Numero 19 (autunno 2020) | Traiettorie

La traduzione come militanza letteraria

PASSIONE CULTURALE E MESTIERE EDITORIALE IN ENRICO FILIPPINI

di Marino Fuchs

Enrico Filippini (Cevio, 21 maggio 1932 – Roma, 1988) è stato uno straordinario mediatore tra la cultura italiana e quella mitteleuropea: la sua attività ha toccato numerosi ambiti, dalla traduzione di importanti opere filosofiche e letterarie al lavoro editoriale, dalla critica militante al giornalismo culturale. Grazie alla sua capacità di scavalcare con disinvoltura gli steccati disciplinari e i confini nazionali rese possibile, negli anni Sessanta, un dialogo fruttuoso tra gli scrittori tedeschi del Gruppo 47 e quelli della neoavanguardia italiana, contribuendo alla fondazione del Gruppo 63.

Tra nord e sud: le prime esperienze internazionali in Ticino

Originario di Cevio, nella Svizzera italiana, Filippini ebbe i suoi primi importanti contatti con la cultura tedesca grazie alla sua relazione con Ruth, figlia del filosofo di origine zurighese Julius Schmidhauser, che sposò nel 1952 e da cui appena ventenne ebbe una figlia, Concita. A Losone, nella biblioteca del suocero, autore di scritti filosofici e letterari a sfondo cristiano, imparò il tedesco ed entrò in contatto con una letteratura per lui nuova, «in particolare coi mistici tedeschi, con Goethe, con Schelling, con Nietzsche e con la poesia di Rilke» (Filippini 1986, 115).

Sono questi gli anni cruciali in cui inizia la traiettoria che dal piccolo villaggio di Cevio lo porterà a dialogare con i massimi esponenti della cultura mitteleuropea. La vivacità intellettuale del giovane, già evidente ai professori della Scuola Magistrale che osservarono il suo interesse per la storia dell’arte e il francese, si nutrì dei fermenti culturali della regione di Locarno e Ascona, periferica rispetto ai centri di Milano, a sud, e di Zurigo, a nord, ma dal carattere internazionale. Il Canton Ticino, infatti, era già allora un crocevia di culture e lingue diverse: ad attrarre nella regione di Ascona numerosi studiosi mitteleuropei erano la comunità intellettuale e artistica del Monte Verità, fondata sulla collina di Monescia a inizio secolo, e i Colloqui di Eranos, avviati nel 1933 dall’attivista olandese Olga Fröbe-Kapteyn su consiglio dello psichiatra svizzero Carl Gustav Jung. Durante questi incontri annuali, che si svolgevano in una villa in riva al Lago Maggiore, tra il 1951 e il 1953 Filippini ebbe la possibilità di seguire le conferenze tenute da filosofi, psicologi, orientalisti, antropologi, esperti di miti e di religioni, molti dei quali provenienti dall’Europa centrale, come lo stesso Jung, Károly Kerényi, Mircea Eliade e Helmuth Plessner. Le conferenze, tenute prevalentemente in tedesco, furono per Filippini un esempio d’incontro non solo tra la cultura d’Oriente e quella d’Occidente, ma anche tra quella scientifica e quella umanistica.

Risalgono al 1952-1953 i primi tentativi letterari di Filippini testimoniati dal romanzo incompiuto Gloria di Enrico Frescura, in cui emerge la crisi esistenziale e identitaria di «E.F.», alter ego di Enrico, invischiato a causa della famiglia in una vita comoda che non sembra appartenergli. Dietro al titolo Frescura potrebbe celarsi un «omaggio indiretto a Max Frisch (Frisch[e] appunto “frescura”)» (Bianconi 2019, 20n, che osserva: «Le prime opere di Frisch (ad es. i Blätter aus dem Brotsack [Fogli dal tascapane]) erano presenti e lette in casa Schmidhauser a Losone»), autore che per Filippini assumerà ben presto l’importanza di un «padre putativo» (Bosco 2015a, 14). Sulle tracce di Frisch e degli altri autori scoperti nella biblioteca del suocero, Filippini approfondì i suoi interessi per la cultura tedesca con alcuni soggiorni a Berlino e a Zurigo.

Il Ticino offrì dunque incontri e occasioni che furono di stimolo al desiderio di conoscenza del giovane Filippini e che infine lo indussero, insieme a motivi familiari, a spingersi oltre le frontiere per cambiare una vita che lo rendeva insoddisfatto. Nonostante «quest’orbita tedesca già tracciata» (Filippini 1986, 115), optò infine per Milano, realizzando il desiderio giovanile, fermamente ostacolato dal padre, di «interrompere gli studi magistrali per iscriversi all’Accademia di belle Arti di Brera» (Bosco 2015a, 17).

Milano, la fenomenologia e le prime traduzioni

L’attrazione che Milano esercitava su Filippini e i suoi coetanei ticinesi era forte, e d’altronde lo sarà ancora per le generazioni successive. Ad attrarlo era anche la vivacità della vita politica italiana e il fermento culturale che aveva investito il capoluogo lombardo nel secondo dopoguerra. Nella fuga dalla provincia alla grande città vedeva la possibilità di definire finalmente la sua identità e di realizzare le sue aspirazioni. Milano, dove si trasferì tra il 1953 e il 1954, fu dunque il nuovo sfondo del suo apprendistato intellettuale. Ormai convinto di non possedere una reale dote artistica, Filippini esplorò il teatro, il cinema, l’architettura, la filosofia, la letteratura, vivendo alla giornata in cerca della sua strada. Il prestigio del magistero di Antonio Banfi, che insegnava storia della filosofia all’Università Statale di Milano, lo convinse a frequentare il corso di studi in filosofia, mentre nel tempo libero Giorgio Strehler gli permetteva di assistere alle prove degli spettacoli al Piccolo Teatro.

La conoscenza del tedesco fu la carta vincente che gli permise di lasciare un segno all’interno di quella che in ambito filosofico venne chiamata “scuola di Milano”, nella quale Antonio Banfi aveva introdotto filosofie estranee all’idealismo crociano che aveva recepito nel suo soggiorno a Berlino (1910-1911). Grazie a iniziative editoriali come la rivista «Studi filosofici» e la «Collana di testi filosofici» per i tipi di Mondadori, Banfi aveva traghettato in Italia la filosofia della vita di Georg Simmel, le filosofie della “crisi” (da Søren Kierkegaard a Friedrich Nietzsche, da Karl Barth agli esistenzialisti) e la fenomenologia di Edmund Husserl (con due saggi sulla «Rivista di filosofia»: Banfi 1923a, 1923b). In seguito, il suo allievo e successore, Enzo Paci, tra la metà degli anni cinquanta e l’inizio degli anni sessanta, fu l’artefice di una riscoperta del pensiero di Husserl in Italia, argomento che trattò fin dal suo primo corso all’Università di Milano.

Stimolato dal vivo interesse per la filosofia tedesca coltivato nell’ateneo milanese, Filippini decise di svolgere dei soggiorni di ricerca a Berlino e a Monaco e si laureò nel 1959 con una tesi sulle ideologie pedagogiche in Germania, tra la caduta di Otto von Bismarck e l’ascesa di Adolf Hitler, dal titolo “Führen” e “Wachsenlassen” nella pedagogia tedesca contemporanea 1890-1930 (il suo relatore fu Aldo Visalberghi).

La «seconda ondata di studi husserliani», come la chiamò lo stesso Paci, trasse impulso dagli Inediti che la Husserliana (l’edizione critica delle opere complete di Husserl) stava pubblicando sotto la direzione di Herman Leo Van Breda, introdotti in Italia in maniera indiretta da Filippini attraverso la traduzione di Welt, ich und Zeit. Nach unveröffentlichten Manuskripten Edmund Husserls (Mondo, io e tempo nei manoscritti inediti di Husserl) del filosofo Gerd Brand, pubblicato nel 1960 nella collana «Idee nuove» di Bompiani, alla quale Enzo Paci collaborava.

Paci era anche il responsabile filosofico della collana «La Cultura. Storia, critica, testi», pilastro del Saggiatore di Alberto Mondadori, per la quale curò nello stesso anno Omaggio a Husserl, miscellanea con saggi di numerosi studiosi italiani che aprirono simbolicamente il decennio nel segno del rinnovato interesse per la fenomenologia e per il suo fondatore. Il contributo di Filippini alla miscellanea, Ego ed alter-ego nella «Krisis» di Husserl, indagava la problematica dell’intersoggettività nell’ultima opera di Husserl, che nel frattempo stava traducendo.

