Numero 17 (autunno 2019) | LTit Anteprima

Michiel Salom

(Padova, 21 aprile 1751 – Padova, 1° maggio 1837)

di Valeria di Luigi e Michele Sisto

La vita

1751 Michiel Salom nasce il 21 aprile da Abramo Salom nel ghetto di Padova.

1771 Il 20 settembre si laurea in medicina, unica facoltà non interdetta agli ebrei, all’Università degli Artisti dello Studio di Padova, dove esercita la professione di medico per circa vent’anni.

1776-1778 Soggiorna a Berlino, ospite di Daniel Itzig, capo della locale comunità ebraica, conosciuto a Padova nel 1776. Nella capitale prussiana si innamora di una donna di cui sono note solo le iniziali, A. M., la quale però rifiuta la sua proposta di matrimonio. Risalgono probabilmente a questi anni i suoi primi contatti con la massoneria e forse anche l’affiliazione a una loggia berlinese.

1782 Traduce Die Leiden des jungen Werther di Johann Wolfgang Goethe, avvalendosi dell’aiuto di Melchiorre Cesarotti per la resa in versi di un brano dei Canti di Ossian inserito nel romanzo. Invia il manoscritto a Goethe, ottenendone l’approvazione, ma lo dà alle stampe solo nel 1788, col titolo Verter.

1791-1796 La sua adesione alle idee degli illuministi e della Rivoluzione francese attrae l’attenzione delle autorità della Repubblica di Venezia: nell’agosto del 1771 è processato come assembleista e ammonito per le sue posizioni giacobine; il 21 febbraio 1793 viene arrestato, portato in catene a Venezia e condannato dall’Inquisizione di stato a scontare una pena di tre anni nella fortezza di Clissa (Klis), in Dalmazia; solo il 12 febbraio 1796 viene rimesso in libertà, con l’ingiunzione di non manifestare più atteggiamenti di insubordinazione. Al periodo della prigionia risale la traduzione del primo libro dei Tristia di Ovidio, conservata in un manoscritto insieme a una Superficial descrizione di Spalato, di Salona e di Klissa indirizzata a Giancarlo Zorzi, provveditore di Clissa (Vicenza, Biblioteca Civica Bertoliana, ms. 728 e 957).

1797-1798 All’arrivo a Padova dei francesi al comando di Napoleone entra a far parte della nuova municipalità ebraica, istituita nel febbraio del 1797. Ma appena un anno dopo, il 20 gennaio 1798, in seguito al trattato di Campoformio, la città viene occupata dagli austriaci, che procedono a una dura repressione nei confronti chi aveva sostenuto il governo francese.

1799-1800 Probabilmente in seguito all’espulsione di alcuni ebrei padovani da parte degli austriaci, soggiorna nuovamente presso la famiglia Itzig a Berlino.

1801 Perdurando in Padova il dominio austriaco, fortemente ostile agli ebrei, l’8 novembre si converte al cristianesimo con una cerimonia che ha luogo nella chiesa di San Benedetto vecchio. Con il battesimo, Michiel Salom cambia nome in Michele Angelo Marco Giovanni Arcontini, e da quel momento è conosciuto col nome di Michelangelo Arcontini. Il nome Michele richiama quello ebraico del traduttore, mentre Angelo Marco e Giovanni onorano i padrini Marco Antonio Mocenigo, patrizio padovano, e Giovanni Sografi, professore di chirurgia di idee progressiste; durante la cerimonia l’omelia è tenuta da Francesco Scipione Dondi Dell’Orologio, anch’egli simpatizzante della Repubblica francese. Quanto al cognome, Salom eccezionalmente non assume, come da tradizione, quello del padrino, Marco Antonio Mocenigo, bensì sceglie il cognome Arcontini, che forse vuole richiamare l’arconte, figura della gerarchia massonica responsabile della condotta morale dei fratelli, oppure gli arconti della Grecia classica, ossia i nove capi dello stato eletti annualmente ad Atene (che peraltro compaiono a più riprese nei romanzi del prediletto Wieland), alludendo agli incarichi politici ricoperti da Salom nella municipalità ebraica.

1802-1811 Negli anni del dominio napoleonico e del Regno d’Italia la sua attività di traduttore si intensifica, grazie a un clima politico che protegge la libertà di stampa. Pur mantenendo prevalentemente l’anonimato o firmando i suoi lavori con la sigla M. A., si dedica a far conoscere i principali autori dell’illuminismo tedesco e del teatro tedesco contemporaneo. Lo scrittore a cui dedica il maggiore impegno è Christoph Martin Wieland, del quale traduce i romanzi Geschichte des Agathon (Istoria di Agatone, 1802) e Aristipp und einige seiner Zeitgenossen (Aristippo ed alcuni suoi contemporanei, 1809-10) e numerose altre opere. Tra il 1805 e il 1807 Salom collabora assiduamente con il periodico veneziano «L’Anno teatrale», dove pubblica le traduzioni di alcune commedie di August Wilhelm Iffland e di August von Kotzebue, e soprattutto i drammi di Gotthold Ephraim Lessing Miss Sara Sampson ed Emilia Galotti (entrambi nel 1806). Questi lavori ricevono l’apprezzamento degli ambienti letterari, come testimoniano le loro prefazioni e postfazioni.

