Numero 18 (primavera 2020) | Il vecchio lettore

Reminiscenze e borbottii / 12

Il vecchio lettore

A consolarlo dell’età che avanza spietata, una coppia di giovani amici ha fatto dono al vecchio lettore di un magnifico romanzo epistolare in cinque grossi (ed eleganti) tomi, intitolato Carteggio, autori Benedetto Croce e Giovanni Laterza, specchio di un aspetto importante della vita culturale italiana della prima metà del Novecento. L’avvincente lettura, oltre a fornire molte notizie di prima mano, suggerisce una miriade di considerazioni, di cui ai lettori di «tradurre» si fa qui grazia. Ma un’osservazione del tutto minore sia consentita, che offre un esempio calzantissimo del discorso già fatto sul n. 13 in materia di formule di cortesia (https://rivistatradurre.it/2017/11/reminiscenze-e-borbottii-7/). Lo scambio epistolare, pressoché quotidiano, va dal dicembre 1901, quando il ventottenne esordiente editore Laterza si rivolse al «Pregiatissimo Sig. Prof. Benedetto Croce», trentacinquenne, all’agosto 1943, quando questi apprese che il «Gentiliss. Sig.r Laterza», divenuto ormai già da molti anni «Caro amico», era morto. Si era stabilita infatti una familiarità completa, una confidenza assoluta, fatta non solo di stima reciproca ma di vero e profondo affetto. Ebbene, per tutti quei quarantadue anni Laterza non ha mai smesso di dare del Lei a Croce e Croce del voi a Laterza, a marcare una differenza di rango sociale – non di reddito – che nella società di allora era ancora avvertita come insuperabile e che non aveva nulla a che fare né con l’appartenenza regionale né, tanto meno, col fascismo (il quale pretese di annullare tale differenza imponendo il voi a tutti pur conservando l’Eccellenza delle gerarchie). Il quadro è completato dal tu che ciascuno dei due adottava rivolgendosi ai figli e alle figlie dell’altro, visti e viste nascere, crescere, sposarsi, divenire a loro volta genitori: un tu autorizzato dalla familiarità e dalla differenza generazionale. In fondo, perdurava quanto in uso almeno fin dal Seicento, stando almeno al Manzoni. Nel cap. XXV don Abbondio usa la terza persona femminile con il cardinal Federigo, che egli apostrofa «vossignoria», mentre viene apostrofato col voi; ma a lui, a sua volta, il cappellano crocifero, inferiore in grado, riserva il lei (cap. XXIII).

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Uno dei capisaldi dell’ideologia americana del successo personale e della teoria schumpeteriana dell’innovazione imprenditoriale, nonché del trionfo novecentesco dell’organizzazione scientifica del lavoro e della fabbrica corporativa, è My Life and Work di Henry Ford, scritto in collaborazione con Samuele Crowther e pubblicato da Doubleday nel 1922. La più recente edizione italiana è stata pubblicata da La Salamandra nel 1980 con introduzione e postfazione di Peppino Ortoleva, ma la traduzione è ancora quella offerta abbastanza tempestivamente agli italiani dalla casa editrice Apollo, di Bologna, nel 1926 col titolo pressoché ripreso letteralmente, La mia vita e la mia opera. Quello che stupisce il vecchio lettore e ne ha scatenato la curiosità è il nome del traduttore, Silvio Benco: ben noto, ma in tutt’altro ambito. Triestino, giornalista, amico di Joyce, di Svevo e di Saba, Benco (1874-1949) fu finissimo critico letterario e collaborò con diverse riviste e con le pagine culturali di vari quotidiani tra le due guerre. Come mai quella traduzione, apparentemente così lontana dai suoi interessi? E dall’inglese, poi? A conferma che le reti amicali costituiscono il sostrato fondamentale delle collaborazioni editoriali, la cosa si spiega con il nome dell’editore, Giuseppe Mayländer (1877-1943). Dai saggi contenuti nel libro L’editore Giuseppe Mayländer e la casa editrice Apollo. Storia di una impresa editoriale, a cura di Antonio Storelli e Gianfranco Tortorelli (Bologna, Pendragon 2013) si ricava che, ebreo di nascita ungherese, Mayländer si trasferì nel 1904 a Trieste ove aprì una libreria antiquaria che svolgeva anche una modesta attività editoriale; dopo la guerra la cedette a Umberto Saba e si trasferì a Bologna, dove fondò la Apollo, segnalatasi poi per le sue pubblicazioni d’arte. Quasi certamente, per la traduzione Benco si avvalse di quella francese, anonima, uscita nel 1924 da Payot. Resta da sapere chi o che cosa spinse Mayländer all’iniziativa e Benco a quel lavoro: che c’entrava Ford con loro? Non è una domanda oziosa, perché tende a rivelare un settore di pubblico interessato all’americanismo che non era in grado di leggere in francese, o non voleva farlo. Gramsci in carcere sembra ignorare del tutto quell’edizione, riferendosi sempre alla traduzione francese che si era procurata prima di essere arrestato.

