Numero 19 (autunno 2020) | Strumenti

La recensione / 1 – Una poesia dieci traduzioni

di Eleonora Gallitelli

A proposito di: John Keats, All’autunno, a cura di Edoardo Zuccato, Modena, Mucchi, 2019, pp. 80, € 8,00; Arthur Rimbaud, Il battello ebbro, a cura di Ornella Tajani, Modena, Mucchi, 2019, pp. 80, € 8,00; William Shakespeare, Sonetto XLIII, a cura di Chiara Lombardi, Modena, Mucchi, 2019, pp. 80, € 8,00; Walt Whitman, O Capitano! Mio Capitano!, a cura di Franco Nasi, Modena, Mucchi, 2019, pp. 80, € 8,00

All’iniziativa di Antonio Lavieri, francesista attivo nel campo degli studi sulla traduzione nonché promotore e curatore dell’opera di grandi teorici della traduttologia come Emilio Mattioli e Jean-René Ladmiral, si deve il lancio di due collane per Mucchi Editore che affrontano il «problema del tradurre» (dal titolo di una raccolta di Mattioli curata da Lavieri nel 2017: Il problema del tradurre (1965-2005), Mucchi) da due prospettive diverse e complementari.

Se «Strumenti Nuova Serie» propone «studi brevi, originali e incisivi» di teoria, storia e pratiche della traduzione, la collana inaugurata nel maggio 2019, dall’eloquente nome «DieciXUno – una poesia dieci traduzioni», offre in ciascun volumentto un florilegio di traduzioni otto-novecentesche, accostate in ordine cronologico e precedute ciascuna da un saggio introduttivo da cui emerge la particolare lettura dell’opera impressa dal curatore, che sfila egli stesso nel certamen con una sua versione originale.

I titoli di «DieciXUno», ad oggi quattro (ma è in programma l’uscita di un quinto volume, curato da Francesco Fava, dedicato a Llanto por Ignacio Sánchez Mejías di Federico García Lorca), aprono scorci fulminei quanto illuminanti sulla storia della ricezione di componimenti poetici che nel tempo, talvolta impercettibilmente, hanno contribuito alla fondazione di un canone della letteratura tradotta in Italia. A questi libricini va il merito di essere riusciti nell’impresa, avviata da Gianfranco Folena per Einaudi ma interrotta dalla sua prematura scomparsa, di comporre «una storia della letteratura italiana “distratta” dalle avventure della traduzione» (Lavieri, Tra estetica, poetica e retorica. In memoria di Emilio Mattioli, Mucchi, 2012, p. 225). Nell’ultimo decennio il testimone di Folena era già stato raccolto egregiamente, sul versante critico, anche da Angela Albanese e Franco Nasi nella ricca antologia L’artefice aggiunto (Ravenna, Angelo Longo, 2015), che raccoglie riflessioni sul tradurre maturate in Italia nei primi tre quarti del Novecento.

Dalla griglia apparentemente rigida in cui sono strutturati i volumetti della nuova collana traspare la varietà di approcci dei quattro studiosi, che scelgono di soffermarsi, alternativamente, sulla struttura retorica del componimento e i temi da questa concettosamente velati, con richiami alla storia della filosofia e della scienza (il rapporto tra occhio, oggetto e mente) nel Sonetto XLIII di William Shakespeare, a cura di Chiara Lombardi; sulla filologia dell’originale e delle traduzioni, attraverso un confronto puntuale impostato sul piano stilistico, semantico e metrico-ritmico nell’acuta analisi di Edoardo Zuccato dell’ode To Autumn di John Keats; sulla fortuna europea, alimentata dalla sua rimediazione cinematografica – e spesso oggetto di un’intenzionale manipolazione – di O Captain! My Captain!, la più nota e forse la meno innovativa delle poesie di Walt Whitman, inquadrata nel contesto dell’audace sperimentalismo dell’autore nel lungo e articolato saggio introduttivo di Franco Nasi; sulle interpretazioni allegoriche attestate nel corpus dei saggi critici e delle versioni del Bateau ivre di Arthur Rimbaud da Ornella Tajani, che riporta tra le dieci traduzioni proposte anche la straordinaria Drunken Boat di Samuel Beckett.

