Numero 14 (primavera 2018) | Pratiche

Tradurre la punteggiatura: un primo tentativo

LA VIRGOLA E LA LINEETTA, DUE CASI PARADIGMATICI FRA INGLESE E ITALIANO

di Marco Brambilla

Comprendere i meccanismi linguistici che stanno alla base dell’uso della punteggiatura ha una grande importanza in traduzione. Capire come un testo utilizza i segni di interpunzione è necessario per cogliere le sfumature semantiche della lingua, e per rendere in traduzione un testo quanto più rispettoso dell’originale e fedele alle strategie traduttive adottate. Questo articolo cercherà di far luce su una questione che non potrà certo essere risolta proponendo una soluzione univoca: quali metodi utilizzare per tradurre la punteggiatura quando si vuole rendere in italiano un originale inglese? Talvolta la resa in L1 (la lingua del testo originale) del sistema d’interpunzione di una L2 (la lingua del testo in traduziione), o viceversa, riserva delle difficoltà: benché la maggior parte dei segni possa essere trasposta senza grandi complicazioni da un sistema linguistico all’altro, in quanto le sue funzioni testuali non variano nel passaggio interlinguistico, la virgola e la lineetta (i due segni grafici sui quali si concentrerà la nostra attenzione) obbligano spesso il traduttore a staccare la penna dal foglio (o le dita dalla tastiera) per riflettere sul loro significato esatto e le conseguenti implicazioni traduttive.

In questo articolo s’intendono dunque fornire alcuni spunti di riflessione sulle possibili scelte da operare nel caso in cui ci si trovasse di fronte a segni di non immediata codificazione (come nel caso della virgola) o che non sono così frequenti in italiano quanto lo sono in inglese (come nel caso della lineetta). Per far ciò si prenderà in esame la traduzione da me curata di alcuni brani tratti da articoli di Charles Dickens pubblicati nel 1846 in favore dell’abolizione della pena di morte; l’esercizio è stato utile a comprendere come poter far dialogare due sistemi linguistici dalle caratteristiche spesso differenti.

Sulla scorta di David Crystal (2016) e Simone Fornara (2010), due importanti saggi sulla storia della punteggiatura nelle due lingue di nostro interesse, si apprende che un sistema interpuntivo ha almeno due funzioni principali: una funzione prosodica e una funzione logico-sintattica. Lo scopo principale della funzione prosodica è quello di aiutare la lettura ad alta voce, fornendo al lettore uno strumento per affrontare più facilmente la recitazione di un testo. Essa è quella che immediatamente «viene legata al concetto di pausa del respiro» (Fornara 2010, 29). Tuttavia, come suggerisce lo stesso Fornara, è bene tenere presente che la punteggiatura non è stata concepita per aiutare la lettura ad alta voce: tutte le lingue antiche, dal latino all’Old English, venivano lette ad alta voce in scriptio continua, e oratori come Cicerone guardavano con superiore indifferenza all’introduzione di segni d’interpunzione (per una trattazione storica più ampia si consultino il già citato Crystal 2016 e Mortara Garavelli 2008). Pertanto, è probabile che la funzione prosodica non sia che una conseguenza della seconda. È infatti merito della funzione logico-sintattica se un lettore è in grado di capire l’organizzazione logica di un testo, di individuarne le varie proposizioni, di coglierne il senso globale e quindi fermarsi quando esso lo richiede. Una lingua come il tedesco, ad esempio, sfrutta appieno la funzione logico-sintattica della virgola, il cui uso è obbligatorio nell’introdurre le subordinate.

1. La virgola

In inglese la virgola assume un ruolo centrale quando si tratta di distinguere tra defining e non-defining relative clauses (proposizioni relative restrittive e non). Incubo di molti studenti, la differenza è presto spiegata: se le defining sono indispensabili per comprendere la frase, le non-defining non lo sono (e il non– anteposto dovrebbe essere eloquente a riguardo). Consideriamo questi due esempi tratti da Dickens 1846 (qui e in seguito metterò in evidenza gli elementi esemplari ricorrendo al contrasto tondo/corsivo e chiaro/grassetto, che non è presente nel testo originale):

1. I want to know why so much sympathy is expended on the man who kills another in the vehemence of his own bad passions, and why the man who kills him in the name of the law is shunned and fled from?

