Numero 14 (primavera 2018) | Studi e ricerche

«Conoscere tutti i tormenti e raramente le gioie»

BRUNO ARZENI E L’ARS MINOR DEL TRADURRE

di Romano Ruffini

La grande germanista Lavinia Mazzucchetti, nell’introdurre la traduzione della tetralogia di Thomas Mann Joseph und seine Brüder (Giuseppe e i suoi fratell), di Bruno Arzeni, con cui aveva collaborato per anni, così scriveva:

Ora che la grande “nemica”, da lui così stoicamente attesa, lo ha strappato al lavoro, sentiamo il dovere personale di onorarne la memoria e di esprimere qui il rammarico per la insostituibile perdita, interpretando anche la viva gratitudine dell’editore e di Thomas Mann stesso, il quale da tempo aveva misurato i meriti del suo tanto modesto mediatore (Mazzucchetti 1954, XIV).

Chi era questo «tanto modesto mediatore» che aveva conquistato la gratitudine dell’editore Arnoldo Mondadori, di Thomas Mann e della Mazzucchetti? Per ovviare all’oblio in cui comunemente cadono i traduttori, cerchiamo di scrivere qualcosa su Bruno Arzeni.

La sua vita ebbe inizio nel 1905. I genitori abitavano a Macerata, nell’antica capitale della Marca anconitana, oggi capoluogo di provincia. La mamma, Maria Boni, in stato avanzato di gravidanza, per controlli si recò dal fratello medico, che esercitava la professione nella vicina Pausula (attuale Corridonia). Qui fu presa da doglie anticipate con parto precipitoso: la presenza del fratello medico fu molto provvidenziale, perché poté prestare immediata assistenza alla sorella, che, data l’età non più freschissima, poteva andare incontro a notevoli rischi. Così, nell’abitazione del medico Francesco Boni, nacque Bruno Arzeni.

La malattia

All’età di quindici anni, in piena adolescenza, dopo aver superato il trauma della morte per suicidio del padre e quella per tifo dell’unico fratello, gli fu riscontrata non una semplice affezione ma una grave malattia: una tubercolosi polmonare che lo avrebbe tormentato per il resto dei suoi giorni. Bruno fu perciò costretto a sospendere la frequenza della scuola, mentre lo zio medico cercava di curarlo con terapie a quell’epoca scarsamente efficaci. Egli riempiva allora le sue monotone giornate con intense letture. In una lettera all’amico Antonio Pucci così esprimeva il suo dramma: «Il serpe della solitudine morde la sua coda: forma uno zero perfetto: e tutta la mia pena è chiusa nel circolo di questo zero. Leggo: ma i libri non bastano. Oscuri, inesorabili urgono mille fiotti di vita compressa, ma viva ancora, ma tanto dura a morire» (Steinmeyer s.d., 14).

Dopo alcuni anni la sua salute per un po’ di tempo migliorò. Arzeni riprese quindi gli studi e nel 1924 conseguì la maturità classica. Appassionato di letteratura, decise perciò di continuare a studiare iscrivendosi alla facoltà di lettere della Sapienza, allora unica università romana. Qui, tra remissioni e recrudescenze del male che si era impossessato di lui, divenne discepolo prediletto di Giuseppe Gabetti, titolare della cattedra di lingua e letteratura tedesca, che esercitava un fascino particolare sugli studenti (Gabetti 1998). Questo celebre docente ebbe un ruolo fondamentale nella storia personale di Arzeni, sia per un’evidente influenza culturale sia perché lo accompagnò costantemente negli studi di germanistica. Le lezioni del Gabetti erano di eccezionale qualità, non facili da seguire, ricche di riferimenti, accostamenti e digressioni, «straordinariamente feconde e suggestive, che davano il senso profondo di cosa è la letteratura, di che cos’è la cultura». Bruno si laureò brillantemente nel 1932 con una tesi su uno dei massimi poeti tedeschi: Friedrich Hölderlin (BCM 1932).

Nello stesso anno in cui Arzeni si laureava, Gabetti assumeva la direzione dell’Istituto italiano di studi germanici, appena creato nella settecentesca Villa Sciarra Wurts sul Gianicolo, detta anche Villa Goethe (Benocci 2007). Suo obiettivo era lo sviluppo dei rapporti culturali con la Germania e degli studi sulla cultura tedesca e Arzeni, che, come s’è detto, era molto stimato da Gabetti, rientrava in qualche modo in questo progetto. Per questo, gli fece ottenere una borsa di studio per l’università di Monaco di Baviera, riconoscimento, questo, assai raro per un italiano in quegli anni. Alla fine del 1932, contro la volontà della madre, che non approvò la sua scelta, Bruno era già a Monaco.

In Germania

Nonostante la propensione di Arzeni per la lingua tedesca, le difficoltà incontrate furono molte. Scriveva infatti alla madre l’11 gennaio 1933: «Frequento molte lezioni e ho tutta la giornata occupata, ma capire è ancora una durissima cosa: ci vuol pazienza, molta pazienza. Bisogna rassegnarsi ad essere come dei bambini in un mondo di grandi» (salvo diverso avviso, tutte le lettere qui citate si trovano in AHA). E proseguiva:

Studio ma cerco di non affaticarmi: la cosa che più mi affligge sono gli scarsissimi progressi di tedesco. Come aveva ragione Gabetti e tutti gli altri che sono stati in Germania: ci vogliono mesi e mesi prima di poter capire tutto e di poter parlare non ridicolmente. Ed io poco capisco e parlo ridevolmente. Pazienza! Ma pure sentirsi sempre come prigioniero non poter mai esprimersi come si vorrebbe – quale tormento.

Germania anni trenta

Arzeni amava la Germania, soprattutto la cultura tedesca, e ne apprezzava anche l’organizzazione sociale, in particolare quella universitaria, della quale scriveva alla madre nove giorni dopo: «Lo studente in Germania è organizzato, è assistito in tutte le sue necessità spirituali, religiose, economiche, sanitarie in modo perfetto: le nostre Università – almeno quella di Roma – al confronto, sono primitive». Rimase colpito anche dal fatto che all’inizio di ogni semestre fosse sottoposto a visita sanitaria, per controllare il suo stato, nonché l’evoluzione della tubercolosi, apprezzando la franchezza con cui veniva trattato, piuttosto «che le misere finzioni che cercano di nasconderla e che s’inviluppano in pregiudizi e paure» (alla madre, 2 novembre 1934).

Intanto rimaneva in contatto epistolare con Gabetti, il quale, continuando a stimolarlo perché allargasse la cerchia dei rapporti – in particolare con l’editore Bruckmann – all’inizio del 1933 così gli scriveva: «Le faccio mandare 10 esemplari delle onoranze a Goethe. Ci faccia reclame e ci faccia avere libri quanti più può. Bruckmann ha edizioni mirabili. Se ha bisogno di qualcosa, scriva. Ma soprattutto – attenti alla salute! Mi saluti Monaco, mia seconda patria».

Nell’estate dello stesso anno, ritornato in Italia, mentre era a Roma per un colloquio con Gabetti, Bruno ebbe la notizia di aver ottenuto l’incarico di lettore di lingua italiana presso l’università di Erlangen. L’anno successivo Gabetti, trovandosi in Germania per un ciclo di conferenze e per la realizzazione della Petrarca Haus a Colonia – ideata insieme con Konrad Adenauer, in quegli anni borgomastro della città – avrebbe voluto incontrare Arzeni andando ad Erlangen, ma non ne ebbe il tempo. Gli scrisse allora una lettera aggiornandolo sui contatti avuti, in particolare a Monaco, dove aveva conosciuto «la signora Bruckmann, che – gli precisava Gabetti – mi ha parlato molto di Lei».

I coniugi Bruckmann

Nell’estate del 1934 Arzeni tornò di nuovo in Italia e, com’era solito, s’incontrò con esponenti della cultura romana e con lo stesso Gabetti. Prima di ripartire per la Germania, il 13 settembre di quell’anno, fu invitato a partecipare al 1° Convegno nazionale dei lettori e docenti italiani con incarico in paesi stranieri, che si svolgeva a Roma. Molto probabilmente gli fu richiesto, come per i docenti impiegati in Italia, il giuramento di fedeltà al fascismo. Ovviamente lo prestò, altrimenti non avrebbe potuto ottenere e mantenere in Germania l’incarico di lettore.

In Germania era ormai insediato al potere Hitler ed erano state emanate le leggi razziali antiebraiche, le cosiddette “leggi di Norimberga”. Arzeni fu invitato da Karl Vossler, l’insigne filologo amico di Benedetto Croce, a trasferirsi all’Università di Monaco, sempre per espletare lo stesso incarico di lettore di lingua italiana. Così nei primi giorni di aprile del 1935 ritornò nella città che aveva frequentato alcuni anni prima, che offriva molte opportunità a un giovane intellettuale come lui. Mentre i suoi corsi erano frequentatissimi, fu anche chiamato a tenere conferenze in un circolo culturale organizzato da Elsa e Hugo Bruckmann, i noti editori ai quali lo aveva raccomandato Gabetti, con i quali ebbe un rapporto molto intenso, tanto che Elsa si definiva sua «seconda mamma». Tra le altre cose, Bruno ricoprì pure l’incarico di vicepresidente della sezione locale dell’Associazione Dante Alighieri, presieduta da Gerolamo Cairati, che risiedeva da oltre quarant’anni in Germania.

