La letteratura italiana in Ungheria negli anni duemila

QUALCHE RIFLESSIONE, CON UNO SGUARDO RETROSPETTIVO AL NOVECENTO

di Margit Lukácsi

Kinga Rofusz, Flying with reading

Questa riflessione intende affrontare la questione della ricezione della letteratura italiana in Ungheria nello specchio delle traduzioni durante l’ultimo ventennio. Poiché la traduzione può essere vista come atto di mediazione interculturale, luogo privilegiato di contatto tra lingue e culture diverse, può essere importante studiare la fortuna delle pubblicazioni di opere provenienti da un’altra cultura dal punto di vista sia qualitativo sia quantitativo nell’arco di un determinato periodo, nonché il mutamento dei valori e delle valorizzazioni. La mia indagine abbraccia più o meno due decenni, gli anni duemila, quando la situazione editoriale ungherese, in conseguenza della globalizzazione, non si differenziava molto dall’andamento del mercato librario di altri paesi europei. È tuttavia interessante seguire e interpretare le singole scelte editoriali e le specializzazioni locali, con uno sguardo retrospettivo ad alcuni momenti cruciali del secolo scorso sino alla fine degli anni ottanta e gli inizi degli anni novanta, il periodo in cui i cambi di regime nei paesi dell’Europa orientale hanno avuto forti conseguenze anche sulla politica editoriale e sul mercato dei libri in generale.

1.

Prima di entrare nel concreto delle traduzioni in ungherese delle opere letterarie italiane, è utile delineare il contesto generale nel quale si inserisce la nostra riflessione. La prima questione da chiarire è il rapporto della “letteratura mondiale” (Weltliteratur) e delle singole letterature nazionali ormai all’interno dei sistemi di relazioni internazionali. Nei primi decenni del nuovo millennio, in conseguenza della globalizzazione, con il conseguente impatto sulla vita accademica, sono nati nuovi campi, nuovi luoghi di confronto e dibattito sempre più attivi, ormai, al di fuori degli ambienti accademici (festival di letteratura, fiere e presentazioni di libri, pagine on line di letteratura, social network). In un certo senso, il giudizio della qualità e della quantità, l’intero sistema delle valutazioni sono diventati più democratici, parallelamente all’apparire di un’esigenza di informazione varia e continua. L’originario concetto di “letteratura mondiale”, elevato e un po’ aristocratico, si è, di conseguenza, esaurito. Anche perché non esiste più uno spazio comune e unitario in cui gli eventi letterari di rilievo di tutto il mondo potrebbero essere seguiti ed interpretati. Scrivere delle storie letterarie sembra una iniziativa impossibile o, quanto meno, rischiosa anche nei limiti di una letteratura nazionale. In ambito accademico è diventato più importante (e più praticabile) studiare le letterature delle comunità linguistiche anziché le letterature nazionali, e la direzione della ricerca e dell’orientamento dipende molto da fattori soggettivi: il gusto personale dello studioso, del redattore e dell’editore.

Oggi in Ungheria, similmente al resto del mondo, l’orientamento nella selva delle informazioni relative ai fenomeni culturali è dominato dalla lingua inglese. I giudizi, le valutazioni della critica e anche del pubblico, così come il gusto letterario generale sono determinati dalla cultura anglosassone, che è diventata non solo un punto di riferimento, ma anche la bussola delle strategie editoriali. La pubblicazione in inglese di un’opera letteraria, scritta originariamente in una qualsiasi lingua, moltiplica la probabilità che quell’opera sia tradotta anche in altri paesi. In tale contesto è una peculiarità della situazione ungherese che la fortuna della letteratura contemporanea ungherese in Europa dipenda ancora molto dalla sua pubblicazione prima in lingua tedesca e dalla sua circolazione nell’ambiente letterario tedesco. Il predominio della lingua inglese a livello globale è un fattore le cui conseguenze si stanno, comunque, già manifestando: l’omologazione del mercato editoriale, la lenta ma inarrestabile scomparsa dall’offerta editoriale di tutto ciò che non rientri nel modello generale di “prodotto letterario” di sicura vendibilità, o addirittura di facile traducibilità. Questi fenomeni nascondono in sé un doppio rischio: da un lato si avverte già una certa generale tendenza al peggioramento qualitativo (esistono, per fortuna, come eccezioni alcune vette o stelle fisse sull’orizzonte letterario), il livello medio-alto degrada verso il livello medio, verso un linguaggio meno ricco, uno stile più semplice, senza complicazioni, che facilita l’immedesimazione di un pubblico più vasto. In altre parole, siamo testimoni della tendenza a offrire degli “sconti o concessioni intellettuali” al lettore per catturare la sua attenzione invece di chiedergli degli sforzi o offrirgli nella lettura una sfida intellettuale. Così, quella letteratura che non vuole rinunciare alla ricchezza stilistica, all’originalità del linguaggio e alla riflessione sui fenomeni del mondo in cui viviamo, diventerà sempre di più una rarità, una cultura di nicchia. Dall’altro lato, dal punto di vista della traduzione c’è il rischio che fra poco non ci sarà più bisogno di traduttori veramente colti e professionali, sensibili conoscitori della cultura dalla quale traducono e, come tali, degni co-autori dello scrittore del testo letterario originale. L’industria editoriale diventerà una fabbrica di libri mediocri e di facile consumo tradotti da traduttori mediocri. È naturalmente auspicabile che ciò non accada, ma il rischio c’è.

