Numero 13 (autunno 2017) | Studi e ricerche

I nostri conti con la narrativa in lingue balcaniche

GRAZIE SOPRATTUTTO A EDITORI MINORI SI FANNO PIÙ FREQUENTI LE TRADUZIONI DA SLOVENO, ALBANESE E BULGARO

di Damiano Latella

Per imbattersi in lingue poco studiate in Italia, non è indispensabile intraprendere lunghi viaggi verso l’Estremo Oriente. Anzi, l’Europa abbonda di lingue di minore diffusione, cosa che comporta non pochi problemi per i traduttori e gli interpreti che svolgono il loro lavoro nelle istituzioni dell’Unione Europea. A meno di reclutare eserciti di interpreti comunitari per ogni combinazione linguistica possibile, si ricorre per necessità a traduzioni indirette, anche fra idiomi geograficamente vicini. Accade lo stesso anche nella traduzione letteraria verso l’italiano? Per verificarlo, abbiamo scelto a titolo di esempio tre lingue della penisola balcanica con differenti gradi di vicinanza al nostro paese: la lingua di un paese confinante, lo sloveno; la lingua di un paese ancora extra UE ma a poche decine di chilometri dalle coste italiane, l’albanese; la lingua di un paese dell’Unione Europea ma relativamente lontano, il bulgaro. Nella rubrica Strumenti si troverà un elenco delle traduzioni da queste lingue.

Slovenia

La Slovenia, stato con circa due milioni di abitanti, si è staccata dalla Jugoslavia nel 1991. Questo ha certamente tolto alla letteratura slovena uno spazio di ricezione più ampio nei Balcani (Juvan 1994, 272); in compenso, dopo il 1989 sono state riscoperte alcune opere proibite o dimenticate ai tempi del socialismo. La coscienza linguistica è storicamente ben sviluppata nel paese, tanto che l’8 febbraio, giorno della morte del poeta nazionale France Prešeren, si celebra il giorno nazionale della cultura slovena. Come afferma Tatjana Rojc, «per gli Sloveni la lingua è, infatti, sinonimo di identità, di appartenenza» (Rojc 2004, 237). Tuttavia, a livello internazionale, manca ancora un elemento di forte riconoscibilità. Perfino in Italia, paese confinante in cui lo sloveno è lingua coufficiale in vari comuni delle province di Udine, Gorizia e Trieste, le opere letterarie slovene circolano con difficoltà. A dire il vero, risulta difficile trovare titoli tradotti dallo sloveno che non provengano da case editrici del Friuli Venezia Giulia. Miran Košuta ha calcolato che in più di un secolo di storia dei rapporti traduttivi tra i due paesi, dal 1878 al 2002, si contano appena 95 titoli editi “fuori regione” su un totale di 276, seppure in aumento negli ultimi decenni (Košuta 2005, 46). Si può parlare, quindi, di una circolazione perlopiù ristretta alla periferia dell’Italia. Perfino il libro sloveno più conosciuto della storia recente (ma giunto da noi con quarant’anni di ritardo) ha seguito un percorso molto travagliato, nonché molto indicativo della ricezione della letteratura slovena in Italia.

Un caso emblematico: Boris Pahor e Necropoli

Indubbiamente il caso editoriale più noto della letteratura slovena degli ultimi anni è rappresentato dalla scoperta tardiva di un autore novantenne. Boris Pahor, nato a Trieste nel 1913, scrive Nekropola (Necropoli) nel 1967, ma dovrà attendere a lungo per vederlo pubblicato in Italia. Benché il pinerolese Ezio Martin ne avesse approntato una traduzione fin dal 1969, come ha dichiarato lo stesso Pahor in un’intervista (Baudino 2008), gli editori italiani a cui era stata sottoposta l’opera (tra i quali, nel corso degli anni, Einaudi e Adelphi) non avevano dato parere favorevole.

La fortuna di Pahor è partita, come spesso avviene per le letterature meno diffuse, dalla Francia. Pèlerin parmi les ombres (questo il titolo che l’editore parigino La Table ronde ha preferito alla resa letterale) esce nel 1990, lodato dalla critica ma senza troppo entusiasmo. Nel 1995 arriva il secondo titolo, Printemps difficile, tradotto come il precedente da Andrée Lück-Gaye, che lo fa conoscere a un pubblico più ampio, e poi le altre opere. Dal 2000 in poi l’opera di Pahor arriva anche in Germania, con un discreto riscontro.