1814-1833 Negli anni della Restaurazione la sua attività si riduce: dopo il trattato Del tifo contagioso (1816), da Ueber den ansteckenden Typhus, di Johann Valentin von Hildenbrand non realizza che poche traduzioni d’occasione, dedicate agli amici.

1833-1837 Trascorre gli ultimi anni alla Casa di Ricovero di Padova, dove muore e alla quale lascia tutti i suoi averi.

Michiel Salom e la letteratura tedesca contemporanea

La formazione e i primi contatti con la cultura tedesca

Sebbene sulla sua vita si abbiano solo notizie frammentarie, Michiel Salom è sicuramente uno dei più importanti conoscitori e traduttori di letteratura tedesca vissuti in Italia nella burrascosa età compresa fra la Rivoluzione francese e il Congresso di Vienna: Foscolo, Leopardi e molti altri leggono il Werther di Goethe nella sua traduzione (Manacorda 2001, 57-68), mentre quelle dell’Emilia Galotti di Lessing e della Geschichte des Agathon (Istoria di Agatone) di Wieland circolano ampiamente tra i letterati più fedeli agli ideali illuministici negli anni delle guerre napoleoniche, della Repubblica cisalpina e del Regno d’Italia.

Laureatosi in medicina nel 1771 (Modena, Morpurgo 1967, 101), Salom esercita la professione dentro e fuori dal ghetto di Padova fino al suo arresto per giacobinismo nel 1793. Così si presenta in una lettera a Christoph Martin Wieland:

Io sono uno sprepuziato e checché ne pensi il popolo pregiudicato, il Filosofo non prenderà da ciò solo argomenti per disistimarmi. Nato in Padova e propenso alle lettere, vi studiai la Medicina, unica scienza non interdetta, e l’ho esercitata parecchj anni, sinché non prevedute vicende non me ne distolsero la pratica. (Fancelli 1981)

La sua conoscenza del tedesco si deve probabilmente all’incontro con il banchiere ebreo berlinese Daniel Itzig, avvenuto a Padova nel 1776. Ai due anni immediatamente successivi è infatti databile un suo soggiorno a Berlino, ospite dell’amico, la cui casa è frequentata da intellettuali di tutta Europa: oltre a Itzig e alle sue quattro figlie (con Sara il rapporto è particolarmente stretto, anche dopo il suo matrimonio) Salom vi incontra alcuni dei maggiori esponenti dell’illuminismo ebraico tedesco, tra cui David Friedländer, genero di Itzig, e soprattutto il filosofo Moses Mendelssohn, legato a Kant e a Nicolai e ritratto come modello di saggezza nel Nathan der Weise di Lessing (Crepaldi 2008). La loro amicizia doveva essere piuttosto intima, dal momento che Mendelssohn intercede in favore di Salom per il matrimonio con A. M., anche se senza successo. L’impegno del filosofo a sostegno dell’emancipazione degli ebrei e degli ideali illuministici di libertà e tolleranza deve avere avuto un ruolo importante nello sviluppo della coscienza politica e letteraria del traduttore. È dunque di certo in questo ambiente che Salom conosce le opere di Lessing, Wieland e Goethe. A questo periodo risale anche, a quanto pare, la sua adesione alla massoneria: prima a una loggia berlinese e solo in seguito a una padovana, dove risulta essere l’unico massone ebreo (Salah 2007, 579; Berengo 1956, 275). Tornato in Italia, Salom mantiene per almeno vent’anni un’intensa corrispondenza con gli Itzig, Friedländer e Mendelssohn: tra il 1799 e il 1800 è attestato un suo secondo soggiorno in Germania, di nuovo ospite degli amici berlinesi (Crepaldi 2008).

Il Verter

Il primo soggiorno berlinese di Salom coincide con gli anni delle accese discussioni intorno ai Leiden des jungen Werther (I dolori del giovane Werther) di Goethe, uscito nel 1774, da cui Salom rimane evidentemente colpito, tanto da decidersi a tradurlo una volta tornato in Italia. Probabilmente si riconosce, in una certa misura, nel protagonista, un giovane borghese insofferente nei confronti sia della rigidità dell’ancien régime sia del filisteismo della propria classe sociale, che invano testimonia la possibilità di una diversa organizzazione dei rapporti tra esseri umani. L’appartenenza alla massoneria, che condivide con lo stesso Goethe, testimonia inoltre il suo impegno politico in favore di una riforma – o rivoluzione – in senso progressista dei rapporti sociali e politici vigenti. Si potrebbe anzi affermare che il traduttore inizi la sua personale rivoluzione con la pubblicazione di questo romanzo allora ammirato e contestato in tutta Europa, considerato una minaccia sia dallo Stato veneziano sia, soprattutto, dalla Chiesa cattolica.