Paci aveva infatti affidato al suo brillante allievo anche la traduzione dal tedesco della Die Krisis der europäischen Wissenschaften und die transzendentale Phänomenologie (Crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale), che uscì sempre per la «Cultura» del Saggiatore nel marzo del 1961. La traduzione italiana – basata sull’edizione curata da Walter Biemel uscita nel 1954 come VI volume dell’Husserliana – fu la prima a livello mondiale e svolse un ruolo decisivo nella ricezione del pensiero husserliano in Italia e in altri paesi europei (bisognerà aspettare il 1970 per una traduzione parziale in inglese e il 1976 per quella francese). Si trattò di un lavoro imponente che richiese la messa a punto di una terminologia italiana, ancora in gran parte inesistente. Collaborarono alla revisione anche Enzo Paci e due compagni di studi, Carlo Mainoldi e Sandro Bortone, che vivevano insieme a Filippini in un appartamento di via Sirtori.

La traduzione della Crisi nacque dunque dal fruttuoso clima di confronto intellettuale tra studiosi che stavano collaborando attivamente alla ricezione italiana della filosofia tedesca. Intorno a Filippini si era creata una delle prime esperienze di «comune studentesca», dapprima in viale Maino, poi, a partire dal gennaio 1960, in via Sirtori, dove si discuteva di filosofia, politica, arte e letteratura, con una crescente sensibilità verso le questioni poste dal marxismo e dalla fenomenologia. L’appartamento era frequentato da personaggi di rilievo: oltre a Enzo Paci, ad esempio, gli psicanalisti Cesare Musatti e Franco Fornari, e gli architetti della rivista «Casabella». Tra i libri più letti, riletti e commentati c’erano la Fenomenologia dello spirito di Hegel (sulla scorta dell’esegesi di Banfi), Il Capitale e i Grundrisse der Kritik der politischen Ökonomie di Marx (che saranno tradotti in italiano solo più tardi: Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, 1857-1858, 2 voll., trad. di Enzo Grillo, Firenze, La nuova Italia, 1968-1970). Tale esperienza fu per Filippini una vera e propria palestra per la sua attitudine alla mediazione culturale.

Negli anni successivi Filippini fu impegnato in altre ambiziose traduzioni di alcuni libri cardine del Novecento, a partire da La prospettiva come forma simbolica e altri scritti (Die Perspektive als symbolische Form) di Erwin Panofsky (Feltrinelli, 1961). Il coinvolgimento sul versante della fenomenologia continuò con la traduzione delle monumentali Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica (Ideen zu einer reinen Phänomenologie und phänomenologischen Philosophie) di Husserl (vol. II e III, Einaudi, 1965). I suoi interessi si estesero poi all’ambito della psichiatria fenomenologica con la traduzione delle opere dello psicopatologo svizzero Ludwig Binswanger: Tre forme di esistenza mancata: esaltazione fissata, stramberia, manierismo (Drei Formen missglückten Daseins; il Saggiatore, 1964) e Per un’antropologia fenomenologica. Saggi e conferenze psichiatriche (Ausgewählte Aufsätze und Vorträge; Feltrinelli, 1970).

Sulle tracce di Max Frisch: l’approdo alla Feltrinelli e alla letteratura

All’inizio degli anni Sessanta, grazie al suo importante contributo alla diffusione della fenomenologia in Italia, Filippini avrebbe potuto avviarsi alla carriera accademica, per la quale avrebbe senz’altro avuto l’appoggio di Paci. Ma preferì invece optare per quella letteraria.

La prima testimonianza del suo interesse critico per la letteratura tedesca risale alla fine del 1959, quando la casa editrice Feltrinelli, fondata da pochi anni (1955), gli affidò l’incarico di seguire in qualità di redattore la pubblicazione di Homo faber di Max Frisch, che uscì nello stesso anno nella traduzione di Aloisio Rendi. In quell’occasione Filippini scrisse il suo primo saggio di critica letteraria, in cui riconosceva nel libro del connazionale la presenza di alcuni motivi che gli stavano a cuore, come lo smascheramento delle ideologie. Frisch era capace di «rompere la crosta ideologica che ci viene imposta, rivelare a coloro che hanno accettato di recitare una parte, il suo significato, portare l’uomo alla coscienza dell’inautenticità» (Filippini 1959, 368).  Frisch si metteva in crisi tramite la scrittura e facendolo portava all’evidenza le convenzioni «bovinamente spesso accettate, che sono poi la grande crosta dell’ipocrisia collettiva» (Filippini 1986b, 15), a partire dal mito dell’elveticità. Di Frisch Filippini tradusse in seguito le opere teatrali Öderland, Don Juan oder Die Liebe zur Geometrie (Don Giovanni o l’amore per la geometria), Biedermann und die Brandstifter (Omobono e gli incendiari) e Andorra, raccolte nel volume Teatro (Feltrinelli, 1962), e inoltre due capisaldi della riflessione critica sulla società svizzera: Wilhelm Tell für die Schule (Guglielmo Tell per la scuola, Casagrande e Einaudi, 1973; traduzione riproposta da Skira nel 2013) e Dienstbüchlein (Libretto di servizio, Casagrande e Einaudi, 1977). Entrambi i volumi furono stampati dall’editore Casagrande, che acquisì i diritti per la distribuzione in Svizzera, e da Einaudi che, negli stessi anni, pubblicò la traduzione per il mercato italiano. Filippini aveva nel frattempo tradotto in Italia anche le opere di altri due svizzeri: Des Schweizers Schweiz di Peter Bichsel (La Svizzera dello svizzero, Casagrande, 1970) e i due racconti Der Henker und sein Richter (Il giudice e il suo boia) e Der Verdacht (Il sospetto) di Friedrich Dürrenmatt, dapprima raccolti in un unico volume della collana «Universale economica» (Feltrinelli, 1960) e poi riproposti nella raccolta Giuochi patibolari. Tutti i romanzi (Feltrinelli 1963, che comprendeva anche Greco cerca Greca [Grieche sucht Griechin], La panne [Die Panne], La promessa [Das Versprechen]) nella collana di punta «I Narratori di Feltrinelli».

A partire dal primo gennaio 1960 Filippini fu impiegato da Feltrinelli con un contratto come redattore per la narrativa straniera (per le collane «Narrativa», «Comete», «Universale Economica Narrativa»), incarico che diede inizio per lui a una stagione di grandi scoperte e traduzioni letterarie. La letteratura acquisì ai suoi occhi un ruolo di primo piano nell’indagine dei problemi più acuti della cultura contemporanea, e sollecitò il suo impegno nella promozione di libri dotati di una «moralità letteraria», ovvero capaci – come le opere di Max Frisch – di destabilizzare le certezze ideologiche e di instaurare nel lettore una riflessione sul mondo sociale.

Il soggiorno a Parigi, le traduzioni di Uwe Johnson e Hans Erich Nossack

Grazie a un finanziamento del Fondo Nazionale Svizzero, fra la primavera del 1961 e la primavera del 1962 Filippini si trasferì a Parigi per condurre una ricerca «filosofica con apertura a specifici interessi per la linguistica entrata proprio in quegli anni in una fase di grande effervescenza» (Galazzi 2019, 136). Paul Ricoeur, che aveva conosciuto a Milano tramite Enzo Paci, fu il garante del suo progetto di ricerca.

Si tratta di un biennio cruciale nel percorso intellettuale di Filippini, durante il quale maturò la decisione di passare dalla ricerca accademica a un’attività culturale militante all’interno dell’editoria. Infatti, benché fosse occupato sul fronte della ricerca, anche in questo periodo continuò a lavorare come inviato per Feltrinelli, che gli aveva chiesto di tenere d’occhio quel che accadeva oltralpe. Continuarono inoltre i viaggi per l’Europa all’inseguimento delle più importanti novità editoriali, i fitti contatti con Valerio Riva, responsabile per la letteratura straniera alla Feltrinelli, e le traduzioni, che lo avvicineranno per vie traverse alla letteratura sperimentale della nascente neoavanguardia italiana.

Tra queste ultime, un ruolo di primo piano spettò a Mutmassungen über Jakob (Congetture su Jakob) di Uwe Johnson, che fu presentato alla Fiera del libro di Francoforte nel 1959 e pubblicato da Feltrinelli nell’ottobre del 1961, dopo essere stato scartato da Mondadori ed Einaudi per i pareri negativi di Lavinia Mazzucchetti e Cesare Cases (cfr. Sisto 2009, 31-36). Il caso delle Congetture è significativo perché dimostra il coinvolgimento attivo di Filippini in un progetto dal carattere militante, sviluppato su più fronti diversi e seguito da vicino sebbene si trovasse a Parigi.

