Numero 14 (primavera 2018) | Strumenti

La recensione / 2 – Elogio della provvisorietà

di Franco Nasi

A proposito di: Emilio Mattioli, Il problema del tradurre (1965-2005), a cura di Antonio Lavieri, Modena, Mucchi editore, 2017, pp. 200, € 15,00

Sarebbe comodo poter dire: si deve tradurre così, ma c’è una confusione di piani, quando si introduce in àmbito letterario la precettistica propria della grammatica. Inevitabilmente l’imposizione di un metodo risulta riduttiva, semplifica un problema complesso, ignora la storia. Il problema che si pone è quello di arrivare ad ammettere la pluralità dei metodi, senza cadere in un giustificazionismo illimitato, in un relativismo privo di rigore (pp. 172-73).

È un passo dal tono colloquiale, apparentemente semplice, ma a ben guardare ricco di implicazioni e di allusioni, ripreso da un libro denso e sollecitante che ripropone dieci saggi scritti fra il 1965 e il 2005 da Emilio Mattioli (1933-2007), uno dei più importanti teorici della traduzione letteraria in Italia nel secondo Novecento. Il problema del tradurre raccoglie per la prima volta gli scritti principali sulla traduttologia che Mattioli ha pubblicato nel corso di quarant’anni, in atti di convegni, in volumi collettanei o su riviste, come «il Verri» o «Testo a fronte», da lui stesso fondata assieme a Franco Buffoni e Allen Mandelbaum nel 1989. Il libro vuole essere un omaggio reso da Lavieri, che firma l’introduzione, e da Franco Buffoni, che scrive una riconoscente postfazione, a un maestro, a dieci anni dalla scomparsa, ma è anche un prezioso strumento offerto a chi si occupa delle questioni legate all’atto del tradurre. Si potranno trovare in questo agile volume risposte “scomode” a molti nodi che, non di rado, si è preteso di sciogliere sbrigativamente. I saggi sono accomunati infatti da un ricorrente invito a dubitare di luoghi comuni e presupposti infondati che troppo spesso stanno alla base di pratiche e di elaborazioni teoriche sul tradurre. È un invito che coincide con l’assunzione di un metodo fenomenologico, critico e non dogmatico, che Mattioli riprende dal pensiero filosofico di Antonio Banfi, attraverso l’insegnamento di Luciano Anceschi, e che applica al campo della traduzione. Forte di quel metodo aperto e sistematico, ma non sistemico, Mattioli si confronta con acribia e curiosità con la disciplina che significativamente preferisce chiamare «traduttologia» o Übersetzungswissenschaft anziché Translation Studies (mostrando così una maggiore affinità alla ricerca in ambito franco-tedesco rispetto a quello anglo-sassone) e che, a suo avviso, ha il suo atto di nascita nella pubblicazione, nel 1963, di Les problèmes théoriques de la traduction di Georges Mounin e i suoi teorici più interessanti in Nida, Catford, Steiner, Meschonnic, Apel, Wills, Ladmiral, Etkind e poi Berman, Ricœur, Venuti…

«Sarebbe comodo poter dire…», l’incipit della frase citata in apertura ha il tono del rimbrotto, un po’ spazientito, di chi, avendo indagato con rigore il campo anche con gli strumenti puntuali del filologo e del classicista, e avendone esperito la complessità, non può accettare che i problemi siano risolti con proposte riduttive e precetti definitivi come «la poesia non si può tradurre» o «la poesia si traduce solo con la poesia» o «l’unico vero modo di tradurre è quello che si mantiene saldo al testo fonte e forza la lingua di arrivo verso quella di partenza» o «tutte le traduzioni invecchiano» ecc.

In quella citazione ci sono spie linguistiche che segnalano il tipo di approccio di Mattioli alla traduzione letteraria. Innanzitutto questa attività è vista come un problema complesso; è un’attività che si trasforma nel tempo, che vive in una dimensione storica e in quella dimensione acquista un significato particolare; è un’attività che non può essere svolta applicando meccanicamente una precettistica stabilita a priori, e che ammette invece diversi modi di operare, ma che pur nella apertura deve essere condotta con rigore e consapevolezza.

