Strumenti | Numero 16 (primavera 2019)

La recensione / 9 – Il bello di una lingua

di Annalisa Chiodetti

A proposito di:
Mariangela Galatea Vaglio,
L’italiano è bello, Venezia, Sonzogno, 2017, pp. 224, € 16,00;
Stefano Jossa,
La più bella del mondo. Perché amare la lingua italiana, Torino, Einaudi, 2018, pp. 200, € 17,00

 Negli ultimi anni molti libri sono stati pubblicati sul valore delle discipline umanistiche in reazione a un’opinione, più o meno diffusa, che le considera anacronistiche. Le dispute sulla rilevanza di una disciplina non sono novità dei nostri giorni: esse hanno animato gli intellettuali fin dal Rinascimento. Ma certo oggi sono particolarmente sentite perché coinvolgono un numero maggiore di lettori e di scriventi e perché hanno a che fare con le politiche scolastiche.

Per quanto riguarda le lingue classiche si ricordino almeno A che servono i Greci e i Romani di Maurizio Bettini (2017); Viva il latino di Nicola Gardini (2016); Il presente non basta di Ivano Dionigi (2016) e l’assai più modesto La lingua geniale di Andrea Marcolongo (2016): tutti libri che contestano, in un modo o nell’altro, la retorica dell’inutilità dello studio del latino e del greco di contro a discipline che sembrano più facilmente spendibili nel mondo contemporaneo. Per quanto riguarda l’italiano, il discorso è in parte diverso: nessuno in Italia mette in discussione l’utilità della conoscenza della lingua, ma da più parti, soprattutto in rete, sembra emergere la preoccupazione per un suo uso superficiale, se non addirittura scorretto. La riflessione sull’italiano si collega così a quella che può essere analogamente svolta per il greco e per il latino: lo studio approfondito della grammatica e della letteratura italiana sembra fine a sé stesso dal momento che, una volta apprese le fondamentali regole di ortografia alle elementari, la propria lingua materna la si conosce spontaneamente. Tuttavia l’italiano, come ogni lingua, non si riduce a pura ortografia ma consta di molti e più complessi livelli: può essere dunque utile leggere alcune riflessioni sulla bellezza che tale complessità porta con sé e sulle potenzialità comunicative ed espressive che offre.

È forse da queste considerazioni che traggono spunto due recenti libri i cui titoli alludono esplicitamente proprio alla bellezza dell’italiano: L’italiano è bello di Mariangela Galatea Vaglio (Sonzogno, 2017) e La più bella del mondo. Perché amare la lingua italiana di Stefano Jossa (Einaudi, 2018). Nessuno dei due autori attribuisce la bellezza dell’italiano a ragioni di presunta dolcezza fonetica; entrambi, piuttosto, la legano alla varietà e alla ricchezza di significati che esso può esprimere grazie alla tradizione e alle novità che accoglie. I libri sono affini per le finalità divulgative, quindi anche per l’ideale pubblico di riferimento costituito da lettori non specialisti.

L’italiano è bello di Mariangela Galatea Vaglio è suddiviso in tre parti: il libro si apre con un capitolo che ripercorre i momenti fondamentali della storia della lingua e della letteratura italiana: dal cosiddetto ‘latino volgare’, genitore dell’italiano moderno, alla creazione di uno standard attraverso la radio e la televisione nel secondo dopoguerra, passando per la lingua delle Tre Corone (Dante, Petrarca e Boccaccio), per l’Accademia della Crusca e per l’operazione linguistica di Alessandro Manzoni. Storia della lingua e storia della letteratura, come è giusto per una lingua come l’italiano, si fondono in una panoramica essenziale.

Il secondo capitolo è dedicato al lessico e alle espressioni della comunicazione quotidiana: grillino, petaloso, sindaca, taggare, e altri; mentre l’ultima parte, composta dai capitoli terzo e quarto, è dedicata alle norme per una comunicazione corretta ed efficace tanto nello scritto quanto nell’orale. Il terzo capitolo, Croci e delizie dell’italiano scritto, rappresenta un agile compendio di grammatica: tratta di grafia (includendo la punteggiatura), morfologia e sintassi e offre in maniera discorsiva spiegazioni che portano a riflettere sulle ragioni delle regole linguistiche apprese a scuola. Il quarto capitolo è dedicato alla classificazione e alla descrizione delle principali figure retoriche che arricchiscono lo scritto e i discorsi più elaborati (anche quelli apparentemente spontanei), mostrando i principali espedienti che connotano un testo di ulteriori significati.

La parte più innovativa del libro è senz’altro quella contenuta nel secondo capitolo, in cui vengono affrontate questioni di grande attualità linguistica (e quindi sociale), con le quali tutti i parlanti contemporanei hanno quotidianamente a che fare: il lessico della rete, i tanto temuti forestierismi (prestiti soprattutto dall’inglese, che, se da una parte vanno usati con ragionevolezza e non a sproposito, dall’altra – scrive l’autrice – non devono essere considerati una minaccia alla compattezza dell’italiano per molte ragioni, prima fra tutte perché «non si prestano cose ai morti», p. 92), la vivacità dei dialetti, i nomi di mestiere al femminile e altro ancora. Alla declinazione dei nomi di professione al femminile, questione fino a pochi mesi fa molto in voga anche in rete, l’autrice dedica belle pagine, molto utili a mettere chiarezza: da un punto di vista linguistico cambiare il genere a un sostantivo è corretto, mentre da un punto di vista sociale (la lingua porta sempre con sé riflessioni sul mondo che descrive) è giusto; inoltre «sostenere che alcuni nomi non possano essere volti al femminile perché sono “brutti” o “suonano male” […] non ha alcun senso. La lingua non è un esercizio estetico a sé stante e ai nuovi termini dopo un po’ l’orecchio si abitua» (p. 89).