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A proposito di “sprovincializzazioni”: chi è più provinciale? Chi fa resistenza ad accogliere il nuovo che viene dall’esterno della sua “provincia”? O chi lo assorbe pedissequamente e acriticamente, incapace di innovare per conto proprio?

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Capita casualmente – il web è prodigioso fornitore di questi casi, va riconosciuto senz’altro – di imbattersi in una frase del grande Federico García Lorca che ben si addice a commento di quanto scrivono i Candide di tutti i tempi, compreso quello contro cui il vecchio lettore si è scagliato nel numero scorso di «tradurre»: El optimismo es propio de las almas que tienen una sola dimensión: de las que no ven el torrente de lágrimas que nos rodea, producido por cosas que tienen remedio. La traduzione è facile: L’ottimismo è proprio delle anime che hanno una sola dimensione, quelle che non vedono il torrente di lacrime che ci circonda, prodotto da cose che hanno rimedio.

A proposito, a quel cantore degli illuminati propositi dei creatori del web, il vecchio lettore consiglia la lettura di Errore di sistema di Edward Snowden, uscito proprio in concomitanza col suo da Longanesi. Ah, ma no, figuriamoci!, vorrà leggerlo in inglese: Permanent record, Macmillan.

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«Un tempo esisteva in Italia una “cultura” umanistica che diede lavoro e dignità alla classe che l’aveva promossa nel corso della sua costituzione in classe dirigente. […] Le humanae litterae rappresentarono un campo di lavoro che significò ragione di vita per questa gente. Esse sono tuttora la base della cosiddetta scuola classica, ma oserà qualcuno affermare che gli attuali borghesi – come classe, e cioè imprenditori, agrari, professionisti, impiegati, nel loro insieme – credano in questo ideale di uomo colto per adeguarvi l’esistenza, trovarvi una ragione di lavoro e di progresso? […] è quindi chiaro che, secondo noi, la nuova cultura democratica e popolare non dovrà nutrirsi di “cognizioni” umanistiche (e nemmeno scientifiche) di tipo volgarizzativo. Dovrà allora l’attuale fervore culturale acceso nelle masse italiane [dalla liberazione dal fascismo] limitarsi alla perfetta acquisizione del singolo mestiere, della singola tecnica, e abbandonare la cosiddetta alta cultura ai vari specialisti accreditati? Questa è in fondo […] la prospettiva americana. Inutile dire che un solo aggettivo conviene a questa prospettiva: reazionaria. Essa tende a creare addirittura delle caste.»

A scrivere questa mezza paginetta era, nell’inverno del 1950, Cesare Pavese. Aveva avvertito poco sopra: «le più svariate e peregrine cognizioni (tanto peggio se “condensate”) non fanno cultura se non in quanto diventano carne e sangue di un mestiere, di una tecnica di lavoro in cui ciascun uomo fa consistere la sua giornata e la sua dignità. Una cultura che non costi fatica, che non sia, vale a dire, lavoro vivo, non significa nulla».