L’avvicinamento ideologico e politico tra Italia fascista e Germania nazista che si verificò in quegli anni facilitava indubbiamente anche l’attività culturale degli italiani in Germania. Arzeni, in questo periodo, fu impegnato in un intenso lavoro di mediazione culturale anche attraverso molte conferenze – opportunità, questa, per diffondere la letteratura e la cultura italiana e per illustrare i legami storici che univano le due culture – tenute non solo nelle università ma anche in circoli e associazioni di diversa natura. Egli, unitamente all’editore Bruckman, progettò, inoltre, la pubblicazione di una collana di volumi di scrittori italiani, tradotti in lingua tedesca. Arzeni avrebbe dovuto scegliere sia le opere che gli autori, seguire i traduttori e la pubblicazione dei testi, nonché predisporre una breve presentazione di ogni autore. Queste le opere scelte per l’occasione: Il mestiere di marito di Lucio D’Ambra; Marianna Sirca di Grazia Deledda; Santippe di Alfredo Panzini; Tutta frusaglia di Fabio Tombari; Novelle per un anno di Luigi Pirandello; Stella mattutina di Ada Negri. L’unico testo di cui contribuì personalmente alla traduzione in tedesco fu una selezione di racconti tratti da Novelle per un anno, pubblicato con il titolo Die Pein des Alltags und andere Novellen. Dei volumi dell’intera collana, un’edizione «molto prestigiosa, in lino verde con orlatura in rosso ed argento, cioè i colori d’Italia» (Ruffini 2008, 95) – fu fatto dono a Mussolini.

Helga Steinmeyer

Lo scoppio della guerra, nel 1939, e l’intervento dell’Italia a fianco della Germania nel 1940 costrinsero Arzeni, la cui malattia nel frattempo si era aggravata, a rientrare in Italia. Ma questa volta non vi ritornava da solo, poiché da anni aveva un rapporto sentimentale con una bella e dinamica ragazza, Helga Steinmeyer, figlia di un industriale tedesco, conosciuta nei corsi di italiano da lui tenuti. I genitori della ragazza non erano per nulla felici del rapporto della figlia con quell’italiano, simpatico sì, ma per giunta malato. Helga però fu irremovibile e i genitori la lasciarono partire, sia pure a malincuore, anticipandole che avrebbe incontrato non poche difficoltà materiali e di integrazione, in un contesto culturale non proprio aperto. Dopo il matrimonio, avvenuto a Macerata il 21 giugno 1941, la coppia si stabilì in un’ampia casa in campagna, sopra una collina tra Macerata e la frazione di Villa Potenza, da dove si poteva godere uno splendido panorama, con la catena degli Appennini da un lato e il mare Adriatico dall’altro.

I coniugi Arzeni così passarono da una città cosmopolita come Monaco di Baviera, che aveva permesso a Bruno di integrarsi e sentirsi parte di una comunità culturale, a una piccola provincia italiana dove, oltre all’isolamento culturale e a una certa solitudine, sperimentavano non poche difficoltà economiche e d’inserimento per Helga, la quale rimaneva sempre «la tedesca» o «la straniera», come veniva chiamata comunemente.

Il mediatore

Dopo il periodo cruciale della guerra, Bruno Arzeni, per avere di che vivere, visto che la malattia si stava aggravando sempre più e che poteva lavorare soltanto nella sua casa, cercò di prendere contatti con alcuni editori, sostenuto dal fervente aiuto di Gabetti, per ricominciare il lavoro di traduttore. La particolare premura di Gabetti per Bruno è rivelata da una lettera scritta il 29 gennaio 1941 da un amico intimo di Arzeni, che qualche anno prima era andato per una sua ricerca all’Istituto italiano di studi germanici:

ti ricordano tutti con affetto, compresa la Segretaria. Gabetti attualmente è fuori Roma; tornerà i primi del prossimo mese. Egli è vivamente premuroso della tua sistemazione. Mi ha incaricato di dirti tre cose: primo che se puoi, il prossimo marzo, prendere l’abilitazione (gli ho accennato che sarebbe stato difficile), egli per giugno ti avrebbe fatto assumere in servizio in un posto conforme alle tue attitudini e condizioni: secondo se gli puoi mandare la seconda parte di Novalis: la pubblicherebbe e ti verserebbe l’importo: terzo desidera sapere se con l’Università di Monaco avevi un contratto d’impiego, in guisa di farti liquidare una buona uscita.

Qualche tempo dopo, il 2 settembre, Bruno era stato costretto a far presente all’amico la sua reale condizione di salute:

Ma non posso accettare né l’una offerta né l’altra. Forse la scarsità dei miei accenni ti hanno lasciato supporre le mie condizioni di salute meno gravi di quello che realmente sono. In verità, io mi trovo in una morsa che forse non mi lascerà più e che, pur nell’ipotesi migliore, mi costringerà forse ancora per qualche anno a vivere come ora vivo; cioè in campagna e come segregato dalla società e dalla vita attiva.

Certo, questo stato di cose rende ardue le mie, già limitate, possibilità di lavoro: all’infuori di traduzioni e di qualche incarico per riviste o casa editrici, non vedo infatti quali altri lavori potrei più assolvere; sebbene viva in campagna, ho qui molti libri (l’unica cosa che ho accumulato nei sei anni in Germania) e del resto la Biblioteca comunale di Macerata è discretamente fornita e potrei sempre inviar colà qualcuno, se vi fosse necessaria qualche ricerca o notizia.

Proprio l’altro ieri Mondadori mi ha offerto di tradurre un libro tedesco su gli studi tedeschi di Mussolini (K. Uhlig, Mussolinis deutsche Studien – [Uhlig 1941]). Ho naturalmente accettato con molto piacere e spero in un mesetto (purché possa lavorare qualche oretta il giorno) di compierla.

Evidentemente Gabetti e gli amici che volevano aiutare Arzeni non si rendevano pienamente conto delle sue reali condizioni di salute. Così, una volta informato, cercò di procurargli dei contatti con alcuni editori. Il primo lavoro da traduttore gli venne offerto dalla casa editrice Daniel di Roma, la quale gli commissionò di scegliere e di tradurre alcune fiabe dei fratelli Grimm, che uscirono con il titolo La fonte d’oro, accompagnate da una postfazione di Arzeni (Arzeni 1945).

Verso la fine del 1945, a guerra finita da pochi mesi, ebbe inizio il rapporto epistolare tra Bruno e Lavinia Mazzucchetti, una personalità di rilievo nel mondo della cultura germanistica. Era stata, infatti, libera docente in letteratura tedesca fin dal 1917, prima a Genova, poi a Milano. Il suo antifascismo le costò l’esclusione dall’insegnamento universitario, avvenuta nel 1929. Dal 1927 svolse l’attività di traduttrice e consulente, per l’area della letteratura tedesca, presso la casa editrice Mondadori. Tale incarico fu da lei espletato anche presso l’editrice Sansoni di Firenze, in quegli anni sotto il controllo della Mondadori, dove si occupò dell’edizione dell’opera omnia di Goethe (su di lei, Antonello 2015).

Non si sa chi tra i due iniziò lo scambio epistolare né se questo fosse conseguente alla pubblicazione de La fonte d’oro. Può darsi che abbiano influito i precedenti contatti tra la Mondadori e Arzeni per la traduzione del libro di Uhlig, che, forse complice la crisi del regime fascista, non era andata in porto. Da allora sino alla fine del poeta e traduttore marchigiano, Bruno Arzeni e Lavinia Mazzucchetti si manterranno sempre in rapporto epistolare e svilupperanno non solo una collaborazione letteraria e personale, ma soprattutto un dialogo molto interessante sul mestiere di traduttore.

Nella cartolina postale da Firenze, datata 21 novembre 1945, che segna il primo contatto con Arzeni, Mazzucchetti scriveva:

Egregio professore, due righe per dirle che non ho ancor nulla di concreto da proporle, ma che spero si potrà lavorare insieme in prossimo avvenire. Le sue versioni degli Sprüche mi son parse buone, ma non avevo il testo di tutti sottomano. Per la Mondadori e per…. tradurre qualcosa di Mann nelle opere raccolte, dovrà rassegnarsi, come par disposto, ad un saggio. Le manderò presto un testo. Mi dica se lei ha sottomano una biblioteca tedesca, se per esempio almeno ha una buona edizione di Goethe. Pensavo che Lei potesse aiutarmi nel controllo di certi manoscritti: una rilettura pedante per “pescare” eventuali sviste. Mi dica anche se la posta con Macerata ora funziona bene, se ci si può fidare a mandare, oltre che lettere, plichi raccomandati di manoscritti. Ma anzitutto dica se ha tutte le opere di Goethe comprese Reinecke, Kampagne in Fr[ankreich ecc. Del resto scriverò da Milano. Sono per pochissimi giorni a Firenze, pel Goethe che continua malgrado le difficoltà. Qualora ricevesse una proposta di non so bene qual lavoro letterario da parte di un dott. Luigi Rusca di Milano, lo ascriva alla mia buona intenzione. Ma la posta La raggiunge anche se si scrive solo “Macerata” senza la via?