Questi assunti, ormai condivisi da quasi tutti i più recenti studi sulla traduzione, trovano tuttavia ancora numerosi oppositori se si considera la marginalità che gli studi sulla traduzione e la stessa pratica della traduzione hanno nei concorsi accademici ovvero nell’ambito della ricerca scientifica. Lawrence Venuti, in un recente interessante reader sull’insegnamento della traduzione (Teaching Translation. Programs, Courses, Pedagogies, ed. by L. Venuti, Routledge, London, 2017), sottolinea che spesso i corsi di traduzione a livello universitario sono affidati a docenti che non hanno pratica diretta di traduzione, e che le valutazioni delle traduzioni nei concorsi universitari sono ininfluenti. Venuti fa riferimento principalmente al mondo anglosassone; della situazione in Italia non parla, né vogliamo farlo noi, qui, ora. È più utile riportare la considerazione che Venuti ricava da questa osservazione sul campo, e cioè che questo modo di sottovalutare la traduzione muove da un model or paradigm of translation (modello o paradigma della traduzione), che Venuti chiama instrumental model (modello strumentale), in which translation is seen as the reproduction or transfer of an invariant that is contained in or caused by the source text, whether its form, its meaning, or its effect (p. 6: nel quale la traduzione è vista come la riproduzione o trasferimento di un invariante che è contenuto nel testo fonte o è causato da esso, qualunque sia la forma, il significato, o l’effetto – traduzione mia).

Questa nozione di un “invariante” che deve essere trasferito da un testo A ad un testo B nell’atto della traduzione, e la cui “presenza” garantirebbe della bontà ed efficacia dell’atto di trasferimento, è ciò che Mattioli mette in discussione già con il saggio Introduzione al problema del tradurre, del 1965, che apre il libro curato da Lavieri. Sostituire «alla domanda di tipo metafisico la domanda di tipo fenomenologico» – cioè anziché chiedersi «Che cos’è la traduzione» interrogarsi su «Come si traduce» e «Che senso ha il tradurre» (p. 53) – significa mettere tra parentesi l’interrogazione sull’essenza del testo da tradurre, l’invariante di quel testo, e comprenderlo piuttosto nella sua complessità, così come nella sua complessità e trasformazione nella storia va visto e considerato l’atto stesso del tradurre. Questo modo di impostare il problema o, come scrive Mattioli, «l’abitudine del sospetto di fronte alle teorizzazioni che restringono l’orizzonte della comprensione» (p. 66) porta con sé la necessità di togliere la riflessione sulla traduzione all’egemonia della linguistica o della semiotica o di discipline prese singolarmente:

Emerge con chiarezza dal dibattito in corso che diventa sempre meno possibile compiere operazioni riduttive sul tradurre, sia cercando di ricondurre il problema nell’ambito di una sola disciplina: linguistica, estetica, ermeneutica, teoria della letteratura ecc., sia semplificando il problema stesso. La traduzione sembra proprio essere uno di quegli argomenti che comportano una diversa organizzazione del sapere rispetto alla tradizione (p. 125).

L’affermazione, formulata in un saggio del 1989, non è di poco conto e mette in evidenza la natura particolarissima dell’atto traduttivo e della riflessione sull’atto stesso che non può che essere interdisciplinare o, forse meglio, come dicono Stefano Arduini e Siri Nergaard, transdisciplinare (Translation. A New Paradigm, in «Translation», 2011, p. 8). Interessanti sono in questo senso le critiche che puntualmente Mattioli avanza nei confronti di quegli studi che affrontano il problema del tradurre da un’ottica unica, a cominciare dall’approccio linguistico di Mounin o di Jakobson, a quello semiotico di Umberto Eco (una dura recensione a Dire quasi la stessa cosa si può leggere in un altro volume “appassionato” e “impegnato” di Mattioli intitolato L’etica del tradurre, Mucchi, 2009), a quello ermeneutico di Gadamer.

Al pensiero del filosofo tedesco sulla traduzione è dedicato il settimo saggio Poetica ed ermeneutica della traduzione. Qui Mattioli mette in discussione l’affermazione di Gadamer, ripresa da Verità e metodo (Bompiani, 199711, traduzione di Gianni Vattimo da Wahrheit und Methode, Tübingen, Mohr 19907), secondo cui

La traduzione, come ogni interpretazione, è una chiarificazione enfatizzante. Chi traduce deve assumersi la responsabilità di tale enfatizzazione. Non può lasciare in sospeso nulla che non gli sia chiaro. Deve decidere il senso di ogni sfumatura. Ci sono casi limite nei quali anche nell’originale (per il lettore “originario”) c’è qualcosa di oscuro. Ma proprio in questi casi limite viene in luce piena la necessità di decidere a cui l’interprete non può sfuggire. Deve rassegnarsi, e dire chiaramente come intende anche queste parti oscure del testo (Gadamer 1997, 444).