2. His testimony is extremely valuable, because it is the evidence of an educated and observing man, who […] was quite satisfied that the Punishment of Death should continue.

La differenza è evidente: se nella prima frase la relativa scomparisse, nessuno capirebbe nulla: la proposizione rimarrebbe sospesa nel vuoto dell’incertezza: quale uomo? Nella seconda, invece, anche se si omettesse la relativa, l’informazione principale verrebbe lo stesso colta: la testimonianza è valida in quanto proviene da un uomo istruito. In questo caso, italiano e inglese funzionano alla stessa maniera: anche la nostra lingua prevede relative restrittive e appositive in base alla valenza semantica contestuale della relativa stessa. In traduzione si può optare per una soluzione del tipo:

1. Voglio capire come mai tanta compassione è espressa per l’uomo che ne uccide un altro nell’impeto delle sue malvagie pulsioni, mentre colui che esegue una sentenza capitale nel nome della legge è evitato e rifuggito.

2. La sua testimonianza è estremamente preziosa perché resa da un uomo colto e rispettabile, che […] si era schierato piuttosto a favore del mantenimento della Pena di Morte (traduzione mia).

Ad ogni modo, è importante notare che, se in inglese la virgola è d’obbligo in testa alle non-defining relative clauses, in italiano questa può essere omessa. Il suo solo scopo è quello di far notare, attraverso le variazioni del tono di voce, che l’informazione che si sta dando non è altro che aggiuntiva e accessoria.

La virgola, come dice Crystal (2016, 230), mostra una forte vicinanza semantica tra due proposizioni. Questa vicinanza la si nota ancora in un altro brano dell’autore vittoriano:

Upon the second question, whether an irrevocable punishment be, on principle, justifiable; ordained, as it necessarily is, by men of fallible judgment, whose powers of arriving at the truth are limited, and in whom there is the capacity of mistake and false deduction; upon this question alone, I submit that a firm and efficient stand may be made against the punishment of Death.

In traduzione si ha:

Circa la seconda questione, se una punizione irrevocabile possa per principio essere giustificabile e decretata, come è necessario che sia, da uomini dal giudizio fallibile, la cui possibilità di giungere alla verità risultano limitate e nelle quali dimorano la possibilità d’errore e di falsa deduzione; circa questa sola questione sostengo che una posizione ferma e coscienziosa possa essere presa contro la pena di Morte (traduzione mia).

Si vede quindi come una virgola – e nel secondo caso anche un punto e virgola, segno d’interpunzione che, stando a Crystal (2016, 231), sancisce una connessione stretta, ma non tanto quanto la virgola, tra proposizioni separate – unisce due momenti distinti di una frase, che però sono accomunati dalla stessa importanza semantica nel discorso: nel nostro caso, la «seconda questione» citata all’inizio è proprio quella spiegata in seguito e rimarcata nella seconda proposizione.

La virgola ha però anche una funzione retorica (o prosodica, per utilizzare una terminologia conosciuta): essa permette all’autore di isolare singole proposizioni al fine di sottolinearne l’importanza agli occhi – e alla voce – del lettore.

GENTLEMEN. I choose this time for addressing to you, the first of two or three letters on the subject of Capital Punishment

È così che si apre la prima delle lettere di Dickens. Vi si può notare come l’autore abbia deciso di isolare graficamente lo you (che si riferisce agli editori del quotidiano destinatario delle sue riflessioni) facendolo seguire da una virgola. In questo caso essa non ha alcuna valenza grammaticale, ma forza il lettore a fermarsi per un istante nella lettura e la pausa dà enfasi all’elemento lessicale che lo precede. Qui la virgola assume una marcata funzione testuale, oltre che prosodica: l’autore si discosta dall’uso solito del segno grafico e lo adatta alle proprie necessità retoriche. In traduzione questa prominenza semantica si può rendere con un espediente grafico:

SIGNORI. Colgo quest’occasione per inviarVi la prima di due o tre lettere riguardanti la materia della Pena Capitale (traduzione mia).