Auguri e distinti saluti.

La risposta di Bruno, del 28 novembre e quindi quasi immediata, ci offre l’opportunità di conoscere qualcosa di più della sua propensione a svolgere l’attività di traduttore:

Gentile Signora, grazie per la Sua cartolina da Firenze. Delle opere di Goethe posseggo l’edizione in sei volumi della Insel a cura di E. Schmidt, la quale contiene quasi tutto il Goethe “vivo” ancor oggi nella cultura media tedesca […]. Edizione certo non critica e tanto meno completa. Non conosco il carattere della edizione che Ella dirige: ma credo ad ogni modo che non possa comprendere molto di più di quello dello Schmidt. In essa è dato però troppo poco posto al Goethe scienziato. La Farbenlehre intera non dovrebbe secondo me mancare nemmeno in un’edizione di cultura media. Ho poi vari volumi dell’altra edizione dell’Insel (la più completa dopo la grande Sophia Ausgabe) in formato tascabile (i due Meister, l’Italienische Reise, l’Epistolario, le poesie) e una gran quantità di varie edizioni speciali (per esempio la Farbenlehre e le Schriften zur Naturwissenschaften, gli scritti sulla letteratura e sull’arte, le varie Fassungen di molte opere tra le quali anche la Reinecke e la Kampagne in Frankreich). La mia libreria ha poi un buon numero di opere della letteratura tedesca, ma non sempre nelle edizioni più recenti o criticamente aggiornate. Anche la Biblioteca [comunale] non è che ben scarsamente fornita di tali opere. Nulla mi è stato finora proposto dal Dr. Rusca ma qualunque successo possa avere il suo interessamento io ho già con Lei, mia buona Signora, un debito non facilmente obliabile vivo di gratitudine.

Lavinia Mazzucchetti si premurò di mettere in contatto Arzeni con Alberto Mondadori, figlio dell’editore e direttore editoriale della casa editrice, con il quale Bruno, successivamente, instaurerà un rapporto di collaborazione e di fiducia del tutto singolare, come dimostra una lettera successiva (FAAM 25.10.1950). Dopo pochi giorni, Alberto Mondadori gli affidò la revisione della traduzione di Das Lied von Bernadette [Il poema di Bernadette] di Franz Werfel, già curata da un altro traduttore (FAAM 5.12.1945).

L’inizio di questi promettenti rapporti avveniva però in un momento molto difficile per Arzeni, da lui descritto nel Diario:

Da novembre il fragilissimo equilibrio in cui pur con l’aperta ferita, gli alti e bassi quotidiani, ero riuscito a mantenermi, si è rotto. Dove? come? non so. La frattura è, per ora, più spirituale che fisica. Son come risucchiato da gorghi di disperazione e di smarrimento. Dalle terribili crisi del ‘39, non avevo più vissuto ore, giorni, mesi simili a questi. Tutto crolla. Ogni giustificazione, ogni senso, ogni speranza dell’essere. La coscienza delle mie deficienze spirituali, dei limiti del mio intelletto e della mia anima, acutizzata dalle condizioni fisiche e finanziarie che le pongono ogni momento su un banco d’accusa, si è rifatta viva, imperiosa, straziante. Mi sento umiliato, schiaffeggiato, deriso da un potere occulto. Mi sento stritolato nelle sue mani e nulla ho per difendermi: nulla, all’infuori di quell’istintiva credenza nella legge morale. È molto, ma non basta a salvarmi (BCM 1946-47, 1).

Pochi giorni dopo, Bruno riceveva una lettera (giunta in ritardo poiché a Macerata vigeva ancora la censura) da Rusca, uno dei principali collaboratori di Alberto Mondadori, il quale gli comunicava un progetto per una raccolta di scritti da tradurre e da pubblicare, chiedendogli consiglio circa gli autori da inserire. Bruno rispondeva suggerendo una lista di una cinquantina di autori, dei quali però aveva difficoltà a trovare i testi in tedesco presso la Biblioteca del Comune di Macerata, «scarsa di opere del genere». Per questo, chiedeva che gli fossero messi a disposizione per qualche settimana i testi che non possedeva, così che «Avendo tutto il materiale potrei, credo, in un paio di mesi compiere il lavoro».

Lo stesso giorno, il 29 dicembre 1945, scriveva anche a Lavinia Mazzucchetti, con la quale scambiava alcune idee su quell’«ars minor che è il tradurre»:

Ho ricevuto il dattiloscritto della traduzione della Kampagne. Mi sembra, per ora, assai corrente e corretta. Il 15 ricevetti anche le prime 174 cartelle del romanzo di Werfel; le ho rivedute, e aspetto le successive. Anche questa traduzione, anche se pare d’un tono forse un po’ troppo giornalistico e talora un po’ sciatto, è però corretta e rivela sicura conoscenza del tedesco. Ho notato solo qualche svista (rara per ora) e qua e là qualche dissonanza o assonanza un po’ stridula. Del resto sono anch’io del suo parere: ciascuno porta l’asino al mercato a modo suo. L’importante e che invece del mercato non vada a finire in un fosso. Se io nelle pagine di Mann che contemporaneamente Le invio sia andato al mercato o nel fosso, giudicherà Lei. Anche in quest’ars minor che è il tradurre (ma che della più grande conosce tutti i tormenti e raramente le gioie) è impegnata – e più di quel che il profano non creda – tutta la personalità. Ed è quella infine che si accetta, o si rifiuta, prescindendo da tutti i singoli particolari che possono anche naturalmente più o meno soddisfarci…

Intanto, pur in presenza di notevoli difficoltà di salute e familiari, Bruno si era impegnato nel suo primo lavoro con l’editrice Mondadori. Si trattava della revisione della traduzione, compiuta da Remo Costanzi, del romanzo Das Lied von Bernadette di Franz Werfel. Il 26 gennaio 1946, ne scriveva ad Alberto Mondadori:

Le rimando in tre pacchi raccomandati le 699 cartelle della traduzione del romanzo di F. Werfel: Il poema di Bernadette e l’originale tedesco inviatimi rispettivamente il 15 dicembre 1945 e l’11 del corrente mese. La traduzione è generalmente corretta, viva e fedele all’originale. Le mende vere e proprie – sviste ed omissioni errori – sono relativamente poche; più frequenti invece certe omofonie allitterazioni e dissonanze che, dove fu possibile, vennero eliminate. Ad ogni buon conto Le accludo l’elenco delle principali correzioni a matita apportate al dattiloscritto, messe a raffronto coll’originale e la traduzione. Il dattiloscritto è accurato e la revisione delle bozze potrà essere fatta rapidamente (FAAM).

Evidentemente alla Mondadori rimasero soddisfatti del lavoro di revisione svolto da Arzeni, visto che, nella primavera di quell’anno, gli proposero di tradurre una parte notevole dei saggi critici di Thomas Mann (cfr. Arzeni, Mazzucchetti 1956). L’elenco dei saggi che Bruno doveva tradurre dal volume Adel des Geistes [Nobiltà dello spirito], quale risulta dal carteggio tra fine giugno e inizi luglio del 1946, era il seguente: Goethe und Tolstoi [Goethe e Tolstoi]; Goethes Laufbahn als Schriftsteller [Goethe scrittore]; Über Goethes “Faust” [Sul Faust di Goethe]; Kleists Amphitryon – Eine Wiedereroberung [L’”Anfitrione” di Kleist, una riscoperta]; Theodor Storm [Teodoro Storm]; Der alte Fontane [Il vecchio Fontane]; Richard Wagner und Das Ring der Nibelungen [Riccardo Wagner e “L’anello del Nibelungo”]; Anna Karenina [Anna Karenina]. A questi due saggi se ne aggiunsero poi altri due: Schopenhauer [Schopenhauer] e Freud und die Zukunft [Freud e l’avvenire] (FAAM).

Bruno accettò con molta soddisfazione questo lavoro, chiedendo però di poter consegnare le traduzioni entro il 15 novembre, anziché il 31 agosto. Nello stesso tempo, oltre che revisionare altri lavori, doveva tradurre Thomas Mann. Gli scriveva infatti Lavinia Mazzucchetti:

Credo Le sia stato inviato nel frattempo il ms. dei Saggi Politici col testo tedesco e spero che non le costerà troppa fatica leggere le bozze facendovi addirittura quelle correzioni che le appaiono assolutamente indispensabili. Se trovasse, come non spero, ancora veri e proprii inequivocabili errori, voglia per la mia memoria prenderne un breve appunto a parte, ma ripeto, al caso solo dei peccati mortali. Quando poi avrà tempo cominci a tradurre Tolstoi e Goethe dai Saggi. Non si tormenti troppo per arrivare alla perfezione e non dimentichi che il meglio è nemico del bene (ASE 20.6.1946).

Il dialogo con Mazzucchetti era molto intenso e Arzeni le inviava alcune sue osservazioni anche sulle traduzioni eseguite da lei (21.2.1946):

Mia buona Signora, Le rispedisco a parte, raccomandati, il volume del Reller, il manoscritto della novella Dietegen e le pagine del saggio di Mann sullo Storm: quest’ultimo lo posseggo infatti nell’edizione Rnaur e potrò tradurlo di li.