Sono proprio le lettere con Valerio Riva, direttore della collana «Le Comete» in cui fu ospitato il libro di Johnson, a darci la misura di come l’operazione stessa della traduzione assunse per loro un carattere militante, ovvero divenne uno strumento fondamentale per introdurre cambiamenti in un panorama editoriale segnato, ai loro occhi, dalla stanchezza di prodotti riconducibili alla poetica del neorealismo, che avevano perso il loro carattere di attualità e di originalità (per le lettere di Riva, conservate all’Archivio Filippini della Biblioteca cantonale di Locarno, cfr. Fuchs 2017, 61). L’idea dei due consulenti editoriali era di affiancare alle novità della neoavanguardia italiana dei modelli stranieri (nelle collane, in sede critica) in modo da legittimare il loro sperimentalismo e mettere in discussione i modelli dominanti, anche a costo di forzature.

Fu Filippini a scegliere di pubblicare l’opera di Johnson e a tradurla con estrema cura: per la traduzione dei brani dialettali coinvolse il filologo Giuseppe Tonna, mentre per il lessico tecnico ferroviario, peculiare del romanzo, intervistò i ferrovieri della stazione di Milano e chiese chiarimenti allo stesso Johnson. Fu poi attivo nella promozione del libro attraverso articoli di critica militante in cui evidenziava l’attenzione di Johnson a una “struttura” narrativa e a un linguaggio che permetteva di smascherare le ideologie. Secondo Filippini, in sintonia con la neoavanguardia, l’attenzione alla forma e al linguaggio era un requisito imprescindibile per afferrare la realtà contemporanea, per esprimere le contraddizioni della società industriale, del neocapitalismo, dell’alienazione. Nel caso di Johnson lo sperimentalismo formale evidenziava lo smarrimento causato dalla delusione di fronte al mondo occidentale, insieme alla perdita d’ogni fiducia nel mondo socialista. Per lanciare quello che nei paratesti veniva descritto come «il romanzo delle due Germanie» (cfr. Fuchs 2017, 61 nota) Filippini partecipò a eventi pubblici, come la conferenza al Circolo Culturale Turati di Milano l’11 novembre 1961, a cui prese parte lo stesso Johnson: l’appuntamento ebbe una grande risonanza sulla stampa tedesca e italiana a causa di una polemica iniziata dallo scrittore Hermann Kesten, presente anch’egli alla serata (cfr. Fuchs 2017, 61-64).

Nel febbraio del 1962 Feltrinelli pubblicò Spirale. Romanzo di una notte insonne (Spirale. Roman einer schlaflosen Nacht) di Hans Erich Nossack, tradotto da Filippini insieme a Fleur Jaeggy, svizzera ventenne, allora impegnata in una carriera di indossatrice per la quale viaggiava tra l’Europa e gli Stati Uniti. Jaeggy e Filippini si frequentarono a Parigi tra il 1961 e il 1962: entrambi condividevano l’interesse per la letteratura e la lingua tedesca, tanto da parlare tra loro in tedesco e tradurre insieme il libro di Nossack. Sarà la traduzione di Spirale, insieme a quella delle Congetture su Jakob, a spingere Filippini a un ritorno alle proprie giovanili ambizioni letterarie. Infatti, la novità formale del libro di Johnson e i temi del libro di Nossack si possono trovare in filigrana nel nucleo di racconti sperimentali di Filippini, i cui abbozzi risalgono al periodo parigino, e da cui avranno origine Settembre (1962) e In negativo (1964), opere che riceveranno un largo consenso in seno alla neoavanguardia italiana.

A partire da questo momento la scrittura divenne per Filippini uno strumento di scavo nella propria soggettività, di ricerca della propria identità, di messa in discussione delle proprie certezze ideologiche. In questo segue ancora una volta l’esempio di Max Frisch, di cui proprio nel 1962 cura e traduce, come si è accennato, le pièces teatrali (insieme a Aloisio Rendi) e promuove, sempre per Feltrinelli, la pubblicazione del Diario d’antepace 1946-1949 (Tagebuch 1946–1949) nella traduzione di Angelica Comello ed Eugenio Bernardi. La scrittura di Filippini, che già nel primo tentativo di romanzo Gloria di Enrico Frescura perseguiva finalità di autoanalisi, sviluppa ulteriormente questa caratteristica ma, allo stesso tempo, si lega a un più ampio progetto culturale e editoriale, che lo vede promuovere il dialogo tra autori di paesi diversi.

I tedeschi di Feltrinelli e la neoavanguardia italiana

Grazie alle traduzioni pubblicate da Feltrinelli, Filippini e Riva stavano creando le condizioni per promuovere una nuova idea di letteratura legata alle sperimentazioni delle scrittrici e degli scrittori de «Il Verri», la rivista fondata da Luciano Anceschi nel 1956 che stava attirando le principali voci di quella che sarà poi chiamata la neoavanguardia. All’inizio del 1962 Riva convinse Giangiacomo Feltrinelli ad acquisire «Il Verri», che versava in cattive condizioni economiche (Anceschi, peraltro, era stato precettore del giovane Feltrinelli). Come capo-redattore fu assunto Nanni Balestrini, collaboratore della rivista sin dal primo numero. «Il Verri», che aveva già proposto traduzioni di autori affini alla neoavanguardia come Alain Robbe-Grillet e Nathalie Sarraute, rafforzò il suo carattere militante recensendo gli scrittori tedeschi che Filippini andava proponendo in ambito editoriale: la nuova serie si apriva con una recensione del giovane germanista Giuliano Baioni alle Congetture su Jakob di Uwe Johnson.

Emblematica in tal senso è l’antologia Il dissenso: 19 nuovi scrittori tedeschi pubblicata da Feltrinelli nel marzo del 1962, nella collana «Le Comete», giunta nella sua fase più militante. Il volume, curato da Filippini, inaugura una nuova serie, quella dei «panorami de Le Comete» presentata così nel colophon: «non sono delle antologie: sono esplorazioni nei punti più critici della cultura e della letteratura internazionale d’oggi. Il loro intento è di aggiornare il lettore italiano meglio e più compiutamente di quanto possano i numeri monografici delle riviste». Hans Bender, direttore della rivista «Akzente», che per Feltrinelli aveva concepito la scelta di testi e le schede biografiche, scriveva nella nota introduttiva:

La letteratura tedesca è a contatto con le letterature europee e del resto del mondo. […] Non scriviamo più per le nostre province e per le nostre nazioni. Gli scrittori italiani che hanno cominciato a scrivere dopo il 1945, che avevano patito un destino analogo al nostro – guerra e dopoguerra, rivolgimenti sociali, distruzione delle precedenti concezioni del mondo, – noi li leggiamo con la stessa curiosità e con la stessa passione con cui leggiamo i nostri autori. Probabilmente il lettore italiano troverà in questi autori tedeschi più tratti familiari che tratti estranei. Sono i poeti quelli che meglio permettono la reciproca comprensione. (Bender 1962, 27)

«La prima panoramica antologica della letteratura tedesca contemporanea comparsa in Italia nel dopoguerra» (Sisto 2007, 96) comprendeva autori che secondo Bender e Filippini avevano caratterizzato la letteratura tedesca tra il 1945 e il 1961: oltre a Johnson e Nossack, Filippini aveva tradotto anche testi di Günter Grass, Peter Weiss, Alfred Andersch, Rolf Becker, Hans Bender, Wolfgang Borchert, Gerd Gaiser, Felix Hartlaub, Walter Höllerer, Klaus Roehler e Martin Walser. L’antologia illustra la visione della letteratura che Filippini tentava di promuovere in Italia in parallelo alle opere della neoavanguardia italiana: il volume include da una parte i prosatori che «hanno documentato la condizione della Germania durante e dopo la guerra mutuando la loro strumentazione stilistica da Hemingway e Kafka», dall’altra autori «che sperimentano forme nuove» (Sisto 2007, 96).

Il ritorno a Milano, Günter Grass e il Gruppo 47

Nella primavera del 1962 Filippini entrò in contrasto con la commissione del Fondo Nazionale Svizzero, che decise di non rinnovargli la borsa di studio. Anche la richiesta di un sussidio per recarsi in Inghilterra a studiare la filosofia del linguaggio a Oxford non andò a buon fine. Dato lo spirito e gli esiti, fin qui delineati, della sua attività in Feltrinelli non sorprende dunque la sua decisione di abbandonare la ricerca per tornare a Milano e consacrarsi stabilmente all’editoria.