2.

Non è sempre stato così. Agli inizi del ventesimo secolo, almeno in Ungheria, si era formata una straordinaria generazione di scrittori e poeti che allo stesso tempo erano anche traduttori. Inoltre, si continuavano a compiere grandi viaggi culturali che avevano l’Italia come meta privilegiata. In Ungheria la conoscenza del tedesco (resa necessaria dall’appartenenza, fino al 1918, all’impero austro-ungarico) e del francese o dell’italiano garantiva la reale possibilità di seguire la cultura europea, e quando a queste lingue si aggiungeva anche la conoscenza dell’inglese, si disponeva di un vasto orizzonte culturale, che contribuiva a crearsi un’immagine della “letteratura mondiale”. Penso adesso alla redazione della famosa rivista ungherese «Nyugat», il cui titolo, che significa appunto «Occidente», alludeva simbolicamente ai principali obiettivi della rivista: far conoscere in Ungheria le principali tendenze della letteratura moderna e contemporanea attraverso le traduzioni. L’altro obbiettivo era il culto della lingua nazionale, praticato traducendo opere letterarie di alta qualità. Di tale impresa si è fatta carico un’intera generazione di poeti e scrittori ungheresi, da Babits a Kosztolányi, da Gyula Juhász a Árpád Tóth, fino ai più giovani Lőrinc Szabó, Attila József, Miklós Radnóti. Era proprio il prestigio dei traduttori a garantire l’autorevolezza della rivista. Il programma culturale di «Nyugat» orientò per almeno un mezzo secolo non solo lo sviluppo della lingua letteraria ungherese, ma anche la formazione del gusto letterario, contribuendo, inoltre, al consolidamento di un canone letterario saldamente strutturato. Il risultato di maggior rilievo della prima metà del Novecento fu senz’altro la traduzione integrale in terzine della Divina Commedia da parte del dotto poeta Mihály Babits (A pokol [L’Inferno], Budapest, Révai, 1912; A purgatórium [Il Purgatorio], Budapest, Révai, 1920; A paradicsom [Il Paradiso], Budapest, Révai, 1922; Isteni színjáték [Divina Commedia, edizione integrale], Budapest, Révai, 1940 ), autore anche di una prestigiosa storia della letteratura europea. Questa traduzione fu per un intero secolo punto di riferimento degli studi danteschi in Ungheria e del rapporto fra la poesia ungherese e l’opera di Dante. Nel 1941 Babits, in riconoscimento della sua attività di traduttore dell’opera dantesca, fu insignito del Premio San Remo da parte dello stato italiano. È passato quasi un secolo prima che, dopo parziali tentativi da parte di vari traduttori-poeti, nel 2016 un altro dotto poeta, Ádám Nádasdy, pubblicasse una nuova traduzione della Divina Commedia (Isteni Színjáték, Budapest, Magvető, 2016) nella versione integrale in versi giambici: un’edizione commentata, che si adegua di più alle esigenze e alla cultura del pubblico di oggi.

Lo scrittore Dezső Kosztolányi, altro illustre rappresentante della prima generazione della rivista «Nyugat», nelle sue antologie di traduzioni poetiche dedicò un’attenzione speciale alla letteratura italiana contemporanea, traducendo alcuni poeti crepuscolari; fu lui a scoprire il futurismo di Marinetti. La missione della rivista «Nyugat» è già stata oggetto di numerose analisi e dissertazioni, nonché di volumi che riempiono intere biblioteche, ma una cosa bisogna dirla: l’influsso dell’estetica della traduzione, elaborata dalla rivista, che era concentrata sul binomio della fedeltà e della bellezza, è stato talmente forte che nella propria attività ogni traduttore ungherese si trova tuttora indotto a confrontarsi con questa eredità, fosse per negarla o per accettarla o per ridimensionarla. Inoltre, nel periodo fra le due guerre, in seguito ad accordi ufficiali favoriti dalle amichevoli relazioni fra Italia e Ungheria, si formò una rete istituzionale di relazioni culturali: fu fondata l’Accademia d’Ungheria a Roma, furono istituite varie cattedre universitarie, si organizzarono delle associazioni culturali italo-ungheresi e si avviarono programmi di scambi, destando, di conseguenza, in ognuno dei due paesi, reciproco interesse editoriale per la produzione letteraria nazionale. È importante precisare che se la reciprocità degli interessi era innegabile, la quantità e la qualità delle pubblicazioni non erano del tutto equilibrate. Si può comunque affermare che nel periodo fra le due guerre la letteratura italiana era accolta con interesse, anche se con certi limiti quantitativi, situazione che permane nei tempi attuali.

