Numero 13 (autunno 2017) | Strumenti

La recensione / 7 – Venti casi editoriali

di Damiano Latella

A proposito di: Echi da Babele. La voce del traduttore nel mondo editoriale, presentazione di Massimo Bocchiola, Pavia, Edizioni Santa Caterina, 2016, 280 pp., € 18
Come ben sanno i nostri lettori, la traduzione editoriale è una professione fondamentale della filiera del libro, ed è giusto che non se ne occupino soltanto i traduttori o gli aspiranti tali. Proprio per questo, l’idea alla base di questo Echi da Babele ci sembra molto apprezzabile. Il volume, infatti, raccoglie una ventina di contributi degli iscritti al Master Professioni e prodotti dell’editoria 2015-2016 dell’Università di Pavia. Non si tratta solo di laureati in traduzione o in lingue straniere, ma di studenti di varia provenienza accademica che potrebbero diventare in futuro (speriamo per loro) redattori, addetti all’ufficio stampa o, perché no, editori. Prevale, quindi, il punto di vista sul lavoro editoriale in senso ampio.
Come ricorda Massimo Bocchiola nella sua presentazione, gli esempi scelti rappresentano «il volto dell’editoria forse più immediatamente attraente, perché si tratta di venti casi editoriali» (p. 10). Ogni studente ha avuto a disposizione una decina di pagine in cui occuparsi di un «caso» traduttivo da cui si è sentito attratto, in uno di questi sei ambiti: il fantastico, la poesia, la letteratura per ragazzi, i romanzi che contengono gerghi o dialetti, i casi editoriali propriamente detti e i romanzi con una componente onirica. L’articolazione per temi presenta il grande pregio di consentire il passaggio senza forzature dalla stretta attualità ai classici del XX secolo. Inoltre, non si relegano in secondo piano i contributi sulla traduzione dall’italiano verso altre lingue. Troviamo un’intervista di Andrea Papa ad Anna Jampol’skaja, traduttrice in russo di Aldo Palazzeschi; un confronto di Flavio Mainetti tra i due approcci dei traduttori francesi di Andrea Camilleri, Dominique Vittoz e Serge Quadruppani; un panorama di Anna Chiara Sartorello sulle edizioni straniere di Gomorra di Roberto Saviano, con relative discussioni redazionali su titolo, sottotitolo e immagine di copertina; e infine un curiosissimo esperimento grafico molto creativo scovato da Mattia Gadda, le Favole per cambiare il mondo di Gianni Rodari in formato bifronte italo-inglese (Gianni Rodari, Tales to change the world, traduzione e adattamento di Jack Zipes, illustrazioni di Robert Mason, Lincoln, The Caseroom Press, 2008).

Si alternano liberamente interviste al traduttore, ricerche d’archivio (invidiamo gli studenti pavesi, che possono contare sul ricchissimo Fondo Manoscritti della loro università), materiali inediti e testimonianze dirette di editor. Inevitabilmente alcuni saggi si concentrano su temi già molto dibattuti. Tra le interviste, non ci soffermeremo su quelle a Franco Buffoni, per il quale rimandiamo alla recensione di Franco Nasi su questo numero, e sulle citatissime coppie Yasmina Melaouah-Daniel Pennac e Sergio Altieri-George R.R. Martin. Allo stesso modo, non diamo conto di altre ricostruzioni peraltro molto puntuali, ad esempio quelle di Maria Ceraso sulla ricezione di Emily Dickinson in Italia, di Giulia Maurelli sui Versetti satanici di Rushdie e di Marco Adornetto sul profilo di Gianni Celati come traduttore di Joyce.
Si parte con Lorenzo Cetrangolo e Giuseppe Aguanno che danno la parola a due traduttori di letteratura fantastica. Claudia Lionetti ha coraggiosamente tradotto dal francese La Horde du Contrevent, di Alain Damasio (Clamart, La Volte, 2004; L’orda del vento, Milano, Nord 2009), lottando contro neologismi, invenzioni e un coacervo poetico formato da palindromi, dittonghi e frasi monovocaliche (peccato non avere fornito un esempio più complesso rispetto al calligramma a lettere crescenti). Maurizio Nati, invece, per tradurre Humpty Dumpty in Oakland (London, Gollancz, 1986; Lo stravagante mondo di Mr Fergesson, Roma, Fanucci 2012), romanzo di Philip K. Dick ma del filone non fantascientifico, si è rivolto a una mailing list di fan. Grazie a loro, è venuto a capo di aspetti culturali legati alla musica della California degli anni cinquanta senza corrispettivi in italiano. Passando alla poesia, Fabio Pusterla, voce italiana sia dei versi sia della prosa di Philippe Jaccottet, racconta a Enea Brigatti il suo incontro con il collega francese e l’influsso che ne ha ricevuto anche come autore. Per chiudere il cerchio, due interviste, rispettivamente di Lorenzo Baccari e Giuseppe Musso, completamente agli antipodi. Maria Nicola, qui in veste di traduttrice dei racconti di El llano en llamas (México, Fondo de Cultura Económica, 1953; La pianura in fiamme (Einaudi 2012) di Juan Rulfo, evoca la fatica di ricostruire il ritmo e il lessico dialettale dello scrittore messicano. Tra le fonti di ispirazione, ci conforta il fatto che si possa attingere anche alla tradizione letteraria italiana: in questo caso, Pavese e Fenoglio hanno fornito esempi utili a scardinare l’ordine della frase per avvicinarsi al parlato. In tutt’altra direzione si è dovuto muovere Marco Pensante per Generazione X, edito in origine nel 1992 da Interno Giallo, tradotto da Generation X (New York, St. Martin’s Press, 1991) di Douglas Coupland. Nella fase di passaggio in cui gli autori postmoderni americani citavano a piene mani prodotti, slogan e canzoni ma si dialogava con loro via fax in mancanza di Internet, Pensante si trova a dover risolvere i riferimenti culturali e i realia senza l’ausilio di note.