A inaugurare questa nuova stagione è l’uscita in Italia di un romanzo che aveva fatto molto scalpore alla Fiera di Francoforte del 1959: Die Blechtrommel (Il tamburo di latta) di Günter Grass. Il libro, fortemente voluto da Filippini ma i cui diritti appartenevano a Bompiani, uscì per Feltrinelli nell’ottobre del 1962, dopo un iter editoriale travagliato. Valentino Bompiani aveva a lungo tentennato e infine gettato al macero le 5.000 copie già stampate temendo possibili scandali e problemi con la censura. Feltrinelli acquisì i diritti e pubblicò il romanzo nel giro di pochi giorni nella collana di punta «I Narratori» nella traduzione, già approntata per Bompiani, di Lia Secci, «imperfetta ma integra» (Filippini 1978, 14). La rapida messa in circolazione del libro ci indica l’urgenza di pubblicare in Italia l’opera di Grass, anche perché l’uscita di Gatto e topo (Feltrinelli, 1964, da Katz und Maus), che Filippini stava nel frattempo traducendo, era vincolata, per volere dello stesso Grass, a quella del primo romanzo.

Un’anticipazione del Tamburo di latta fu pubblicata su «Il Verri», sempre con un commento di Baioni. La sinergia tra la neoavanguardia e gli scrittori tedeschi del Gruppo 47 che Feltrinelli si apprestava a pubblicare è a quest’altezza ormai evidente, tanto che Filippini inizierà un duraturo rapporto di amicizia proprio con Grass e si occuperà anche della traduzione italiana di Hundejahre (Anni di cani, Feltrinelli, 1966) e di Tutto il teatro (Feltrinelli, 1968).

È Grass a invitare Filippini a un incontro del Gruppo 47 a Berlino nell’autunno del 1962, sancendo così l’intesa con la neoavanguardia. Del viaggio in avanscoperta di Filippini rimane un gustoso articolo che pubblicò sul «Corriere della sera» del 7 aprile 1963, nel quale spiegava al pubblico italiano il funzionamento degli incontri del Gruppo 47, preannunciando in chiusura l’avvento di un’analoga esperienza in Italia (cfr. Fuchs 2017, 73-78). L’anno seguente gli scrittori italiani raccolti intorno al «Verri» si organizzarono in un gruppo simile a quello tedesco: Filippini, Balestrini e Riva avevano proposto di replicarne il modello organizzativo, con ritrovi annuali in cui gli autori leggono le proprie opere sottoponendosi a un confronto critico.

Il Gruppo 47 e il Gruppo 63: i due fronti di una mediazione

Il Gruppo 63, uno dei più interessanti fenomeni culturali del secondo dopoguerra, nacque dunque in seno all’industria culturale e fu preparato, promosso e strenuamente difeso dall’interno della casa editrice Feltrinelli. Centrale fu l’apporto di Filippini, che conosceva i meccanismi di funzionamento del Gruppo 47, mentre Balestrini assunse il ruolo di organizzatore e, su suggerimento di Luigi Nono, ebbe l’idea di affiancare il primo ritrovo del Gruppo alla rassegna di musica contemporanea «Nuova Musica» di Palermo nell’ottobre 1963.

Il 1963 fu dunque l’anno in cui Filippini e Riva realizzarono l’apparentamento tra i tedeschi del Gruppo 47 e gli scrittori italiani della neoavanguardia. Ciò avvenne anche sul piano editoriale con la pubblicazione, nel marzo del 1963, di due libri chiave: Il terzo libro su Achim di Uwe Johnson (Das dritte Buch über Achim), tradotto da Enrico Filippini, e Capriccio italiano di Edoardo Sanguineti. Il libro di Johnson arrivava in Italia dopo avere vinto il Premio internazionale degli editori a Formentor (1962) anche grazie all’appoggio di Elio Vittorini, che nel frattempo aveva aperto le porte del «Menabò» (n. 5, 1962) agli scrittori della neoavanguardia, includendovi anche il racconto Settembre di Filippini. Nel segnalibro incluso nell’edizione feltrinelliana del Terzo libro su Achim si poteva leggere che la giuria del Formentor aveva «premiato in questo libro il suo impegno politico-morale, la sua novità di linguaggio e di struttura e, come ha detto Vittorini nel suo intervento, la capacità di Johnson di cogliere e descrivere i nuovi e difficili rapporti della coscienza con le cose».

A sancire l’appropriazione di Johnson da parte della neoavanguardia, Filippini argomenta su «Il Verri» che la sua scrittura sperimentale e «l’esasperato intellettualismo delle sue descrizioni» (Sisto 2007, 96) vanno intesi come «il gesto del distacco dal naturalismo e dalla sua formula più recente, dal neorealismo» (Filippini 1963, 103). Un riscontro della riuscita di questa appropriazione emerge dal fronte avverso del campo letterario, per esempio nelle recensioni di Michele Rago, che, dopo aver stroncato Capriccio italiano di Sanguineti (Rago 1963a, 6), bollava il libro di Johnson come «l’ultimo prodotto di moda della neo-avanguardia italiana» (Rago 1963b, 6). Veniva così implicitamente riconosciuta un’affinità fra Gruppo 63 e Gruppo 47, sebbene il campo letterario tedesco non fosse sovrapponibile a quello italiano, dove «lo sperimentalismo linguistico [era] sinonimo di disimpegno politico»  (Sisto 2007, 96).

Se il passaggio di Johnson dalla collana «Le Comete» a «I Narratori di Feltrinelli» segnava una sua consacrazione, ne «Le Comete» debuttava invece Edoardo Sanguineti, alla sua prima prova narrativa ma già considerato un nome di punta della neoavanguardia. Gli editor Feltrinelli consideravano Capriccio italiano un cavallo di battaglia del futuro Gruppo 63, che stava prendendo forma in concomitanza con l’uscita del romanzo. «Le Comete», nata con lo slogan «una collana come rivista di letteratura internazionale», dopo aver introdotto in Italia le nuove avanguardie europee e americane, ospitò dopo il Capriccio quasi esclusivamente gli scrittori italiani del neoformato Gruppo 63.

Nell’autunno del 1963 – nel pieno divampare dei dibattiti sul primo incontro a Palermo – l’attenzione dei responsabili editoriali Feltrinelli era già orientata a una diffusione europea delle opere di Sanguineti. Filippini seguì attentamente la promozione di Sanguineti in Germania (in particolare di Capriccio italiano e di Purgatorio de l’Inferno): ebbe scambi epistolari con Hans Magnus Enzensberger e Klaus Wagenbach (che invitò al secondo incontro del Gruppo 63); preparò un commento a Purgatorio de l’Inferno per la rivista «Kursbuch» (Filippini 1966, 28-30), frutto dello scambio di lettere con Sanguineti, per chiarire al pubblico tedesco i riferimenti dei testi e la situazione letteraria italiana in modo da non perdere, nel passaggio da una lingua all’altra, non solo il senso ma anche il valore sperimentale dell’opera (cfr. Sanguineti-Filippini 2018, 87-120). Si può dunque affermare che la mediazione transnazionale di Filippini fu rilevante tanto per la fondazione del Gruppo 63 quanto per la promozione all’estero delle opere di Sanguineti.

In quegli anni Filippini continuò a divulgare in Italia le produzioni del Gruppo 47, ad esempio traducendo Lebensläufe (Biografie) di Alexander Kluge (Milano, Mondadori, 1966); la sceneggiatura del film Die Artisten in der Zirkuskuppel: ratlos (Gli artisti sotto la tenda del circo: perplessi, Milano, Garzanti, 1970, presentazione di Pier Paolo Pasolini), dello stesso autore, che nel 1972 avrebbe vinto il Leone d’Oro al miglior film alla 33ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia;  Die Blindheit des Kunstwerks und andere Aufsätze di Alfred Andersch (La cecità dell’opera d’arte e altri saggi, Lugano, Pantarei, 1968); e infine la pièce teatrale Trotzki im Exil (Trotskij in esilio, Torino, Einaudi, 1970) di Peter Weiss

Sull’altro fronte, la rivista «Akzente» (n. 11, 1964) pubblicò Settembre nella traduzione tedesca di Paul-Wolfgang Wührl, insieme ad altri testi dell’antologia Gruppo 63, la nuova letteratura (Feltrinelli, 1964) tradotti per l’occasione: Barcelona di Germano Lombardi, Lezione di fisica (Vorlesung über Physik) e Oggetti e argomenti per una disperazione (Themen und Gründe einer Verzweiflung) di Elio Pagliarani e Impossibilità della parola (Unmöglichkeit des Wortes) di Andrea Zanzotto.

