Numero 15 (autunno 2018) | Pratiche

Gli allievi / UN INTeressante equivoco

IMPARARE A TRADURRE ALL’UNIVERSITÀ DEGLI STUDI INTERNAZIONALI DI ROMA

di Alice Della Seta

Nel biennio 2014/2016 ho frequentato il corso di laurea magistrale in Traduzione e interpretariato all’Università degli studi internazionali di Roma (UNINT), dove è possibile scegliere tra due curriculum: Traduzione o Interpretazione. Per buona o cattiva sorte, ho deciso di intraprendere il primo. Spinta dall’interesse per la traduzione editoriale, ignoravo che di moduli in questo ambito ne avrei trovati solo due. A dirla tutta, questo articolo sarebbe ancora più corto del previsto se, per un caso fortuito, al secondo anno non avessero rimpiazzato all’ultimo momento il modulo di traduzione tecnico-scientifica con un secondo modulo di traduzione editoriale. Il piano di studi, infatti, indica solamente l’esame generico di Traduzione I e Traduzione II, rispettivamente al primo e al secondo anno, senza però specificare come saranno suddivisi i vari moduli e quali saranno, visto che questo viene solitamente stabilito di anno in anno a seconda della disponibilità dei professori. Detto ciò, oltre a quelli di traduzione per ognuna delle due lingue scelte (il corso richiede infatti una conoscenza pregressa di due lingue straniere e offre un percorso formativo che le porta avanti entrambe allo stesso livello), il piano prevedeva un insieme di esami obbligatori tra cui linguistica, teoria della traduzione, tecnologie per la traduzione, ricerca terminologica, e un numero fisso di esami da scegliere tra diversi ambiti (letterature, didattica, linguaggi audiovisivi, redazione e revisione, terza lingua). L’imperfetto è d’obbligo in questo caso, visto che da allora il piano di studi è stato rivoluzionato più e più volte. Piccola particolarità a mio avviso positiva: esclusi i moduli di traduzione, che sono propedeutici, ogni studente può gestire in piena libertà l’ordine degli esami, mancando una divisione interna al piano di studi tra i due anni – caso più unico che raro nell’università italiana.

Passando ai moduli di traduzione editoriale inglese, è stato evidente fin da subito l’approccio pratico – anche troppo, considerando che la maggior parte di noi aveva ben poca esperienza con la traduzione – che privilegiava l’assegnazione settimanale di testi da tradurre e revisionare in classe. Sia per il modulo del primo anno sia per quello del secondo gli studenti erano suddivisi in due classi diverse sulla base delle seconde lingue (questo per ridurre il numero di alunni per classe, che non era mai superiore a venti, e per evitare sovrapposizioni di orario con altri corsi) e ogni gruppo aveva due lezioni a settimana di due ore ciascuna. Queste si svolgevano in un laboratorio, così ognuno aveva la propria postazione con il computer. All’inizio della lezione qualcuno si offriva di proiettare la propria traduzione del testo assegnato la settimana precedente, mentre tutti gli altri erano liberi di partecipare commentando o proponendo alternative. Il professore interveniva con opinioni e correzioni, spesso leggendoci alla fine la sua versione del testo. Era un traduttore di rilievo e con grande esperienza nell’ambito editoriale, ma che mancava per certi aspetti della dovuta preparazione didattica. Sia durante le lezioni che nel seguire i tesisti era evidente la difficoltà a coordinare il lavoro di docente con quello di traduttore. Era l’unico professore di traduzione editoriale di tutta la facoltà e non riusciva ad accogliere le neanche troppo numerose richieste di tesi, né a seguire adeguatamente le poche che accettava. Il fatto mi riguarda personalmente, visto che la mia tesi in traduzione letteraria è stata seguita dalla professoressa di traduzione attiva, madrelingua inglese, e dal professore di letteratura inglese, entrambi persone molto competenti ma evidentemente fuori ruolo.

Il primo anno abbiamo affrontato opere di fine Ottocento e inizio Novecento, spesso di stampo autobiografico e incentrate su tematiche sociali. Gli autori e le autrici – queste ultime componevano il grosso dei testi trattati – erano accomunati da una visione progressista e da uno spirito critico tanto verso la società quanto verso se stessi. Una serie di testi cupi quasi quanto l’aula senza finestre del seminterrato, premurosamente dedicato alle lezioni dei traduttori forse nel tentativo di darci un assaggio di quello che sarebbe stato il nostro futuro.

Il secondo anno avremmo dovuto affrontare la traduzione tecnico-scientifica, ma la divina provvidenza ha fatto sì che non si trovasse nessun docente disponibile. Così, il magnanimo professore di traduzione editoriale si è offerto di tenere un secondo modulo del corso dell’anno precedente, per mia gioia ma per grande rammarico di tutti gli altri, che hanno tentato invano di ribellarsi con una petizione del tutto ignorata. Pur con poco tempo a disposizione, è riuscito a improvvisare una serie di testi che spostavano drasticamente il focus: dagli inizi del Novecento siamo passati a opere quasi contemporanee. Anche le tematiche trattate sono scivolate verso argomenti di maggiore attualità: ha privilegiato autori di stampo prettamente post-coloniale o con evidenti attitudini anti-imperialiste; opere che affrontano lo spettro del confine, sia a livello metaforico che linguistico, data la presenza di testi in pidgin e/o spanglish. Immagino che abbia fatto del suo meglio per evitare un’altra sommossa popolare e cercare di addolcire l’amara pillola editoriale.

È difficile esprimere un giudizio su questi due anni. Da un lato, è innegabile la qualità di alcuni professori, sia dal punto di vista professionale che didattico. Dall’altro, da un’università non statale per cui gli studenti pagano una retta che non è certamente alla portata di tutti ci si aspetterebbe maggiore organizzazione, maggiore disponibilità da parte dei docenti e in alcuni casi maggiore competenza e soprattutto interesse nell’insegnamento.

Ciononostante, parlando di aspetti più pratici, l’università offre durante e dopo la laurea un flusso continuo di validi tirocini e proposte di lavoro inerenti all’ambito di studi, spesso nel campo della traduzione tecnica. Iscrivendosi alla newsletter del servizio placement si ricevono ogni giorno offerte di tirocini, curriculari e non, stage e proposte di lavoro, a cui è possibile candidarsi mandando il curriculum via e-mail direttamente all’università, che fa una scrematura iniziale prima di inoltrare quelli che ritiene più idonei. Trattandosi di un’università privata ed essendo l’unica di traduzione sul territorio, non sono poche le convenzioni che questa ha con i vari enti pubblici e privati locali, tra cui anche istituzioni quali il MIUR, il Ministero della Giustizia, la Presidenza del Consiglio, presso cui ho svolto personalmente un tirocinio curriculare come traduttrice al Dipartimento per le politiche europee. Inoltre, molte aziende, agenzie di traduzione e – raramente – case editrici locali si rivolgono proprio all’UNINT per cercare traduttori neolaureati e competenti, così le proposte post-laurea non mancano.

Tornando al modulo di traduzione editoriale, che ricordiamo essere solo una parte del percorso di studi, è stato senz’altro utile trovarsi davanti non soltanto un docente ma un traduttore esperto, che ci ha permesso di confrontarci con testi che conosceva a fondo, visto che si trattava quasi sempre di testi da lui tradotti. È stato un buon punto di partenza per chi come me intendeva affrontare questo cammino, ma non lo si può oggettivamente considerare un corso completo né in grado di formare traduttori pienamente consapevoli delle proprie capacità.