Un altro momento importante nel processo di apertura degli orizzonti culturali nel secolo scorso è stato senz’altro il periodo successivo alla rivoluzione ungherese del 1956. Dopo il decennio 1945-1955, gli anni della barriera ideologica in Ungheria, negli anni sessanta si verificò a una ripresa nella pubblicazione delle traduzioni dalle lingue cosiddette “occidentali”. Così l’editoria ungherese, anche se con un certo ritardo, riesce a offrire un’immagine molto più equilibrata anche della letteratura contemporanea italiana. Vengono tradotti e pubblicati per la prima volta autori come Italo Calvino, Cesare Pavese, Elio Vittorini, Goffredo Parise, Natalia Ginzburg, Alberto Moravia, Dino Buzzati, Italo Svevo e, in nuove edizioni, classici come Giacomo Leopardi, Giovanni Pascoli e Luigi Pirandello. Subito dopo il 1956 vennero avviate nuove e importanti iniziative editoriali: furono fondate due case editrici –tuttora attive – l’Európa, con il principale obbiettivo di tradurre e pubblicare letteratura europea e mondiale, e la Magvető, la cui attività si concentrava e si concentra soprattutto sulla pubblicazione della letteratura contemporanea ungherese, ma tiene d’occhio anche le opere più interessanti della letteratura straniera. Non si può dimenticare la fondazione della rivista letteraria «Nagyvilá(Il grande mondo), che con il suo titolo simbolico alla maniera della rivista «Nyugat», già proclamava la sua principale vocazione. «Nagyvilág» era un periodico mensile, attivo fino al 2016 (durante il periodo della sua massima diffusione raggiunse addirittura la tiratura di ventimila copie), e oltre a far conoscere al pubblico ungherese i capolavori occidentali fino ad allora ignorati, strutturò e mantenne vivo attorno a sé un gruppo di collaboratori, fra traduttori e redattori, a cui erano assegnati specifiche aree linguistiche. Lo stesso si può dire della casa editrice Európa: i suoi famosi direttori e redattori hanno fatto scuola e noi, traduttori attivi di oggi, li consideriamo nostri maestri. Anche se la letteratura italiana non è diventata una moda in Ungheria (al contrario della letteratura nordamericana), gli anni sessanta e settanta hanno prodotto un significativo corpus rappresentativo della fortuna della letteratura italiana in Ungheria: sono usciti importanti volumi di saggi specializzati e ampie antologie della letteratura italiana, destinati a un pubblico eterogeneo e diffusi, quindi, non soltanto negli ambienti accademici. In quel periodo trovava un proprio spazio anche la poesia di Umberto Saba, Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale e Cesare Pavese, anche se si deve precisare che la pubblicazione della poesia italiana contemporanea in Ungheria è sempre stata e continua a essere piuttosto lacunosa.

3.

Tra la fine del Novecento e i primi anni duemila si evidenzia la separazione del discorso accademico dal discorso letterario. Le università e i centri di ricerca letteraria non sono più gli unici depositari della verità, nel senso che il giudizio critico accademico influisce poco sulle scelte degli editori e sul gusto letterario in generale. In altri termini, la fruizione della letteratura non può prescindere dai gusti del più vasto pubblico. Nel discorso accademico è diventato fondamentale l’uso della lingua inglese: le pubblicazioni nel mondo universitario per la maggior parte nascono in lingua inglese, e questa tendenza ormai interessa anche l’ambito letterario. In Europa il francese e il tedesco hanno ancora conservato il loro impatto, in quanto le università francesi e tedesche dispongono di una efficiente rete di case editrici. Lo spagnolo mantiene una posizione stabile, grazie alla vasta area linguistica latino-americana. Lingue come l’italiano e il russo (due lingue e culture che io conosco più approfonditamente e che per il loro inestimabile tesoro letterario non possono certo essere considerate “minori”), nel discorso accademico rimangono alquanto isolate: in Russia – esperienza personale – i convegni si svolgono in russo, le pubblicazioni nascono in russo anche nel caso, per esempio, di convegni di italianistica. Nell’area dell’Europa centrale – Ungheria, Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Romania, Croazia, Slovenia – il discorso scientifico dell’italianistica si svolge esclusivamente in italiano e le pubblicazioni accademiche nascono in lingua italiana. Ciò significa che l’italiano è diventato un cordone ombelicale che costituisce un privilegiato e primario canale di collegamento tra la ristretta cerchia di studiosi europei e, il mondo accademico italiano. Questa esclusività tuttavia non giova alla divulgazione della letteratura contemporanea italiana fuori i confini dell’Italia. Il discorso accademico è diventato autonomo e talvolta fine a sé stesso, e questo rende problematico anche il rapporto pratico della letteratura e della sua traduzione, il che influisce anche sul giudizio del lavoro del traduttore.