Alla novella ho direttamente apportato le correzioni di ortografia e punteggiatura necessarie, ma ho segnato invece nel foglietto accluso alcune modificazioni – nessuna in verità davvero importante – su cui Ella deciderà. Ho molto riflettuto su Forstmeister. Ispettore forestale non pare anche a me convincente né all’età in cui il racconto si svolge né allo stile. Mi son deciso – ed ho unificato in tal senso – per guardiaforeste che se è meno pesante e burocratico di Ispettore forestale significa tuttavia ben più di guardia forestale. A pag. 2 Ella traduce il “Rümmelspaltarischen Leiblichen” con “aspetto malingo”. L’ho lasciato sebbene i vocabolari italiani che ho potuto consultare non lo riportino. La parola malingo è un lombardismo? ad ogni modo molto efficace e comprensibilissimo. A pag. 40 (280) Ella traduce giustamente den Stein der Weisen con “pietra filosofale” tuttavia mi sembra che in italiano, non abbia la stessa efficacia che in tedesco. Forse un’altra espressione, non so, “l’araba fenice”, il tesoro nascosto ecc. potrebbero essere d’effetto più immediato?

A pag. 58 (305) per auch drei Pfund Heller, für ein neues Wams dem Scharfrichter, io proporrei o di lasciare l’espressione com’è nel testo (ma poco chiara in italiano) e tradurre Heller col generico “monete” “tre libbre di monete” oppure cambiare del tutto: “nonché quale speciale dono di nozze tante monete quante fossero necessarie per comprare al boia un nuovo farsetto”.

Alcune espressioni poi, come infinocchiare 20 (232), la sua cara personcina, mogliettina e altre che qua e là s’incontrano, non mi piacciono anche se per Keller possano ben giustificarsi. Vedo poi che a pag. 300 Das ist eine Rechtssache dapprima tradotto conè una questione di diritto” poi è stato da Lei corretto nel semplice: “è di diritto”. Ma non ne vedo la ragione. Ma son queste tutte inezie che noto solo per scrupolo – dato che vere mende non ci sono. Mi permetta invece di dirLe la mia ammirazione per la disinvolta sicurezza con cui Ella, senza una precedente preparazione, così ex abrupto può dettare una traduzione come questa che se anche non difficilissima ha tuttavia i suoi scogli non lievi, c’è anche nel modo con cui Ella rende un testo qualche cosa di schietto, di concreto, di immediato che ho sempre ammirato nei suoi saggi, per cui, senza giravolte o dubbiezze inutili Ella va al fondo di una cosa.

Nel luglio 1946, ancora nel pieno della malattia, Bruno, sempre per la Mondadori, eseguiva la revisione della traduzione di Die Revolution des Nichilismus di Hermann Rauschning, condotta da Cesare Cases e Mario Ciaffi (FAAM 26.7.1946; cfr. Cases, Ciaffi 1947).

Le sue condizioni psicologiche non erano delle migliori. In questo periodo divenne padre di una bambina, che, pur nella gioia, lo porterà anche ad una riflessione dolorosa sul suo ruolo all’interno della famiglia:

Le mie condizioni di salute, la mia incapacità di vero lavoro, mi tolgono anche quel legame economico e morale che congiunge il padre alla famiglia. Io non sono necessario. Sono in fondo più un peso che un aiuto. Le mie condizioni si fanno sempre più sottili, tanto sottili che è legittimo attendersi che d’un momento all’altro il filo si rompa. Con la mia morte potrebbe cominciare per Helga una nuova vita e questa nuova vita non s’è forse accesa, come avviene in molte specie animali, proprio perché la morte è vicina? Quanto più io rifletto su quest’evento, tanto più mi sembra di vedere in esso una precisa volontà della natura: un cerchio si apre, un cerchio si chiude. Che significato ha più ancora il permanere mio nella vita? Io non ho nessun desiderio, nessuna speranza, nessuna volontà di vivere, pur se il mio istinto vitale sia ancora naturalmente forte (BCM 1946-47 9).

La conclusione di Arzeni, un po’ ironica, sull’aspetto terapeutico dello scrivere è sorprendente: «La mia arte è finita all’ospedale». Ma è evidente che la passione per lo scrivere gli produceva una sorta di momentanea felicità:

Del vero letterato io ho la passione per la carta, gli inchiostri, le scritture. L’esercizio dello scrivere sia anche di ricopiare soltanto, è un corroborante dei nervi. Anticamente credo che uno dei mestieri più felici dovesse essere quello dell’amanuense. La ginnastica della mano che regola la penna in un ritmo uguale, come il trotto cadenzato su una strada amabilmente soleggiata. Procedi, procedi senza una meta per i sentieri bianchi delle righe, foglio dietro foglio. La scrittura può rimaner sempre uguale perché non è il segno di una tua sofferenza o di una tua gioia – ma appartiene agli altri; tu la disegni tranquillamente se hai sensibilità o ingegno talora un pochino arrestandolo ad ammirare o a rimproverare o a commentare. Ma senza sforzo. Poi riprendi lievemente la frusta in mano e procedi il tuo cammino. Mestiere mediocre, ai confini della vita spirituale oltre i quali tu puoi, se sia capace, gettare perfino uno sguardo di desiderio o di rimpianto. Credo che ogni vero scrittore sia un pochino un amanuense. In ogni modo io debbo sfruttare anche questo sentimento di piacere che l’esercizio materiale dello scrivere mi dà. Debbo sfruttar tutto quel che può giovarmi. Sono ridotto agli estremi e debbo servirmi di mezzi estremi, dei quali avrei sentito fino a [qualche tempo fa] un disgusto. Far dell’arte, della cosa cioè più ambita, più cara della mia vita, un semplice mezzo terapeutico! (BCM 1946-47, 15-16).

Se per Arzeni la scrittura manuale rappresentava una sorta di «piacere», era giocoforza che non amasse molto lo scrivere a macchina, compito che delegò a sua moglie Helga. Questa era una funzione importante, dato che le case editrici esigevano che le traduzioni fossero inviate dattiloscritte, per facilitare la composizione tipografica ed evitare errori di lettura.

Nel novembre 1946, Bruno ricevette la notizia di un lavoro per la casa editrice Sansoni di Firenze, allora unita alla Mondadori: si trattava della traduzione dei Reisen in der Schweiz (Viaggi nella Svizzera) di Goethe. Lavinia Mazzucchetti, saputo ciò, gli scriveva:

arrivo oggi da una settimana faticosa alla mia casa sul Tirreno, ancora vittima di guerra e trovo con la troppa posta sgradevole la Sua bella notizia: Evviva, evviva. Non voglio tardare a mandarle un saluto ed un augurio: scrivere presto. E poi non potrà più dire che Goethe non ha “menato buono”; magari insieme a Thomas. Evidentemente adesso tocca a Lei a guerire e a completare il quadro felice (ASE 4.11.1946).

Certamente Bruno ebbe un momento favorevole per il lavoro, ma le sue condizioni psicologiche e fisiche erano oltremodo fragili e penose. Così scriveva all’amico Renato Papò: «I miei demoni sono più duramente all’opera: ogni volta un urto, uno strappo, un morso più risoluto. Ogni volta ci si chiede: l’ultimo? Nessuno lo sa, nessuno può dirlo. Certa è solo una cosa: la pena» (22.6.1947).

E proprio in questo periodo, tra condizioni «fragili e penose» e intenso lavoro, ci fu per Bruno un’altra novità. Alberto Mondadori, alle prese con una contestazione giudiziaria, gli chiedeva se poteva portare a termine con la massima possibile urgenza, la traduzione italiana del racconto di Kafka Beim Bau der chinesischen Mauer [La muraglia cinese]. Mondadori si rendeva perfettamente conto che non sarebbe stato possibile, per una traduzione di un testo di Kafka, fare sollecitazioni così pressanti, ma dovendo restituire il testo originale, non sapeva come tirarsi fuori dalla situazione. Bruno accettò comunque la proposta e suggerì la soluzione di inviare «a rate quindicinali» quanto da lui tradotto, per avviare più rapidamente la procedura di stampa (ASE 4.6.1947).

Quasi contestualmente alla traduzione del racconto di Kafka, Alberto Mondadori chiese a Bruno Arzeni di svolgere un altro lavoro molto delicato. Il direttore della Mondadori, per un conflitto sorto in merito a una discutibile traduzione del romanzo di Thomas Mann, Der Zauberberg, compiuta da Ervino Pocar per l’editore Dall’Oglio, si rivolse ad Arzeni affinché gli segnalasse lacune e omissioni rispetto all’originale testo in tedesco (FAAM 24.5.1947). Quando Bruno aveva già avviato il lavoro di revisione del romanzo, gli giunse un’ulteriore lettera (FAAM 25.7.1947) di Alberto Mondadori, con le seguenti richieste:

Le sono molto grato di aver voluto, così rapidamente, ragguagliarmi circa la traduzione dello Zauberberg di Mann in edizione Dall’Oglio. Nella fretta di scriverLe forse non precisai esattamente il mio pensiero e quindi la mia richiesta. Scopo della richiesta era quello di offrire a Thomas Mann un quadro completo delle deturpazioni e mutilazioni subite dal meraviglioso originale nella edizione Dall’Oglio, e ciò perché Mann potesse intervenire, con cognizione perfetta di cose, presso l’editore e fargli le sue rimostranze. La cosa ha anche per noi, a causa di una vertenza contrattuale per l’opera Manniana con Dall’Oglio, molta importanza. La pregherei vivamente, caro Arzeni, di volersi dunque sobbarcare al più grave lavoro di una revisione integrale, della quale potesse formare un elenco di tutte le omissioni di traduzione e errori riscontrate. Abbia la bontà di non ricusarmi questo favore.