I risultati più interessanti provengono dalle ricerche di archivio. Dalle lettere di Fernanda Pivano, che Elena Folloni ha consultato alla Fondazione Corriere della Sera, riaffiora il nome meno noto ma importante di Giulio Saponaro, che meriterebbe un’indagine a sé. Mentre Saponaro, che poi si occuperà anche di Burroughs, traduceva per Feltrinelli la maggior parte dell’importante antologia del 1964 Poesia degli ultimi americani, Pivano si riservava i più celebri Corso, Ferlinghetti e Ginsberg (e, aggiungiamo noi, il suo nome in copertina diventa sempre più grande con il succedersi delle edizioni).
Ancora più nell’ombra, data la fama di traduttore dalle lingue classiche di Salvatore Quasimodo, è rimasto il nome della grecista Caterina Vassalini, con cui il poeta siciliano dialogò a lungo fra il 1956 e il 1957 durante la sua traduzione del Fiore dell’Antologia Palatina per Guanda. Alcuni documenti inediti di Quasimodo, che Elena Villanova ha reperito grazie al figlio del poeta, Alessandro, suggeriscono una collaborazione molto più stretta, con una traduzione interlineare in prosa di Vassalini che ha guidato la stesura finale in versi.

Abbiamo lasciato per ultimo il confronto stabilito da Vanessa Nascimbene tra due versioni necessariamente molto diverse di Zazie dans le metrò di Raymond Queneau (Paris, Gallimard, 1959): la storica traduzione di Franco Fortini per Einaudi, pubblicata nel 1960, e quella di Viola Cagninelli per l’adattamento in forma di fumetto che ne ha ricavato per Gallimard Jeunesse nel 2008 l’illustratore Clément Oubrerie, uscito nel 2011 in italiano per Rizzoli Lizard. In teoria, ci aspetteremmo di incontrare locuzioni oggi in disuso finalmente svecchiate in modo efficace. Non dimentichiamo che l’italiano letterario degli anni cinquanta non è proprio la lingua più maneggevole per restituire l’esplosione di creatività di Queneau, quindi l’impresa di Fortini vale doppio. Purtroppo è difficile valutare appieno gli esempi proposti senza l’adeguato contesto, ma si trova qualche sorpresa perfino in senso opposto, con uno schifoso di Fortini diventato rivoltante per Cagninelli.

Il volume si conclude con un sondaggio condotto da Anna Laura Carrus tra i lettori non addetti ai lavori sulla loro percezione della figura del traduttore. Approviamo lo sforzo metodologico di raccogliere i dati non solo tramite una piattaforma virtuale, ma anche tramite interviste dirette in biblioteca e a un festival letterario. Qualche dato su cui riflettere: il lettore medio del campione legge 8 libri all’anno (basterà per essere annoverato tra i lettori forti?) e dichiara che poco più della metà di quanto legge sono titoli stranieri (dato, quest’ultimo, molto superiore alla media del mercato italiano). Le nostre preoccupazioni nascono dallo schiacciante 80% che non solo fa caso poco o per niente al nome del traduttore, ma non sa nemmeno dove cercarlo all’interno del libro (nelle prime pagine, dicono in molti, senza essere in grado di specificare meglio). Ci rallegra, invece, l’interesse dimostrato verso l’eventuale aggiunta di note biografiche sul traduttore o di note del traduttore sul testo: guarda caso di nuovo l’80%. Insomma, caro traduttore, anche se non ti conosco bene, mi interessi.