Mi rimetto alle esperienze personali: appartengo a una strana razza che però conta non pochi esemplari: la figura del traduttore-docente. Sono una traduttrice attiva e praticante: cioè oltre al mio lavoro di docente universitaria svolgo un’intensa attività di traduzione letteraria che ritengo altrettanto importante quanto lo studio e l’insegnamento nell’ambiente universitario. Talvolta mi sembra, anzi, che la traduzione letteraria offra delle opportunità più ricche e più autentiche per un lavoro di mediazione culturale. È da qui che scaturisce anche la complessità della situazione in cui si trova chi vorrebbe offrire il proprio meglio in due ambienti così diversi come il mondo accademico e il mondo dell’editoria e il contesto culturale contemporaneo.

Nel mondo accademico non viene considerata l’attività svolta per l’editoria: posso affermare tranquillamente che non conta nulla o quasi. Al massimo ricevo amichevoli incoraggiamenti e attestazioni di stima da parte dei miei colleghi e studenti, ma la traduzione letteraria non incrementa il numero delle pubblicazioni da cui dipende la nostra carriera scientifica, la nostra promozione. Il che è un paradosso: presso gli atenei, tra i corsi di Master che attirano un numero sempre maggiore di studenti, figura sicuramente il Master in traduzione. Tuttavia, io, che insegno tecniche di traduzione e traduzione letteraria al Master, non posso avvalermi della lunga serie di opere letterarie italiane che ho tradotto, perché la traduzione non è scienza, e tuttavia sono un docente-insegnante affidabile perché traduco bene. Sono dunque uno strano ibrido. Dall’altro lato, all’editore per cui lavoro non interessano affatto (o quasi) le mie competenze critiche e storico-letterarie: per lui valgono di più il mio “fiuto” e, soprattutto, i miei contatti personali, attraverso i quali posso procurargli qualcosa che potrà diventare un prodotto vendibile. Mi trovo quindi molto spesso in una situazione imbarazzante: far accettare all’editore un’opera letteraria di valore e allo stesso tempo fargli credere che, corredandolo di una efficace strategia di marketing, l’iniziativa commerciale non fallirà, la sua fiducia non sarà stata mal riposta e l’investimento sarà stato fruttuoso. Appartenendo a una comunità linguistica (l’ungherese) considerata “minore”, rispetto alle “grandi” lingue oggi diventate la koinè della comunicazione mondiale, e operando in un mercato librario minore, credo che la nostra situazione, almeno nell’ambito delle traduzioni, per un certo verso sia simile a quella delle lingue e letterature dell’Europa orientale, dove suppongo che si avvertano delle tendenze analoghe.

4.

Quali sono dunque i canali di comunicazione attraverso i quali gli autori stranieri – e in particolare gli italiani in Ungheria – arrivano a esser tradotti e pubblicati? Quali dinamiche influiscono sulle motivazioni delle scelte editoriali? Dipende tutto dalla commerciabilità delle opere, dal funzionamento del mercato e del “prodotto” letterario? Oppure intervengono altri fattori a determinare l’accoglimento della letteratura contemporanea italiana degli ultimi decenni? In base a quanto detto prima, risulta evidente che alcuni autori italiani – grazie alle traduzioni delle loro opere – sono diventati famosi non solo in Italia ma anche in molti altri paesi del mondo. In Ungheria la pubblicazione de Il nome della rosa di Umberto Eco (A rózsa neve, Budapest, Árkádia, 1988, traduzione di Imre Barna), oltre ad aver inaugurato la serie di traduzioni di tutte le opere di Eco, ha suscitato la generale attenzione nei confronti della letteratura italiana contemporanea. Sulla scia del successo mondiale del romanzo di Eco di anno in anno il numero delle opere letterarie tradotte in ungherese aumentava sempre più. Il fenomeno era molto simile alla riscoperta e al successo di Sándor Márai in Italia alla fine degli anni novanta e oltre: la traduzione in italiano dei libri di Márai orientava l’attenzione di alcuni editori e di non pochi lettori verso la letteratura ungherese.