Nel 1788 Salom pubblica dunque, presso il tipografo veneziano Giuseppe Rosa, il suo Verter, firmandolo D. M. S. (Dottor Michiel Salom) e dedicandolo alla diciottenne Augusta Wynne, di famiglia inglese e moglie del conte Vittorio Correr, una giovane di grande spirito e cultura, membro della veneziana Accademia degli Uniti e più tardi cantante d’opera nei teatri di mezza Europa (Brunelli 1923, 268). Il volume è corredato da una breve prefazione, da uno scambio epistolare intrattenuto anni prima con lo stesso Goethe, al quale aveva sottoposto alcune parti della traduzione, e, infine, da un Nota bene in cui Salom spiega di aver ritardato la pubblicazione dell’opera per non mettere in circolazione una seconda traduzione italiana accanto a quella già esistente. Nel 1782 infatti, era uscito a Poschiavo, nella Svizzera italiana, un altro Werther, tradotto dal milanese Gaetano Grassi sotto la supervisione e con il sostegno finanziario del barone Thomas de Bassus, noto esponente degli Illuminati di Baviera, che proprio a Poschiavo aveva fondato una tipografia per fare propaganda massonica in Italia (Zapperi 2000, 55). Dall’epistolario goethiano, in effetti, emerge che lo scambio epistolare con Salom risale al 1782, e dal momento che nella sua lettera Salom afferma che la sua traduzione è già completa, possiamo dedurne che i due traduttori stavano lavorando alle loro versioni Werther negli stessi mesi.

È probabile tuttavia che, oltre a quella addotta da Salom, ci siano anche altre ragioni alla base del rinvio della pubblicazione, che viene procrastinata per ben sei anni. Innanzitutto bisogna ricordare il sequestro milanese della traduzione di Gaetano Grassi voluto dal cardinale Giuseppe Pozzobonelli, del quale sono a conoscenza sia Goethe sia Salom (Zapperi 2000, 57): forse per questo il traduttore rimanda l’uscita del libro in attesa di tempi più propizi, o con l’intenzione di modificare il testo in modo da evitare la censura. In una Venezia cattolica e conservatrice, che persegue chiunque manifesti tendenze rivoluzionarie, è infatti difficile pubblicare un romanzo che ha suscitato polemiche in gran parte d’Europa, tanto più se il traduttore è ebreo, massone e filogiacobino.

Il taglio più significativo che si riscontra nella traduzione di Salom è quello dell’intera lettera del 12 agosto, considerata da molti una vera e propria apologia del suicidio, nella quale Werther difende di fronte ad Albert il diritto, in casi estremi, di togliersi la vita. A rendere scottante questo passo del romanzo è anche la sua connessione con la massoneria a causa dell’“incidente bavarese” del 1786: durante una campagna di repressione della setta degli Illuminati condotta in Baviera vengono infatti ritrovate nello studio di Franz Xaver von Zwack alcune carte definite dalle autorità «memoriale del suicidio». Qualche mese dopo il capo della massoneria bavarese, Adam Weishaupt, dà alle stampe una lettera in cui afferma che il «memoriale» di cui tanto si discute altro non è che la lettera del 12 agosto del Werther. È ipotizzabile che Salom ne venga informato tempestivamente dai confratelli tedeschi e che per prudenza decida di omettere il brano dalla sua traduzione (Zapperi 2000, 59).

Oltre a questa modifica, probabilmente Salom rivede il testo sulla base dei suggerimenti dallo stesso Goethe: in una lettera a Charlotte von Stein del dicembre 1781, infatti, quest’ultimo cita una traduzione italiana del Werther della quale lamenta che il nome di Lotte sia stato cambiato in Annetta. Gli studiosi hanno creduto per molto tempo che Goethe si riferisse alla traduzione di Grassi, dal momento che la lettera precede di pochi mesi la pubblicazione del Werther di Poschiavo (Marchesi 1903, 303; Benvenuti 1907, 1036), ma sulla base di più accurati riscontri è ormai certo che si tratta di quella di Salom (Manacorda 2001, 43-46). Si potrebbe d’altra parte obiettare che Salom, nella versione pubblicata nel 1788, non utilizza il nome Annetta in luogo di Lotte: ma questo potrebbe piuttosto far supporre che il carteggio sia proseguito, e che il traduttore abbia modificato il manoscritto secondo le indicazioni ricevute dall’autore.