In italiano si ha la possibilità di inglobare nel verbo, per enclisi, il pronome atono «-vi» (= you); una traduzione letterale del tipo «colgo l’occasione di inviare a voi» sarebbe stata possibile, ma di lettura meno fluida. La scelta di mettere in risalto i destinatari per mezzo di una soluzione grafica prevista dall’italiano formale va a risolvere un problema che la punteggiatura pone.

La virgola è anche un serial killer. Si adotta questo geniale gioco di parole di Crystal (2016, 250) per presentare un uso tipicamente inglese di questo segno grafico. Quando una serie è composta da due elementi uniti da and, la virgola si omette. Quando invece questa serie si compone di più elementi, allora una virgola deve essere posta prima dell’ultima congiunzione and. La virgola uccide le serie. Si veda questo esempio:

Their [of the condemned] portraits are not rife in the print-shops, nor are their autographs stuck up in shop-windows, nor are their snuff-boxes handed affably to gentlemen in court, nor do they inquire of other spectators with eye-glasses why they look at them so steadfastly, nor are their breakfasts, dinners, and luncheons, elaborately described.

In questa serie composta da tre elementi, la virgola in inglese è richiesta. In italiano, invece, la si omette:

Le stamperie non abbondano dei loro ritratti, i loro autografi non sono incollati alle vetrine dei negozi, le loro tabacchiere non vengono amabilmente mostrate ai gentiluomini nei tribunali, tali criminali non chiedono agli spettatori col monocolo per quale motivo li fissino con cotanta attenzione; le loro colazioni, i loro pranzi e le loro cene non ci vengono descritti con dovizia di particolari (traduzione mia).

Bisogna però sottolineare, come fa notare lo stesso Crystal (2016, 254), che quest’uso della virgola viene visto talvolta come superfluo anche in inglese, soprattutto da quegli editori che sono molto attenti al layout dei loro prodotti stampati. Meno punteggiatura significa fogli meno ingombri di segni e simboli. Fogli più sgombri significano testi più appetibili al lettore medio, ossia colui che non è alla ricerca della perfezione grammaticale, ma dell’informazione semplice, chiara, emozionante e diretta. Eppure ci sono occasioni nelle quali una virgola può salvare la vita delle persone. Si consideri questo divertente esempio, tratto non da Dickens, ma dallo sconfinato mondo dell’internet: un Let’s eat, Grandma! («Dai nonna, mangiamo!»; traduzione mia) è ben diverso da un Let’s eat Grandma! («Dai, mangiamo la nonna!» traduzione mia). Curioso caso di dettagli… vitali!

2. La lineetta

In italiano la lineetta non deve essere confusa con il trattino: sono infatti due segni graficamente e semanticamente differenti. Il trattino (hyphen in inglese) è più corto della lineetta e si usa per «dividere una parola in fin di riga» (Treccani Online); viene inoltre utilizzato per tenere assieme elementi correlati di uno stesso gruppo nominale (“Il treno Milano-Roma”, “La collezione autunno-inverno”) o numerico (“L’anno accademico 2017-2018”) o all’interno di onomatopee primarie (“ping-pong”, “tic-toc”). In inglese l’hyphen, entrato nell’uso negli ultimi decenni del Cinquecento, è principalmente impiegato per tenere assieme parti di parole composte (flower-pot, pidgeon-hole) o per indicare toponimi complessi (Stratford-upon-Avon). Assolve anche alla funzione di favorire la leggibilità, in special modo per evitare elementi troppo corti (meno di tre lettere, es.: e mail vs e-mail) o troppo lunghi (più di dieci lettere, es.: goodlooking vs good-looking) (Crystal 2016, 260-265). Per quanto riguarda gruppi nominali che indicano relazione o opposizione (A father – son relationship, The Manchester – Liverpool match) o intervallo di tempo, numero e spazio (August – September, page 77 – 98, The London – Paris flight) la tradizione tipografica inglese vuole che non si utilizzi l’hyphen, ma l’en-dash, un trattino leggermente più lungo, della lunghezza di carattere n (da qui il nome en-dash).

