Numero 17 (autunno 2019)

Lo storico direttore

di Aurelia Martelli

Per nove anni e 17 numeri (e ½ …), la rivista «tradurre. pratiche teorie strumenti» è stata diretta da uno storico.

Per salutare e ringraziare Gianfranco, ho dunque pensato di fare, appunto, un po’ di storia, avvalendomi dei verbali delle nostre prime riunioni di redazione.

Era l’autunno del 2010, la rivista non aveva ancora né nome, né sede, né piattaforma wordpress, e la discussione si concentrava sulla scelta del nome.

Il primo verbale risale al 29 settembre 2010, ore 18:00, aula 12 Agenzia Formativa Tutto Europa, via delle Rosine 14, Torino, e recita:

Nome della rivista
Dopo aver valutato varie proposte, i presenti si impegnano a prendere una decisione ENTRO IL PROSSIMO INCONTRO.

E quello dell’incontro successivo (26 ottobre 2010):

Nome della rivista
Per il momento rimane ancora in sospeso. Si stabilisce che per il prossimo incontro si dovrà PER FORZA trovare un nome alla rivista

I minacciosi maiuscoli, tuttavia, sono serviti a poco.
I nostri arrovellamenti sono proseguiti per diverse settimane nel tentativo di individuare un nome che fosse, tra le altre cose, «anche carino da pronunciare» (verbale 2 novembre 2010). D’altronde si sa: per chi si occupa di traduzione, l’orecchio vuole sempre la sua parte.
Dopo aver brainstormato senza ritegno siamo finalmente giunti a una rosa di finalisti: «Controfigure», «Pratiche Impure», «Officina Traslochi», «Infiniti Malintesi», «Fili del Discorso», «Discorsi Paralleli», «L’altra scrittura», «Il Passatore», «Tela di ragno» (verbale 1 dicembre 2010).
Di ciascuna proposta abbiamo valutato le valenze semantiche, il potere evocativo, le possibili ambiguità, il numero di clic che ci avrebbe garantito sul web (da questo punto di vista, «Pratiche Impure» vinceva facile).
Ebbene, il nome della rivista è stato deciso «dopo lunga e vivace discussione» nella riunione del 3 febbraio 2011. Ed è un nome che con la nostra iniziale rosa di finalisti (per fortuna) non c’entra un bel niente.

Se da un lato, sulla questione del nome, abbiamo oscillato e tentennato per diversi mesi, su altre questioni, altrettanto cruciali, c’è stato, fin dal principio, accordo unanime.
Per esempio, sul clima amicale e spassoso e tendenzialmente convivial-mangereccio che da sempre caratterizza la nostra redazione. Clima che è emerso fin dalla prima riunione, terminata in questo modo (verbale 29 settembre 2010):

Si convoca la prossima riunione per mar 26 ottobre ore 18:00, presso i locali dell’Agenzia Formativa Tuttoeuropa. Si suggerisce un post-riunione mangereccio. I presenti sono tutti d’accordo.

L’altra cosa su cui, fin da subito, ci siamo trovati «tutti d’accordo» è stata la scelta del direttore.

Recita il verbale del 2 novembre 2010:

Nomina del direttore
I presenti concordano sulla scelta di Gianfranco P. come direttore della rivista.

Gianfranco P, tuttavia – che fin dall’inizio ha sempre dimostrato di essere un passo avanti – sapeva bene in che cosa stava andando a cacciarsi. E infatti, un rigo sotto, si legge:

Gianfranco ringrazia, ma chiede di poter riflettere sulla proposta fino alla prossima riunione.

Per nostra fortuna, quali che siano state le sue riflessioni, Gianfranco P. alla fine si è convinto ad accettare l’incarico. Al punto 2 del verbale della riunione del 1 dicembre 2010, si legge:

Nomina del direttore 
Gianfranco P. accetta il ruolo di Direttore della rivista e suggerisce alcune sue riflessioni sulla questione del nome della rivista.

Inutile dirlo, è stato proprio grazie alle sopracitate «alcune riflessioni» sul nome della rivista che, piano piano, ci siamo scostati dall’iniziale rosa di fantasiose metafore – più o meno accattivanti, più o meno trite – per giungere, collettivamente, alla decisione di non metaforizzare un bel niente e di optare per un titolo nitido, denotativo e … bello tosto. Per quanto fosse stato divertente abbandonarsi a voli pindarici in materia di nomenclatura, il progetto dietro la rivista «tradurre» era ben altra cosa: porre l’attenzione sull’attività del tradurre, problematizzando, contestualizzando e rivelando tutta la complessità dell’atto traduttivo nei suoi molteplici aspetti, senza troppi fronzoli. E la scelta di quel verbo all’infinito nel titolo, tale progetto lo traduce in toto.

Dunque è stato questo l’esordio ‘direttoriale’ di Gianfranco: far emergere, già attraverso la scelta del nome, ciò che significa, per noi, (il) tradurre.

Se nel corso dei suoi 9 anni di vita, «tradurre» è diventata la rivista rispettata, riconosciuta e riconoscibile che è oggi, lo dobbiamo a Gianfranco. E non solo perché vi ha investito tempo, energie, viaggi, infinita corrispondenza e pazienza (tanta, ve lo garantisco), ma anche perché ha saputo valorizzare, formare e pungolare (q.b.) tutti coloro che hanno avuto modo di transitare su queste pagine virtuali-ma-in-fondo-cartacee: redattori, autori, collaboratori esterni. Chi ha avuto il piacere di essere ‘editato’ da Gianfranco, o di lavorare con lui alla redazione di un testo, sa quanto i suoi commenti – senza sconti per nessuno – sono preziosi. Certo, spesso costringono a mettere in discussione quelle che parevano certezze, o a riconoscere di essere stati superficiali e un po’ frettolosi laddove occorre esercitare la massima precisione, oppure ci si trova a dover «lavorare ancora un po’» a un articolo che si pensava compiuto. Ma è così che si cresce, come traduttori, come studiosi, come autori di articoli (e come persone).

Se oggi dovessi descrivere «tradurre» direi che è una rivista ricca di contenuti, libera, elegante, puntigliosa, accogliente e – quando ci vuole – polemica e battagliera. Sarà un caso, ma sono le stesse espressioni che userei per descrivere Gianfranco.

A Gianfranco, dunque, va la mia più sincera gratitudine per aver fondato, forgiato e diretto una rivista nata da una chiacchierata fra 6 amici in un’auletta dell’Agenzia Formativa di via delle Rosine 14, e che adesso annovera 24 redattori e vanta al suo attivo 18 numeri e 594 fra articoli e recensioni. E che si guarda bene dal citare «il prezzemolo Antoine Berman, a meno che non sia assolutamente indispensabile».

E a Gianfranco desidero augurare un felice periodo da direttore a riposo. Periodo che, temo, sarà per lui molto meno riposante di quello che forse sperava: non solo si è preso l’onere di curare una della nostre rubriche più impegnative, per numero e ampiezza degli articoli, Studi e Ricerche, ma dovrà anche sopportare le continue richieste di consigli e supporto morale di chi ha raccolto il suo testimone.

E infine, caro Gianfranco, visto che certi traguardi non si festeggiano mai abbastanza (per quanto, direi che fra brindisi torinesi e ‘torresi’ forse abbiamo battuto qualche record), ancora tanti, affettuosissimi auguri per i tuoi splendidi ottant’anni.

Torino, novembre 2019