In Italia tutto tace. Ma facciamo un passo indietro. A metà degli anni novanta, il piccolo Consorzio culturale del Monfalconese indice un premio per la migliore traduzione dallo sloveno all’italiano. Pahor invia il suo libro di memorie nella ormai invecchiata traduzione di Ezio Martin e vince, ma finisce per cedere i diritti al Consorzio, non avendo trovato un editore. Nel 1997, data in cui vede finalmente la luce la versione di Martin pubblicata dal Consorzio, Pahor è ancora un narratore inedito in Italia, sebbene la casa editrice Nicolodi di Rovereto avesse già acquistato i diritti della raccolta di racconti Il rogo nel porto. Nel 2005 il Consorzio pubblica una seconda edizione opportunamente rivista. Sarebbe lecito attendersi come revisore un profondo conoscitore della letteratura slovena, se si opta per un profilo più accademico, oppure un traduttore con molti titoli al suo attivo. Invece la revisione porta la firma dal giovane scrittore fiorentino Valerio Aiolli. E’ probabile che si tratti di una scelta dettata dal desiderio di rendere il testo più adatto a un grande editore. Così come non è semplice trovare traduttori esperti da lingue meno diffuse, il problema si ripropone anche per i revisori. Valgano a questo proposito le parole di Giusi Drago, che ha rivisto la traduzione di Michele Obit di Berlino di Aleš Šteger (Zandonai 2009) senza conoscere lo sloveno, ma, con il consenso dell’autore, appoggiandosi alla traduzione tedesca:

Da quando lavoro per Zandonai – noi pubblichiamo molti libri di autori dell’ex-Jugoslavia, serbi, croati, sloveni – mi confronto con lingue che non è facile padroneggiare, quindi occorre instaurare una relazione di fiducia e un rapporto diretto con i traduttori. Allora come si procede? Si ha a disposizione un’altra traduzione, una versione in tedesco, una versione in inglese o una versione in francese. Questo per denunciare, a volte, uno statuto di debolezza (Drago 2014).

Nel caso di Pahor, la revisione rappresenta una svolta. Si rivela decisivo, inoltre, l’intervento di Alessandro Mezzena Lona, responsabile delle pagine culturali del «Piccolo» di Trieste, che segnala Necropoli a Fazi. Nel 2008 l’editore romano lo pubblica con la prefazione di Claudio Magris. Grazie anche a un fortunato passaggio televisivo negli studi di Che tempo che fa, nasce il successo di pubblico che giunge fino all’impensabile traguardo di centotrentamila copie vendute. La fama tardiva in Italia, a più di novant’anni di età, fa riscoprire Pahor agli stessi sloveni, con tanto di nuova candidatura al Nobel per la letteratura.

Come già ricordato, il «vero» scopritore di Boris Pahor è stato l’editore Nicolodi, che nel 2001 ha pubblicato i racconti di Il rogo nel porto (curati da Anna Raffetto e tradotti da Mirella Urdih Merkù, Diomira Fabjan Bajc e Mara Debeljuh), seguiti l’anno dopo dal romanzo breve La villa sul lago (traduzione di Marija Kacin) e nel 2004 da Il petalo giallo (traduzione di Diomira Fabjan Bajc). Quando nel 2007 l’attività di Nicolodi prosegue sotto il marchio Zandonai, oltre alla ripubblicazione dei precedenti titoli esce anche Una primavera difficile (2009, traduzione di Mirella Urdih Merkù, riedito nel 2016 da La nave di Teseo a Milano).

Fazi, forte del successo di Necropoli, ha investito in altre due opere di Pahor mai uscite in precedenza, affidando a Martina Clerici la traduzione di Qui è proibito parlare (2009) e Dentro il labirinto (2011).

