Numero 13 (autunno 2017) | Strumenti

La recensione / 3 – L’ambizione di fornire una “linguistica per traduttori”

di Aurelia Martelli

A proposito di: Marcella Bertuccelli Papi, Prima di tradurre. Note sui vincoli strutturali concettuali e culturali nella traduzione dall’inglese in italiano, Pisa, Pisa University Press, 2016, pp. 248, € 16,00

La quarta di copertina dichiara: «Queste Note non insegnano a tradurre bensì propongono alcune osservazioni come spunti per una riflessione sui vincoli strutturali, concettuali e culturali nella traduzione dall’inglese all’italiano». Il libro, dunque, mette saggiamente le mani avanti e non promette di fare ciò che nessun libro, e probabilmente nessun corso, può fare, ossia insegnare a tradurre. Infatti, prosegue la quarta:

Si può tradurre in tanti modi, per scopi diversi e con risultati di diversa qualità. Una buona traduzione è spesso il frutto di un talento innato, di un istinto ma, come in tutti i campi del sapere, la riflessione, la ponderazione delle scelte, la consapevolezza della materia con la quale si opera e dei meccanismi del suo funzionamento sono indispensabili per raggiungere risultati stabili e duraturi.

Sono righe che fin da subito fanno emergere due elementi importanti e problematici. Innanzitutto il fatto che il mestiere del tradurre richieda una certa predisposizione e quindi l’importanza del cosiddetto “istinto”, quello che in gergo si è soliti chiamare «orecchio del traduttore» ma che in realtà, pur avendo una componente istintiva, chi traduce sa bene come forgiare, allenare, alimentare e sviluppare (innanzitutto, nutrendosi di buone letture). Secondariamente, il fatto di riferirsi a «risultati stabili e duraturi» rinvia ad altre questioni ben presenti a chi traduce e a chi studia la traduzione, ossia se sia possibile guardare alle traduzioni come testi che abbiano la capacità, per così dire, di non invecchiare e mantenere la stessa freschezza e autorevolezza attraverso il tempo, le generazioni e le trasformazioni linguistiche e culturali; oppure se sia possibile individuare criteri valutativi in grado di definire quella stabilità e durata.

Infine, sempre la quarta di copertina informa che l’intento di questo volume, che per l’appunto non vuole essere un manuale per insegnare a tradurre, è quello di illustrare le differenze nei due sistemi linguistici inglese e italiano che «rappresentano vincoli con i quali lo studente dovrà costantemente fare i conti nella pratica traduttiva».

In effetti, non si può certo negare che il passaggio da una lingua all’altra sia un affare piuttosto complesso che richiede una profonda conoscenza e consapevolezza dei meccanismi che regolano i due sistemi linguistici coinvolti. Pertanto, uno strumento che illustri in maniera agile e mirata le divergenze strutturali tra due lingue, anticipando potenziali difficoltà traduttive, potrebbe rivelarsi una risorsa preziosa per un traduttore. Pare essere questo l’intento di Prima di tradurre, che traccia un percorso che, partendo dalle unità più piccole (i fonemi) fino a quelle più estese (i testi, e le loro “grammatiche”), illustra quelle divergenze e asimmetrie che potrebbero rappresentare criticità per un traduttore.

Il cuore del libro è dunque il confronto tra i due sistemi linguistici dell’inglese e dell’italiano. Si parte da osservazioni di carattere fonologico, con una illustrazione delle principali differenze tra i due sistemi vocalici e consonantici, per poi descrivere fenomeni quali le fonestesie, i fonosimbolismi e le onomatopee, aspetti certamente di grande interesse per il traduttore, soprattutto di poesia. Si passa poi al piano morfologico, con una descrizione delle differenze a livello di morfologia flessiva e derivazionale e quindi della maggiore ricchezza e complessità del corredo di morfemi flessivi italiani rispetto a quelli inglesi, delle diversità nei processi di formazione di parole, e delle asimmetrie tra i composti inglesi e italiani. Vengono poi trattati aspetti di morfo-pragmatica quali le divergenze negli alterati e nei suffissi alterativi (diminuitivi, accrescitivi e via discorrendo). Segue la descrizione della diversità di struttura e di comportamento del sintagma verbale nelle due lingue, e si segnalano le differenze sostanziali tra inglese e italiano nelle categorie di tempo e aspetto. Si passa poi a descrivere la diversa struttura del sintagma nominale inglese e italiano, con particolare riguardo ai meccanismi di pre e post modificazione, e alle diverse “tendenze”: regressiva per l’inglese e progressiva per l’italiano. Il capitolo II si conclude con osservazioni che riguardano la sintassi frasale e testuale e quindi le diverse operazioni (dislocazione, scissione, passivizzazione) che consentono a un parlante di disporre gli elementi di una frase in funzione della rilevanza comunicativa che intende conferire.

