Numero 14 (primavera 2018) | Quinte di copertina

L’arte di ricostruire un mondo

di Marco Fumian

curatore di Yan Lianke, Il podestà Liu e altri racconti, Roma, Asiasphere, 2017

Il traduttore, idealmente, è colui che siede là dove si incontrano l’antropologia, la filologia, e la poesia. Antropologia, perché il testo letterario è sempre un mondo in miniatura, un mondo sociale fatto di oggetti, luoghi, costumi e relazioni, i cui reticoli di significati il traduttore ha il compito di decifrare. Filologia, perché questo mondo è un edificio fatto di parole, un’architettura costruita di fonemi, morfemi e sintassi irripetibili che il traduttore deve tenacemente smontare e rimontare. Poesia, perché le parole, nel testo letterario, servono a creare delle immagini: e se il traduttore, privo di slancio poietico, rimane fedele alle parole, ma non alle immagini che ha visto, be’, allora anche il lettore avrà ben poco da vedere.

Oggi, naturalmente, per il traduttore è difficile essere tutto questo. Lavora per una committenza, seguendo gli “ordini” del mercato editoriale: dall’agente all’editore, tramite la traduzione, ecco che, in meno di un anno, il libro è pronto, scritto in un italiano magari assai curato, ma sempre un po’ addomesticato. Ciò che spesso manca, o comunque appare edulcorata, è la ricostruzione antropologica, filologica e poetica del mondo dell’autore, specie quando a essere tradotti sono quei mondi culturali, linguistici e letterari assai distanti, come nel caso della Cina.

Ho deciso di tradurre Yan Lianke, più o meno tre anni fa, perché volevo appunto fare questo: presentare in italiano il mondo di un autore cinese che trovavo estremamente significativo, attraverso una traduzione “densa”, che catturasse nella sua rete quanti più significati possibili. Per questo, innanzitutto, avevo deciso di tradurre dei racconti. Se infatti il romanzo, è sottomesso alle esigenze del ritmo narrativo, al quale è sacrificata talvolta l’esattezza del dettaglio, la novella, viceversa, fa del dettaglio la sua cifra. Insieme con lo stesso Yan Lianke abbiamo scelto una rosa di novelle che potessero rappresentare in modo significativo la sua poetica. Il mio progetto prevedeva anche una postfazione che fornisse al lettore le coordinate per muoversi con consapevolezza fra le pagine del libro.

Ancora non era venuto il momento di scrivere, però, perché per farlo dovevo prima calarmi nel mondo dell’autore. Così, dato che Yan Lianke parla prevalentemente della Cina rurale, di cui racconta le sofferenze nell’epoca della modernizzazione post-socialista, ho compiuto per prima cosa una ricerca sul campo, visitando alcuni villaggi nella zona di cui l’autore è originario, nella provincia dello Henan. Queste visite, assieme alla lettura di alcuni studi storici e sociologici sulla Cina rurale, hanno enormemente giovato all’esattezza delle descrizioni, dato che mi hanno consentito da un lato di “vedere” la topografia di Yan Lianke, dall’altro di comprendere meglio le dinamiche psicoculturali del suo mondo. Quindi ho letto vari romanzi dell’autore, per familiarizzarmi con i suoi temi ricorrenti e i tratti più salienti del suo stile. Yan Lianke, come ho già scritto altrove, si è inventato una lingua tutta sua, un cinese da un lato “dialettale” – le parlate locali dei contadini -, dall’altro “modernista”, che altera deliberatamente i codici standard della lingua per creare effetti stranianti tesi a svelare le assurdità della realtà sociale. Per cogliere quell’idioletto, avevo pensato inizialmente di ricorrere a un italiano vernacolare, punteggiato qua e là di regionalismi e qua e là deformato da curvature moderniste, e avevo così cercato ispirazione soprattutto in vecchie opere veriste. Alla fine, paradossalmente, l’ispirazione è venuta leggendo ina vecchia traduzione di Gogol’, che suggeriva non poche risonanze con il tono a tratti burlesco e a tratti cupo di Yan Lianke. Solo allora è cominciata la scrittura, che è potuta avvenire, a questo punto, nella massima libertà. La libertà creativa, per il traduttore, deve essere infatti massima, ma solo se direttamente proporzionale al rigore con cui ha osservato e interpretato il mondo del suo autore.