Per chi si occupa di traduzione, l’accostamento di queste caleidoscopiche rifrazioni che, ciascuna imprimendo alla sua gemma un proprio taglio, esalta o smorza, rivela o ottunde la luce da questa emanata in un’altra lingua e in un’altra epoca, è un esperimento affascinante che esalta la ricchezza delle composizioni originali variamente declinata nelle versioni derivate e permette al contempo di tracciare un percorso tutto interno al contesto d’arrivo.

Dopo le prove dei primi decenni del Novecento, non di rado infarcite di aulicismi ed errori grossolani, in cui i traduttori propendono per le soluzioni più varie – dalla prosa (anche ritmica, come nella versione di To Autumn di Fulvia Faruffini per Ricciardi) al dibattuto verso libero, a versi più tradizionali come la classica alternanza di settenario ed endecasillabo – si arriva a una fase più statica in cui il linguaggio è “non aggiornato”, il verso paludato e retorico (si veda l’edizione del 1950 delle Leaves of Grass curata da Enzo Giachino per Einaudi, poi riproposta dagli Oscar Mondadori), fino alla svolta della seconda metà del secolo – che Zuccato vede negli anni ottanta, Nasi (con Enrico Testa) nei sessanta – in cui la lingua della poesia assume il tono medio della prosa o persino del parlato standard, acquistando in scorrevolezza e leggibilità, mentre, parallelamente, la traduzione poetica abbandona la pedissequa letteralità a favore di una resa più propriamente “italiana” o, nel caso di Zuccato, lombarda.

Così l’autunno può assumere le sembianze di un giovane «pigro, ventilanti brezze / fra i tuoi crini asolando» (Mario Praz) o di una fanciulla «smemorata, i capelli nel vento» (Annalisa Manstretta). Whitman può essere letto come «panteista cristiano» da Giovanni Papini nel 1908 (p. 42), come cantore della libertà da Palmiro Togliatti e Antonio Gramsci una decina di anni dopo («Avanti, bisogna servire la Libertà qualunque cosa accada») e, ai nostri giorni, nel suo cameratismo omoerotico dalla prospettiva dei queer studies da Mario Corona. Shakespeare può sospirare tragicamente con un «Deh!» (Ettore Sanfelice) nel 1898 e ammansire con le sue ombratili ripetizioni perfino il verso anarchico di Edoardo Sanguineti. Mentre il laconico ottativo suicidario del finale di Rimbaud (Ô que j’aille à la mer!) diventa una discesa per Decio Cinti, un abbandonarsi per Mario Muner, un ritorno per Diana Grange Fiori, un urto violento per Dario Bellezza.

Incuriosisce scorgere tra le righe i principi che muovono i curatori nella loro doppia veste di critici e traduttori: il «gioco mentale di specchi nella traduzione come esperienza di lettura» di Zuccato (p. 50), l’associazione di idee per «entrare in un enigma» che guida nella scelta del traducente Chiara Lombardi (p. 8), la rinuncia volontaria a «ogni contrainte formale […] per afferrare meglio le tonalità della poesia rimbaldiana» da parte di Ornella Tajani (p. 19), la necessità di una lettura ad alta voce delle traduzioni per verificare la «tenuta» del testo posta come priorità da Nasi (p. 53).

Questo incontro, in un unico volume, dell’autore con le voci non sempre consonanti che diffondono la sua opera ci ricorda quanto un testo sia legato all’humus particolare da cui emerge, che si tratti del suolo natìo o di quello in cui è stato trapiantato per rifiorire in altri climi e culture.