Numero 13 (autunno 2017) | Strumenti

La recensione / 4 – Il corpo della traduzione, o sulla visibilità del traduttore

di Giulia Grimoldi

A proposito di: Barbara Ivančić, Manuale del traduttore, Editrice bibliografica, Milano, 2016, 166 pp., € 23,50

«Quale rapporto instaura il traduttore con il testo su cui lavora? Quale atteggiamento deve tenere? Che ruolo giocano la sensibilità linguistica e la creatività in una professione così delicata?» A questi e altri interrogativi, presenti fin dalla quarta di copertina, Barbara Ivančić cerca di rispondere in maniera esaustiva nel suo Manuale del traduttore. Il titolo del volume potrebbe trarre in inganno perché in effetti il libro non è concepito in senso canonico come un manuale di teoria della traduzione, ma è più uno studio il cui intento inedito è quello di «proporre una riflessione sulla pratica del tradurre partendo dal traduttore come protagonista principale di questo mestiere: il traduttore come soggetto e come corpo, laddove quest’ultimo termine rimanda sia alla voce del traduttore sia alla centralità che il traduttore assegna all’immagine corporea» (pp. 14-15). Il volume propone, in effetti, un’originale e per certi versi innovativa riflessione sull’arte del tradurre e sulla didattica della traduzione, ponendo l’accento oltre che sulla persona fisica del traduttore, anche sul ruolo dell’empatia, della sensibilità linguistica e della corporeità nel processo traduttivo. A tale scopo, la riflessione di Ivančić si avvale di una ricca serie di esempi concreti tratti sia dalla voce diretta dei traduttori sia dall’esperienza dell’autrice come insegnante universitaria.

Già nell’introduzione Ivančić parte dall’esempio concreto di un seminario di traduzione dal tedesco verso l’italiano per segnalare che la maggior parte dei suoi studenti mostra una certa rigidità sia verso la lingua oggetto di studio sia verso la propria lingua madre, una tendenza ad ancorarsi al significato base di una parola e a cercarne l’immediato equivalente nell’altra lingua, a prescindere dal contesto in cui si trova e quindi senza tenere conto del registro o della situazione comunicativa. L’autrice si interroga sul motivo per cui allo studente di traduzione sembra spesso mancare la capacità di muoversi liberamente tra le lingue o di concepirle al di fuori delle regole grammaticali e ipotizza che questo attaccamento eccessivo a categorie teoriche (a partire dalle dicotomie fedeltà/libertà, adattamento/ straniamento, elette a criteri imprescindibili cui attenersi, con il rischio di perdere di vista la pluralità che caratterizza la riflessione sul tradurre) possa essere arginato riscoprendo il valore della sensibilità linguistica. L’espressione deriva da un calco del sostantivo tedesco Sprachgefühl, che letteralmente significa «capacità di sentire la lingua» e di muoversi tra i vari registri e sistemi linguistici, frutto dell’unione di Sprache, «lingua», e Gefühl, «sensazione, sensibilità, emozione, senso». È proprio la parola Gefühl a rendere problematico il concetto, perché rimanda a qualcosa di individuale e soggettivo e dunque difficilmente descrivibile in termini scientifici, eppure si tratta di un’istanza che ha un ruolo ben preciso nel processo traduttivo. Secondo Ivančić si tratta della «capacità di riconoscere l’adeguatezza di una scelta linguistica affidandosi sia a operazioni intellettive sia alla sfera della capacità sensoriale immediata» (p. 10) ed è certamente un sapere intuitivo e soggettivo che va affinato attraverso l’uso pratico e l’esperienza, restituendo centralità ad aspetti quali il gioco, la creatività e l’immediatezza prima ancora di fare ricorso a categorizzazioni teoriche.

Uscendo da una visione strumentale della lingua, il lavoro di Ivančić si nutre, infatti, della convinzione che «la traduzione, proprio come l’esperienza linguistica, sia un’attività che coinvolge l’essere umano nella sua totalità e che dunque tocca anche altre dimensioni oltre a quella razionale: la sfera percettivo-sensoriale, quella affettiva e, in qualche misura, anche quella motoria» (p. 12). Ivančić fa notare che in campo traduttologico raramente si parla della dimensione “corporea”, fisica, della traduzione, ma sono i traduttori stessi ad esserne fortemente consapevoli: nelle loro riflessioni sulla professione colpisce la frequenza dei riferimenti al corpo.