Alla lineetta, invece, si deve riservare un trattamento più complesso. Quando si parla di lineetta, in inglese si fa riferimento all’em-dash (ossia lineetta lunga quanto un carattere tipografico m). Essa non stabilisce semplicemente una correlazione tra elementi linguistici semplici, ma instaura una relazione semantica tra proposizioni complesse. Molto amata sin dai tempi degli Anglosassoni (e spesso utilizzata a profusione da alcuni romanzieri dell’Ottocento al posto di altri segni di punteggiatura, in quanto più intuitiva di altri segni grafici nel segnalare le pause del discorso), la lineetta può avere impieghi simili, ma non identici, a quelli della virgola.

In inglese, per decidere quale dei due segni di punteggiatura utilizzare, bisogna valutare la natura della proposizione incidentale: se l’incidentale è abbastanza breve e presenta la stessa importanza della principale, allora si potrà racchiudere tra virgole. Se, invece, l’incidentale assomiglia piuttosto ad un’aggiunta secondaria senza la quale la principale sarebbe comunque comprensibile al lettore, o se tale incidentale si dilunga e prende lo spazio di più righe, allora si potrà optare per le lineette. Si considerino questi esempi, tratti sempre dalle lettere di Dickens:

First. Whether one of the two great objects of all punishment (reserving the second for its proper place) be not to reform the offender. Secondly. Whether an irrevocable Doom—which nothing can recall, which no human power can set right if it be wrong, which may be wrongfully inflicted with the most just intention and which has been wrongfully inflicted with the most just intention, as we all know, more than once—should ever be pronounced by men of fallible and erring judgment, on their fellow-creatures.

Vediamo che l’inciso which nothing […] more than once è molto complesso, si compone di diverse ripetizioni di relative introdotte da which (creano ritmo e rafforzano l’opinione dell’autore) e presenta al suo interno un’altra incidentale (as we all know). In questo caso, quindi, sono due i motivi principali che hanno spinto Dickens a optare per gli em-dashes: da un lato, sottolineare che l’incidentale vuole spiegare ulteriormente il concetto già di per sé chiaro di irrevocable Doom («sentenza irrevocabile», traduzione mia), dall’altro, evitare di sovraccaricare di funzioni la virgola; al posto delle lineette, infatti, la virgola avrebbe dovuto non solo fungere da separatore tra elementi di uno stesso elenco (which…, which…, which…) e tra proposizioni differenti (intention, as we all know, more than once), ma anche segnalare che tutti gli elementi compresi fra Doom e should sono da considerarsi una proposizione incidentale unica, da inserirsi all’interno della principale. Con l’ausilio grafico e semantico delle lineette, il lettore non si perde nei meandri della sintassi. È per tutta questa serie di motivi che in traduzione conviene, a mio parere, mantenere la distinzione lineetta/virgola:

Vorrei dapprima domandarmi se uno dei due grandi fini di qualsivoglia punizione (riserverò un momento più opportuno alla discussione del secondo) non debba essere quello di riformare il reo. In seguito, se una Sentenza irrevocabile—che nulla può sovvertire, che nessun potere umano può correggere se si rivelasse sbagliata; che può essere erroneamente inflitta con le più rette intenzioni e che è stata, come tutti sappiamo, più di una volta erroneamente inflitta con le più rette intenzioni—debba mai essere pronunciata a danno di loro simili da uomini il cui giudizio è fallibile e soggetto all’errore (traduzione mia).