Oltre la neoavanguardia: il teatro e le altre traduzioni

Al di là del percorso all’interno della neoavanguardia qui tracciato, Filippini si occupò di altre importanti traduzioni. Sul fronte saggistico tradusse Sociologia a cura di René König (Feltrinelli, 1964), mentre su quello letterario spicca il volume della «Universale economica» Feltrinelli che riunisce La morte a Venezia, Tonio Kröger e Tristano di Thomas Mann (1965).

Il suo interesse per la scrittura scenica, emerso nei primi anni universitari grazie alla frequentazione delle prove del Piccolo Teatro, lo spinse ad occuparsi della traduzione di numerose opere teatrali. Per molti anni coltivò il sogno di tradurre il Faust I di Goethe in una versione scenica, lavoro che però è rimasto inedito (cfr. Fuchs 2017, 92n). Riuscì invece a pubblicare le traduzioni della Maria Stuarda di Friedrich Schiller (Sampietro, 1966) per la resa teatrale del regista Luigi Squarzina del 1965, e la Pentesilea di Heinrich von Kleist (Einaudi, 1989, postuma). La traduzione del capolavoro di Kleist prese le mosse dalla collaborazione con il regista e scenografo messinese Carlo Quartucci (che si era occupato anche della regia di Giuoco con la scimmia di Filippini nella rappresentazione del 4 settembre 1965 al Teatro Biondo di Palermo). Già nell’aprile del 1981 Filippini e Quartucci avevano presentato alcuni frammenti del lavoro con l’improvvisazione scenica Pentesilea/Kleist. Sei frammenti, produzione La Zattera di Babele (Firenze, Teatro Niccolini); la versione integrale fu messa in scena al Teatro Olimpico di Roma (8, 12-14 novembre 1986). Per il Teatro Stabile di Genova diretto da Luigi Squarzina tradusse inoltre due opere teatrali di Bertolt Brecht, Mutter Courage und ihre Kinder (Madre Courage e i suoi figli, 1970) e Der kaukasische Kreidekreis (Il cerchio di gesso del Càucaso, 1974), nonché König Nicolo: oder So ist das Leben (Re Nicolò di Frank Wedekind, 1981).

Filippini lavorò alla versione italiana del controverso dramma satirico e grottesco di Oskar Panizza Das Liebeskonzil, proibito per blasfemia in Germania e stampato a Zurigo dall’editore Jakob Schabelitz nel 1894. Riscoperto all’inizio degli anni sessanta, il dramma fu messo in scena per la prima volta nel 1967 a Vienna dall’Experiment am Liechtenwerd Theater. L’edizione italiana, Il concilio d’amore e altri scritti (Milano, Contra, 1966), veniva accompagnata, come quella francese, da una prefazione di André Breton. Filippini si adoperò infine per pubblicare presso Feltrinelli gli scrittori Rolf Hochhuth (di cui tradusse la pièce Soldaten. Nekrolog auf Genf: Soldati: necrologio per Ginevra, Feltrinelli, 1968) e Peter Handke (Teatro, Feltrinelli, 1969), di cui aveva curato le traduzioni di Publikumsbeschimpfung und andere Sprechstücke: Autodiffamazione, Insulti al pubblico e Profezia.

L’approdo al giornalismo e l’interesse per Benjamin e Adorno

Finita l’epoca degli sperimentalismi, tra il 1968 e il 1969 Filippini dette le dimissioni dalla Feltrinelli, passò per qualche tempo al Saggiatore, poi alla Bompiani, dove lavorò dal 1970 al 1975 concentrandosi soprattutto sulla mediazione della letteratura latino-americana, sulla quale aveva già lavorato alla Feltrinelli insieme a Valerio Riva (cfr. Danzi 2019).

Nel 1976 Eugenio Scalfari lo chiamò alla fondazione della «Repubblica»: dopo oltre vent’anni vissuti a Milano, nell’autunno del 1977 si trasferì a Roma e diventò una delle firme più prestigiose del quotidiano. Nello stesso periodo lavorò a diversi programmi per la Rai, a sceneggiature per la radio, per la televisione e per il cinema.

Sfogliando gli oltre cinquecento testi pubblicati sulla «Repubblica» spicca il profondo legame di Filippini con la cultura austro-tedesca e i suoi protagonisti: ad esempio gli approfondimenti su Lutero, Goethe, Schopenhauer, Nietzsche, Rosa Luxemburg, Heidegger, Freud, Jung, Spengler, Musil, Kafka (del quale si segnala una traduzione rimasta incompiuta di America), Brecht, Gadamer, Popper, Marcuse, Adorno e Benjamin.

Filippini diede poi ampio spazio agli autori che avevano fatto parte del Gruppo 47: con interviste a Günter Grass, Peter Handke, Alexander Kluge, Peter Weiss, Hans Magnus Enzensberger, e un’inchiesta sul Gruppo a dieci anni dal suo scioglimento (Filippini 1977, 12). Svariati furono inoltre i reportage sulla Fiera del libro di Francoforte e le interviste ai protagonisti dell’editoria che avevano contribuito alla mediazione della cultura tedesca in Italia come Erich Linder e Inge Feltrinelli.

Accanto alle conoscenze di lunga data, come gli scrittori che Filippini aveva introdotto e fatto conoscere in Italia negli anni Sessanta, si aggiungono altri nomi dell’attualità culturale e politica del momento. Tra le interviste più interessanti si segnalano quelle con Max Frisch, Friedrich Dürrenmatt, il sociologo Jean Ziegler e il regista Markus Imhoof, dedicate all’analisi della società svizzera. Filippini intervistò anche i grandi teorici tedeschi della società e del potere: Jürgen Habermas, Niklas Luhmann, Ralf Dahrendorf, Wolfgang Abendroth. Inoltre, scrisse articoli su scrittori e intellettuali ritenuti ideologicamente scomodi come Carl Schmitt, ma che riteneva imprescindibili per l’analisi (e la critica) della modernità: da Nietzsche a Ernst Jünger, Filippini approfondì sulle pagine della «Repubblica» «tutta quella tradizione culturale che l’ortodossia marxista, specie di matrice lukacsiana, aveva bollato come “irrazionalista”» (Bosco 2015b).

Importanti furono infine i contributi sul mondo dell’arte e dell’architettura tedesca: l’intervista ad Albert Speer, i reportage su Johann Heinrich Füssli, Oskar Schlemmer e Alfred Kubin. Su tal fronte, nel 1980 Filippini scrisse la sceneggiatura per un documentario della Rai dedicato all’architettura, alla pittura, al cinema e al teatro della Germania di Weimar (La repubblica incantata. Culture nella Germania di Weimar 1919-1933, per la regia di Carlo di Carlo). Per la Rai tradusse anche lo sceneggiato di Rainer Werner Fassbinder, tratto dal romanzo di Alfred Döblin, Berlin Alexanderplatz.

Filippini continuò la sua importante attività di traduzione lavorando a due opere di Walter Benjamin per Einaudi: L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (Einaudi, 1966) e Il dramma barocco tedesco (Einaudi, 1971). Entrambe le pubblicazioni erano corredate da paratesti a cura di Cesare Cases, altro germanista fondamentale nella mediazione di Benjamin in Italia tra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta (accanto a Renato Solmi e Giorgio Agamben). Barbara Bellini ha messo in luce le tensioni tra Filippini e Cases durante questa collaborazione: una mediazione condotta da «due posizioni molto divergenti all’interno del campo italiano, se non addirittura opposte tra loro: mentre Filippini vede in Cases il rappresentante di una cultura marxista engagé che lui considera superata, Cases prende a sua volta le distanze dalla corrente della Neoavanguardia di cui Filippini è portavoce» (Bellini 2019, 187). Alessandro Bosco ha poi riconosciuto il carattere militante della mediazione di Filippini sulle pagine della «Repubblica», evidenziando «l’operazione culturale che esse sottintendono, ovvero: una decisa rivendicazione dei valori della Neoavanguardia (o di quelli che Filippini riteneva tali) e con essi un determinato racconto di ciò che genericamente chiameremo il “moderno”» (Bosco 2019, 107). Sempre in opposizione a Cases, Filippini intervenne sulla «Repubblica» anche nel dibattito sui Minima moralia di Adorno (cfr. Bosco 2019, 110-115, e Bellini 2019, 211-215), autore di cui aveva tradotto i saggi Moda senza tempo. Sul Jazz e Appunti su Kafka (in Prismi. Saggi sulla critica della cultura, Einaudi, 1972).

