Numero 18 (primavera 2020) | Strumenti

La Traductologie e L’Harmattan

PROFILO DI UNA COLLANA DEDICATA ALLA TEORIA E ALLA PRATICA DELLA TRADUZIONE

di  Giulia Baselica

Tree of life, ricamo su tela, AARITREE

Alla traduttologia la casa editrice parigina L’Harmattan dedica una intera collana ouverte à toutes les approches théoriques et métodologiques, appliquées à tous types de textes traduits (aperta a tutti gli approcci teorici e metodologici, applicati a tutti i tipi di testi tradotti – traduzione mia) – si legge nella presentazione della collana riportata su ogni volume – e volta a pubblicare titoli che trattano temi inerenti alla traduzione e all’interpretazione in una prospettiva multilingue, interculturale e intersemiotica. Duplice è dunque l’obiettivo cui la collection «Traductologie» dichiara di tendere: da un lato promuovere la diffusione della ricerca condotta nell’ambito della traduzione scritta, orale e audiovisiva; dall’altro pubblicare saggi scientifici di giovani ricercatori, meritevoli di attenzione da parte dei protagonisti del dibattito scientifico in materia di traduttologia. I contributi accolti nei volumi editi in questa collana danno luogo a una visione della traduttologia dall’accezione interdisciplinare, dunque orientata a éclairer – quindi a illuminare e chiarire – la complessità di un sapere dall’intensa vocazione teorico-pratica e in continuo mutamento. Il fenomeno traduttivo diviene qui oggetto di molteplici approcci scientifici propri delle scienze del linguaggio, delle scienze sociali, della storia culturale e della storia delle idee e delle mentalità.

La traduttologia è una disciplina complessa, che si sottrae a ogni definizione sintetica e nel contempo omnicomprensiva e che richiede, invece, una spiegazione articolata:

la traductologie en tant que science, étudie le processus cognitif et les processus linguistiques inhérents à toute reproduction (traduction) orale, écrite ou gestuelle, vers un langage, de l’expression d’une idée provenant d’un autre langage (signes vocaux-parole, graphiques – écriture ou gestuels) (Pruvost 2013, 391).

La traduttologia, in quanto scienza, studia il processo cognitivo e i processi linguistici inerenti a ogni riproduzione (traduzione) orale, scritta o gestuale, verso un linguaggio (segni vocali – parola, segni grafici – scrittura, o gestuale) (traduzione mia).

Antoine Berman e Jean-René Ladmiral, celebri ciblistes (Ladmiral 2014), furono tra i primi studiosi a utilizzare il termine traductologie (Pruvost 2013), coniato nei primi anni settanta del secolo scorso dallo studioso canadese Brian Harris (Ballard 2006), oggi ampiamente utilizzato in ambito accademico e tuttavia ancora privo di una identificazione semantica e funzionale stabilmente e univocamente definita. Se nelle culture anglofone il termine condiviso Translation Studies designa l’insieme degli studi concernenti la traduzione, in area francofona e in Francia in particolare la traduzione in quanto oggetto di studio e di ricerca parrebbe non poter essere definita da una denominazione comunemente accettata (Boisseau 2009). Il termine traductologie e la disciplina cui esso si riferisce costituisce dunque un problema non soltanto linguistico ma, addirittura, epistemologico.

La collana «Traductologie», varata nel 2015, interviene dunque, opportunamente, ad arricchire e a razionalizzare il dibattito traduttologico, con il non improbabile effetto di contribuire, magari implicitamente, a conferire al termine un nuovo, più ampio statuto. Il volume che ha inaugurato la collana ha per titolo Traductologie et géopolitique, è a cura di Mathieu Guidère, arabista e studioso di traduttologia, e raccoglie i contributi presentati in una serie di giornate di studio organizzate fra l’autunno del 2014 e l’autunno del 2015 dall’Università canadese McGill di Montreal e dalle Università francesi di Grenoble, Toulouse e Paris IV. Gli autori degli interventi qui pubblicati – traduttori, politologi, linguisti, antropologi e semiologi – si propongono di individuare il ruolo e le funzioni della traduzione nell’attuale contesto geopolitico mondiale, dominato dalla conflittualità e dalla crisi politica o sociale. Concreto oggetto di discussione e di confronto è il tema della manipolazione della traduzione, come manipolazione di idee o di oggetti culturali, mediante specifici usi linguistici e retorici, strategie comunicative orientanti, decontestualizzazione e risemantizzazione di concetti e nozioni. Ma alla disamina del fenomeno traduttivo condizionato dal conflitto geopolitico si contrappone, su un piano ben più elevato, la riflessione etica, strettamente connessa con le implicazioni culturali e sociali dei contesti in cui la geopolitica e la traduzione si incontrano. Lì si impongono altri interrogativi: come garantire mediante la traduzione il rispetto della differenza, la tutela della diversità, la promozione della tolleranza? In una parola: come contribuire, con la traduzione, al dialogo fra le culture e alla pace nel mondo?