Negli studi sulla traduzione, non a caso, è spesso citata la dicotomia visibile/invisibile che allude al grado di presenza del traduttore nel testo tradotto, che si percepisce in virtù delle sue scelte traduttive. Lawrence Venuti nel suo The Translator’s Invisibility (1995) si schiera a favore della visibilità del traduttore, sia in termini di riconoscimento del lavoro critico e interpretativo che compie il traduttore, sia come riconoscimento giuridico e professionale. Da un lato, quando ci si sofferma sulle strategie di traduzione adottate sul piano linguistico-testuale, il traduttore tende a farsi invisibile al fine di rendere il testo di arrivo il più scorrevole possibile; ma dall’altro è evidente che sono in aumento le iniziative e le battaglie per richiamare l’attenzione sul ruolo del traduttore come mediatore tra lingue, portavoce della pluralità linguistico-culturale e chiave di accesso alla diversità che ne deriva. Ivančić osserva come ormai siano sempre più numerose le occasioni in cui si dà spazio ai traduttori (incontri pubblici insieme agli autori, saggi e articoli su riviste, recensioni dove viene citato il loro nome), e ciò contribuisce a far uscire dall’ombra questa figura. Il crescente interesse del pubblico, però, non riguarda solo l’attività traduttiva, ma si concentra sulla persona stessa del traduttore, sulla sua biografia, la sua voce e la sua storia: qui si presenta un’altra possibile lettura del concetto di visibilità, intesa ora come presenza del traduttore con la sua corporeità.

Per gli stessi traduttori parlare di traduzione è diventato un modo per raccontare se stessi, in un intimo intreccio tra vita e traduzione, tra corpo e scrittura. Il traduttore in veste di personaggio di un romanzo o un racconto non è certo una novità nel panorama letterario (basti pensare a Luciano Bianciardi ne La vita agra), ma qui la novità sta nel fatto che il traduttore è al tempo stesso soggetto e oggetto del discorso narrativo, che alterna finzione, racconto autobiografico e riflessione di carattere saggistico. Comunque si voglia definire questi testi, ciò che più bisogna cogliere in essi è l’aspetto dell’individuazione del traduttore, il suo diventare visibile attraverso la riflessione sul tradurre, il suo mettere al centro la propria individualità e corporeità.

Ma nei loro racconti i traduttori che ruolo assegnano al corpo? Il richiamo alla percezione sensoriale è fondamentale nella riflessione di molti traduttori, con particolare attenzione all’udito e alla lettura ad alta voce, indispensabile per “sentire” il tessuto polifonico del testo scritto e coglierne (e poi renderne) tutte le caratteristiche linguistiche. Oltre ai sensi, i traduttori chiamano spesso in causa anche i movimenti: il testo è spesso percepito come uno spazio fisico in cui addentrarsi e la traduzione viene spesso paragonata ad attività fisiche come camminare, danzare, nuotare. Per esempio Susanna Basso, nel suo Sul tradurre. Esperienze e divagazioni militanti (Bruno Mondadori 2010), menziona più volte la grande fatica fisica che la traduzione comporta e la paragona allo sforzo immane di scalare una montagna o al camminare in bilico alla stregua di un funambolo.