La vivacità della mediazione culturale di Filippini evidenzia la sua volontà di raccontare e analizzare la modernità dialogando con i suoi più importanti protagonisti, attraverso la traduzione, il giornalismo e il lavoro culturale. Un’eredità che vive ancora ed è stata ultimamente riconosciuta attraverso l’istituzione del Premio Enrico Filippini attribuito dal 2013 alle eccellenze nei campi della mediazione culturale e dell’editoria, in occasione degli Eventi Letterari del Monte Verità presso Ascona: il luogo dove il suo percorso intellettuale aveva avuto inizio.

Cronologia

Cronologia

1932 Enrico Filippini nasce il 21 maggio 1932 a Locarno (Svizzera), figlio di Federico Filippini, capo degli ispettori scolastici del Canton Ticino, e di Giuliana Franzoni, discendente di una famiglia borghese di Locarno. Il padre è membro del patriziato di Cevio, villaggio capoluogo del distretto di Vallemaggia, dove Enrico vive fino all’età di undici anni con i genitori e la sorella Luisa (Volonterio Filippini).

1943-1951 Nel 1943 entra nel convitto a Locarno, poi intraprende gli studi alla Scuola Magistrale di Locarno. Nel 1949, in seguito alla morte del padre, la madre e la sorella di Enrico lasciano la Vallemaggia e si trasferiscono a Locarno.

1951-1953 Ottiene il diploma di Scuola Magistrale nel luglio del 1951 e inizia a lavorare come insegnante alle scuole elementari di Ascona. Nel 1952, a vent’anni, si sposa con Ruth, figlia del filosofo di origine zurighese Julius Schmidhauser. Nello stesso anno nasce la figlia Concita. Inizia a interessarsi alla lingua tedesca e alla cultura mitteleuropea attraverso letture nella biblioteca del suocero, a Losone, e alla frequentazione dei Colloqui di Eranos presso Ascona, dove assiste alle conferenze di Carl Gustav Jung e Károly Kerényi. Tra il 1952 e il 1953 compie dei soggiorni a Berlino e a Zurigo. Risalgono agli stessi anni i primi tentativi di scrittura letteraria di Filippini, testimoniati dal manoscritto del romanzo Gloria di Enrico Frescura (Archivio Filippini, Biblioteca cantonale di Locarno, Testi e frammenti narrativi, 6.1.1): nel testo emerge una crisi esistenziale e identitaria legata a un contesto familiare percepito come soffocante e l’aspirazione a una nuova vita. Nell’autunno del 1953 decide di partire per Milano, città dove già negli anni della Magistrale avrebbe voluto trasferirsi per frequentare l’Accademia di Brera, desiderio al quale il padre si era fermamente opposto.

1954 Ormai convinto di non possedere una reale dote artistica, Filippini cerca la sua strada e decide di iscriversi all’Università degli Studi di Milano per frequentare Filosofia, attratto dal magistero di Antonio Banfi. Conosce Giorgio Strehler che gli permette nel tempo libero di assistere alle prove del Piccolo Teatro. Inizia un’attività critica sulle pagine del quotidiano ticinese «Il Dovere» (organo ufficiale del partito liberale radicale), in qualità di corrispondente al Festival del Film di Locarno.

1957-1958 Il 22 luglio del 1957 muore Antonio Banfi. La perdita di Banfi si aggiune a quella di Giovanni Emanuele Barié, professore di teoretica e morale, suicidatosi il 3 dicembre 1956.

Nello stesso anno Filippini divorzia da Ruth Schmidhauser. Enzo Paci, allievo di Banfi, che nell’autunno 1957 succedette a Barié, giunge in una fase di profonda indecisione da parte di Filippini, alle prese con la scelta dell’argomento della tesi di laurea e in dubbio se terminare l’Università. L’incontro con Paci lo convince a continuare gli studi e a interessarsi a Edmund Husserl e alla fenomenologia, autore che Paci affronta fin dalla prima lezione.

Nell’autunno del 1957 decide di affittare un appartamento con i suoi compagni di Università Guido Davide Neri, Paolo Caruso e Carlo Mainoldi; la casa diventa presto un punto di ritrovo per vari intellettuali, tra cui Enzo Paci, Cesare Musatti, l’architetto Ignazio Gardella.

Stimolato dall’interesse dell’ateneo per la filosofia tedesca, nel 1958 decide di svolgere alcuni soggiorni di ricerca a Berlino e a Monaco per scrivere la tesi di laurea.

1959-1960 Si laurea nel 1959 con una tesi sulle ideologie pedagogiche in Germania, tra la caduta di Bismarck e l’ascesa di Hitler, dal titolo “Führen” e “Wachsenlassen” nella pedagogia tedesca contemporanea 1890-1930 (il suo relatore fu Aldo Visalberghi). Paci gli affida la prima traduzione mondiale della Die Krisis der europäischen Wissenschaften und die transzendentale Phänomenologie di Husserl. Si intensificano i rapporti con la casa editrice Feltrinelli, per la quale segue in qualità di redattore la pubblicazione della traduzione di Homo faber di Max Frisch. In quell’occasione Filippini scrive il suo primo saggio di critica letteraria.

A partire dal primo gennaio 1960 è impiegato da Feltrinelli come redattore per la narrativa straniera (per le collane «Narrativa», «Comete», «Universale Economica Narrativa»).

Si trasferisce in un appartamento di via Sirtori, dove continua a lavorare alla Crisi, che esce nel marzo del 1961 per il Saggiatore. Nello stesso anno traduce per Bompiani Welt, ich und Zeit. Nach unveröffentlichten Manuskripten Edmund Husserls (Mondo, io e tempo nei manoscritti inediti di Husserl) del filosofo Gerd Brand. Divulga la fenomenologia e il pensiero del suo fondatore anche attraverso scritti saggistici.

1961 Grazie a un finanziamento del Fondo Nazionale Svizzero, si trasferisce a Parigi per condurre una ricerca sulla filosofia del linguaggio: il garante del suo progetto di ricerca è Paul Ricoeur. Continua a lavorare come consulente esterno per Feltrinelli, informando la casa sulle novità nella cultura francese. Frequenta i seminari di Maurice Merleau-Ponty al Collège de France e quelli di Jacques Lacan. Conosce Jacques Derrida. Approfondendo la tematica del linguaggio studia l’opera di Ferdinand de Saussure e si avvicina al nascente strutturalismo e al gruppo della rivista «Tel Quel». Tra le letture di questo periodo ci sono Claude Lévi-Strauss, Georges Bataille, Maurice Blanchot e i filosofi Gilles Deleuze e Emmanuel Lévinas. Rimane in contatto con Valerio Riva, responsabile per la letteratura straniera alla Feltrinelli, e da Parigi segue con attenzione l’uscita dell’antologia Novissimi. Poesie per gli anni ’60 (Rusconi e Paolazzi, 1961), scoprendo nelle voci di Alfredo Giuliani, Edoardo Sanguineti, Nanni Balestrini, Elio Pagliarani e Antonio Porta, una consonanza con i fermenti delle nuove avanguardie europee. Inizia lui stesso a scrivere racconti sperimentali. Sceglie e traduce per Feltrinelli Mutmassungen über Jakob di Uwe Johnson: la sua traduzione esce nell’ottobre del 1961. Per la promozione del libro partecipa alla conferenza, in presenza di Johnson, al Circolo Culturale Turati di Milano l’11 novembre 1961.

1962 Nel febbraio del 1962 Feltrinelli pubblica la traduzione di Spirale. Roman einer schlaflosen Nacht di Hans Erich Nossack, compiuta da Filippini insieme a Fleur Jaeggy, anch’essa a Parigi. Nella primavera del 1962 entra in contrasto con la commissione del Fondo Nazionale Svizzero che decide di non rinnovargli la borsa di studio per un altro anno. Anche la richiesta di un sussidio per recarsi in Inghilterra a studiare la filosofia del linguaggio a Oxford non va a buon fine. Abbandona la ricerca in ambito accademico e torna a Milano, al suo incarico presso Feltrinelli.