Può accadere che non soltanto un autore o un libro, ma anche una persona, possa funzionare da mediatore. A dare un grande slancio allo sviluppo dei rapporti culturali italo-ungheresi fu la nomina di Giorgio Pressburger a direttore dell’Istituto italiano di cultura di Budapest. Lo scrittore e regista di origini ungheresi e naturalizzato italiano ricoprì questa carica dal 1998 al 2002. Durante quel periodo la cultura italiana conobbe un successo fino ad allora inedito in Ungheria: vennero allestiti spettacoli teatrali e di opera lirica; importanti mostre (Savinio, Campigli); furono organizzate presentazioni di libri e manifestazioni culturali cui gli abitanti della capitale parteciparono attivamente. Giorgio Pressburger ideò, insieme alla casa editrice Noran di Budapest, una collana di letteratura italiana contemporanea che ha ospitato autori mai tradotti prima in Ungheria. Inaugurò la collana Palomar di Italo Calvino nella traduzione di Ferenc Szénási, co-redattore della collana (Palomar, Budapest, Noran, 1999). Si trattava di una iniziativa editoriale unica nel suo genere, perché offriva ai lettori edizioni bilingui, con testo a fronte, e il pubblico ungherese ebbe così modo di conoscere autori come Tommaso Landolfi, Alberto Savinio, Antonio Delfini, Silvio D’Arzo, la prosa di Umberto Saba, Carlo Emilio Gadda, Francesco Masala, Paola Capriolo, Daniele Del Giudice. Tante importanti voci della letteratura italiana contemporanea, alcune delle quali rimangono ancora da scoprire anche per i lettori italiani. Nel 2002, anno in cui Pressburger si congedava dalla carica di direttore dell’Istituto italiano di cultura, l’Italia fu il paese ospite del Festival del Libro di primavera a Budapest, evento che ampliò ulteriormente l’orizzonte del lettore ungherese interessato alla letteratura italiana. Non si può dimenticare lo scrittore Pressburger che probabilmente non è stato tradotto in molte altre lingue oltre all’ungherese, perché la sua opera è davvero particolare e offre spunti interessanti soprattutto a queste due culture: a quella in cui è nato, e a quella in cui è cresciuto ed è diventato adulto. Dal 2002 in poi furono tradotti in ungherese quasi tutti i suoi libri, dalle Storie dell’ottavo distretto a L’elefante verde, da Di vento e di fuoco, Denti e spie, La legge degli spazi bianchi, L’orologio di Monaco alla recente pubblicazione dei Racconti triestini, nella mia traduzione (Trieszti történetek, Budapest, Noran Libro, 2018), a cui seguirà ancora quest’anno l’edizione in ungherese dell’ultimo suo libro, Don Ponzio Capodoglio, presso la casa editrice Noran Libri, che accanto alla casa editrice Európa cura la pubblicazione delle opere di Giorgio Pressburger. Il caso di Pressburger è del tutto peculiare e si identifica nell’instancabile attività di un intellettuale la cui cultura, radicata in due lingue e in due letterature, contribuisce in modo straordinario ad arricchire il patrimonio culturale italiano e ungherese.

5.