Il libro è rivolto a chi voglia «iniziare a conoscere la nostra lingua» (p. 15, corsivo mio) e per questo lo stile è colloquiale, lontano da quello accademico: l’autrice mima un dialogo a tu per tu con i lettori, efficace per mostrare la concretezza e la quotidianità delle questioni linguistiche. Il libro è godibile e grazie ai toni disinvolti gli si possono perdonare anche alcuni refusi, come la dedica della Raccolta Aragonese a Ferdinando d’Aragona e non, come è, a Federico (p. 49).

Il volume è completato da un capitolo, curato da Giulio Mozzi, contenente alcuni suggerimenti di lettura per chi voglia approfondire gli argomenti citati.

Per Stefano Jossa la lingua più bella del mondo è per ciascuno la sua: quella in cui sogna, che usa quando fa l’amore, per imprecare e per insultare (p. 7), e di tale bellezza sembrano accorgersi soprattutto i poliglotti, quando si rendono conto di poter esprimere mondi (interiori e reali) con la propria lingua meglio che con qualsiasi altra. La più bella del mondo si rivolge in particolare a coloro che, pur essendo italiani madrelingua, hanno quotidianamente a che fare più con altre lingue che con l’italiano (per questo fin dall’inizio il libro sembra particolarmente adatto a chi si occupi di traduzione).

Come nel libro di Galatea Vaglio, anche il primo capitolo del libro di Jossa è dedicato a delineare alcuni momenti salienti dell’invenzione – come la definisce l’autore – della lingua italiana, avvenuta principalmente per mezzo della letteratura che ha nutrito e nutre l’italiano d’uso a tutti i livelli di elaborazione. Cogliere la bellezza di un idioma è possibile soprattutto considerando le scelte (tra le moltissime possibilità) degli autori che si sono espressi in quella lingua, considerando che in alcuni casi tali scelte hanno impresso grandiose svolte (come nel caso di Dante) e sono state prese quasi a tavolino (come nel caso di Bembo e Manzoni, p. 9). Un paragrafo del primo capitolo è dedicato al dibattito novecentesco, spesso trascurato nelle opere divulgative, che ha visto come protagonisti Gadda, Pasolini e Calvino, i quali, oltre che autori di opere letterarie, furono teorici della lingua nel tempo in cui l’italiano standard usciva dai confini della letteratura e iniziava a trovare voce nei parlanti.

Non solo nel primo capitolo, ma quasi in tutto il volume l’italiano è considerato principalmente in prospettiva letteraria: il secondo capitolo è dedicato alla varietà dell’italiano, che non si deve tanto alla quantità dei suoi vocaboli quanto alla disponibilità ad essere lingua di letteratura, cioè ad avere un valore di per sé sul piano del significante (per le costruzioni formali) e alla possibilità di accogliere termini da tutte le direzioni, dai dialetti e dalle lingue straniere, trasformandoli in patrimonio dell’italiano a disposizione della creazione artistica e della comunicazione quotidiana.

La letteratura è anche al centro dei capitoli terzo e quarto, dedicati rispettivamente alla rima (vero nodo del testo poetico, veicolo – anche quando non c’è – di significati profondi e di connessioni intertestuali) e alla metafora (che istituisce una strettissima, e democratica, relazione tra cose e parole).

Il quinto capitolo, sviluppando il tema del legame tra parole e cose, non rimanda alla tradizione letteraria, ma è dedicato alla lingua d’uso e ad alcune questioni sociolinguistiche che riguardano la correttezza e l’elaborazione stilistica di un testo (sia esso scritto o orale), in riferimento soprattutto ai discorsi pubblici dei politici. L’esposizione non tocca il piano morale, né ha toni nostalgici o retorici, ma è affrontata su un piano sociale: perché, se pure la correttezza linguistica sta a cuore a molti italiani (come dimostrano i puristi attivi in rete), gli errori linguistici sono legittimati da molti? Una delle risposte offerte è che gli errori linguistici sembrano indicare una maggiore attenzione, da parte di chi li commette, alle cose piuttosto che alla forma. In realtà, e certamente sarà concorde in partenza chi vorrà leggere questo libro, è proprio l’opposto.

Il libro inizia con il richiamo alla tradizione letteraria e con la tradizione finisce: a partire dall’Indovinello veronese l’autore scrive dei livelli di lettura, comprensione e analisi di una parola, di un discorso, di uno scritto, cioè del ruolo della critica, che non è solo letteraria, ma che si esercita a ogni lettura di un testo, non appena si inizi a decodificarlo: l’autore mostra così la pervasività della lingua nell’elaborazione della complessità, da cui deriva la sua bellezza.

Uno dei maggiori pregi de La più bella del mondo è la citazione di scrittori non sempre presenti all’interno di opere divulgative: De Amicis, Carena, Parini, Belli (per fermarsi solo alle prime pagine), permettendo di unire al discorso teorico spunti di lettura, coerentemente con il principio guida di tutto il libro, che mette al centro la letteratura italiana e la sua storia antica e recente.

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