Salom si mostra straordinariamente consapevole delle qualità dell’originale, del contesto traduttivo italiano e dei propri limiti di neofita della traduzione e di dilettante delle lettere. La sua lettera a Goethe acclusa alla prefazione, datata 2 ottobre [1782] esordisce: «Signore, stupite: un Italiano passa in Germania, ed i primi moti ch’egli ci fa per apprendere la lingua che vi si parla, sono il dar mano al vostro inestimabile Verter, né contento d’esaurirvisi sopra in sudori, egli ha il coraggio di tradurlo da capo a fondo, e cova il temerario ardire di pubblicarlo» (Goethe 1788, s.i.p.).

A differenza di Grassi, la cui «infelice traduzione del Verter» è «lavorata sulla traduzione francese, e piena delle scorrezioni di quella, oltre che delle proprie», Salom afferma di aver tradotto dall’originale, e anzi di essersi avvalso dell’assistenza «d’un dotto vostro connazionale, che avea fatto un lungo studio sulla lingua antica Tedesca», probabilmente legato alla cerchia degli Itzig, forse lo stesso Moses Mendelssohn. Il traduttore padovano mostra di aver ben colto la novità dirompente dello stile dell’originale, «per lo più comunissimo, e qualche volta anche basso, ma d’una robustezza e d’un nerbo sorprendente, e senza modello nella sua lingua», ed è consapevole della necessità e del rischio di tentare un’analoga innovazione nella lingua del romanzo italiano: «Egli è a veder solamente se la mia penna la [la lingua italiana] sa rendere capace di quella energia ond’ella è suscettibile ancora in prosa, e di cui abbisogna l’inimitabile vostro Verter onde produrne l’effetto che vi proponeste scrivendolo» (Goethe 1788, s.i.p.).

Nella sua risposta del 20 febbraio 1782, Goethe afferma di aver riconosciuto nella traduzione di Salom lo stesso spirito che aveva animato la scrittura dell’opera. Manifesta tuttavia il desiderio di leggere l’intero manoscritto con l’assistenza di un uomo di cultura che ha vissuto a lungo in Italia e che, grazie a una lettera a Charlotte von Stein del 13 dicembre 1782, sappiamo essere il bibliotecario della duchessa Anna Amalia, Christian Joseph Jagemann, esperto della lingua italiana e autore, di lì a qualche anno, di un dizionario italiano-tedesco.

La polemica contro le cattive traduzioni e l’insistenza sull’accuratezza delle proprie saranno una costante negli scritti acclusi da Salom alle proprie versioni. Nel caso del Verter, oltre all’aiuto di un letterato tedesco, dichiara di essersi avvalso di quello di Melchiorre Cesarotti, il celebre traduttore di Fingal, an Ancient Epic Poem […] composed by Ossian, the Son of Fingal, il noto falso arcaico irlandese pubblicato anonimo da James MacPherson nel 1761, nota come Canti di Ossian (1763). Goethe infatti inserisce nel suo romanzo un lungo brano del poema scozzese, presentandolo come una traduzione eseguita dallo stesso Werther: poiché questa versione si discosta in molti punti dall’originale inglese, Salom ritiene di non poter utilizzare la traduzione di Cesarotti e decide di tentarne una propria, specificando tuttavia in una nota al testo di non aver «inteso di gareggiare con lui per l’onore del canto», anzi: «Ho avuto cura per lo contrario di rassegnare questi miei versi a lui medesimo, come a Maestro, ed egli con esimia bontà s’è degnato di lodarli, indicandomi alcune correzioni» (Goethe 1788, s.i.p.). Non essendo conservato un carteggio tra i due traduttori, che erano concittadini e potevano incontrarsi di persona, si può solo ipotizzare quale tipo di suggerimenti Cesarotti abbia proposto, analizzando i diversi richiami al suo stile peculiare presenti nella traduzione di Salom (cfr. Bianco 2016).

La traduzione ha una buona circolazione: Foscolo, che è a Padova quando Salom rientra da Clissa e ha forti legami con i giovani giacobini del luogo, sente di certo parlare del rivoluzionario ebreo incarcerato per le proprie idee e legge il suo Verter nella ristampa del 1796 (Manacorda 2001, 63); la stessa ristampa è presente anche nella biblioteca di Leopardi a Recanati, motivo per il quale si ritiene che sia questa la versione del Verter citata nello Zibaldone e presa a modello nell’Infinito e in altre opere (Manacorda 2001, 107-146).