Ce l’aveva, Pavese, con «Selezione dal Reader’s Digest», l’organo di propaganda del “sogno americano” edito da Mondadori, allora diffusissimo in Italia, «avvilendo, nel modo più volgare, il concetto di cultura. O meglio, speculando su una diffusa abitudine di falsa cultura che ha ormai investito tutta la nostra società. Giacché la cultura non è quella cosa facile, di tutto riposo, condensabile tra una barzelletta e una réclame, che sembrano ritenere i redattori di essa rivista» (o i responsabili dei palinsesti televisivi e i direttori di musei, diremmo noi, ma ormai sempre più spesso anche fior di docenti universitari). Sia detto tra noi: ce l’aveva forse anche col caporedattore di «Selezione», quel Luigi Berti che aveva accettato di trasferirsi da Firenze a Milano a fare quel mestiere per campare la numerosa famiglia, ma che aveva irritato l’editore Pavese con le sue inadempienze di traduttore. Ma oggi possiamo tranquillamente sostituire il bersaglio, ponendovi i dirigenti della cosiddetta “industria culturale” e del sistema formativo nazionale. Pochi mesi dopo Pavese, ottenuto un successo mondano, di pubblico e – si direbbe oggi – mediatico con La bella estate (non certo il suo libro migliore), si suicidò. Sarà stato anche per i suoi complessi con le donne, ma chissà che non abbia contribuito anche quel suo trovarsi a essere anche lui (proprio lui, lo “scopritore dell’America”) una rotella di un congegno inesorabile, destinato con i decenni, col trionfo del “sogno americano”, a dominare l’intera società nostra.

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Nel libretto di sala con cui il Teatro Regio di Torino in febbraio ha accompagnato la rappresentazione del Nabucco c’è un bel saggio di Antonio Rostagno che smonta la tradizionale interpretazione “risorgimentale” dell’opera rivelatrice del genio di Verdi (senza per questo – a incompetente parere del vecchio lettore – essere ancora un capolavoro) e che si conclude con un attacco alle regie che diremmo “attualizzanti a sproposito”. Del tutto condivisibile l’assunto che si tratti di un dramma che inneggia non alla lotta per l’indipendenza ma alla redenzione, al perdono, alla concordia tra gli individui e tra i popoli, e che lo stesso celebre coro Va’ pensiero sia un canto di lamento e di rassegnazione (quale del resto lo bolla immediatamente il sacerdote Zaccaria, irato), tutt’altro che ardente di fede risorgimentale. Il vecchio lettore osa aggiungere, in proposito, che al fine di esporre quel grande tema Verdi e il suo librettista Temistocle Solera non hanno esitato addirittura a rappresentare nel finale ebrei cattolici e Jehova cristiano.

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Al giovane lettore la stagione della Resistenza, che pure aveva vissuta bambino – ovviamente senza sapere che di questo si trattava -, pareva un’altra era, quale appare forse, più appropriatamente, ai giovani lettori e non lettori di oggi. Dalla Liberazione erano passati meno anni di quanti ne siano passati – ora che, vecchio, scrive queste noticine – dalla caduta delle Twin Towers, che gli sembra avvenuta appena l’altro ieri. La manifestazione del 25 aprile 1960 a Milano, con la partecipazione di Ferruccio Parri (vecchio? Aveva 70 anni; quando aveva comandato le formazioni GL ne aveva 54-55), si svolse in piazzetta dei Mercanti, intorno alla reliquia di una vera da pozzo, presenti poco più di un centinaio di persone. Ci volle la rivolta giovanile di luglio, poco più di due mesi dopo, ci vollero i morti di Reggio Emilia, perché il profondo sentimento antifascista della maggioranza degli italiani (non di tutti, oh no! perché ci sarebbe voluta una guerra civile, altrimenti?) potesse esprimersi con modalità di massa.

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23 marzo 2020. Il Covid 19, fra tanti lutti, infligge anche un colpo durissimo alla globalizzazione, di cui – ovviamente – è figlio. Ecco gli stati-nazione costretti a misure protettive (e quindi protezionistiche), ciascuno per conto proprio, ecco le frontiere chiuse, ecco gli appelli a sentimenti comunitari e patriottici, ecco quindi rinfocolati i più beceri programmi di ritorno al passato di fascisti, nazionalisti, sovranisti. Ce la farà, il capitalismo, a ristabilire le aperture? e come? e quanto tempo ci vorrà? Perché è indispensabile che il capitalismo, questo padre di per sé epidemico, possa riprendere tutta la sua virulenza perché si possa sperare che finalmente i popoli comprendano quanto sia altrettanto indispensabile la loro unione, oltre ogni steccato “nazionale”, secondo linee di solidarietà umana. Altrimenti essi saranno succubi manovrati da cricche locali retrive e distruttive. Vedrà quel momento, il vecchio lettore? In ogni caso, nulla tornerà come prima.