Nel settembre, però, Bruno ebbe l’invito dalla Mondadori di smettere il lavoro di «revisione integrale», perché la vertenza si era composta (FAAM 3.9.1947); contemporaneamente gli scriveva anche Alberto Mondadori in persona, inviandogli una sua foto con Thomas Mann e la professoressa Mazzucchetti (12.9.1947).

In questo periodo Bruno inviava alla Mondadori altri due saggi di Thomas Mann, che nel frattempo gli era stato chiesto di tradurre, in vista della pubblicazione del decimo volume dell’Opera omnia, che avrebbe recato il titolo Nobiltà dello spirito, rispettoso di quello originale, Adel des Geistes (Arzeni, Mazzucchetti 1956). Si trattava dei saggi: Dostoevskij – mit Maßen [Dostoevskij – con misura!] e Nietzsches Philosophie [La filosofia di Nietzsche] (FAAM 25.10.1947).

Nonostante le sue condizioni di salute si sottoponeva a un gravoso lavoro, testimoniato in quella fase da quei Viaggi nella Svizzera di Goethe, di cui s’è già detto, da pubblicare nelle Opere dello scrittore tedesco (Arzeni 1948). Bruno aveva spedito il testo della traduzione a Lavinia Mazzucchetti. E da Zurigo, il 27 ottobre 1947, dopo averlo ricevuto, Mazzuccheti si affrettava a scrivergli: «Volevo dirle subito che il suo lavoro mi è piaciuto molto moltissimo, che è proprio quello che avrei voluto far io – che mi pare tutto si legga bene insomma, grazie» (ASE 27.10.1947).

Mentre Arzeni era di nuovo al lavoro per tradurre Unterhaltungen deutscher Ausgewanderten, ancora di Goethe (Arzeni 1949a), Mazzucchetti gli chiedeva di iniziare ad approntare, dello stesso autore, la traduzione dei Wilhelm Meisters Lehrjahre (Arzeni 1949b). Di Goethe, Arzeni aveva anche raccolto e tradotto per proprio conto una serie di massime e riflessioni, in vista di una loro possibile pubblicazione. Ma questo suo progetto non andò in porto e il lavoro rimase inedito, per cui oggi questi appunti si trovano tra le carte Arzeni conservate presso la Biblioteca comunale di Macerata.

Nello stesso periodo il poeta e traduttore marchigiano chiedeva ad Alberto Mondadori che cosa dovesse fare dei saggi biografici di Stefan Zweig, tradotti da Anita Limentani(1950), dato che, non avendo ricevuto i testi in lingua originale, non poteva procedere alla revisione della traduzione che gli era stata richiesta (FAAM 12.12.1947). Quanto alla nuova «traduzione della Montagna incantata», Arzeni scriveva alla direzione editoriale della Mondadori:

Ho smesso la seconda revisione della Montagna incantata e attendo istruzioni definitive per la traduzione. Poiché l’opera è molto ampia (due volumi di complessive 1093 pagine) e richiederà parecchi mesi di lavoro, vorrei mi fosse data la facoltà di inviare di volta in volta 100-125 pagine della traduzione (FAAM 12.9.1947).

Egli (si evince dalla lettera), dopo l’invito a sospenderne la revisione, si aspettava di essere chiamato dalla casa editrice a tradurre il romanzo manniano, ma non ne seppe più nulla. Viene istintivamente da domandarsi: come sarebbe stata la traduzione di Arzeni di Der Zauberberg? Certamente la sua personale esperienza d’una malattia come la tubercolosi avrebbe influenzato in positivo e con diverse sfumature la traduzione in italiano del romanzo.

Nell’estate 1948, mentre l’enorme peso della situazione economica attanagliava la famiglia Arzeni e la malattia di Bruno si faceva ancor più sentire, Alberto Mondadori gli scrisse una lettera che riteniamo utile pubblicare quasi per intero:

Caro Arzeni, dobbiamo chiederLe un piacere, anzi due, e si tratta di due revisioni. In primo luogo vorremmo pubblicare la traduzione dell’opera Castellio contro Calvino di Stefan Zweig che è già uscita presso l’editore Mario Fiorentino di Napoli. Da una prima scorsa vediamo però che la traduzione lascia a desiderare forse non tanto per la rispondenza al testo, quanto per l’inadeguata espressione italiana. Le mando pertanto l’edizione del Fiorentino e il testo originale con la viva preghiera di controllare la traduzione e di segnare in margine alla stessa tutte quelle correzioni e modifiche che Lei riterrà opportune.

In secondo luogo si tratta di un lavoro di mole maggiore e di grande responsabilità. Come Lei sa, tutto il ciclo di “Giuseppe” di Thomas Mann è stato tradotto da Gustavo Sacerdote. I primi tre volumi furono pubblicati nella Medusa ma senza aver raggiunto quella perfezione che noi avremmo desiderato dal traduttore il quale aveva le sue idee e non era disposto a rinunciare a una troppo fedele e pedissequa aderenza al testo tedesco.

Ora, il povero Sacerdote è morto e possiamo mettere le mani nelle sue traduzioni con una maggiore libertà. Tutta la tetralogia avrà bisogno di una revisione che potremo fare però via via che si presenterà la necessità di ristampare i tre volumi già pubblicati o di raccoglierli per l’Opera omnia.

È urgente, invece, provvedere alla revisione del quarto volume che si intitola Giuseppe il nutritore perché vorremmo completare il ciclo della Medusa entro il mese di ottobre. Già da troppo tempo, infatti, i lettori che hanno acquistati i tre primi volumi sono in attesa del quarto.

Ritenendo che, come siamo già d’accordo con la Signora Mazzucchetti, Lei non vorrà rifiutarmi questo favore, mi permetto di considerare accettata la mia proposta e provvedo addirittura a inviarLe il manoscritto della traduzione accompagnato dal testo originale (FAAM 29.7.1948).

Era un periodo di lavoro molto intenso per Arzeni. Ancora la Mondadori gli chiese, infatti, di revisionare la traduzione di Das Schloß di Franz Kafka svolta da Anita Rho (FAAM 12.8.1948; cfr. Rho 1948). Quanto all’altra revisione che Arzeni doveva compiere, della tetralogia di Giuseppe e i suoi fratelli di Thomas Mann tradotta da Sacerdote, essa si presentava piuttosto ardua. A questo proposito, Bruno così scriveva ad Alberto Mondadori, commentando l’arte del tradurre:

Solo tre giorni fa ho ricevuto la traduzione e il testo del romanzo di Th[omas] Mann Joseph der Ernährer e del Castellio gegen Calvin di Stefan Zweig e solo oggi posso perciò rispondere alla Sua del 4 u. s.

Quanto al romanzo di Th[omas] Mann il lavoro che Lei mi propone non mi sembra purtroppo attuabile. La traduzione del compianto Sacerdote (ne ho esaminato attentamente trenta pagine di seguito e altre alla spicciolata) è bensì rispettosa dell’originale ma involuta, pesante, talora oserei dire perfino goffa e, comunque, quasi sempre d’ingrata lettura. Il già difficile testo, raffinatamente sottile nella lingua e nel pensiero, domanda ai suoi interpreti non solo una perfetta conoscenza del tedesco (e questa il Sacerdote senza dubbio possedeva) ma anche il coraggio e l’accorgimento di sacrificare uno scolastico concetto di “fedeltà” alle più sostanziali ragioni dello stile e dell’arte.