La dimensione corporea, così presente nelle voci dei traduttori, è invece per lo più assente nelle riflessioni teoriche sulla traduzione, tranne nell’approccio ermeneutico di Hans-Georg Gadamer e Friedrich Schleiermacher che nel loro intento di ridare centralità al traduttore come soggetto del processo traduttivo a sua volta si ispirano al concetto filosofico di embodiment presentato nel volume Embodied cognition di Lawrence Shapiro (Routledge 2011). Il termine rimanda all’idea che i processi cognitivi siano radicati nel corpo stesso, il quale non è un mero esecutore delle intenzioni della mente ma è parte attiva della nostra intelligenza. È stato in particolare il traduttore e traduttologo Fritz Paepcke a sviluppare per primo il concetto di corporeità nell’ambito del pensiero traduttologico, mettendolo in relazione con la figura del traduttore, visto come essere umano in tutta la sua corporeità, che in quanto tale porta nel processo traduttivo sia se stesso, sia le proprie competenze, emozioni ed esperienze. Va da sé che tra gli strumenti indispensabili del traduttore Paepcke annoveri anche l’intuizione, intesa come una continua riflessione critica tra regole linguistiche, testuali e culturali, e gioco. Tra i doveri di chi traduce va inclusa anche una lettura attenta e costante del testo originario e di quello tradotto, a partire dalla consapevolezza che la stessa lingua madre è da considerarsi come prima lingua straniera, e di conseguenza lingua estranea. In ambito germanofono il quadro delineato da Paepcke è ripreso e approfondito da Radegundis Stolze che mette al centro della sua riflessione teorica la persona del traduttore, presa nella sua dimensione cognitiva, sociale, motoria ed emotiva. L’agire traduttivo appare come qualcosa di processuale e non definitivo, potenzialmente sempre migliorabile. Non esistono, dunque, soluzioni perfette o preconfezionate: ogni testo ha più voci e più potenzialità espressive con cui bisogna entrare in dialogo in maniera creativa. Il concetto di voce del testo è ripreso anche da Rainer Kohlmayer che si focalizza sulla dimensione materiale della lingua, in particolare sul suono e sulla voce. Il testo diventa dunque un tessuto polifonico, un agglomerato di voci, indipendentemente dal medium attraverso cui si realizza, voce o scrittura. Alla luce di questa consapevolezza, il traduttore dovrebbe cercare non tanto degli equivalenti, ma piuttosto la migliore corrispondenza di voci all’interno del testo attraverso l’esercizio dell’empatia.

Altra idea di fondo di questo Manuale è che una riflessione sul tradurre non può prescindere da un’analisi del concetto di sensibilità linguistica, acquisita inconsciamente sulla base dell’uso concreto della lingua e del contatto con essa. Tale concetto concerne in primo luogo la lingua madre nella quale il “sedimento” cui si fa appello per via intuitiva è più solido che nelle lingue che si apprendono successivamente. Proprio grazie alla sensibilità linguistica, però, la lingua madre viene percepita in tutta la sua pluralità e varietà. «La traduzione, come nessun altro esercizio, mette a confronto con le varietà linguistiche e dunque anche con il proprio essere plurilingui in entrambe le lingue coinvolte nel processo traduttivo. E per entrambe questo confronto può essere estremamente fruttuoso» (p. 69). Dal punto di vista didattico, pertanto, è importante estendere il concetto di sensibilità linguistica anche oltre i confini della prima lingua madre. In tal senso, Ivančić propone al lettore una carrellata di scrittori plurilingue che, scrivendo in una lingua diversa dalla prima lingua madre, attribuiscono un’estrema importanza alla dimensione sensoriale ed emotiva nel loro rapporto con la lingua “straniera”. Tra gli altri è il caso di ricordare Zafer Şenocak, scrittore turco-tedesco, che nel suo saggio Deutschsein (Hamburg, Körber-Stiftung, Hamburg 2011) afferma che il primo contatto con una lingua è sempre sensoriale, musicale, non subito razionale. Ed è lì che ha origine la sensibilità linguistica. Şenocak insiste anche sulla «necessità di recuperare un rapporto più immediato e fisico con la lingua che spesso viene compromesso da un atteggiamento meccanico e strumentale nei confronti delle parole e delle strutture linguistiche» (p. 71): recuperare la sensibilità linguistica è possibile solo attraverso l’empatia, che porta all’apertura nei confronti della parola dell’altro.