Nel luglio del 1962 esce il suo primo racconto sperimentale, Settembre, sulla rivista «Il Menabò» (n. 5), con una nota di presentazione di Umberto Eco. Traduce alcune pièces teatrali di Max Frisch e promuove la pubblicazione del suo Diario d’antepace 1946-1949 (Feltrinelli, 1962, traduzione del Tagebuch 1946-1949). Cura l’antologia Il dissenso: 19 nuovi scrittori tedeschi (Feltrinelli, 1962) per la quale traduce i testi di Uwe Johnson, Erich Nossack, Günter Grass, Peter Weiss, Alfred Andersch, Rolf Becker, Hans Bender, Wolfgang Borchert, Gerd Gaiser, Felix Hartlaub, Walter Höllerer, Klaus Roehler e Martin Walser.

Nell’ottobre del 1962 riesce a fare pubblicare presso Feltrinelli Il tamburo di latta, traduzione di Die Blechtrommel di Günter Grass condotta da Lia Secci, un libro fortemente voluto da Filippini ma i cui diritti appartenevano a Bompiani. Grass invita Enrico Filippini a un incontro del Gruppo 47 a Berlino nell’autunno del 1962, sancendo così l’intesa con la neoavanguardia.

1963 Il 18 gennaio è a Locarno per tenere una conferenza sul teatro di Max Frisch. Traduce Il terzo libro su Achim di Uwe Johnson, che nel 1962 aveva vinto il Premio internazionale degli Editori a Formentor. Prepara insieme a Nanni Balestrini e Valerio Riva il primo ritrovo del Gruppo 63 durante la rassegna di musica contemporanea «Nuova Musica» di Palermo. Partecipa attivamente ai dibattiti del primo incontro (2-9 ottobre 1963). Tra i molti partecipanti, conosce Edoardo Sanguineti, con il quale inizia un duraturo rapporto di amicizia e di scambi epistolari.

1964 Filippini segue attentamente la ricezione estera di Sanguineti (in particolare di Capriccio italiano e di Purgatorio de l’Inferno): su questo fronte intrattiene scambi epistolari con Hans Magnus Enzensberger e Klaus Wagenbach (che invita al secondo incontro del Gruppo 63); per la rivista «Kursbuch» pubblica un commento a Purgatorio de l’Inferno, frutto di uno scambio di lettere con Sanguineti.

La rivista «Akzente» (n. 11, 1964) pubblica Settembre (September) nella traduzione tedesca di Paul-Wolfgang Wührl, insieme ad altri testi dell’antologia Gruppo 63, la nuova letteratura (Feltrinelli, 1964). Su insistenza di Sanguineti scrive e pubblica il racconto In negativo e la dichiarazione di poetica Nella coartazione letteraria, entrambi sulla rivista «Marcatré» (n. 8-10, 1964). Partecipa attivamente al secondo incontro del Gruppo 63 a Reggio Emilia (1-3-novembre 1964).

1965 La sua pièce teatrale Giuoco con la scimmia esce sul «Menabò» n. 8 (giugno 1965) e viene rappresentata per la prima volta al Teatro Biondo di Palermo, il 3 settembre 1965 dalla Compagnia Teatro della Ripresa (regia di Carlo Quartucci), ottenendo un ottimo riscontro di critica e di pubblico. Partecipa al terzo incontro del Gruppo 63 (Palermo, 1-6 settembre 1965), dedicato al “romanzo sperimentale”.

Per Einaudi traduce Ideen zu einer reinen Phänomenologie und phänomenologischen Philosophie (Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica) di Edmund Husserl (vol. II e III); per Feltrinelli traduce Thomas Mann (La morte a Venezia, Tonio Kröger e Tristano).

1966-1967 Dal 1966 al 1968 è responsabile del settore letteratura e filosofia presso Feltrinelli a Milano. Continua la sua importante attività di traduzione con il libro di Walter Benjamin Das Kunstwerk im Zeitalter seiner technischen Reproduzierbarkeit (L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (Einaudi, 1966). Nel febbraio 1967 a Barcellona, nel clima della repressione franchista, partecipa a un incontro clandestino, organizzato dall’editrice Beatriz De Moura, tra il Gruppo 63 e gli scrittori e architetti spagnoli. Partecipa al quarto incontro del Gruppo 63 a La Spezia (10-12 giugno 1966). Nell’agosto del 1967 Filippini soggiorna a Cadaqués nella casa dell’editrice Esther Tusquets, dove continua ad allacciare i rapporti con intellettuali e artisti di lingua spagnola.

Si interessa alla scrittura scenica e alla sua traduzione: lavora alla traduzione della Maria Stuart di Friedrich Schiller (Sampietro, 1966) per la messa in scena di Luigi Squarzina al Teatro Stabile di Genova e alla controversa pièce satirica e grottesca di Oskar Panizza, Il concilio d’amore (Contra, 1966).

Tra il 1966 e il 1967 collabora alla progettazione della rivista ufficiale del Gruppo 63 «Quindici», che esce nel giugno 1967 dopo una lunga gestazione; per la rivista scrive numerosi articoli fino alla sua chiusura (agosto 1969).

Filippini traduce con Enrico Cicogna e Tilde Riva alcuni scritti di Ernesto Che Guevara, raccolti sotto il titolo La guerra di guerriglia e altri scritti politici e militari (Feltrinelli, 1967).

1968-1969 Nel gennaio del 1968 Filippini compie un viaggio a Cuba con Giangiacomo Feltrinelli per assistere al Congreso cultural de La Habana (dal 4 all’11 gennaio). Scopre nuovi scritti di Che Guevara (appunti, discorsi) che in parte riesce a copiare e in parte a ottenere una volta tornato in Europa. Le Opere di Ernesto Che Guevara sono pubblicate da Feltrinelli tra il 1968 e il 1969 in tre volumi.

I rapporti con Giangiacomo Feltrinelli si incrinano in seguito al licenziamento di Valerio Riva e ai piani di ristrutturazione dell’azienda. Il clima di lavoro peggiora quando Feltrinelli inizia ad avere contatti sempre più frequenti con il regime di Fidel Castro e intensifica i viaggi a Cuba. Nel luglio del 1968 rassegna le dimissioni dalla casa editrice Feltrinelli e alla fine dello stesso anno viene assunto dal Saggiatore di Alberto Mondadori, in qualità di direttore della collana «Gutenberg & Company». Ma nell’autunno del 1969 la casa editrice sospende l’attività a causa di difficoltà economiche e termina anche la collaborazione con Filippini.

1970-1975 Nel gennaio del 1970 Filippini si trasferisce a Londra per un soggiorno di studi. Inoltra la propria candidatura alla cattedra di letteratura italiana al Politecnico federale di Zurigo, lasciata vacante dallo scomparso Guido Calgari. È tra le sei personalità ammesse all’ultimo turno del concorso e tra i candidati favoriti, avendo ottenuto un ampio consenso dagli studenti dopo la conferenza su Carlo Emilio Gadda: linguaggio e filosofia; tuttavia è escluso alle battute finali della selezione per motivi politici, accusato di «attività rivoluzionaria» dal consigliere agli Stati, Ferruccio Bolla.

Nel 1970 inizia a lavorare alla Bompiani in qualità di consulente editoriale, concentrandosi soprattutto sulla mediazione della letteratura latino-americana, sulla quale aveva già lavorato alla Feltrinelli insieme a Valerio Riva; diventa amico di Gabriel García Márquez. Fa conoscere in Italia lo scrittore argentino Roberto Arlt e il cileno José Donoso. Nel 1973 Filippini pubblica Il tappeto da preghiera di carne, la traduzione di Anna Mari Geimel del romanzo erotico cinese Yù pútuán zhī tōuqíng bǎojiàn di Yu Li, di epoca Ming, e scopre il romanzo d’esordio Piazza d’Italia di Antonio Tabucchi, che pubblica nel 1975.

Negli stessi anni continua a tradurre e divulgare in Italia la produzione degli autori che avevano fatto parte del tedesco Gruppo 47. Nel 1973 traduce per Einaudi Nombres (Numeri) del francese Philippe Sollers. Traduce in italiano opere di pensatori in lingua tedesca come Ursprung des deutschen Trauerspiels (Il dramma barocco tedesco) di Walter Benjamin (Einaudi, 1971), alcuni saggi di Theodor Adorno, e gli scritti dello psicopatologo svizzero Ludwig Binswanger. Prosegue la collaborazione con Luigi Squarzina e traduce per il Teatro Stabile di Genova due opere di Bertolt Brecht (Madre Courage e i suoi figli, 1970; Il cerchio di gesso del Càucaso, 1974).