Gli ultimi due capitoli si concentrano sulle criticità traduttive che si manifestano a livello semantico, pragmatico e culturale. Si affronta la problematicità del concetto di «significato» (distinzione tra senso e riferimento; denotazione e connotazione), si descrivono le relazioni di senso (iperonimia, sinonimia, iponimia) e alcune forme di combinazioni lessicali, quali per esempio le collocazioni. Si parla anche di lessico come microsistema complesso, quattro pagine (158-162) che si addentrano nella riflessione sul rapporto tra parole e concetti e che ben riassumono il cuore delle semantiche e pragmatiche cognitiviste.

Il rapporto tra parole e concetti è senz’altro un argomento affascinante su cui i traduttori, per forza di cose, si trovano a doversi interrogare. Tuttavia, il profilo scelto da Bertuccelli Papi – che sembra riflettere soprattutto l’impostazione di un manuale di semantica lessicale con il suo registro, i suoi tecnicismi e le sue esemplificazioni, non sempre adatte a una riflessione traduttiva – non entra in risonanza con le domande e le esigenze di chi materialmente traduce, come d’altra parte si può osservare anche nelle pagine dedicate ad alcuni concetti centrali della pragmatica (atti linguistici, significato locutorio e illocutorio, implicatura conversazionale) nelle quali la questione delle implicazioni di tali concetti per il traduttore appare non convincentemente approfondita, e le esemplificazioni non sempre sufficienti per illustrare le criticità traduttive.

Va ricordato infatti che la scelta degli esempi e dell’uso che ne viene fatto è un aspetto strategico nella didattica della traduzione. Capita spesso di ricorrere all’analisi di traduzioni esistenti per illustrare e commentare possibili strategie traduttive e valutarne le implicazioni. La tipologia dei testi scelti e il modo in cui vengono presentati e commentati sono cruciali nel determinare la loro utilità ed efficacia didattica. Per esempio, è buona norma presentare più traduzioni di uno stesso testo (possibilmente edite, e quindi sottoposte a revisione da parte di un qualche editore che si assume la responsabilità di averle messe in circolazione). In questo modo lo studente potrà toccare con mano i diversi “effetti” stilistici ed estetici di scelte traduttive diverse operate da diversi traduttori (o talvolta dallo stesso traduttore a distanza di anni) in diverse circostanze di traduzione (per diverse case editrici, in diversi momenti storici). E’ un modo di illustrare le “conseguenze della traduzione” senza necessariamente esprimere un giudizio di valore, o comunque lasciando al lettore e allo studente la possibilità di formulare un proprio giudizio basato su considerazioni di analisi testuale e anche, perché no?, sul proprio gusto.

La scelta di Bertuccelli Papi è invece assai diversa. Se non è chiara la ragione per cui inserisce esempi dall’italiano verso l’inglese in un testo esplicitamente rivolto a studenti italiani (quindi interessati a tradurre dall’inglese), e se in alcuni casi non sono forniti tutti gli elementi bibliografici necessari per comprendere il percorso di analisi proposto dal volume (come nel caso curioso di due brani tratti dalle fiabe dei fratelli Grimm), tuttavia è molto più significativa la scelta di presentare quasi sempre un’unica proposta di traduzione, anche quando le traduzioni pubblicate sono diverse, come nel caso di alcuni brani tratti da traduzioni dei Dubliners joyciani (fanno eccezione, a onor del vero, gli esempi analizzati a pagina 50 e 150). Proponendo quasi sempre un’unica traduzione, il rischio è che il messaggio finale sia che a ogni criticità traduttiva corrisponda in linea di massima un’unica (o preferibile) scelta traduttiva. Ed è un peccato, se non altro perché il lettore/studente si perde una delle esperienze più intriganti, e cioè la scoperta che spesso possono esserci tante traduzioni possibili di un unico testo, e che spesso ognuna di queste traduzioni è a modo sua legittima, sensata, ragionevole, onesta, condivisibile, e che il motivo di tale “rifrangenza” di un testo non è sempre spiegabile, o afferrabile.

Altri due aspetti vanno ancora rilevati. In primo luogo, Bertuccelli Papi non riesce fino in fondo a perseguire l’intento che si propone al principio del volume, ossia di dedicarsi al tema con spirito descrittivo e non normativo. Va riconosciuto che in linea di massima in questo volume non vengono date né elencate regole o norme su “come si traduce” o peggio sul “come si deve tradurre”. E’ vero altresì che molti passaggi esprimono punti di vista tanto netti quanto discutibili sul piano metodologico e contenutistico, come per esempio a pagina 199, dove si discute l’impatto della cosiddetta «svolta culturale» negli studi sulla traduzione: «la traduzione, che è prima di tutto ricerca di equivalenze di significati, non è pensabile al di fuori di un quadro di riferimento culturale», frase che contiene, subdolamente incassata tra due virgole, una definizione di traduzione che, probabilmente al di là delle intenzioni dell’autrice, di fatto derubrica l’atto traduttivo a una «ricerca di equivalenti di significati», una visione forse un po’ troppo ingabbiante e spostata sul piano normativo, piuttosto che descrittivo.