La sorpresa è una parte costitutiva di questo sguardo sulla parola altrui che accoglie l’estraneità quale elemento costitutivo della lingua: «è quella che fa cogliere l’elemento estraneo e che, allo stesso tempo, riporta al noto, alla propria lingua di cui si scoprono volti nuovi. Si crea così uno spazio ibrido e incerto che rende possibile il gioco, che è piacere e scoperta delle regole ad un tempo» (p.76). Non da ultimo, lo sguardo e la sensibilità linguistica di questi autori ci portano a riflettere anche sul concetto di lingua madre in relazione all’attività traduttiva. Nella traduttologia tedesca si dà per scontato il concetto di Muttersprachendiktat, calco dall’inglese mother tongue dictat, che afferma che si deve tradurre soprattutto, se non esclusivamente, verso la propria lingua madre. L’articolo Directions: Beyond the Mother Tongue Dictat (2013) di Eduard Stoklosinksi mette in discussione questo assioma in quanto si tratta ormai di una visione troppo semplicistica che non concede spazio all’idea che la sensibilità e la creatività linguistica possano essere messe in relazione anche con una seconda lingua, come ci dimostrano chiaramente gli esempi degli scrittori plurilingue. Secondo Stoklosinksi tradurre verso la propria seconda lingua straniera metterebbe al riparo da certe tendenze alla standardizzazione e alla chiarificazione che si riscontrano spesso in chi traduce verso la propria lingua madre. Il traduttore sarebbe, cioè, più libero di muoversi tra una lingua e l’altra, di esplorarne il potenziale e spingersi oltre i confini della norma. Il confronto linguistico-culturale che il processo traduttivo mette in moto ci porta, dunque, a riscoprire la nostra lingua madre osservandola da una prospettiva esterna, sino ad afferrare che la propria lingua è in fondo la nostra prima lingua straniera (come ricordava anche Paepcke), ma ci permette anche di vedere e sentire significati della lingua straniera che a volte ci sfuggono e di cogliere le diverse letture del mondo che essa veicola. È importante, dunque, sviluppare la sensibilità linguistica non solo verso la propria lingua madre ma anche verso la lingua straniera, per imparare a osservarne e indagarne bene le parole prima di mettersi alla ricerca di un equivalente traduttivo.

Il punto di forza di questo manuale è decisamente la ricchezza di esempi concreti che propone, tratti dalla quotidiana esperienza di insegnamento dell’autrice: l’ultimo capitolo passa in rassegna una serie di esercizi sottoposti agli studenti dei vari corsi di traduzione e ne analizza i risultati alla luce delle idee esposte nei capitoli precedenti sull’importanza dell’empatia, della corporeità e della sensibilità linguistica nella traduzione. Per esempio, nella sezione dedicata ai “racconti di parole” (pp. 82-118) è interessante osservare come, al di là dell’approccio scelto per raccontare una singola parola (linguistico, storico, sociologico, antropologico, traduttologico), in tutti i racconti emerge l’individuo con i suoi ricordi, le sue emozioni e sensazioni, anche fisiche, che incidono sulla parola stessa e sul modo in cui viene esposta. Secondo Ivančić questo tipo di approccio alle parole è estremamente utile nell’insegnamento della traduzione perché rende tangibile la pluralità e la stratificazione semantica che contraddistinguono molte parole del nostro lessico. È necessario, dunque, che lo studente di traduzione impari a scavare tra le pieghe del lessico, riflettendo sui significati che ogni parola assume sul piano individuale e collettivo, nonché nella sua dimensione pragmatica. A questo proposito, sono estremamente utili anche gli esercizi sul “sentire le parole”, volti a sviluppare la sensibilità corporea di chi agisce linguisticamente. Osservando i risultati, stupisce la grande creatività degli studenti che si esprime in entrambe le lingue nel momento in cui iniziano a percepirle con i sensi, allentando le maglie delle regole grammaticali.

In conclusione, il focus di questo manuale è essenzialmente sulla didattica della traduzione, ma questo non vieta che possa essere usato anche da traduttori professionisti per trarre spunti di riflessione utili alla loro attività. Va doverosamente rimarcata la ricchezza di esempi di questo libro, in particolare legati al tema della corporeità nella traduzione. Tra questi, l’excursus “danzare nella lingua” (pp. 53-62) accosta l’arte del tradurre a quella del danzare, nell’evidente ricerca di un dialogo interdisciplinare attorno al tema del nesso tra lingua e corpo. Nel caso della traduzione si tratta, però, di un danzare in catene: il tentativo è quello di descrivere metaforicamente la leggerezza che nasce dalla capacità di muoversi nonostante i vincoli posti alla libertà degli impulsi. Compito del traduttore è, infatti, quello di esercitare la propria libertà, pur rispettando il vincolo della fedeltà al testo. Di nuovo si sceglie una metafora corporea come spunto per riflettere sui nessi tra parola e linguaggio del corpo e sulla funzione del corpo nello sviluppo dell’empatia, della sensibilità linguistica e della competenza interculturale.