Ho provato a raffazzonare le prime pagine, ma il raffazzonamento finiva con l’assumer sempre proporzioni tali e i risultati erano così poco incoraggianti che dovevo smettere, e tradurre le pagine ex novo. Quello che io potrò onestamente fare sarà una normale revisione che corregga eventuali errori e omissioni (anche al traduttore più coscienzioso sfugge sempre qualcosa), snellisca qualche frase, tolga dissonanze, ripetizioni, improprietà ecc. Un lavoro cioè di semplice ritocco e non di “restauro”. Ella sa, del resto, che i restauri non riescono quasi mai bene e finiscono con lo scontentare un po’ tutti, non ultimo chi li fa… (FAAM 24.8.1948)

Nel momento in cui Arzeni inviava alla casa editrice Mondadori la revisione del Castellio gegen Calvin di Stefan Zweig tradotto da Albina Calenda (1945), Alberto Mondadori gli comunicava che, per il momento, una semplice revisione, con correzione di errori e omissioni della tetralogia di Giuseppe e i suoi fratelli di Thomas Mann, andava bene (FAAM 23.9.1948). Questa decisione, comprensibile visti gli impegni di pubblicazione della Mondadori, irritò notevolmente Bruno, poiché sperava di tradurre qualcuno dei grandi romanzi di Thomas Mann, come ebbe modo di comunicare a Lavinia Mazzucchetti. Ormai il rapporto con lei era diventato molto intenso, sempre più amichevole e di stima reciproca, tanto che ella stessa si autodefiniva la «mitica zia» della famiglia Arzeni e in particolare di Flavia Rosa, la figlia di Bruno, a cui inviava periodicamente dolci e giocattoli. Proprio in merito alla sofferta revisione della suddetta tetralogia, così le scriveva Arzeni:

per quanto vorrò affrettarmi andrà certo alla fine di febbraio, se non oltre; tanto più che quell’irrimediabile pasticcio Mann-Sacerdote non solo mi fa cattivo sangue, ma delude sempre i miei calcoli. Vero è che avevo messo prudentemente le mani avanti rifiutando un rimaneggiamento e impegnandomi solo a correggere gli errori e le più stridenti stonature. Ma quelli e queste sono tanti che taglia qua rammenda là sfila e ricuci si perde un tempo prezioso con risultati meschini – a tutto ciò non vorrei nemmeno con le semplici iniziali sottoscrivere poi una sola di queste pagine! Era una versione da rifare, non da correggere; come io avevo fatto ben intendere ad Alberto. Mah… egli ha preferito così ed io, nelle mie condizioni, non potevo rifiutare un lavoro che pur fruttandomi poco sarà pur qualche cosa. Ma poi non so perché Mondadori che traduce sempre questo o quel libro dal tedesco – sia pur di scienza o di politica – mi riserva solo questo… (22.1.1949)

Intanto, nel gennaio 1949 si concretizzava la ricerca di un lavoro per Helga, divenuta affannosa per le difficili condizioni economiche in cui versava la famigliola: la moglie di Bruno fu infatti assunta dal Consorzio antitubercolare con funzioni amministrative di vice-economo presso il Sanatorio di Macerata. Questo fatto portò un po’ di serenità nella famiglia Arzeni, che ora poteva guardare al futuro con più fiducia. Fu quindi necessario acquistare uno scooter per Helga, una Lambretta 125, che le permetteva di raggiungere il luogo di lavoro, distante alcuni chilometri. Così si vedeva sfrecciare per la città l’energica figura della «tedesca» una delle poche donne alla guida di un motoveicolola quale, a volte, portava con sé, per una breve passeggiata, anche Bruno e negli anni successivi pure i figli.

La primavera del 1949, oltre alla bella notizia del lavoro per Helga, portò a Bruno un altro risultato: la traduzione di qualcosa di più importante. Era solo questione di tempo, perché ormai egli aveva la completa fiducia e la stima di Alberto Mondadori, conquistate con il lavoro svolto fino a quel momento. Infatti, lo stesso Mondadori proponeva a Bruno due lavori: la traduzione del romanzo di Bruno Frank Die Tochter (Arzeni 1952a) e, soprattutto, la nuova traduzione della tetralogia biblica di Thomas Mann: «è mia intenzione di abbandonare la traduzione eseguita per i volumi della Medusa e di accogliere nell’Opera Omnia una versione nuova e integrale» della tetralogia; «questo lavoro… io Le affiderei volentieri per la fiducia che ho nelle Sue ottime capacità di traduttore» (FAAM 11.3.1949). Finalmente veniva offerto ad Arzeni un lavoro secondo le sue aspettative, che lo rese al momento molto felice e lo indusse ad accettare immediatamente la proposta.

Qualche mese dopo scriveva a sua volta ad Alberto Mondadori: «La signora Mazzucchetti mi scrive che fra non molto con il Dottor Faustus Ella inizierà la pubblicazione dell’Opera omnia del Mann. Per questa Sua iniziativa editoriale così degna, a cui son lieto di poter collaborare anch’io, Le faccio i più fervidi auguri» (FAAM 12.11.1949). Lo stesso Mondadori volle che Bruno stilasse l’introduzione al decimo volume dell’Opera omnia di Thomas Mann, quel Nobiltà dello spirito di cui abbiamo già parlato, dato che «la maggior parte di questi saggi sono stati tradotti da Lei» (FAAM 6.12.1949). Arzeni, mentre si apprestava a iniziare la traduzione di Giuseppe e i suoi fratelli, stava ultimando quella di due altri saggi di Mann, Ansprache im Goethejahr (Discorso per il bicentenario), per quello stesso volume, e Goethe und die Demokratie (Goethe e la democrazia) per l’undicesimo (FAAM 6.1.1950).

Mentre all’ospedale di Macerata, Helga, l’11 giugno 1950, dava alla luce un secondo bambino, Bruno, come in occasione della nascita della figlia, era confinato nella propria abitazione, perché le sue condizioni fisiche non gli permettevano di uscire, ma anche perché doveva evitare di stare a contatto con altre persone, in special modo neonati, per non rischiare di trasmettere loro la malattia che lo tormentava.

Così s’immergeva ancor più nella sua attività, dato che per le traduzioni era impegnato su più fronti. Stava ultimando, infatti, quella dei Wilhelm Meisters Wanderjahre goethiani per l’edizione sansoniana di Mazzucchetti (Arzeni 1951), e al contempo aveva iniziato a tradurre il primo volume della tetralogia di Thomas Mann, Die Geschichten Jaakobs. Relativamente alla prima traduzione, nell’Archivio Arzeni abbiamo rintracciato una lettera di Bruno indirizzata il 13 ottobre 1950 alla Direzione Editoriale Sansoni di Firenze, in cui scriveva:

Ho rispedito oggi, raccomandate, tutte le bozze (pagg. 599-1010) e il manoscritto degli Anni di viaggio di G. Meister di Goethe. […] Per una questione lascio poi decidere codesta Direzione editoriale. Il titolo dell’opera è stato da me tradotto Anni di viaggio, ma non senza esitanza, perché anche molte buone ragioni optavano per l’altro, certamente meno prosaico, di Anni di pellegrinaggio.

Ma ora penso se non era davvero meglio (come ho fatto per esempio nella traduzione dei Saggi critici di Thomas Mann dove questa opera è spesso citata) usar la parola pellegrinaggio. Ho chiesto parere alla signora Mazzucchetti ma non ho ancora risposta né voglio d’altronde ritardare la restituzione delle bozze. Perciò prego Loro, secondo il Loro giudizio e le esigenze e possibilità tipografiche – il titolo torna nella testata delle singole pagine e alcune volte nell’introduzione che per comodità di eventuale ricerca ho segnato in rosso. Se possibile io sarei per Anni di pellegrinaggio. Se l’avrò in tempo comunicherò il parere della signora Mazzucchetti.

Con i migliori auguri per questo quarto volume che coronerà (o ne verrà ancora un quinto?) la Loro nobile impresa goethiana mi credano, con cordiali saluti, il Loro Bruno Arzeni.

La «signora Mazzucchetti» era sempre al centro dei rapporti sia con la casa editrice Mondadori sia con la Sansoni; quasi sempre scriveva delle cartoline postali con cenni telegrafici, considerati i suoi in numerevoli impegni. Ma, nel tardo autunno del 1950, in una insolitamente lunghissima lettera scriveva ad Arzeni, tra le altre cose, dei suoi contatti con Toscanini e con Thomas Mann:

Le ho raccontato che questo agosto ho avuto il piacere di stare due ore e più privatissimamente in famiglia con Toscanini? Una grande gioia. Debbo dire una doppia gioia perché ritrovavo lui così poco guastato da Frau Welt e dalla celebrità, così caramente uguale a quello di tanti decenni fa. Sempre lontano da tutti e dentro nella sua musica e nel remoto passato, ma non egocentrico e non… malinconicamente, diciamo pure vanitoso come è, sia detto tra noi, il nostro grande Thomas; proprio quest’agosto ho veduto T. Mann la seconda volta il giorno dopo la visita sul Lago Maggiore al Maestro, e il contrasto è stato grande. Thomas trova ancora tempo per me, per invitarmi a colazione, perché la famiglia glielo permette e consiglia, e a suo modo forse vagamente ricorda chi io sia, ma è su un altro pianeta e non vede più nessuno e non capisce più nulla fuor che se stesso.

Poi, dopo aver comunicato a Bruno alcune sue cose molto personali, faceva anche il punto sulla pubblicazione delle Opere di Goethe in italiano, edita dalla Sansoni:

Caro Arzeni: mi permetta di non parlare stasera anche… del nostro Goethe e del nostro Mann. [Federico] Gentile mi scrisse che il volume V lo si farà, ma con comodo, ed io voglio prima chiarire la situazione finanziaria, se cioè mette a disposizione il necessario per i collaboratori. Intanto il vol. IV esce a… a Natale? Io ho finito per disinteressarmi delle bozze, perché come potrei io fare una revisione se non mi mandano bozze dopo i traduttori? Che Dio ce la mandi buona. Ma penso che il suo mutamento di Viaggio in Pellegrinaggio non sia stato accettato. T. Mann che non sarebbe mai potuto uscire a Natale, è fermo; e confesso: anche per colpa mia… (15.11.1950).