Con il volume successivo, Idéologie et traductologie, pubblicato l’anno seguente, a cura di Astrid Guillaume, studiosa di traduttologia e di semiotica, il percorso della ricerca traduttologica apre uno scenario tanto ampio quanto problematico, poiché – come osserva Marianne Lederer nella Préface – il rapporto fra l’ideologia e la traduzione pone la questione, essenziale, della veicolazione del significato. L’ideologia, che può essere intesa come l’insieme delle idee, dei valori e delle credenze che influenzano o possono influenzare i comportamenti individuali o collettivi, presenta una duplice natura: all’ideologia manifesta e dichiarata dei partiti politici, delle religioni e delle correnti filosofiche, si contrappone l’ideologia diffusa, in quanto visione del mondo determinata dalle condizioni storiche e sociali di una determinata epoca (Lederer 2016). E sono proprio i testi riconducibili a questa seconda natura a presentare una maggiore problematicità traduttiva, in quanto ogni scelta operata dal traduttore si rivela determinante: le opzioni stilistiche adottate contribuiscono notevolmente alla trasmissione del senso. Lo stile del traduttore, precisa Marianne Lederer, è sì, almeno in parte, soggettivo, tuttavia l’influenza esercitata dall’uso collettivo è del tutto rilevante (Lederer 2016). I vari interventi raccolti nel volume mostrano quanto e come i traduttori, appartenenti a svariate culture europee (Bulgaria, Italia, Turchia, Portogallo, Grecia, Polonia, Russia) ed extraeuropee (paesi arabi e Giappone), pervengono a riprodurre con imparzialità il contenuto dialogico del testo di partenza o, al contrario, trasgredendo le norme deontologiche della loro professione, tendono a deformare il messaggio, sulla base dei propri pregiudizi e condizionamenti culturali.

Nel 2016 e 2017 appaiono altri due titoli, nei quali il termine traductologie è sostituito da traduction: Guerre et traduction. Répresenter et traduire la guerre, a cura di Lynne Franjié, arabista e studiosa di traduttologia e La traduction poétique amazighe, di Hassan Banhakeia, studioso di traduttologia, poeta e romanziere.

I nove saggi che compongono Guerre et traduction, esito dell’omonimo convegno internazionale organizzato dall’Università di Lille nel 2016, costituiscono un interessante approfondimento, un’ampia estensione del dibattito aperto dal primo volume della collana: alla dimensione geopolitica come luogo in cui la traduzione si confronta con la crisi nella sua accezione più vasta, si sostituisce il contesto bellico in senso diacronico e sincronico, nel quale le peculiarità dell’attività traduttiva è qui esaminata secondo quattro diverse prospettive, che rappresentano altrettanti macro-argomenti: la traduzione e la seconda guerra mondiale (nell’essenza, la traduzione delle memorie e delle testimonianze dell’esperienza concentrazionaria); la traduzione e le guerre nell’Europa orientale (la pratica della traduzione e la ricezione della letteratura straniera nel periodo compreso fra l’inizio della guerra fredda e lo scoppio del conflitto ucraino del 2014); la traduzione e le guerre nel medio oriente (in particolare la traduzione praticata dai media nel corso della guerra in Afghanistan e le strategie traduttive applicate alla resa della terminologia dell’Isis); infine la traduzione nelle organizzazioni internazionali, là dove specifico oggetto di traduzione è la responsabilità di proteggere e dove si cercano le parole per tradurre la guerra.

Se, ormai, corposa è la letteratura scientifica inerente allo studio della traduzione in situazioni belliche, esiguo è il numero di contributi dedicati al ruolo dei traduttori e, soprattutto, delle opere tradotte in quella fase di propaganda ideologica preparatoria all’imminenza del conflitto, alla quale corrisponde una precisa immagine dell’altro, cioè del nemico, oggetto di una rappresentazione manipolata. E Guerre et traduction rappresenta un efficace contributo a orientare il dibattito scientifico in questa direzione.