1976-1979 Nel 1976 entra a «la Repubblica» di Roma, il quotidiano appena fondato da Eugenio Scalfari, in qualità di corrispondente speciale. Il 20 gennaio del 1976 il giornale pubblica il suo primo articolo. Dopo oltre vent’anni vissuti a Milano, nell’autunno del 1977, si trasferisce a Roma. Diventa una delle firme più prestigiose del quotidiano, per il quale scrive oltre 500 articoli fino al 1988, data della sua prematura scomparsa. Intervista molti dei più autorevoli pensatori contemporanei (Roland Barthes, Michel Foucault, Jürgen Habermas, Gianfranco Contini e tanti altri).

1980-1985 Inizia una collaborazione con la Radiotelevisione Italiana (RaiDue e RaiTre). Nel 1980 scrive la sceneggiatura per un documentario della Rai dedicato all’architettura, alla pittura, al cinema e al teatro della Germania di Weimar (La repubblica incantata. Culture nella Germania di Weimar 1919-1933, per la regia di Carlo di Carlo). Nel 1982, scrive la sceneggiatura di Ehrengard, il film di Emidio Greco tratto dal racconto di Karen Blixen.

Tra il 1982 e il 1983, lavora insieme al produttore cinematografico Roberto Levi, a uno sceneggiato televisivo sull’amicizia tra i poeti inglesi Byron e Shelley, mai realizzato (pubblicato postumo, Byron & Shelley: un’amicizia eterna, Torino, Aragno, 2003).

Diventa “programmista-regista” a RaiTre per la rubrica La parola e l’immagine (fino al 1984). Scrive due puntate del programma di Milva Ho ancora una valigia a Berlino, andato in onda nel 1983 su RaiTre. Per il programma Micromega di RaiDue scrive un documentario su Simone Weil: La pesantezza e la grazia (1983). Nel 1984 lavora alle sceneggiature di Nel luogo dove non c’è tenebra (su 1984 di George Orwell) e di Pier Paolo Pasolini. Tra il 1984 e il 1985 scrive quattro puntate di Protagonisti del Novecento, dedicate a Stalin, Roosevelt, Churchill e De Gaulle. Per la Rai traduce in italiano l’adattamento filmico a puntate che Rainer Werner Fassbinder aveva fatto per la televisione tedesca del romanzo di Alfred Döblin Berlin Alexanderplatz.

1986-1988 La sua traduzione della Pentesilea di Heinrich von Kleist è messa in scena al Teatro Olimpico di Roma (8, 12-14 novembre 1986) per la regia di Carlo Quartucci (sarà in seguito pubblicata postuma da Einaudi nel 1989).

Nel 1987 produce con Vittorio Marchetti un cortometraggio sull’artista svizzero Tinguely.

Nei primi mesi del 1988 si ammala gravemente. Non porta a termine la traduzione di Amerika di Franz Kafka. L’ultimo periodo della sua vita – segnato dalla malattia e dal viaggio di ritorno verso la terra natia, la Vallemaggia – è narrato nel racconto postumo L’ultimo viaggio (Feltrinelli, 1991).

Muore a Roma il 21 luglio del 1988, all’età di 56 anni. Le sue ceneri sono sepolte nel cimitero degli Acattolici per gli stranieri.

 

Bibliografia

Banfi 1923a: Antonio Banfi, La tendenza logistica nella filosofia tedesca contemporanea e le Ricerche logiche di Edmund Husserl (in «Rivista di filosofia», XIV.II, pp. 115-133)

1923b: Antonio Banfi, La fenomenologia pura di E. Husserl e l’autonomia ideale della sfera teoretica (in «Rivista di filosofia», XIV.III, pp. 208-224)

Bellini 2019: Barbara Bellini, Walter Benjamin tra Enrico Filippini e Cesare Cases. Una mediazione contesa (1966-1982), in Danzi, Fuchs 2019, pp. 187-217

Bender 1962: Hans Bender, La prosa tedesca dopo il ’45 (in Il dissenso. 19 nuovi scrittori tedeschi, a cura di Enrico Filippini, Milano, Feltrinelli, 1962, pp. 7-27)

Bianconi 2019: Sandro Bianconi, Un intellettuale oltre le frontiere. I prodromi, in Danzi, Fuchs 2019, pp. 13-24

Bosco 2015a: Alessandro Bosco, Per un ritratto dello scrittore da giovane. Enrico Filippini e il Ticino (in «Il Cantonetto», 1-2, pp. 14-22)

2015b: Alessandro Bosco, Enrico Filippini: dalla Feltrinelli a «la Repubblica», in «tradurre. pratiche teorie strumenti», n. 8 (primavera 2015)  (https://rivistatradurre.it/enrico-filippini-dalla-feltrinelli-a-la-repubblica, ultimo accesso il 30/09/2020)

2015c: Tutte (forse) le traduzioni di Enrico Filippini, a cura di Alessandro Bosco, in «tradurre. pratiche teorie strumenti», n. 8 (primavera 2015)  (https://rivistatradurre.it/tutte-forse-le-traduzioni-di-enrico-filippini, ultimo accesso il 27/10/2020)

2019: Alessandro Bosco, Elementi per un’indagine sul racconto del “moderno” nelle pagine giornalistiche di Filippini, in Danzi, Fuchs 2019, pp. 107-120

Danzi 2019: Massimo Danzi, Filippini, la Spagna e l’America Latina (in Enrico Filippini a trent’anni dalla morte, cit., pp. 159-186)

Danzi, Fuchs 2019: Enrico Filippini a trent’anni dalla morte, a cura di Massimo Danzi e Marino Fuchs, Milano-Udine, Mimesis

Filippini 1959: Enrico Filippini, Intervista con Max Frisch (in Id., Frammenti di una conversazione interrotta. Interviste, 1976-1987, a cura di Alessandro Bosco, Roma, Castelvecchi, 2013, pp. 367-369)

1963: Enrico Filippini, Uwe Johnson: Il terzo libro su Achim (in «Il Verri», 9, 1963, pp. 104-106)

1966: Enrico Filippini, Fußnoten zu Purgatorio de l’Inferno (in «Kursbuch», 5, 1966, pp. 28-30)

1977: Enrico Filippini, Quel caro estinto del ’47. Scioglimento del gruppo letterario tedesco (in «la Repubblica», 25 settembre 1977, p. 12)

1978: Enrico Filippini, Dalla parte del nano (in «la Repubblica», 3 dicembre 1978, pp. 14-15)

1986a: Enrico Filippini, Ricordo di Enzo Paci (in «Nuovi Argomenti», 19, 1986, pp. 114-24)

1986b: Enrico Filippini, Una festa per Max Frisch. Intervista con Claudio Nembrini, Radio della Svizzera Italiana, 17 maggio 1986 (in Bosco 2015a, p. 15)

Fuchs 2017: Marino Fuchs, Enrico Filippini editore e scrittore. La letteratura sperimentale tra Feltrinelli e il Gruppo 63, Roma, Carocci

Galazzi 2019: Enrica Galazzi Matasci, La Francia di Enrico Filippini, in Danzi, Fuchs 2019, pp. 133-157

Pietranera 1977: Federico Pietranera, Filippini, Enrico (in Dizionario biografico degli italiani, vol. 47, 1997 (https://www.treccani.it/enciclopedia/enrico-filippini_%28Dizionario-Biografico%29/, ultimo accesso il 23/10/2020)

Rago 1963a: Michele Rago, Un romanzo di Sanguineti. Il capriccio del raccapriccio (in «L’Unità», 17 aprile 1963, p. 6)

1963b: Michele Rago, Il terzo libro su Achim di Uwe Johnson. «Normalità» e Avanguardia (in «L’Unità», 21 luglio 1963, p. 6)

Sanguineti-Filippini 2018: Edoardo Sanguineti, Enrico Filippini, Cosa capita nel mondo. Carteggio 1963-1977, a cura di Marino Fuchs, Milano-Udine, Mimesis

Sisto 2007: Michele Sisto, Mutamenti nel campo letterario italiano 1956-1968: Feltrinelli, Einaudi e la letteratura tedesca contemporanea, in «Allegoria», 55, pp. 86-109

2009: Michele Sisto, «Una grande sintesi di movimento». Enrico Filippini e l’importazione della nuova letteratura tedesca in Italia (1959-69), in Enrico Filippini, le neoavanguardie, il tedesco, Atti del convegno di Locarno, 3-4 ottobre 2008, a cura di Sandro Bianconi, Bellinzona, Salvioni, 2009, pp. 25-39