L’Agatone e l’Aristippo

Durante il suo primo soggiorno berlinese Salom comincia a interessarsi anche a Christoph Martin Wieland (1733-1813), considerato il campione letterario dell’illuminismo tedesco: già nell’introduzione al Verter, infatti, definisce l’Agatone un’opera «incomparabile», e negli anni successivi traduce un campione ragguardevole della sua sterminata produzione. Il 3 ottobre del 1800 – grazie all’intermediazione dello scrittore Friedrich Ludwig Wilhelm Meyer, che ha conosciuto a Berlino o forse durante uno dei soggiorni di questi in Italia, e del direttore del liceo di Weimar Karl August Böttiger – scrive allo stesso Wieland per sottoporgli la propria traduzione appunto della Geschichte des Agathon (Istoria di Agatone) e chiederne l’approvazione (Fancelli 1981). La lettera contiene informazioni preziose sulla biografia di Salom: il traduttore parla del proprio arresto e del rapporto turbolento con lo Stato, motivo per il quale, sottolinea, come Agatone aveva dovuto allontanarsi da Atene, anch’egli aveva dovuto abbandonare la propria città d’origine, Padova, trovando rifugio a Berlino. Questa affinità col protagonista può aver contribuito a spingerlo a cimentarsi nella traduzione del romanzo.

La risposta di Wieland non è conservata, ma non deve essere stata sfavorevole se, nel 1802, la Istoria di Agatone viene data alle stampe. Firmata con la sola sigla M. A., viene pubblicata a Brescia, nel territorio della Repubblica cisalpina, controllato dai francesi, e posto sotto la protezione della legge del 19 fiorile del IX anno repubblicano riguardante le produzioni d’ingegno. La prefazione consta di un saggio anonimo dal titolo Notizie sopra la vita, e le opere di Wieland, compilato quasi certamente da Salom sulla base di informazioni ottenute da un letterato tedesco di cui non si fa il nome, forse lo stesso Meyer, oppure Böttiger. Nelle Notizie si elogiano il genio e l’immaginazione di Wieland, definito il Voltaire tedesco, che ancora all’età di 78 anni è in grado di scrivere un grande romanzo come l’Aristippo (Aristipp und einige seiner Zeitgenossen, 1801-1802).

Salom traduce anche questo romanzo, e assai tempestivamente, ma lo pubblica solo nel 1809 col titolo Aristippo e i suoi contemporanei. La traduzione esce presso Nicolò Bettoni a Padova, che dal marzo 1806 è anch’essa sotto la sfera d’influenza francese, essendo stata aggregata al Regno d’Italia costituito da Napoleone. Nella prefazione Salom, che finalmente può firmarsi senza rischi Michelangelo Arcontini, rivendica la paternità delle sue precedenti traduzioni, rivelando una continuità occultata dalle vicissitudini censorie e dal cambio di nome: «Il compatimento che ha riportato altravolta la mia traduzione del Werther del signor Goethe, e quella dell’Agatone dello stesso signor Wieland, mi dà lusinga di poter promettere a questa maggior favore» (Salom 1809, IX-X).

A distanza di ormai un quarto di secolo da quando aveva intrapreso la traduzione del Werther, Salom esprime compiacimento per il fatto che molti autori tedeschi, dopo essere arrivati in Italia attraverso versioni francesi, «hanno già meritato di parlare il bel linguaggio italiano» (Salom 1809, V) e afferma che fra tali scrittori Wieland è quello che a suo parere merita il maggior rispetto per la sua erudizione e immaginazione. L’opera è preceduta da una dedica dell’editore Nicolò Bettoni all’amico Francesco Deciani, letterato e politico riformatore, e da una Premessa alla Edizione in cui Bettoni confronta il lavoro di Arcontini con quello del traduttore francese dell’Aristippo, Henri Coiffier de Verseux, il quale nella sua versione «mutilata» si sarebbe discostato non poco dall’originale, mentre il traduttore padovano non avrebbe tolto neanche una riga, e lo avrebbe anzi arricchito di un indice che si configura come un’accurata analisi dell’opera.

L’interesse di Salom per Wieland è peraltro ben più profondo e duraturo di quanto non rivelino le traduzioni di questi due pur ampi romanzi. Lo testimoniano numerose traduzioni rimaste inedite e oggi conservate manoscritte alla Biblioteca civica Bertoliana di Vicenza: il poemetto Musarion (Musarione, mss. 946 e 1154, gli unici che recano una data: 1803), il poemetto Die Grazien (Le Grazie, ms. 1155), i racconti Reise des Priesters Abulfauaris ins innere Afrika e Die Bekenntnisse des Abulfauaris (Viaggio di Abulfauaris sacerdote di Iside nell’interno dell’Africa; e Confessione di Abulfauaris, ms. 943), il romanzo breve Nachlaß des Diogenes von Sinope (Residui di Diogene da Sinope, ms. 1153) e la voluminosa Kleine Chronik des Königreichs Tatojaba (Cronichetta del regno di Tatojaba, ms. 1152), una parodia dei romanzi erotici wielandiani scritta dallo storico Julius August Remer (1738-1803) e da lui fittiziamente attribuita a un «fratello maggiore» di Wieland.