In seguito al cambiamento di regime avvenuto tra il 1989 e il 1990, in Ungheria sono sorte innumerevoli case editrici, per la maggior parte condannate a una esistenza effimera, a causa della concorrenza alimentata dai meccanismi economici del nuovo mercato. In questo contesto anche il valore letterario assumeva un valore economico, e il successo di un libro in gran parte dipendeva dalle strategie di marketing. Anche in Ungheria si è affermata la tendenza delle maggiori case editrici, già divenuta realtà in Italia e in altri paesi, a concentrarsi in grandi gruppi che operano tramite una comune rete commerciale e gestiscono insieme la distribuzione. Attualmente in Ungheria i maggiori gruppi editoriali sono tre: Líra, Libri, Kossuth, mentre il gruppo editoriale Alexandra con il suo fallimento di alcuni anni fa ha causato una grave crisi che ha investito alcuni operatori del settore. In effetti, anche se resistono ancora alcune case editrici indipendenti e di dimensioni minori, probabilmente sono gli ultimi moicani che compiono sforzi sovrumani per sopravvivere e ci riescono quasi esclusivamente grazie ai contributi racimolati da enti pubblici o privati. Gli editori minori e indipendenti molto spesso operano nel settore delle pubblicazioni scientifico-accademiche; così, utilizzando in maniera razionale i fondi a disposizione, riescono periodicamente a pubblicare anche letteratura. È il caso particolare dell’Harmattan, casa francese che opera anche in Ungheria, dove mantiene in vita due collane dedicate alla letteratura straniera contemporanea, pubblicando anche autori italiani: Giorgio Vasta (Il tempo materiale 2013), Alessandro Mari (Troppo umana speranza, 2016) e Giuseppe Lupo (Viaggiatori di nuvole, 2016), tutti e tre da me tradotti per L’Harmattan di Budapest (nell’ordine: A megfogható idő, 2013; Nagyon is emberi remény, 2016; Felhőutazók, 2016), accanto ad autori di lingue poco conosciute: polacco, sloveno, slovacco, turco, e dalle quali si traduce di meno. È doveroso precisare che tali iniziative necessitano del sostegno o di un grande evento o di un contributo ministeriale da parte del paese di origine dell’autore. Negli anni duemila in Ungheria il Festival di Libro di primavera di anno in anno diventava un evento sempre più importante e da fiera locale si è trasformato progressivamente nella maggiore manifestazione del settore editoriale dell’Europa centrale. Dal punto di vista italiano fu un’edizione di rilievo quella del 2002, quando, ricambiando il gesto italiano dell’anno precedente – nel quale in Italia aveva avuto luogo la Stagione culturale ungherese – gli organizzatori del Festival focalizzarono l’attenzione sulla letteratura italiana contemporanea. Nel 2007 l’ospite d’onore del Festival del Libro di Budapest fu Umberto Eco, mentre nel 2012 arrivò un altro ospite d’onore italiano, Claudio Magris, e nel 2013, per la prima volta nella storia del Festival, accadde che uno stesso paese, appunto l’Italia, fosse ospite d’onore una seconda volta. A questo punto parrebbe legittimo affermare che la letteratura italiana in Ungheria occupa un posto di rilievo: io direi, piuttosto, che ci sono stati anni e periodi in cui era davvero privilegiata. Quegli anni e quegli eventi apportarono certamente un incremento nel numero delle opere tradotte: vennero pubblicate tutte le opere di Umberto Eco, e non solo i romanzi ma anche gran parte della saggistica. A queste traduzioni si sono aggiunte quelle delle opere più importanti e/o di particolare interesse mitteleuropeo di Claudio Magris: Danubio (Duna, trad. di Mária Kajtár, Európa, 1992); Un altro mare (Egy másik tengertrad. di Imre Barna, Európa, 1993); Microcosmi (Kisvilágok, trad. di Imre Barna e Bea Szirti, Európa 2002); Alla cieca (Vaktában, trad. di Judit Gál, Európa, 2007; (Hangok, trad. di Éva Gács, Libri, 2012). Evento speciale di ogni edizione del Festival è la tavola rotonda animata da scrittori al loro primo impegno editoriale: una dozzina di giovani autori provenienti da vari paesi europei incontrano i lettori e gli uni e gli altri si confrontano a vicenda intorno ad argomenti interessanti. Fin dall’inizio ho seguito questo progetto in qualità di traduttore e collaboratore all’evento; abbiamo invitato dei giovani autori italiani come Federico Moccia, Gessica Franco Carlevero, Gaia Rayneri, Tommaso Giagni, Marco Magini, Marco Malvaldi, Nadia Terranova e i già menzionati Giorgio Vasta e Alessandro Mari i cui libri sono stati tradotti in ungherese.

Nelle scelte editoriali contano molto le classifiche di vendita dei romanzi, la posizione che un’opera vi occupa, se è già un prodotto “confezionato”, se è stata presentata ai vari festival, fiere del libro, se ha vinto dei premi, e soprattutto se l’autore è disposto a promuovere il libro rendendosi disponibile per le presentazioni e varie altre manifestazioni. Per questo motivo, purtroppo, è difficilissimo convincere un editore a pubblicare l’opera di un autore contemporaneo recentemente scomparso, e svaniscono, così, le speranze di continuare la pubblicazione delle opere di Antonio Tabucchi e di Sebastiano Vassalli, perché appartengono alla letteratura alta che senza un marketing efficace è difficilmente commercializzabile. La presenza attiva dell’autore offre invece una certa garanzia per il successo del libro tradotto. L’esempio più eloquente è quello di Umberto Eco, i cui libri erano già stati acquistati dalle case editrici di tutto il mondo prima della loro apparizione, e l’Ungheria non fa eccezione. Oppure, al contrario, può essere altrettanto importante che l’autore sia invisibile, ma sappiamo che esiste, mentre la sua persona è avvolta nel mistero: è il caso di Elena Ferrante: senza nulla togliere al valore della sua opera, bisogna dire che la macchina del marketing, l’uscita di un nuovo libro programmato per lo stesso giorno in tutto il mondo per alimentare l’interesse o la curiosità del pubblico, sono trucchi dell’industria editoriale globale che contribuiscono al successo delle vendite. Il caso di Antonio Tabucchi potrebbe essere l’esempio contrario – un autore molto stimato, forse più all’estero che in patria – il cui primo romanzo tradotto in ungherese uscì nel 1980 (Itália tér, Budapest, Magvető, 1980, traduzione di Zoltán Zsámboki da Piazza d’Italia) e le traduzioni delle altre sue opere vennero pubblicate molti anni dopo; tra queste Sostiene Pereira, nella mia traduzione, nel 1999 (Állítja Pereira, Budapest, Európa, 1999), presso la casa editrice Europa e Il gioco del rovescio (Fonák játék, Budapest, Noran, 2002) , sempre nella mia traduzione. Tabucchi non è mai diventato un caso letterario in Ungheria: è rimasto un autore conosciuto nell’ambito degli specialisti di italianistica e di un pubblico raffinato che legge ancora le riviste letterarie in cui uscirono numerosi suoi racconti e brani di romanzi.