La traduction poétique amazighe non soltanto rivela al lettore, proprio attraverso la traduzione, una produzione poetica poco nota – la cultura poetica delle popolazioni autoctone nordafricane, un tempo designate con il termine ‘berbere’ – bensì, soprattutto, esalta, nell’opera traduttiva, la funzione e il valore

de réappropriation d’un univers en déperdition en multipliant les ouvertures sur l’étranger consacré, avec des poètes castillans, français et anglais qui sont versifiés en amazigh (Banhakeia 2016: 9).

di riappropriazione di un universo minacciato dalla dispersione, moltiplicando le aperture sullo straniero consacrato, con poeti castigliani, francesi e inglesi resi con versioni poetiche in lingua amazigh (traduzione mia).

Questo volume non è soltanto un’antologia poetica in traduzione: è una meticolosa e approfondita disamina delle molteplici implicazioni della traduzione poetica – le ambiguità culturali, la componente orale della traduzione poetica, la sperimentazione, il lessico, la metrica – sostenuta da un costante riferimento alla traduttologia, che qui manifesta la propria autentica natura di scienza descrittiva. La traduttologia propone al traduttore di poesia numerose e svariate osservazioni sui fenomeni di traduzione i quali, nel loro insieme, percorrono e in parte costruiscono la storia dei rapporti fra le culture; offre esempi traduttivi derivati da orientamenti e approcci determinati da specifici contesti culturali e sociali; induce il traduttore a formulare, forse non sempre consapevolmente, una propria teoria della traduzione, subito attualizzata nella forma tradotta.

Alla traduttologia araba è dedicato il volume La traductologie arabe. Théorie, pratique, enseignement, apparso nel 2017. L’autore è il già ricordato Mathieu Guidère, che nella sua monografia mette primariamente in luce un’interessante peculiarità del dibattito traduttologico del mondo arabo: la dichiarata e condivisa attribuzione di prevalente importanza al contenuto semantico, piuttosto che alla forma, così garantendo l’eterna possibilità della traduzione, nonostante la mancanza di corrispondenza fra le strutture delle varie lingue (Guidère 2017). La cornice teorica che racchiude tale assunto deriva dalla scuola francese, in particolare dalla teoria interpretativa – formulata negli anni settanta del secolo scorso e sviluppata poi da Danica Seleskovitch e Marianne Lederer – nella quale si pone, appunto, come essenziale, la questione del significato, cioè del contenuto del testo. All’agile e sintetica trattazione teorica segue un’ampia visione d’insieme della pratica traduttiva in lingua araba, della quale l’autore pone in evidenza gli aspetti culturali e referenziali, le difficoltà lessicali e redazionali, la determinazione del registro; ne illustra i nuovi contesti, soffermandosi sulla traduzione in quanto comunicazione interculturale, come strumento politico, mediazione umanitaria o localizzazione. Guidère si sofferma infine sulla formazione del traduttore, dedicando al tema un sintetico ma esauriente capitolo. Nel rilevare l’efficacia dell’approccio funzionale, fondato sulla centralità dell’equivalenza traduttiva, l’autore sottolinea l’importanza di alcune questioni irrisolte – e non esclusivamente nella didattica della traduzione araba – come la necessità di veicolare nell’insegnamento della traduzione araba l’esperienza pratica e la traduttologia e, soprattutto, si domanda quale sia, quale potrebbe essere l’apporto effettivo alla didattica della traduzione da parte della traduttologia applicata.

Nel 2018 la collana «Traductologie» si arricchisce dei volumi Traduction et évolution culturelle di Fabio Regattin (recensito nel numero 15 di «tradurre»: https://rivistatradurre.it/2018/11/la-recensione-5-la-traduzione-nella-lente-di-darwin/) e Traduire les émotions di Chirine Chamsine, docente e studiosa di Translation Studies all’Università di Montreal, la quale affronta nel suo saggio un tema inconsueto e complesso, per il carattere di ineffabilità che lo contraddistingue: la traduzione delle emozioni. L’autrice constata che l’atto traduttivo consiste non soltanto nel comprendere ciò che il testo vuol significare, bensì anche nel cogliere e far propria la dimensione emotiva, intimamente connessa con il portato culturale e connotativo espresso dal testo e dai singoli enunciati che lo costituiscono. Tradurre significa quindi avvertire le emozioni e tentare di trasmetterle al lettore finale. Charine Chamsine si propone di indagare il processo mentale e psicologico che rende possibile un tale transfert interculturale e interemotivo, adottando una prospettiva traduttologica integrata dalla riflessione cognitiva.