La collaborazione con «L’Anno teatrale»: Iffland, Kotzebue, Lessing

Nell’intervallo fra la pubblicazione dei due romanzi di Wieland Salom comincia a collaborare con il periodico «L’Anno teatrale» («ossia Raccolta annuale divisa in dodici mensuali volumi di tragedie, commedie, drammi e farse, in continuazione del Teatro moderno applaudito»), pubblicato a Venezia da Antonio Rosa, successore di quel Giuseppe Rosa che aveva stampato il Verter: dalle postfazioni ai sette volumetti che pubblicano insieme fra il 1805 e il 1807 emerge la familiarità dei rapporti fra editore e traduttore, ed è anzi probabile che quest’ultimo sia il principale responsabile della selezione dei drammi di lingua tedesca, che culmina in una figura di spicco dell’illuminismo ebraico tedesco quale Gotthold Ephraim Lessing (1729-1781), legato, come si è visto, a Moses Mendelssohn.

La prima traduzione pubblicata è però quella di Der Spieler (Il Giuocatore) di August Wilhelm Iffland (1759-1814), drammaturgo di grande successo e attore assai ammirato da Goethe. Benché sia siglata semplicemente M. A., nelle Notizie storico-critiche posposte all’opera l’editore osserva che «sarà facile a molti lo scorgere [in questa] versione la mano stessa che già diede all’Italia le non men belle versioni del Verter e della Storia di Agatone, e che in breve, lusingar ci vogliamo, darà quella ancora dell’Aristippo, opera forse la più pregevole tra le sublimi opere dell’alemanno Wieland» (Salom 1805, 126).

In questa e in altre note di accompagnamento alle sue traduzioni, Salom, o l’editore in sua vece, continua la sua battaglia per la qualità delle traduzioni. Il principale bersaglio polemico sono le versioni dal tedesco condotte sul francese o, peggio, alla francese, ovvero tagliando e modificando il testo per adattarlo agli usi e costumi della cultura d’arrivo. Naturalmente Salom non è il solo, in questi anni, a impegnarsi per la modernizzazione di un ambito, quello delle traduzioni dalle lingue moderne, dominato dalle esigenze del mercato e poco sorvegliato dai letterati, che si accapigliano invece sulle versioni dalle lingue classiche. Ma le sue prese di posizione sono tuttavia notevoli se si considera che il periodo della sua più intensa attività precede di qualche anno il celebre appello di Mme de Staël Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni (1816), che darà avvio alla querelle fra classici e romantici.

Nella Lettera del traduttore ad un amico che accompagna L’uomo di parola (Der Mann von Wort) di Iffland, per esempio, Salom afferma di aver resistito alla tentazione di abbreviare la commedia, come allora regolarmente si faceva, perché «oltre all’aver trovato degno di esser conservato quasi tutto quello che avrei voluto potarne, mi parve che, rese le scene più corte, non ci fosse più verità» (Salom 1806a, 150). Omettere delle scene infatti darebbe maggiore sveltezza all’azione, ma comprometterebbe quella che Salom chiama «verità›», ossia l’effetto realistico: verrebbero meno episodi e dialoghi essenziali per la caratterizzazione dei personaggi, i quali diventerebbero schematici e privi di sfumature. Questo rispetto per un’opera letteraria contemporanea è radicato in un’idea di letteratura che, anziché assecondare il gusto del largo pubblico, si impegna a formarlo: «Io son di parere che autori valenti debbano istillare il gusto del buono e del bello nell’uditorio, e non ricevere la norma da esso, il quale composto alla rinfusa da tutte le classi della società, lo reputo impropriissimo a dar precetti di buon gusto». (Salom 1806a, 151)

Nel 1806 Salom pubblica anche la traduzione del dramma che, mezzo secolo prima, aveva dato inizio al teatro borghese in Germania, Miss Sara Sampson di Lessing, seguito nello stesso anno dall’Emilia Galotti dello stesso autore. Che l’operazione, ancora una volta, non sia meramente commerciale ma abbia intenzione di inserirsi nel dibattito sulla modernizzazione della scrittura teatrale (a partire dal superamento delle tre unità) è testimoniato dalle Notizie storico-critiche sopra Emilia Galotti estese da un maestro di retorica, che accompagnano il testo. L’autore, che certo non è Salom, entra ampiamente nel merito della tecnica drammatica di Lessing, commentando la realizzazione di ogni singola scena e spiegando le ragioni della riuscita di alcune e delle mancanze di altre. La novità introdotta da Lessing nel rappresentare non più personaggi del mito o dell’aristocrazia ma uomini e donne più vicini al pubblico borghese induce il «maestro di retorica», che pure la apprezza, a ridefinire il genere a cui ascrivere il dramma:

Non dispiaccia, che l’Emilia sia da noi chiamata Dramma Tragico piuttosto che Tragedia. In questo fatto non v’ha nulla d’eroico, cominciando dai personaggi. Tutti’i tragici ragionevoli si dorrebbono, se il titolo Tragedie si abbassasse, o avvilisse. Siam tenuti a coloro che primi introdussero sul teatro domestica facta, e temperarono lo stile per modo, che fosse separato dal basso comico, senza sublimarlo alle vette tragiche con trampoli inverisimili. (Salom 1806b, 99)