Alla fine di ottobre 1950 Arzeni spedì ad Alberto Mondadori la sua traduzione del primo volume della tetralogia manniana, dal titolo Le storie di Giacobbe, della cui riuscita era piuttosto soddisfatto. Inizialmente aveva avuto «qualche esitanza», ma la spinta fiduciosa di Mondadori lo aveva aiutato a superare ogni perplessità (FAAM 25.10.1950). Nel gennaio del 1951, però, incorse in uno spiacevole errore di traduzione, errore che ammetteva senza riserve alla Mazzucchetti. Infatti le scriveva:

quella che Lei chiama eufemisticamente disgrazia è un grossolano errore – ed è tutto mio. Paci [il filosofo Enzo Paci, autore dell’introduzione al volume] non c’entra, del resto due sRomano Ruffiniaggi da lui tradotti – Schopenhauer e Freud – furono ritradotti interamente da me e anche di quelli, mia è l’intera responsabilità. Solo per l’intima gentilezza e modestia e forse anche per attenuare un po’ l’amaro della spiacente scoperta Lei mi domanda se io sia persuaso della Sua interpretazione e che in caso contrario bisognerebbe sentire lo stesso Mann. Ma no, ma no, mia troppo buona Signora! Non c’è nulla da persuadere.

L’inconveniente non alterò i rapporti tra i due, anzi ne rafforzò la reciproca stima. Ne è testimonianza la seguente nota di Bruno alla Mazzucchetti:

Sa che Mondadori mi ha proposto di tradurre Der Erwählte? Ho accettato, pur con qualche esitanza; il termine da loro proposto – fine luglio – è troppo breve, ho detto per fine settembre. Non debbo vedere anche in questo inatteso incarico il Finger Gottes [dito di Dio], quel Finger Gottes di cui, per me, Lei è ormai, tradizionalmente, l’autorizzata rappresentante in terra? Grazie di tutto (FAAM 5.5.1951).

Il lavoro di traduzione a cui faceva cenno Arzeni era uno dei cosiddetti romanzi brevi di Thomas Mann, che riandava al tema della vita di Gregorio Magno e che nella versione italiana (Arzeni 1952b) prendeva il titolo L’Eletto. Arzeni, alla fine dell’estate 1951, consegnò alla Mondadori la difficile e complessa traduzione del romanzo, che era considerato «quasi intraducibile» anche dalla stessa Mazzucchetti; per la sua qualità il lavoro fu accolto dall’editore con molta soddisfazione. In un esemplare della prima edizione del romanzo, uscito nella collana Medusa, il 4 giugno 1952 Thomas Mann stesso volle scrivere la seguente dedica personale per Bruno Arzeni: An Bruno Arzeni, Möge seine Liebesmüh’ sich nicht als “Love’s Labour Lost” erweisen! [A Bruno Arzeni affinché le sue amorose fatiche non diventino “Pene d’amor perdute”!]. Si può facilmente intuire la gioia che la dedica personale di Thomas Mann aveva suscitato nell’Arzeni.

Successivamente, Emilio Castellani, nell’introduzione al quarto volume delle Opere di Mann, in cui il romanzo fu poi inserito, affermava che

L’Eletto (1951) che qui riappare nella versione di Bruno Arzeni, è il più lungo dei “romanzi brevi” thomasmanniani, ed è il più entusiasmante, inebriante, stupefacente “pastiche” uscito dalla mente di uno scrittore. Mai forse opera fu concepita e creata dal Nostro con tanto slancio d’inventività, con tanta felice baldanza stilistica, con tanta gioia di narrare. La famosa pagina d’apertura col concerto delle campane su Roma non è solo l’esaltazione dello “spirito del racconto”: è anche un cantico di grazie per la pace alfine ridiscesa sul mondo, per la serenità riconquistata dal tormentato spirito che nel Doctor Faustus aveva scandagliato gli abissi della barbarie moderna. L’èra degli incubi è finita (o, almeno, così è dato credere) e l’artista si rituffa con voluttà nel mondo delle leggende, certo di trovarvi, stavolta più che mai, quel refrigerio, quel nuovo impulso vitale necessario alla sua mente affaticata da troppe emozioni (Castellani 1955, XXXIII).

Dopo la pubblicazione dell’Eletto, nel mondo letterario l’apprezzamento per Arzeni come traduttore iniziò a consolidarsi e diffondersi. Patrizia Arzeni, la nota fotoreporter figlia di Bruno, ricorda che, molti anni dopo, Leonardo Sciasci non esitò a dirle che «i romanzi di Thomas Mann tradotti da Bruno Arzeni sono più espressivi nella versione italiana che in quella in lingua originale».

Verso la fine del 1951, Arzeni, mentre stava correggendo le bozze dell’Eletto, ebbe la richiesta da parte di Alberto Mondadori di scrivere anche la prefazione a quel quarto volume delle Opere, dedicata ai romanzi brevi di Thomas Mann. La malattia, però, stava compromettendo sempre più il suo organismo. Per questo motivo, Bruno, accortosi di non poter onorare quell’impegno ma conoscendo l’urgenza di pubblicare il volume, avvertì l’editore:

nel prometterLe giorni fa di scrivere una breve prefazione all’Eletto di Thomas Mann speravo che la forte influenza di cui ero colpito passasse presto. Ma si protrae ancora aggravandosi con complicazioni, tra cui certi penosi disturbi oculari e nervosi che praticamente mi impediscono anche lievi occupazioni. Mi dispiace quindi moltissimo di non poterLa più accontentare. Capisco d’altronde che l’uscita del libro non possa venire ritardata ulteriormente. Anche la semplice correzione delle bozze, che Le rinvio per raccomandata, era già a buon punto quando ricevetti la sua, ma si è poi dovuta trascinare anche più del previsto. Sia anzi così cortese di raccomandare agli altri revisori di confrontarle attentamente con le loro, caso mai mi fosse sfuggita qualche cosa (25.1.1952).

Arzeni poi si riprese e continuò la traduzione dei tre restanti volumi di Giuseppe e i suoi fratelli. Nel frattempo il rapporto con Lavinia Mazzucchetti spesso usciva dai confini professionali, per entrare nelle problematiche esistenziali del dolore, della morte e della vita, così fortemente sentite da Bruno. Forse la Mazzucchetti voleva trasmettergli il calore dell’amicizia e la condivisione delle sue condizioni di vita.

E ne aveva ben bisogno, anche perché in quel periodo Helga dette alla luce due gemelli, una femminuccia e un maschietto, a cui vennero imposti i nomi di Patrizia e Claudio. Quest’ultimo, però, dopo poco tempo si ammalò e morì, gettando entrambi i genitori in un profondo dolore. Così Arzeni s’immerse nel lavoro. Aveva terminato con grande fatica – tenuto conto delle sue vicende familiari e delle condizioni fisiche – la traduzione di tutti e quattro i volumi di Joseph und seine Brüder: Le storie di Giacobbe (Die Geschichten Jaakobs), Il giovane Giuseppe (Der Junge Joseph), Giuseppe in Egitto (Joseph in Ägypten) e Giuseppe il nutritore (Joseph der Ernährer).

Alberto Mondadori e Lavinia Mazzucchetti avevano chiesto ad Arzeni di preparare anche un’introduzione ai due volumi della tetralogia manniana. Bruno, con le estreme energie, ne stilò una bozza e la inviò alla Mazzucchetti scrivendole, «nella sua tormentosa incontentabilità», che voleva «ancora sfrondare e rielaborare» il testo dell’introduzione richiesta.

Con Sergio e Flavia

Ma l’opera demolitrice della tisi era ormai alla fine, le ultime resistenze caddero come pure le sue forze. Bruno Arzeni, letteralmente consumato dalla malattia, di schianto, moriva la mattina del 3 aprile 1954, senza aver potuto completare, come avrebbe voluto, l’introduzione al romanzo di Thomas Mann, che la Mazzucchetti provvide a pubblicare postumo, premettendovi il commosso omaggio al «modesto traduttore» di cui abbiamo in esordio citato alcune parole.

Conclusione

In quella premessa alla grande impresa arzeniana, scritta quindi poco tempo dopo la scomparsa del letterato marchigiano, Lavinia Mazzucchetti, oltre al ricordo affettuoso dell’amico e soprattutto del “mediatore”– motivato dal rapporto e dagli approfondimenti con lui condivisi sull’«ars minor» del traduttore – volle toccare una questione chiave del lavoro di Arzeni: la relazione tra il testo dell’autore e la fatica del traduttore e in generale della traduzione.

Bruno Arzeni, scriveva Mazzucchetti, aveva assunto «con piena dedizione il lungo compito di ricalcare il romanzo mitico di Giuseppe, sempre più addentrandosi intanto nell’acuta conoscenza e nella profonda, se anche sempre vigilata e serena, ammirazione del grande scrittore e pensatore».

Il tormento del “mediatore” è sempre quello di trovare una soluzione armonica tra l’essere fedele alla lettera del testo da tradurre e l’essere fedele allo spirito di chi l’ha scritto. C’è, inevitabilmente, un incontro tra lo stile dello scrittore e quello proprio del traduttore, un ripercorrere o un ricalcare – come afferma Mazzucchetti – l’atto creativo dell’autore e in qualche modo riviverlo, ri-generandolo con una diversa forma espressiva, così da permettere al lettore di altra lingua di comprenderne il vero senso, senza tradire l’anima dell’autore. Arzeni sosteneva la necessità di avere il «coraggio e l’accorgimento di sacrificare uno scolastico concetto di “fedeltà” al testo da tradurre, alle più sostanziali ragioni dello stile e dell’arte» (FAAM 24.8.1948).