L’ultimo titolo della collana «Traductologie», pubblicato nel 2018 e riedito nel 2019, è Traductions et contextes, contextes de la traduction (Gregoire, Mathios 2019), un corposo volume collettaneo che raccoglie quattordici contributi, presentati e discussi in occasione di alcuni seminari tenuti nel 2012 a Clermont-Ferrand e prodotti a seguito della call for paper diffusa nel 2016 dai laboratori LRL (Laboratoire de recherches sur le langage) e dal CELIS (Centre de recherches sur les littératures et la sociopoétique). Tre sono gli orientamenti proposti: linguistico (declinato nei concetti di ‘ritraduzione’, ‘tradimento’, ‘non traduzione’); socioculturale (contesti di produzione e di ricezione dei testi e delle opere tradotte); intertestuale e transestetico (determinazione dell’impatto delle opere letterarie e, più in generale, culturali, sulla traduzione di testi), in una prospettiva sia storica e diacronica, nella quale il contesto culturale si pone in stretta connessione con l’influenza linguistica (è il caso dell’intervento di Gerda Hassler, La présence du français et des Français à Berlin au XVIIIe siècle: contexte culturel et influence linguistique), sia marcatamente contemporanea e sincronica, oltre che pragmaticamente attuale (ne è espressione il saggio di Richard Ryan Traduire en anglais les sciences exactes). Le molteplici visioni qui raccolte inducono a identificare nel contesto una inedita prospettiva di studio del fenomeno traduttivo, dei suoi processi e dei suoi siti.

La collana «Traductologie», nella sua eteroclita offerta di temi, ampi e di vasta portata, o circoscritti e ancora poco esplorati, nella sua commistione di verticalità e orizzontalità, invita il lettore a prendere parte al discorso sulla traduzione, a seguirne l’andamento ora turbinoso e volubile, ora lento e maestoso, a esplorarne le tortuosità e le ramificazioni, a vagliarne i non rari aurei sedimenti. Che abbia luogo nell’atelier del solitario traduttore, o nel grande convegno, il dibattito traduttologico alimentato dagli interventi può davvero contribuire a radicare nella cultura del nostro tempo la ferma consapevolezza dell’importanza di una teoria che costantemente guardi alla prassi e di una pratica traduttiva che, analogamente, non distolga la sua attenzione dalla traduttologia.

Riferimenti bibliografici

Segnaliamo che nel periodo fra la stesura del presente articolo e la sua pubblicazione è uscito un altro volume della collana: Abû Hayyân al-TawhîdîLes traits de caractère des hommes et des animaux dans le Kitâb al-Imtâ’ wa-I-mu’ânasa (2019)

Ballard 2006: Michel Ballard, Qu’est-ce que la traductologie?, Arras, Artois Presses Université

Banhakeia 2016: Hassan Banhakeia, La traduction poétique amazighe, Paris, L’Harmattan

Boisseau 2009: Maryvonne Boisseau, Les discours de la traductologie en France (1970-2010), in «Revue française de linguistique appliquée», 1 (vol. XIV), pp. 11-24

Gregoire, Mathios 2019: Traductions et contextes, contextes de la traduction. Nouvelle édition, sous la direction de Michaël Grégoire et Bénédicte Mathios, Paris, L’Harmattan

Guidère 2017: Mathieu Guidère, La traductologie arabe. Théorie, pratique, enseignement, Paris, L’Harmattan

Ladmiral 2014: Jean-René Ladmiral, Sourciers ou ciblistes. Les profondeurs de la traduction, Paris, Les Belles Lettres (seconda edizione aggiornata 2015)

Lederer 2016: Marianne Lederer, Préface, in Idéologie et traductologie, Paris, L’Harmattan, pp. 11-15

Pruvost 2013: Jean Pruvost, Avant Propos. Vous avez dit Traductologie?, in «Éla – Études de linguistique appliquée», 4, pp. 389-393

 

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