A proposito della Miss Sara Sampson l’editore non manca di osservare che la traduzione è senza dubbio «migliore di quella che diede, anni sono, la signora Caminer, che in parecchio luoghi s’è discostata troppo dall’originale»: è una frecciata alla concorrenza, giacché Elisabetta Caminer-Turra con la sua «Nuova raccolta di composizioni teatrali tradotte», pubblicata a cadenza periodica, aveva inventato, trent’anni prima, la formula alla quale ancora si rifà «L’Anno teatrale». È probabilmente in questo periodo che Salom traduce altri due drammi di Lessing, Filotas (Filota) e Nathan der Weise (Natan il Savio), conservate in manoscritto (Vicenza, Biblioteca civica Bertoliana, mss. 993 e 1132), di cui non sono note edizioni a stampa.

Nel 1806 esce anche Il commediante senza saper d’esserlo (Der Schauspieler wider Willen); resta inedita invece la traduzione dell’Octavia (Ottavia): Biblioteca civica Bertoliana, ms. 1214) di August von Kotzebue (1761-1819), drammaturgo all’Hoftheater di Vienna e sostenitore della conservazione zarista, autore prolificissimo e tradottissimo in Italia, assai più dei suoi avversari Goethe e Schiller.La traduzione è accompagnata da un carteggio tra due critici di cui non è svelato il nome, uno dei quali si sigla F. A. P. A., mentre l’altro è verosimilmente Salom stesso, dal momento che spiega da buon conoscitore come la farsa di Kotzebue, pur essendo un’imitazione di modelli francesi, riesca tuttavia graziosa e gustosa: «È una cosuccia ridicola e graziosa assai, la quale non ha altro scopo, che quello di manifestare i difetti dei commedianti della Germania (comuni anche a quei dell’Italia), il cattivo gusto degli spettatori, e la meschinità insieme di certi poeti» (Salom 1806c, 34).

Che l’interesse di Salom nella scelta dei drammi e nella loro traduzioni sia indirizzato prevalentemente a forme realistiche in grado di rappresentare la vita del ceto borghese, e che vada letto all’interno delle tensioni che attraversano la scena teatrale veneziana di quegli anni, con la quale evidentemente aveva familiarità, è confermato dalle Notizie storico-critiche sopra La cometa di Iffland, stese nel 1807 da un anonimo G. P.:

La storia del teatro alemanno merita particolare osservazione. Un secolo fa egli era sepolto nella barbarie; a poco a poco ne scosse il giogo, e da pochi anni in giù è salito a tal grado di perfezione, che le nazioni più colte vanno a gara nell’appropriarsi le sue produzioni; ed ha la gloria di contare oggi mai parecchi autori classici in drammatica. Schiller, Lessing, Iffland, Kotzebue son nomi celebri in tutta Europa. E l’Italia, maestra un tempo alle altre nazioni, come nelle scienze, anco in questo ramo di letteratura, come sta ella in presente? Schermiamoci della risposta, e lusinghiamoci che se i nostri poeti drammatici non vorranno essi staccarsi dal maraviglioso, dall’inverisimile, dallo stravagante, si stancherà in fine il Pubblico di udirli, se non per altro, per la monotonia, che a lungo andare annoierà la sua instabilità. (Iffland 1807, 36)

Nel momento in cui il teatro tedesco viene proposto come modello, necessita come tale di una traduzione adeguata. Conclude, non a caso, G. P.: «Una parola anco del valoroso traduttore signor A. Parecchie traduzioni ch’egli ha dato all’Anno teatrale fanno il suo elogio. La presente lungi dal perdere le grazie dell’originale, io credo che ne abbia acquistato di nuove, proprie della nostra lingua. Felici gli autori, se tutti avessero la fortuna di essere trasportati da simili mani!» (Iffland 1807, 36).

Gli ultimi anni

Nel 1816, ormai in piena Restaurazione, Salom traduce un testo medico, Del tifo contagioso (Über den ansteckenden Typhus) di Johann Valentin von Hildebrand (1763-1818). La traduzione è dedicata all’amico Giuseppe Montesanto, il professore di storia e letteratura medica che gli ha più volte raccomandato la lettura di tale opera. Commentando l’epigrafe apposta da Hildebrand al volume – che recita: «Consacrato al bene dell’umanità» – il traduttore è spinto a riepilogare il senso e la vicenda della propria esistenza con parole che danno la misura della passione politica e letteraria che l’hanno fin dall’inizio animato:

