Numero 15 (autunno 2018) | Pratiche

I traduttori / La reticella dorata

COME SONO DIVENTATA TRADUTTRICE

di Yasmina Melaouah

Forse si traduce sempre per lenire un esilio. E allora un po’ in esilio occorre esserci stati. Essersi sentiti spaesati e aver avuto voglia segretamente di tornare a casa. A una casa. In mezzo, insomma, ci sono sempre lontananze e nostalgie, vaghe ferite e desiderio di ripararle.

In mezzo quindi, anzi prima, ci sono i libri, c’è la letteratura, che con l’esilio e la lontananza e la tensione al ritorno tesse le sue storie.

In principio quindi sono i libri, è la letteratura. E la letteratura per me è l’antidoto agli scatoloni dei traslochi, a troppe città cambiate, amici lasciati, case svuotate, bambole perse. Leggo disordinatamente, come tutti i ragazzini, e a un certo punto arriva qualcuno che a quel disordine felice dà un senso, che quella gioia sorda la scava, la approfondisce, la fa persino più solida, riuscendo a portarla intatta dentro una istituzione come la scuola. La mia insegnante di francese del liceo, Graziella Buldrini – raffinata, snob e coltissima – è entrata per la prima volta in classe una mattina di ottobre rovesciando sul tavolo da una reticella della spesa dorata un mucchio di libri. Qualche settimana dopo da quel mucchio ha tirato fuori La peste di Albert Camus e ha cominciato a leggere. Il primo topo agonizzante che Rieux incontra nel corridoio di casa lo vedo ancora, l’ho visto ancora traducendo il romanzo, come lo vidi sentendo lei che leggeva, più di quarant’anni fa. Da quella reticella dorata per cinque anni di liceo abbiamo potuto servirci di altri libri, portarceli a casa, leggerli o studiarli. Senza bisogno, poi, di doverne dire niente. D’estate avevamo liste di letture meravigliose. Da lì vengono alcune fra le cose più belle che ho letto nella mia vita: non solo i francesi, ma Keats, le Lettere a un giovane poeta di Rilke, L’uomo senza qualità, i Buddenbrook, Tonio Kröger, Gente di Dublino

Leggo e prevedibilmente scrivo, di tutto, raccontini, diari, poesiole forse immonde ma in cui imparo ad ascoltare un ritmo anche dentro di me, un ritmo che non ho mai perso, che forse è la casa dove tornare, il luogo sicuro in cui trovare riparo a ogni esilio. Quel ritmo, che è come un respiro che acquieta, continua ora a suonarmi nella testa per aiutarmi anche nella musica delle traduzioni. Scrivendo mi libero subito dalla parola diligente e un po’ pomposa che la scuola solitamente ti chiede, che la comunicazione pubblica ti impone. Scrivo e della parola faccio quello che voglio, esploro, scavo nei margini d’ombra come tutti i ragazzi che scrivono, mi rigiro in bocca il sapore delle parole, imparo a non temerle e a farne cosa mia. Questa familiarità appassionata e priva di timore con la parola scritta è forse il retaggio più solido che porto ancora nel mio lavoro, è ciò che mi ha vaccinata da subito dalla miseria dell’antilingua, da quella povertà desolante di tanta scrittura “acrilica” – per citare la luminosa definizione di Susanna Basso.

Mi iscrivo a Milano, lingue e letterature straniere, e continuo a leggere e a scrivere, a frequentare la parola scritta. Non so cosa vorrò fare da grande. Forse non vorrei semplicemente mai uscire da lì, vorrei continuare a stare in mezzo ai libri, sprofondarci dentro, masticarne le parole una a una. Sono fortunata: in Statale incontro un’altra gran donna, raffinata, spiritosa, coltissima e totalmente anticonformista nell’ingessato mondo accademico. In primavera Marina Giaveri trascina gli happy few che seguono il suo corso di letteratura francese contemporanea nel chiostro della Statale, si leva le scarpe e ci porta dentro Baudelaire e la poesia simbolista. Con lei si bazzica molta poesia, si ascolta Wagner, ma si impara anche a perlustrare più o meno virtualmente Parigi con gli occhi della letteratura. La flânerie diventa per me il correlativo della lettura, tanto che da allora nella mia vita città e libri sono intrecciati, due facce della stessa avventura, della stessa felicità.

Mi laureo con lei su Camus. Lusso supremo, passo un anno intero a scrivere un’enorme tesi sul sole e l’esilio. Di traduzione non so niente, dell’editoria ho un’idea ancora molto vaga, ma so che vorrei campare restando vicino ai libri. Con la sensazione, ancora, che lì sarei al sicuro, che lì sarei a casa. Che quella è la mia famiglia, gente sbilenca come me, quella dei libri, che si aggira ridicule et sublime come il cigno di Baudelaire. Comincio a tradurre, per caso, come quasi tutti noi traduttori. E priva di qualsiasi conoscenza teorica sulla traduzione, immune da qualunque formazione specifica, porto in quello che ben presto diventa il mio lavoro solo l’appassionata frequentazione della letteratura e il rispetto supremo della parola.

Beninteso leggo di traduzione, mi forgio un bagaglio teorico, ma a nutrirmi e a continuare a formarmi non saranno i festival letterari e le presentazioni, non saranno neppure i convegni e i corsi e i seminari di traduzione spuntati – per fortuna, ci mancherebbe! – nei decenni successivi. A nutrirmi e a formarmi continua a essere qualcosa di molto simile a quella reticella della spesa dorata da cui si rovesciano all’infinito, per essere accolti in silenzio, Rilke, Proust, Yourcenar, Mann e tutti gli altri…

A volte mi dico che ci vorrebbe più silenzio, per poter continuare a leggere in pace.