I traduttori dallo sloveno: incontri (troppo) ravvicinati

Per quanto riguarda la Slovenia, non si segnalano casi significativi di traduzioni ponte. Come è facile constatare dando un semplice sguardo ai nomi e ai cognomi, i traduttori dallo sloveno in italiano sono spessissimo sloveni bilingui, con tutte le insidie che questo può comportare in termini di sbilanciamento in favore della cultura di partenza rispetto a quella di arrivo. Ci muoviamo, infatti, in un contesto di multilinguismo diffuso, in cui anche molti scrittori sloveni conoscono l’italiano (o furono costretti a impararlo, come Pahor, ai tempi dell’italianizzazione forzata imposta dal fascismo). I rapporti, quindi, diventano per certi versi più stretti, soprattutto per le interviste e gli inviti agli appuntamenti letterari, ma anche meno liberi sulla scelta degli autori da tradurre. Esistono numerosi casi di coedizioni e di case editrici slovene o bilingui che pubblicano in entrambi gli idiomi, come le triestine Mladika e Editoriale Stampa Triestina.

Un grande risultato nella divulgazione della narrativa slovena è stato dovuto all’impegno di Zandonai, la quale però ha nel frattempo dovuto cessare le pubblicazioni. Grazie all’editor Giuliano Geri, che ha seguito da vicino le letterature dell’ex-Jugoslavia, i lettori italiani hanno potuto infatti reperire opere di vari autori come Brina Svit, Florjan Lipuš e Lojze Kovačič. Inoltre, segnaliamo l’esperienza, purtroppo di breve durata, di Nikita, il marchio dell’editore fiorentino Barbès a cura di Sabina Tržan, destinato ad accogliere la narrativa dell’Europa orientale. Il primo titolo pubblicato, nel 2011, è stato proprio di un autore sloveno, Miha Mazzini (Mi chiamavano il cane, tradotto dalla stessa Sabina Tržan), già noto ai lettori italiani per Il giradischi di Tito (edito da Fazi nel 2008 nella versione di Michele Obit). Tranne Mazzini, le sole eccezioni non comprese nella piccola editoria riguardano Bompiani, che ha pubblicato nel 2008 Aurora boreale di Drago Jančar, tradotto da Darja Betocchi ed Enrico Lenaz, e nel 2014 ha ripubblicato La città nel golfo di Boris Pahor, nella stessa traduzione di Marija Kacin già apparsa per Nicolodi.

Albania

L’Albania, che ha una popolazione intorno ai tre milioni di persone ma la cui lingua arriva a un totale di circa sette milioni di parlanti, ancora oggi sconta i lunghi anni di isolamento imposti dal regime di Enver Hoxha. Non si può affermare che la letteratura albanese goda di un ampio numero di autori tradotti in italiano. Buona parte della narrativa ha attraversato l’Adriatico grazie alla contiguità geografica offerta dagli editori Besa (anche con il marchio Controluce) e Argo, entrambe di Lecce, che traducono rigorosamente dalla lingua originale. Come per la Slovenia, possiamo definirla una circolazione editoriale ristretta alla periferia. A dire il vero, pensando all’Albania viene in mente un grande nome noto ai lettori italiani e ampiamente tradotto: Ismail Kadare. Peccato che non sia tradotto dall’albanese, se non in rari casi, per una serie di ragioni che meritano un approfondimento. La lingua ponte è sempre la stessa, il francese.