Dopo di avere abbandonata da parecchj anni la medica professione da me per lo addietro esercitata, tornarono in quest’incontro ad affacciarmisi alla mente i primieri miei studi, e le rimembranze del caldo appassionamento con cui ad essi altra volta io mi soleva consacrare. Mi dolse per non avere cercato ancor io di giovare all’afflitta umanità in quel modo almeno che si sarebbe meglio per me potuto; e poiché in addietro ho servito in qualche maniera al gusto con la traduzione dall’alemanno di alcune opere di letterario e filosofico argomento, si destò in me la brama di servire ora l’umanità, se non in altro modo, col rivolgere almeno le mie fatiche alla traduzione di questa stessa opera sul tifo contagioso […], con ciò intendendo anco di emendare in qualche parte la mia trascorsa lunga inazione. (Salom 1816, V-VI)

Questa da Hildebrand è probabilmente l’ultima cospicua impresa traduttiva di Salom (non datata resta, ad oggi, quella dei tre volumi del Leben Peters des Großen [Vita di Pietro il Grande, ed. orig. 1803-1804] di Gerhard Anton von Halem, conservata in manoscritto: Vicenza, Biblioteca Civica Bertoliana, mss. 1148, 1149 e 1150). Negli anni successivi si limita a poche e brevi traduzioni d’occasione: nel 1822 il racconto La visione di Mirza (Das Gesicht des Mirza) dell’amato Wieland e le Paramythie ovvero Finzioni mitologiche (Paramythien oder Erzählungen aus der Griechischen Fabel) di Johann Gottfried Herder, per la laurea dell’amico Antonio Simonetti; e nel 1831 il dialogo Della beltà muliebre, tratto dell’Estetica di Johann August Eberhard (1831), in occasione delle nozze della nipote di Gabriel Trieste, un illustre ebreo padovano. Ormai passati i novant’anni, assiste alla ripubblicazione del suo Aristippo, con cui nel 1833 Niccolò Bettoni, onorando l’amico e il traduttore, inaugura la nuova serie della sua «Biblioteca universale di scelta letteratura antica»

Bibliografia

Benvenuti 1907: Edoardo Benvenuti, Il Werther, la lirica e la drammaticità di Goethe e la letteratura italiana, «Nuova rassegna di letterature moderne», 7-8, 1907, pp. 1036-1069

Berengo 1956: Marino Berengo, La società veneta alla fine del Settecento, Firenze, Sansoni

Bianco 2016: Francesca Bianco, Un inedito di Cesarotti: l’Ossian wertheriano, in «Quaderni veneti», V.1

Brunelli 1923: Bruno Brunelli, Un’amica del Casanova, Palermo, Sandron, 1923

Crepaldi 2008: Debora Crepaldi, Michele Salom – Michelangelo Arcontini. A proposito del primo traduttore del Werther, tesi di laurea, Università di Padova

Fancelli 1981: Maria Fancelli, Michele Salom a Berlino: una lettera inedita a Ch. M. Wieland, in «Rivista di letterature moderne e comparate», a. XXXIV, 1981, pp. 92-103

Manacorda 2001: Giorgio Manacorda, Materialismo e masochismo, Roma, Artemide

Marchesi 1903: Giambattista Marchesi, Studi e ricerche intorno ai nostri romanzieri e romanzi del Settecento, Bergamo, Istituto Italiano d’Arti Grafiche

Modena, Morpurgo 1967: Abdelkader Modena e Edgardo Morpurgo, Medici e chirurghi ebrei dottorati e licenziati nell’Università di Padova dal 1617 al 1816, Bologna, Forni

Salah 2007: Asher Salah, La République des Lettres. Rabbins, écrivains et médecins juifs en Italie au XVIIIme siècle, Leiden, Brill

Salom 1788: Johann Wolfgang von Goethe, Verter, tradotto dal D.M.S., Venezia, Giuseppe Rosa

1805: August Wilhelm Iffland, Il giuocatore, Venezia, Antonio Rosa

 1806a: August Wilhelm Iffland, L’uomo di parola, Venezia, Antonio Rosa

1806b: Gotthold Ephraim Lessing, Emilia Galotti, Venezia, Antonio Rosa

1806c: August von Kotzebue, Il commediante senza saper d’esserlo, Venezia, Antonio Rosa

1807: August Wilhelm Iffland, La cometa, Venezia, Antonio Rosa

1816: Johann Valentin von Hildebrand, Del tifo contagioso con alcuni cenni intorno a’ mezzi di arrestare la pestilenza originata dalla guerra ed altre umane contagioni, Padova, Stamperia del Seminario

Toffanin 1985: Giuseppe Toffanin, Goethe, Padova e la prima traduzione del Werther, «Atti e Memorie dell’Accademia patavina di Scienze, lettere ed arti», a. XCVIII, n. 3, 1985-1986, pp. 181-195

Wieland 1809: Christoph Martin Wieland, Aristippo ed alcuni suoi contemporanei, recato dal tedesco in italiano da Michelangelo Arcontini, Padova, Nicolò Bettoni

Zapperi 2000: Roberto Zapperi, Una vita in incognito: Goethe a Roma, Bollati Boringhieri, Torino