In traduzione ho deciso di mantenere gli em-dashes per stare quanto più vicino alla grafica dell’originale. In italiano, ad ogni modo, la distinzione fra trattino e lineetta è meno sentita che in altre lingue ed è probabile che la stessa lineetta sia entrata nell’uso solamente nel XIX secolo, con le traduzioni dall’inglese di Sterne a opera di Ugo Foscolo. Dalla carta alle macchine da scrivere alle tastiere elettroniche, le lineette si sono quindi fatte spazio a poco a poco anche in italiano, benché siano meno utilizzate che in inglese. Eppure, come sottolinea anche Crystal 2016, le scelte tipografiche sono spesso dettate dall’arbitrarietà e, sebbene siano state pubblicate guide sulla loro corretta battitura, spesso i segni d’interpunzione vengono stampati in funzione del layout. Perciò gli em-dashes sono talvolta messi da parte a favore di en-dashes preceduti e seguiti da uno spazio, alleggerendo così la struttura grafica di un testo.

Si è già sottolineato nell’introduzione come la questione che si è qui cercato di risolvere non prevede una soluzione univoca. La natura stessa della traduzione non contempla norme fisse che permettono di arrivare ad un unico testo possibile e, anche nel caso degli esempi qui riportati, si potrebbero trovare soluzioni diverse ma altrettanto efficaci nella trasposizione della punteggiatura. Tutto cambia in funzione delle strategie traduttive utilizzate e delle direttive che eventualmente provengono dalla casa editrice, ma ciò che, fuor di ogni dubbio, deve essere il faro di ogni traduttore è la consapevolezza che tradurre implica costruire un dialogo tra due sistemi talvolta molto distanti tra loro.

Restando sempre nel campo della punteggiatura, inglese e italiano parrebbero quindi in grado di conversare facilmente tra loro. Eppure si è visto come virgola e lineetta siano due segni che richiedono il più delle volte una breve riflessione da parte del traduttore, sebbene talvolta questioni di ordine stilistico e ritmico impongano, soprattutto nella traduzione letteraria, modifiche nell’equilibrio delle frasi che riguardano anche la punteggiatura di più semplice trasposizione.

Per districarsi nella giungla delle possibili variabili e per ottenere un testo che permetta al lettore d’arrivo di percepire, attraverso la traduzione, il profumo dell’originale, è importante tenere a mente che la punteggiatura ha funzioni proprie che vanno rispettate: prosodia, intonazione e sintassi dovrebbero guidare il traduttore nell’adozione della corretta interpunzione durante la redazione di una traduzione italiana.

Riferimenti bibliografici

Brambilla 2016: Marco Brambilla, Charles Dickens e la pena capitale in epoca vittoriana, tesi non pubblicata, Università degli Studi di Parma

Crystal 2016: David Crystal, Making a Point. The Pernickety Story of English Punctuation, London, Profile Books

Dickens 1846: Charles Dickens, Letters on Social Questions. Capital Punishments, in http://www.bl.uk/collection-items/letters-from-charles-dickens-on-capital-punishment-23-february—16-march-1846

Fornara 2010: Simone Fornara, La punteggiatura, Roma, Carocci

Mortara Garavelli 2008: Storia della punteggiatura in Europa, a cura di Bice Mortara Garavelli, Roma-Bari, Laterza

Sitografia

Trattino, disponibile in http://www.treccani.it/vocabolario/trattino (ultimo accesso: 11.11.2017) e http://www.treccani.it/enciclopedia/trattino_%28Enciclopedia-dell%27Italiano%29/ (ultimo accesso: 24.03.2018)

En-dash disponibile in http://www.thepunctuationguide.com/en-dash.html (ultimo accesso: 11.11.2017)

Em-dash, disponibile in http://www.thepunctuationguide.com/em-dash.html (ultimo accesso: 11.11.2017)

Hyphen, disponibile in http://www.thepunctuationguide.com/hyphen.html (ultimo accesso: 11.11.2017)