Un grande scrittore “francese”: Ismail Kadare

Ismail Kadare (in albanese senza accento, seguendo la grafia francese Ismail Kadaré) è un poeta, romanziere e saggista nato nel 1936 a Gjirokastër (in italiano Argirocastro). Come per la narrativa di Boris Pahor, anche quella di Kadare approda in Italia con una decina d’anni di ritardo rispetto alla Francia. Nel 1970 Albin Michel pubblica Le Général de l’armée morte, senza indicare il nome del traduttore per motivi politici, in quanto Jusuf Vrioni era inviso al regime di Tirana. Nel nostro paese, invece, arriva prima I tamburi della pioggia, edito nel 1981 da Longanesi nella versione dal francese di Augusto Donaudy. E’ solo il primo di una lunghissima serie di titoli, molti dei quali ristampati più volte, tutti tradotti dal francese e non dall’albanese. Nella lunga carriera di Kadare, le traduzioni dirette dall’albanese all’italiano rappresentano le eccezioni alla regola. Solo nel 1996, grazie a Besa, arriva la prima traduzione diretta di narrativa, La commissione delle feste, eseguita da Fernando Cezzi. Se sono comprensibili le difficoltà iniziali provocate dalla dittatura, non si può dire altrettanto per le opere successive alla caduta di Hoxha e alla richiesta di asilo politico di Kadare in Francia, nel 1990. A cosa è dovuta questa tendenza, che si è protratta in pratica fino a oggi? Nel 1993, prendendo la parola alle Assises de la traduction di Arles, Flavia Celotto, che di Kadare ha tradotto per Guanda Aprile spezzato, riferisce che la maison d’édition […] m’a répondu qu’en Italie, même s’il y avait une communauté très forte d’Albanais, ils n’ont pas encore trouvé un traducteur littéraire pour traduire directement de l’albanais (Celotto 1994, 136: la casa editrice […] mi ha risposto che in Italia, sebbene esista una comunità albanese molto solida, non hanno ancora trovato un traduttore letterario per tradurre direttamente dall’albanese – traduzione mia). Questa è la giustificazione più immediata, ma non è detto che sia la più convincente. Se si considera l’aspetto economico, l’editore francese Fayard detiene i diritti di traduzione di alcuni autori non francesi, tra cui Ismail Kadare. Una buona ragione, quindi, per trascurare l’originale, ammesso che la versione francese incontri l’approvazione dell’autore (ed è il nostro caso). Ma c’è un’altra possibile spiegazione che ci obbliga a toccare un tasto delicato: la censura. Riassumiamo qui la bella ricostruzione condotta da Francesca Spinelli (2013). Secondo alcuni studiosi, come Peter Morgan, le traduzioni di Jusuf Vrioni (quasi un alter ego per Kadare, di cui ha curato tutte le versioni francesi di narrativa fino alla sua morte, avvenuta a Parigi nel 2001) sarebbero più aderenti allo spirito dell’originale perché più libere dalla censura e dall’autocensura imposta all’epoca dalla situazione politica dell’Albania. Secondo altri, come Peter Baldwin, il filtro della traduzione francese e l’abitudine presa da Kadare di rivedere regolarmente i suoi testi, a distanza anche di molto tempo, hanno nascosto con discrezione le tracce di una dissidenza politica forse non così accesa. Stabilire la verità in questi casi appare un’impresa quasi impossibile. Non siamo ai livelli di un successo commerciale travolgente attribuibile alla penna di Vrioni, e va detto che in altri paesi del mondo non anglofoni (Spagna, Germania, Paesi Bassi) si è potuto o voluto tradurre Kadare direttamente dall’albanese. Più probabilmente, la combinazione di questi fattori ha prodotto un compromesso conveniente sia per l’autore sia per gli editori.

I traduttori dall’albanese: pochi ma validi

Se si escludono gli editori salentini e il caso-Kadare, risulta decisamente arduo trovare narrativa albanese nelle librerie italiane. Fra le poche eccezioni si conta Elvira Dones, con ben tre opere: il suo secondo romanzo, Sole bruciato, edito nel 2001 da Feltrinelli nella traduzione di Elio Miracco, uno dei massimi albanesisti italiani, docente alla Sapienza di Roma; Bianco giorno offeso (addirittura un’autotraduzione) uscito per i tipi di Interlinea nel 2004; e nel 2007 per lo stesso editore I mari ovunque, tradotto da Rovena Troqe. Poi ritroviamo Zandonai, che ha pubblicato nel 2011 I fiumi del Sahara di Ardian Christian Kyçyku, nella versione di Kamela Guza. Infine, nel 2015, edito da Rubbettino, il romanzo di Fatos Kongoli La vita in una scatola di fiammiferi è tradotto da Caterina Zuccaro.

