Strumenti | Numero 6 (primavera 2014)

La recensione / 6 – Un repertorio di notizie di prim’ordine

einaudi_1933-2013di Gianfranco Petrillo

Le edizioni Einaudi negli anni 1933-2013. Indice bibliografico degli autori e collaboratori, indice cronistorico delle collane, indici per argomenti e per titoli, Einaudi, Torino, 2013, pp. 1800, s.i.p.

I cataloghi storici delle case editrici sono una miniera di informazioni con pochi uguali. Soprattutto quando, come in questo caso, la casa editrice è di quelle che hanno avuto un ruolo di primissimo piano nella formazione della cultura del paese in cui operano. Tanto più se quel ruolo è andato impallidendo sotto le impietose picconate, ancor prima che delle mutazioni storiche, di quelle biologiche, che ineluttabilmente ne fanno scomparire gli attori. Solo allora infatti si riesce a misurarne la forza, messa ancor più in risalto dalla meschinità dei nanerottoli che a posteriori si affannano a volerne rovesciare i meriti in nefandezze. Abbiamo a disposizione, per fortuna, alcuni di tali cataloghi: quello della Mondadori, quello della Laterza, quello della Feltrinelli, tra gli altri. Repertori, tutti, che attendono analisi specifiche che mettano in rilievo l’impatto avuto da titoli e collane sull’insieme delle cultura italiana.

Non è questa la sede per addentrarci nell’analisi delle collane, nell’individuazione delle scoperte, delle riscoperte e, soprattutto, delle illuminazioni procurate dall’Einaudi anche pubblicando classici noti, italiani e stranieri, in veste nuova. I bei libri che Gabriele Turi (Casa Einaudi, Il Mulino, Bologna 1990) e Luisa Mangoni (Pensare i libri, Bollati Boringhieri, Torino 1999) hanno dedicato alla casa editrice torinese sono già un viatico di lusso per addentrarsi in una storia ricca di mille implicazioni, oltre che di personaggi affascinanti: dallo stesso editore, Giulio Einaudi, ai suoi bracci destri, prima Cesare Pavese poi Giulio Bollati; da Leone Ginzburg a Daniele Pontiroli, da Italo Calvino a Paolo Boringhieri, da Natalia Ginzburg a Cesare Cases, a…; ma non si finirebbe più. Eppure c’è ancora molto da scoprire. Ciò di cui qui avvertiamo il bisogno è l’incidenza che ha avuto non solo sul campo letterario ma sull’insieme della cultura italiana l’introduzione nella nostra lingua di autori della letteratura, del pensiero e della scienza stranieri. Vi sono esempi famosi, come quello della Recherche proustiana; e anche in negativo, come la riluttanza di fronte a Nietzsche e a Freud (ma il Trattato di psicanalisi di Cesare Musatti risale al 1949), indicatrice di tutta una tendenza ideale. Ma ci sono casi meno noti al pubblico comune dei lettori ma non meno importanti, talvolta sorprendenti, se si bada alla data di pubblicazione, come La formazione dell’unità europea di Christopher Dawson (1939) e la Storia dell’Inghilterra del Trevelyan (1941). La storia la fa da padrona, in questo campo: si pensi anche a classici come il Marc Bloch della Società feudale e il Groeuthuysen delle Origini dello spirito borghese in Francia, comparsi entrambi nel 1949, al Tarle della Vita economica dell’Italia nell’età napoleonica (1950), al Lefebvre della Rivoluzione francese (1958) e al Braudel di Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, fino – per farla corta – al Carr della monumentale Storia della Russia sovietica (1964-1984). Ma si può guardare ad altri campi e si troveranno altre pietre miliari: da Il lavoro intellettuale come professione di Max Weber (1948) alla Teoria della classe agiata di Thorstein Veblen (1949), da I quanti e la fisica moderna di Louis de Broglie (1938) a I riflessi condizionati di Ivan Pavlov (1940), a La rappresentazione del mondo nel fanciullo di Jean Piaget (1955; poi Boringhieri, che dirigeva la «Biblioteca di cultura scientifica», si mise in proprio). Si scoprono autori impensati, per l’immagine vulgata che si ha dell’Einaudi: Alexandre Kojève, Edmund Husserl e Jacques Derrida, per fare tre esempi. Meglio fermarsi, altrimenti rischiamo di riprodurre più di metà del volume.

Si tratta insomma di una mole enorme di testi saggistici che si trovano citati a ogni piè sospinto nelle note di una nutrita letteratura specialistica. Ebbene, non troverete mai, in quelle note, il nome di colui o colei che ha permesso agli studiosi nostrani di accedere a quei testi. E sì che spesso si tratta di nomi di tutto riguardo: tra i titoli che abbiamo citato, Dawson è stato tradotto da Cesare Pavese; Bloch da Giovanni Tabacco, insigne medievista docente a Torino; Lefebvre da Paolo Serini, un grande intellettuale, letterato e filosofo, che ha tradotto anche Kojève. Nella Premessa alla prima edizione italiana, Braudel stesso rese omaggio al traduttore: «La presente edizione del mio lavoro è molto superiore a quella francese. Lo dichiaro tanto più volentieri in quanto non è merito mio. Il professor Carlo Pischedda, il quale si è assunto l’incarico della traduzione, non si è accontentato di questo compito, pur già così oneroso (ognun sa che non si passa facilmente da un testo francese a un testo italiano che gli sia fedele). Ha fatto di più: ha riveduto seriamente tutto l’apparato critico della mia opera, e ne ha eliminato così molti difetti»; impresa, questa, molto più frequente di quanto i lettori non sappiano. Al ponderoso Carr hanno lavorato Franco Lucentini, Sergio Caprioglio, Paolo Basevi, Luca Baranelli, Piero Bernardini Marzolla, Carlo Ginzburg, Massimo Salvadori, Maria Grazia Boffito, Antonio Bechelloni, Andrea Caizzi, Aldo Serafini.

Max Weber fu tradotto niente meno che da Antonio Giolitti, vessillifero della rivolta degli intellettuali nel Partito comunista italiano nel 1956 e poi ministro socialista nel primo governo di centro-sinistra. E di Veblen si occupò Franco Ferrarotti, certamente un maestro della sociologia italiana. Husserl fu tradotto da Enrico Filippini, una figura mitica di traduttore/filosofo.

Ma forse che coloro che non godono di notorietà al di fuori dell’attività di traduzione non hanno diritto di essere ricordati? Trevelyan fu tradotto da Umberto Morra, Groethuysen da Alessandro Forti, Tarle da Italo Santachiara, de Broglie da Ubaldo Richard, Pavlov da Margherita Silvestri Lapenna, Piaget da Maria Villaroel.

Sarebbe interessante avere a disposizione il database su cui è stato costruito questo affascinante catalogo. Si potrebbe così cercare di sapere qual è l’incidenza dei titoli stranieri sull’insieme della produzione einaudiana e qual è l’incidenza dei traduttori sull’insieme dei collaboratori. Ma già dall’Indice bibliografico degli autori e dei collaboratori, in cui sono menzionati meritoriamente tutti i traduttori, si può ricavare una galleria di personaggi che, non c’è dubbio, hanno contribuito profondamente a fare la storia della cultura italiana tra gli anni trenta e gli anni ottanta (dopo, il panorama si fa più confuso).

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