È inoltre interessante la fortuna di Andrea Camilleri, il quale gode di un successo enorme in Italia e in Germania, mentre in Ungheria è conosciuto da pochi fan, nonostante i sette-otto libri tradotti, gialli e un romanzo storico, Il birraio di Preston (traduzioni mie). Ultimamente la casa editrice Európa ha voluto continuare a pubblicare le traduzioni dei libri di Camilleri, coinvolgendo nel lavoro un giovane traduttore, András Kürthy. Dopo la morte dell’autore è diventato tuttavia complicato acquisire i diritti delle sue opere.

Si potrebbe continuare l’elenco delle traduzioni menzionando autori italiani che hanno riscosso grande successo in patria; i libri di alcuni sono diventati bestseller, e sono presenti con almeno uno o due libri in Ungheria, come Paolo Giordano, Niccolò Ammaniti, Margaret Mazzantini, Silvia Avallone, Michela Murgia, Diego Marani, Stefano Benni, Roberto Saviano. Stranamente solo Alessandro Baricco è riuscito a raggiungere il traguardo con una lunga serie di libri tradotti in ungherese. Dinamiche misteriose dei gusti e dei moventi dell’editoria e del mercato…

E, ormai arrivando alla conclusione, tra i motivi che più influiscono sull’andamento del mercato librario ce n’è uno molto interessante: il titolo dell’opera. Il titolo è, infatti, un elemento del marketing: compare sulla copertina, è il primo slogan che si offre al lettore e, come tale, è una chiave dell’interpretazione, in quanto apre nella mente del lettore un orizzonte interpretativo suscitando in lui determinate aspettative. Un esempio tra i miei lavori: Dacia Maraini, autrice molto stimata in Italia, in Ungheria sta arrivando solo adesso. Tranne La lunga vita di Marianna Ucrìa (traduzione di Éva Székely pubblicata in seguito ai numerosi premi ottenuti dal romanzo: Marianna Ucrìa hosszú élete, Budapest, Helikon, 1998), nessun altro libro è stato tradotto in ungherese – fino a tempi recentissimi. Due anni fa è stato pubblicato un suo romanzo del 2008, Il treno dell’ultima notte, il cui il titolo ungherese è Végállomás Budapest, cioè «Capolinea Budapest» (trad. mia, Budapest, Jaffa, 2018). Questa versione del titolo è stata preferita dal redattore ungherese per il forte richiamo che contiene: il toponimo quasi garantisce l’immedesimazione del lettore, lo rende partecipe degli eventi descritti nel romanzo, in parte ambientato a Budapest, in un’epoca storica, quella della rivoluzione del 1956, che in Ungheria è tuttora un tema delicato. La traduzione ungherese del titolo offre al lettore qualcosa di più interessante rendendo il libro molto più facilmente pubblicizzabile. Il libro sta andando bene, tanto che la casa editrice ha acquistato i diritti di traduzione di un’altra opera dell’autrice, stavolta di ben altro argomento, che si inserisce nel recente discorso me too: la raccolta di racconti L’amore rubato che uscirà in questi giorni (Rabolt szerelem, Budapest, Jaffa, 2020).

6.

Se vogliamo fare un bilancio della divulgazione della letteratura italiana in Ungheria nell’ambito delle traduzioni, possiamo giungere ad alcune conclusioni. Tra le pubblicazioni, sempre più numerose, si inserisce un numero modesto di libri di “alta letteratura”. Si vedono alcune tendenze credo universali per quello che riguarda i generi pubblicati: benché siano quasi totalmente scomparse le antologie (sia di prosa che di poesia), negli ultimi due decenni si possono menzionare alcune eroiche iniziative editoriali. Due sono della casa editrice Noran di Budapest: un’antologia di racconti, Huszadik századi olasz dekameron, a cura di Ferenc Szénási, Budapest, Noran, 2005, ossia «Decamerone italiano del ventesimo secolo», nella collana «Modern dekameron» in cui sono state pubblicate 15 antologie di racconti di 15 aree linguistiche diverse); e l’antologia di racconti erotici Olasz erato, anch’essa cura di Ferenc Szénási, Budapest, Noran, 2005 («Erato italiano»).