Che la traduzione debba muoversi all’interno di un orizzonte di comprensione è evidente, che il traduttore debba poi operare delle scelte è altrettanto ovvio, ma il punto che Mattioli non può condividere è la normatività dell’indicazione di Gadamer, e cioè che la traduzione debba chiarificare interpretando. E la critica è sia metodologica in senso lato, sia fondata su motivazioni di tipo storico-letterario. Da sempre, ma in particolare nella modernità, la poesia ha perseguito anche intenzionalmente l’ambiguità del testo come valore estetico (basti pensare a Mallarmé). La traduzione non ha il compito di chiarire le ambiguità di un testo, le sue oscurità. Agire in questo modo significherebbe annullare una delle peculiarità di un’opera, non considerare le mutazioni delle istituzioni letterarie e delle poetiche nella storia. Mattioli trova una risposta all’approccio ermeneutico di Gadamer nella nozione del Movimento del linguaggio (Sprachbewegung, 1982) di Friedmar Apel (da lui tradotto insieme con Riccarda Novello per Marcos y Marcos, 1997). Scrive Mattioli che la posizione di Gadamer:

ha come presupposto che la comprensione di un testo originale possa esistere al di fuori dell’oggettivazione linguistica e cioè Gadamer presuppone una separazione fra pensiero ed espressione; analogo rilievo muove Apel all’autore di Verità e metodo per il fatto che Gadamer, parlando della traduzione, sembra presupporre una continuità della storia al di là di ciò che viene concepito come storia del medium del linguaggio (p. 151).

Abbiamo indugiato sul rapporto ermeneutica-traduttologia perché è emblematico del modo di affrontare il problema del tradurre da parte di Mattioli: la storia della letteratura, delle sue istituzioni, così come la soggettività del traduttore, la sua poetica, che interagisce in modo determinante «sono sempre in gioco nel processo traduttivo e ne impediscono ogni riduzionismo» (p. 151).

Così i capitoli sulla Traduzione come genere letterario, Storia della traduzione e poetiche del tradurre, La traduzione letteraria come rapporto fra poetiche, Intertestualità e traduzione portano al centro della discussione la dimensione storica e soggettiva dell’atto del tradurre, la sua infinita rivedibilità e provvisorietà nel movimento incessante del linguaggio e della vita. Nell’arco di più di quarant’anni di ricerca scrupolosa e appassionata, così ben documentata dal libro qui sommariamente presentato, la traduzione e l’atto di riflessione sul tradurre si caricano di responsabilità che vanno ben oltre il mero passaggio di una comunicazione da una lingua a un’altra. Questa dimensione filosofica (etica, estetica), esistenziale, del tradurre è mirabilmente esposta in un passo del 2004, che per la sua chiarezza, essenzialità e naturalezza è anche esempio di uno stile espositivo e di pensiero di cui si sente la mancanza:

Questo a me sembra l’esito (attualmente) più accettabile del dibattito sulla traduzione letteraria, esito ovviamente non definitivo, ma probabilmente gli esiti definitivi in questo àmbito non si danno, come non si danno in generale nell’estetica e nell’arte. Imparare a convivere con la provvisorietà non è una rinuncia, ma una conquista, significa infatti riconoscere alla traduzione una partecipazione profonda e una funzione nell’ambito della vita dell’arte e aprirsi a una comprensione non pregiudicata di questa attività, la cui centralità è fortemente presente nella coscienza culturale del nostro tempo tanto da configurarsi come un punto di riferimento per il riassestamento dei saperi. La riflessione sulla tradizione traduttiva è un compito importante della cultura contemporanea, scoprire come l’altro è stato ascoltato, come è risuonata la voce degli antichi nel corso dei secoli è importante anche per capire l’altro del nostro tempo, la distanza temporale e quella spaziale sono gli assi lungo i quali la differenza si inserisce nel processo traduttivo.
L’ascolto dell’altro ci sembra diventare più duttile, più euristico, più creativo, quando avvenga in un rapporto di poetiche (p. 181).