Anche fra i pochi traduttori dall’albanese si trovano più cognomi albanesi (almeno come origine) che cognomi di origine italiana. La situazione di bilinguismo appare quindi analoga a quella slovena. Citiamo fra i traduttori più attivi Eugenio Scalambrino, editore di Argo. A proposito di bilinguismo, non si può ignorare che dagli anni duemila in poi si è affacciata sulla scena letteraria italiana una nuova generazione di autori e autrici albanesi che scrivono direttamente in italiano. Basti menzionare Ornela Vorpsi, Elvira Dones e Anilda Ibrahimi, tutte e tre pubblicate da Einaudi, e l’ingresso nella dozzina del Premio Strega 2008 di Ron Kubati con Il buio del mare, pubblicato da Giunti. Il fenomeno è ormai consolidato e si comincia ad analizzarlo criticamente, tanto che «si può affermare che la produzione in lingua italiana degli autori albanesi si collochi a metà strada fra letteratura della migrazione e letteratura postcoloniale» (Comberiati 2010, 223).

Bulgaria

La popolazione bulgara ammonta oggi a circa sette milioni di abitanti. Nel 1989, alla caduta del regime comunista guidato per decenni da Todor Živkov, si abolisce la censura, che rispetto ad altre nazioni vicine presentava caratteristiche lievemente diverse, con un minore tasso di opere valide rimaste nel cassetto per motivi politici. In generale, «gli autori variamente comprati dal regime disponevano di scarso talento o praticavano un’inquietante autocensura» (Manera 1990). Al contrario di Albania e Slovenia, non si riscontra una regione italiana che abbia manifestato uno specifico interesse verso la cultura della Bulgaria. La ricezione della letteratura bulgara in Italia è sempre stata legata alla piccola editoria, con un significativo miglioramento negli ultimi vent’anni. Ne approfittiamo per un breve excursus storico.

Breve storia delle traduzioni dal bulgaro

Partiamo dal dato numerico che fornisce Giuseppe Dell’Agata, uno dei più importanti bulgaristi italiani. «Negli ultimi cento anni sono usciti circa cento volumi di traduzioni italiane di scrittori bulgari» (Dell’Agata 2016). Dopo una prima fase pionieristica, i legami tra Bulgaria e Italia si rinsaldano con le nozze del 1930 tra lo zar Boris III e la principessa Giovanna di Savoia, figlia del re Vittorio Emanuele III. Non a caso, intorno a quegli anni comincia ad apparire un primo nucleo di traduzioni sui giornali, a cui si aggiunge l’opera di Enrico Damiani, il primo importante studioso italiano di bulgaro. Il clima culturale, tuttavia, risente fortemente delle politiche del regime mussoliniano. Nell’immediato dopoguerra l’interesse sembra scemare. Solo dopo il 1956 si verifica una ripresa delle traduzioni, promossa dall’Associazione Italia-Bulgaria. Il bulgarista Luigi Salvini ideò addirittura una collana, poi edita dall’associazione dopo la sua prematura scomparsa, composta da ben nove titoli. Il fermento prosegue ancora nei primi anni sessanta con le Edizioni Paoline, grazie al sostegno economico del governo di Sofia e all’interessamento dei funzionari di partito, per poi riprendere tra gli anni settanta e ottanta con la collana «Biblioteca bulgara» di Bulzoni. Sulle traduzioni di questo periodo, Dell’Agata esprime forti riserve, parlando apertamente di traduzioni non condotte sull’originale bulgaro, ma sulle versioni francesi o russe, oppure approntate da italianisti bulgari di madrelingua non italiana (Dell’Agata 2011). Fra i titoli accertati, per L’ultimo giorno di Stojan Zagorčinov (tradotto da Hanna Mirecka e Aurora Beniamino per le Edizioni Paoline nel 1963) si è attinto dalla versione russa, mentre per Attraverso boschi e paludi di Emilijan Stanev il traduttore Corrado Albertini è passato attraverso il francese. A quanto pare, erano altri tempi, perché non si segnalano in seguito altre traduzioni da lingue ponte. Negli anni ottanta si distingue il buon riscontro ottenuto da Jordan Radičkov con I racconti di Čerkazki, pubblicato nel 1983 da Marietti nella traduzione di Danilo Manera e finalista l’anno successivo del Premio Grinzane Cavour. Ma la fortuna degli scrittori bulgari muta in modo sensibile negli anni novanta, quando in una nuova casa editrice compare un interlocutore attento. Nel 1995 nasce Voland, fondata da Daniela Di Sora, slavista e docente di lingua e letteratura bulgara all’Università di Pisa. All’attività della casa editrice romana si deve la maggior parte delle traduzioni italiane dal bulgaro degli ultimi anni. Una scelta programmatica fin dal principio, dato che uno dei libri pubblicati nell’anno di esordio è Il ladro di pesche di Emilijan Stanev, anch’esso tradotto da Danilo Manera. Il caso recente di maggiore spicco porta il nome di Georgi Gospodinov, di cui Voland ha pubblicato ben quattro titoli. Fisica della malinconia, a cura di Giuseppe Dell’Agata, è stato finalista al premio von Rezzori e al Premio Strega Europeo 2014 e ha ricevuto molte recensioni sulla stampa italiana, suscitando interesse anche al di là della cerchia dei lettori interessati alla letteratura balcanica. E’ il meritato frutto di una lunga opera di ricerca e di valorizzazione degli autori di una delle tante letterature definite “minori”.

