col titolo Come si dice). Si tratta dell’autobiografia della scrittrice ebrea polacca di Cracovia Eva Hoffman, emigrata in Canada a tredici anni, che nel desiderio di integrazione della sua famiglia perde il proprio nome Ewa. Lei stessa si deve tradurre e deve tradurre la propria soggettività nella distanza che la separa dagli amici che incontrerà negli Stati Uniti, dove si sposterà per studiare. Anche Siri Nergaard vive una vita in traduzione, ma il suo saggio non vi accenna e ruota invece esemplarmente intorno agli studi sulla traduzione, spaziando dalla traduzione delle opere di Freud, alla traduzione nella letteratura psicoanalitica e come processo analitico, per concludersi con la traduzione come processo psichico.

Segue quindi una sezione contenente otto Interventi che si differenziano dai saggi precedenti per uno sguardo più pratico sulla traduzione o per essere essi stessi traduzioni di interventi di psicoanalisti, o ancora, come nel caso dell’articolo di Maria Cecilia Bertolani, dottore di ricerca in italianistica, critica letteraria e psicologa, perché centrati su testi di traduttologia: qui il problema della traduzione in Antoine Berman. Risultano tuttavia felicemente intessuti nell’arazzo che la rivista ha inteso comporre.

La psicoanalista Loredana Micanti analizza il pensiero di Wilfred R. Bion attraverso la traduzione di Second Thoughts,«figlia del suo tempo» compiuta da Sergio Bordi per Armando editore (Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico) nel 1970, tre anni dopo la pubblicazione in inglese, mettendola a confronto con la ritraduzione fatta dal gruppo di studio che da qualche anno, con il coordinamento di Micanti, lavora allo studio del testo. Segue un estratto della traduzione (L’arroganza) a cura di Micanti, Luciana Zecca e Angela Iannitelli, ancora inedita.

Alessio Testani presenta la traduzione di Lo Stesso e l’Identico, sulla coazione a ripetere, di Michel de M’Uzan, psicoanalista, scrittore, cofondatore dell’Istituto psicosomatico di Parigi. Lo psicoanalista Francesco Conrotto propone Qualche riflessione [sulla formazione dell’apparato psichico] a partire dal punto di vista traduttivo proposto da Jean Laplanche. Il poeta, saggista, traduttore e docente di teoria della letteratura all’Università di Ginevra Martin Rueff offre in Cambi favorevoli una nuova versione dell’articolo pubblicato nel fascicolo di «Testo a fronte» (49, 2013) dedicato alla Filosofia e poetica della traduzione con la traduzione di Samanta Picciaiola. Olimpia Sartorelli presenta la traduzione di Il femminile al cuore della traduzione della psicoanalista, traduttrice e saggista Houria Abdelouahed. Conclude la sezione l’articolo sulle Traduzioni e incomprensioni nell’emergenza sanitaria in Guinea di Abdoulaye Wotem Somparé, consulente OMS, sociologo e preside della Facoltà di Scienze umane all’Università Kofi Annan de Guinée e l’antropologa presso la medesima università Ester Botta Somparé.

Chiudono il volume quattro Schede di lettura: oltre alla già citata psicoanalista Aurora Gentile autrice della recensione di La comunità dei traduttori di Yves Bonnefoy, curato nell’edizione italiana di Sellerio da Fabio Scotto, il musicista, professore dell’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna e direttore di «Filarmonica Magazine» Guido Giannuzzi recensisce Carl Dahlhaus, Dal dramma musicale alla Literauroper, nella traduzione di Maurizio Giani pubblicata da Astrolabio; il filosofo e redattore di «Officine filosofiche» e «Psicanalisi critica» Andrea Sartini affronta il testo di Riccardo Rigoni, Tra Cina ed Europa. Filosofia dell’écart ed etica della traduzione nel pensiero di François Jullien (Mimesis 2014); e la psicoanalista Vanna Berlincioni tratta di Antigone una storia africana, progetto formativo biennale condotto dal regista Massimo Luconi a St Louis in Senegal.

È chiaro quale effettiva risorsa una messe rigogliosa di riflessioni oscillanti tra psicoanalisi e traduzione possa rappresentare per lo studioso di traduttologia, ma può avere un analogo impatto anche sull’artigiano o sul professionista della traduzione? La risposta, a mio avviso, sta nelle domande che queste riflessioni aprono nella coscienza del lettore. La domanda è sempre più feconda della risposta con cui di volta in volta si riempie lo spazio di silenzio che essa genera.