Lo stesso discorso vale per alcune osservazioni che riguardano la traduzione delle diverse tipologie testuali: «l’appartenenza di un testo ad un tipo o ad un altro determina infatti gradi di maggiore e minore libertà traduttiva come funzione del grado di convenzionalizzazione delle regolarità che caratterizzano il tipo testuale» (pag. 27). E poi, poco più avanti

la nozione di complessità qui adottata […] consente di affermare che il testo tecnico-scientifico è, dal punto di vista traduttivo, meno complesso del testo letterario. Quest’ultimo è infatti concepibile come opera aperta all’interno della quale ogni variabile è suscettibile di più interpretazioni, il che pone il traduttore di fronte al compito di un’esegesi che lo porta ad operare scelte soggettive con un certo grado di libertà (pag. 31).

Sono frasi di grande impatto, che stabiliscono una relazione tra il concetto di “molteplicità di interpretazioni” e quello di “libertà” che, proprio perché utilizzate in contesto didattico, meriterebbe qualche approfondimento. Diversamente, il rischio è che vi si scorga il suggerimento che ci si può (o che ci si deve) concedere il lusso di essere, traduttivamente parlando, più “liberi” solo quando (o perché) non esiste un’unica interpretazione del testo da tradurre.

Va rilevato infine che la scrittura di Bertuccelli Papi non sempre riesce nell’intento di avvicinare i traduttori alla linguistica, come in realtà si propone meritoriamente di fare, a causa di un periodare a volte faticoso e irto di tecnicismi la cui analiticità confligge con la realtà e la pratica della traduzione. Se al contrario si vuole convincere i traduttori che la linguistica può essere loro utile (molti traduttori, a dirla tutta, lo pensano già) allora è necessario che la linguistica sappia parlare loro, e offrire loro strumenti efficaci perché possano interrogarsi sull’intreccio tra categorie linguistiche e realtà della traduzione, anziché respingerli con l’utilizzo di un linguaggio per iniziati.

Infatti, leggendo questo volume, è difficile sfuggire all’impressione che le sovrastrutture di alcuni ambiti della linguistica (fonologia, morfologia, sintassi, lessicologia, semantica lessicale, pragmatica) e di alcuni modelli di analisi testuale (in particolare la linguistica sistemico-funzionale di Michael Halliday) siano state calate su una pratica, la traduzione, a cui, per forza di cose, tali sovrastrutture, con tutto il loro corredo di terminologia, tassonomie, gerghi, registri e cifre espressive, stanno un po’ strette. Di sicuro un traduttore non può che trarre beneficio dalla conoscenza delle varie branche della linguistica, soprattutto se applicate, come nel caso di questo volume, in un’ottica contrastiva. Fino a pochi anni fa, quando la traduzione non era ancora diventata una necessità (e quindi una moda) accademica, la conoscenza di tali discipline, e di molte altre utili al traduttore (per esempio la storia della letteratura, la filologia, la storia della lingua, le letterature comparate) si acquisiva durante un percorso che prevedeva, appunto, insegnamenti di un certo numero di materie linguistiche e letterarie nei percorsi di formazione (scolastici, e poi universitari).

In tempi recenti, l’introduzione nel mondo universitario del termine “traduzione” in alcune denominazioni scientifico-disciplinari, e in particolare in quelle relative agli insegnamenti delle lingue straniere (si veda, in particolare, la declaratoria del settore L-LIN 12 Lingua e Traduzione Inglese, che comprende «gli studi finalizzati alla pratica e alla riflessione sull’attività traduttiva, scritta e orale, nelle sue molteplici articolazioni, non letteraria, generica e specialistica e nelle applicazioni multimediali (fra cui la traduzione e interpretazione di cui all’art.1 della L.478/84)» ha imposto a molti docenti con formazione linguistica, ma non necessariamente con competenze ed esperienze nel campo della traduzione, di accollarsi anche una riflessione sul tradurre. E’ una forzatura non da poco, che ha portato alla pubblicazione di vari volumi nati con l’intento di declinare la linguistica al servizio della traduzione. L’idea di confezionare una sorta di “linguistica per traduttori” è ammirevole, ma di difficile realizzazione. Il rischio è che il sistema di categorie prese a prestito dai vari ambiti della linguistica non vengano amalgamate e riconfigurate in modo convincente sì da costituire un vero e proprio percorso “a misura” di traduzione, ossia un percorso che sappia distillare quei concetti della linguistica effettivamente preziosi per i traduttori, e che al contempo sappia tenere conto delle reali e spesso sfuggenti complessità della pratica traduttiva, nonché della componente arbitraria, casuale e inafferrabile che svolge comunque un ruolo vitale nell’attività quotidiana del traduttore accorto e consapevole.