Editori e traduttori dal bulgaro: un profilo più accademico

Come in parte è già emerso dalla breve ricostruzione, molti dei traduttori dal bulgaro più attivi sono anche docenti universitari. Le cattedre più importanti storicamente sono quelle di Pisa, Roma e Napoli. Abbiamo già ricordato i titoli accademici di Giuseppe Dell’Agata e Daniela Di Sora, a cui si aggiungono quelli di Danilo Manera, insolito esempio di poliglotta che dal bulgaro si è spostato all’altro capo dell’Europa, diventando ispanista alla Statale di Milano, e Roberto Adinolfi, proveniente dal dottorato di ricerca in slavistica a Pisa. Fra gli editori attenti alle lettere bulgare, l’immediato predecessore di Voland è stata la romana Biblioteca del Vascello, per cui Daniela Di Sora ha curato Il diavolo creatore di Nikolaj Rajnov (1991), Questa non è ironia (1992, traduzione di Danilo Manera) e Senza titolo (1994) di Ivan Kulekov. L’editore Keller di Rovereto, che segue da anni con attenzione l’Europa orientale, ha pubblicato nel 2013 I cani volano basso di Alek Popov, nella versione di Sibylle Kirchbach. Ritroviamo poi qualche titolo nei cataloghi di Argo e Besa, di cui ricordiamo per la collana «Controluce» la recentissima accoppiata di opere di Zdravka Evtimova (nel 2015 Sinfonia, tradotto da Francesca Sammarco, e quest’anno Lo stesso fiume nella traduzione di Alessandra Bertuccelli). Infine, tra le vicissitudini societarie che hanno portato la casa editrice milanese Baldini Castoldi Dalai a vari cambi di nome, ha trovato spazio Angel Wagenstein con ben tre romanzi: nel 2008 Shanghai addio (traduzione di Roberto Adinolfi), nel 2009 I cinque libri di Isacco Blumenfeld (traduzione di Sibylle Kirchbach) e nel 2011, quando l’editore si chiamava solo Dalai, Abramo l’ubriacone (anch’esso tradotto da Sibylle Kirchbach).

Conclusioni

Dunque si fa ancora fatica a reperire traduttori e revisori editorialmente esperti per le lingue di minore diffusione. Fortunatamente, questo fenomeno non sembra incoraggiare le traduzioni da lingue ponte. I pochi libri pubblicati sono in generale tradotti dalla lingua originale. E’ probabile che persista una diffidenza degli editori più grandi verso i paesi meno conosciuti, dovuta anche alla mancanza di osservatori e scout di provata affidabilità. Tuttavia, la situazione sembra in via di miglioramento. La piccola editoria svolge un ruolo fondamentale e prezioso nel primo impatto delle opere straniere con il mercato italiano. Per alcuni autori, intervengono in un secondo momento editori più importanti che riescono talvolta ad ampliare il pubblico interessato. Quando c’è collaborazione tra le istituzioni culturali e il mondo accademico da un lato e le case editrici e i traduttori dall’altro, si ottengono buoni risultati che ci consentono di gettare uno sguardo oltre gli stretti confini dell’Europa occidentale.

Bibliografia

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