Infatti il lavoro del traduttore non può essere soltanto quello della fredda decodifica del testo originale, appunto del solo ricalco, ma dovrebbe essere – così era per Arzeni – immersione nel mondo del creatore di un’opera, nei documenti che lo riguardano, nei materiali utilizzati per comporre l’opera stessa; strumenti, questi, che permettono al traduttore di comprendere anche il percorso compiuto dall’autore, in modo da poterlo ri-esprimere con varie parole nel nuovo linguaggio.

Bruno, infatti, scriveva acutamente – nell’introduzione a Giuseppe e i suoi fratelli – che ad ogni romanzo di Thomas Mann «si aggiunge, come per il Doktor Faustus, un “romanzo del romanzo”, la storia cioè della sua composizione, talora quasi più interessante dell’opera medesima» (Arzeni 1954b, XVIII). E proprio questa immersione nel lavoro dell’autore gli permetteva oltretutto di dare sfumature e rilievi – altrimenti non possibili – al lavoro di traduzione. E ciò in Arzeni provocava finanche una profonda gioia relazionale, da lui confidata nella stessa introduzione, aggiungendo: «È sempre uno dei piaceri più raffinati mettere il naso dietro le quinte, aver l’impressione di cogliere un segreto, sorprendere lo scrittore nell’intimità del suo lavoro, vedere le origini di un’opera».

Fonti

Fondi archivistici

AHA: Archivio privato Helga Arzeni, San Casciano (Firenze)

ASE: Archivio privato Siriano Evangelisti, Macerata

BCM 1932: Biblioteca Comunale Macerata, Bruno Arzeni, Introduzione alla lirica di F. Hölderlin, 1932/XI, manoscritto n. 807/1

BCM 1946-47: Biblioteca Comunale Macerata, Bruno Arzeni, Diario. A Flavia Rosa, 1946-1947, manoscritto n. 1378/3

BCM Goethe: Johann Wolfgang Goethe, Massime e riflessioni. Pensieri in prosa, scelta e traduzioni di Bruno Arzeni, manoscritto n. 1482

FAAM: Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori (Milano), Archivio storico Saggiatore, fascicolo Bruno Arzeni

Bibliografia

Antonello 2015: «Come il cavaliere sul lago di Costanza». Lavinia Mazzucchetti e la cultura tedesca in Italia, a cura di Anna Antonello, Milano, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori

Arzeni 1945: Giacomo e Guglielmo Carlo Grimm, La fonte d’oro, traduzione e postfazione di Bruno Arzeni, Roma, Daniel (scelta da Jacob Ludwig e Wilhelm Karl Grimm, Kinder- und Hausmärchenletteralmente «Fiabe per bimbi e domestiche» -, 1812-1858)

– 1948: Johann Wolfgang Goethe, Viaggi nella Svizzera, in Johann Wolfgang Goethe, Opere, a cura di Lavinia Mazzucchetti, vol. II, Firenze, Sansoni, pp. 1257-1309 (versione di Bruno Arzeni, con una sua Nota introduttiva – pp. 1253-1255 – da un’edizione non dichiarata)

– 1949: Johann Wolfgang Goethe, Noviziato di Guglielmo Meister, in Johann Wolfgang Goethe, Opere cit., vol. III, Firenze, Sansoni, pp. 313-892 (versione di Bruno Arzeni, con una sua Nota introduttiva – pp. 315-317 – da Johann Wolfgang Goethe, Wilhelm Meisters Lehrjahre, 1796)

– 1951: Johann Wolfgang Goethe, Anni di pellegrinaggio di Guglielmo Meister, in Opere cit., vol. IV, Firenze, Sansoni, 1951, pp. 599-1009 (traduzione di Bruno Arzeni, con una sua Nota introduttiva – pp. 600-604 – da Wilhelm Meisters Wanderjahre, 1822)

– 1952a: Bruno Frank, La figlia, Milano, Mondadori (traduzione di Bruno Arzeni da Bruno Frank, Die Tochter. Roman, México, El Libro Libre, 1943)

– 1952b: Thomas Mann, L’Eletto, traduzione di Bruno Arzeni, Milano, Mondadori (da Thomas Mann, Der Erwählte, Frankfurt a.M., Fischer, 1951)

– 1954: Bruno Arzeni, Introduzione a Giuseppe e i suoi fratelli, in Tutte le opere di Thomas Mann», a cura di Lavinia Mazzucchetti, vol. VI, Milano, pp. XVII-XXXV

– 1955: L’Eletto, in Tutte le opere di Thomas Mann, a cura di Lavinia Mazzucchetti, vol. IV, Milano, Mondadori, 1951, introduzione di Emilio Castellani, traduzione di Bruno Arzeni (da Der Erwählte, Frankfurt a.M., Fischer, 1951): vedi Arzeni 1952b

Arzeni, Jakob 1937: Luigi Pirandello, Die Pein des Alltags u. a. Novellen, ausgewählten und hrsg. von Bruno Arzeni, ins Deutsche übertragen von Bruno Arzeni und Dora Jacob (letteralmente: La pena quotidiana e altre novelle, scelte e curate da Bruno Arzeni, tradotte in tedesco da Bruno Arzeni e Dora Jakob)

Arzeni, Mazzucchetti 1956: Thomas Mann, Nobiltà dello spirito, in Tutte le opere di Thomas Mann, a cura di Lavinia Mazzucchetti, vol. X, Milano, Mondadori (traduzione di Bruno Arzeni e Lavinia Mazzucchetti da Thomas Mann, Adel des Geistes, Stockholm, Bermann-Fischer, 1945)

Arzeni, Tecchi 1949: Conversazioni di emigrati tedeschi, in Johann Wolfgang Goethe, in Opere cit., vol. III, Firenze, Sansoni, pp. 203-312 (versione di Bruno Arzeni e Bonaventura Tecchi, con una Nota introduttiva di B.A. – pp. 201-202 -, da Unterhaltungen deutscher Ausgewanderten, 1795)

Benocci 2007: Carla Benocci, Villa Sciarra-Wurts sul Gianicolo. Da residenza aristocratica a sede dell’Istituto Italiano di Studi Germanici, Roma, Artemide

Calenda 1945: Stefan Zweig, Castellio contro Calvino, ovvero Una coscienza contro la forza, Napoli, Fiorentino (trad. di Albina Calenda da Stefan Zweig, Castellio gegen Calvin, oder Ein Gewissen gegen die Gewalt, Wien 1936)

Cases, Ciaffi 1947: Hermann Rauschning, La rivoluzione del nichilismo. Apparenze e realtà del Terzo Reich, Milano, Mondadori (traduzione di Cesare Cases e Mario Ciaffi da Hermann Rauschning, Die Revolution des Nihilismus. Kulisse und Wirklichkeit im Dritten Reich, Europa Verlag, Zürich-New York 1938)

Castellani 1955: Introduzione a Thomas Mann, Romanzi brevi (traduzioni di Bruno Arzeni, Emilio Castellani, Lavinia Mazzucchetti, Mario Merlini, Ervino Pocar, Giorgio Zampa), in Tutte le opere di Thomas Mann, a cura di Lavinia Mazzucchetti, vol. IV, Milano, pp. XVII-XXXVI

Costanzi 1946: Franz Werfel, Bernadette, con 12 illustrazioni di Salvatore Fiume; unica traduzione autorizzata dal tedesco di Remo Costanzi, Milano, Mondadori (da Franz Werfel, Das Lied von Bernadette, London, Hamilton 1941)

Gabetti 1998: Lorenzo Gabetti, Gabetti, Giuseppe, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto della enciclopedia italiana, vol. LI, ad vocem Gabetti, Giuseppe

Limentani 1950: Stefan Zweig, Incontri e amicizie, Milano, Mondadori, 1950 (traduzione di Anita Limentani da Stefan Zweig, Begegnungen mit Menschen, Büchern, Städten, Wien, Reichner, 1937)

Mazzucchetti 1954: Lavinia Mazzucchetti, premessa senza titolo ad Arzeni 1954b, pp. XV-XVI

Rho 1948: Franz Kafka, Il castello, unica traduzione autorizzata dal tedesco di Anita Rho; prefazione di Remo Cantoni; con otto illustrazioni di Mario Laboccetta, Milano, Mondadori, 1948 (da Franz Kafka, Das Schloss, München, Kurt Wolff, 1926)

Ruffini 2008: Romano Ruffini, Tu mi tiri fuori dalla mia tana con una violenza d’amore. Biografia di Bruno Arzeni, Macerata, Pollenza – Tip. S. Giuseppe, 2008

Steinmeyer s.d.: Helga Steinmeyer, I fiori della sorte, Corridonia

Uhlig 1941: Karl Uhlig, Mussolinis deutsche Studien, Leipzig, Fischer (la traduzione di Arzeni non risulta pubblicata)