La terza iniziativa, altrettanto eroica, riguarda la poesia, in un contesto editoriale in cui, se la poesia straniera in generale è diventata un genere di nicchia, quella italiana lo è ancora di più; si tratta dell’antologia poetica Online barokk («Barocco online»), a cura del poeta italianista Endre Szkárosi, per i tipi della casa editrice Eötvös József, 2012, una raccolta bilingue di duecento poesie composte da cinquantadue poeti della seconda metà del Novecento, prima di tutto i poeti del Gruppo 63 e i poeti postmoderni come Nanni Balestrini, Antonio Porta, Elio Pagliarani, Carlo Villa, Adriano Spatola, Giulia Niccolai, Cesare Viviani, Tomaso Kemeny ecc. Ho detto «iniziative eroiche» perché la pubblicazione della poesia italiana contemporanea ha ancora grandissime lacune in Ungheria. E questo non perché manchino traduttori, anzi: i traduttori-poeti ci sono, ma il loro lavoro quasi sempre rimane in ombra o, al massimo, viene accolto da case editrici minori. Alcuni esempi: una raccolta di poesie di Mario Luzi, scelte e tradotte da Ferenc Szénási (Fenn égő sötét láng [«La cupa fiamma che ricade»], Budapest, Magyar Napló, 2008); Laborintus di Edoardo Sanguineti, a cura di Irén Kiss (Budapest, Ráció 2008); e una raccolta di poesie di Aldo Palazzeschi (Így tartja kedvem [«Così mi piace]», a cura di Ferenc Szénási, Budapest, PEN Club, 2016,).

E bisogna dire che il teatro si trova in una situazione ancora peggiore, poiché non si pubblicano affatto né drammi né commedie teatrali in traduzione, e se ciò raramente avviene, è solo per uso “interno”, per quelle compagnie che progettano di portare sulla scena un’opera teatrale. Il testo tradotto non viene consegnato all’eternità di un libro, non è destinato alla lettura, è il semplice strumento di uno spettacolo effimero. Dunque, il campo delle pubblicazioni delle opere tradotte è occupato quasi prevalentemente dalla narrativa: romanzi e, al massimo, racconti lunghi, rarissimamente antologie di racconti.

Considerando, in una visione di insieme, la produttività dei traduttori-italianisti ungheresi, bisogna menzionare alcuni risultati eccezionali. Uno è senz’altro la già citata nuova traduzione della Divina Commedia di Dante in edizione commentata a cura di Ádám Nádasdy, l’evento di maggiore impatto nell’ambito letterario e non solo nel settore dell’italianistica; la traduzione delle opere complete di Umberto Eco, per la maggior parte ad opera di Imre Barna; il completamento dell’edizione delle opere di classici del Novecento come Pirandello, Calvino, Buzzati e Pasolini (pubblicate dalle case editrici Európa, Noran e Kalligram). Si tratta in parte della ripubblicazione in edizioni rivedute di traduzioni già esistenti e in parte di traduzioni nuove; questo vale per l’opera di Pasolini: romanzi e sceneggiature, poesia. Allo stesso tempo, questi editori non mancano di proporre altri autori di indiscutibile valore letterario, come i già citati Claudio Magris e Antonio Tabucchi, nonché opere di Primo Levi – Se questo è un uomo e La tregua (Ember ez? Fegyvernyugvás, Budapest, Európa, 2014, traduzione di Gizella Magyarósi) e alcuni racconti sotto il titolo Angyali pillangó [«Angelica farfalla», Budapest, Noran, 2004, a cura di Vera Székács) – e di Sebastiano Vassalli (A látomás [«La Chimera»], Budapest, Bastei, 2002, traduzione di Ferenc Szénási). Ma non si può non rilevare una certa scarsezza sia nel numero di opere pubblicate, sia nel lavoro investito per una più efficace divulgazione di questi autori. È inoltre doveroso ricordare gli editori (Eötvös József Könyvkiadó, Nemzeti Tankönyvkiadó, Hungarovox Kiadó) che operano nel settore scolastico e accademico e che pubblicano le opere dei grandi autori dei secoli più lontani, dagli umanisti, attraverso il poema barocco, fino al romanticismo italiano. Tali edizioni circolano soprattutto tra gli studiosi e gli studenti universitari, raramente raggiungono un pubblico più largo.

Poco o molto? È una questione di punti di vista. Credo che il quadro non sia troppo differente da quello dei paesi europei che hanno vissuto e vivono in contesti storico-culturale-linguistici simili a quello dell’Ungheria. Potrebbe essere un ulteriore spunto di ricerca esaminare le tendenze parallele in alcuni paesi dell’Europa orientale, nonché la reciprocità degli scambi tra l’Italia e l’Ungheria resi possibili dalle traduzioni letterarie, in termini sia quantitativi sia qualitativi in merito alle scelte editoriali. Una cosa è certa: la persona del traduttore è un fattore fondamentale, che agisce un po’come un astuto mercante, un po’ come un ambasciatore colto: comunque, il traduttore-mediatore è una sorta di ente rappresentativo dell’autore e della sua opera, oggi più che mai.