Numero 18 (primavera 2020) | Pratiche

L’Altra

di Elvira Mujčić

Avvertenza redazionale. La chiusura delle biblioteche a causa dell’epidemia di covid-19 ha impedito di rispettare l’impegno a fornire di ogni testo citato sia la forma originale che la traduzione italiana. Rimedieremo appena possibile.

Daria Petrilli, Dual Nature, arte digitale

Ogni volta che mi trovo a riflettere sulle mie appartenenze linguistiche, corro a consultare L’analfabeta di Agota Kristof e Come si dice di Eva Hoffman, quasi a verificare se il mio pensiero trova un riscontro nelle loro pagine. Tuttavia oggi, mentre rileggo il capitolo Lingua materna e lingue nemiche della Kristof, realizzo con stupore che la somiglianza che avevo intravisto tra le nostre esperienze linguistiche, durante le letture precedenti, era stata un abbaglio.

Au début, il n’y avait qu’une seule langue. Les objets, les choses, les sentiments, les couleurs, les rêves, les lettres, les livres, les journaux, étaient cette langue. Je ne pouvais pas imaginer qu’une autre langue puisse exister, qu’un être humain puisse prononcer un mot que je ne comprendrais pas. (Kristof 2004, 21; «All’inizio non c’era che una sola lingua. Gli oggetti, le cose, i sentimenti, i colori, i sogni, le lettere, i libri, i giornali, erano quella lingua. Non avrei mai immaginato che potesse esistere un’altra lingua, che un essere umano potesse pronunciare parole che non sarei riuscita a capire» – tr. it., 25)

Qualcosa non torna: davvero all’inizio c’era una sola lingua?

Se cammino a ritroso nella mia memoria fino ai primi ricordi che ho delle parole, mi rendo conto che ho sempre saputo che queste avevano un confine, una loro giurisdizione; erano usate da alcune persone e non da altre, valevano in certi spazi e in altri no.

A quei tempi, durante la mia prima infanzia, se passeggiavo per strada con mio nonno e incontravamo persone della sua età o più anziane di lui, il nonno le salutava con un suadente merhaba, che però all’asilo non avevo mai sentito. All’asilo per dire buongiorno si usava dobar dan. Il nonno e la nonna erano una miniera di termini orecchiabili che in giro udivo raramente, nemmeno i miei genitori parlavano in quella maniera. Alle mie insistenti domande sul perché si esprimessero così, mi raccontarono di parole che, assieme alla religione islamica, erano state portate lì secoli fa da popoli che venivano dall’Oriente. I miei nonni avevano fatta loro la religione e con essa qualche espressione tipica; la libertà che si erano presi mi aveva spinto a credere che ogni persona avesse o addirittura scegliesse la propria lingua.

Un altro ricordo radicato lontano nel tempo sono le prime vacanze al mare in Croazia e la mia esaltazione nell’aver scoperto che il pane invece che chiamarsi hljeb, si era trasformato in kruh. I miei genitori mi avevano rassicurato sul fatto che avrei comunque potuto continuare a chiamarlo hljeb, le persone lì mi avrebbero capito. Invece io morivo dal desiderio di andare alla panetteria e con finta noncuranza chiedere un kruh e fingere di essere del luogo, una bimba di mare e non delle montagne della Bosnia orientale. Le parole inedite avevano il potere di trasformarmi in quello che volevo essere.

A scuola, poi, imparammo che ogni termine poteva essere scritto in svariati modi; noi in particolare ne avremmo conosciuti due: l’alfabeto latino e quello cirillico. Si trattò di una rivelazione stupefacente: per dire la stessa cosa si potevano usare parole diverse ed esse, pur apparendo scritte in maniera differente, potevano avere lo stesso suono. Questo gioco di somiglianza e diversità era un susseguirsi caleidoscopico di significati che non afferravo mai del tutto.

E poi era davvero possibile dire la stessa cosa con termini diversi?

Mi pareva di no, avevo l’impressione che il pane che mangiavo a casa non era così buono come quello che trovavamo al mare e quando mio nonno esclamava merhaba!, un calore piacevole mi inondava la pancia, mentre il dobar dan delle maestre a scuola mi faceva venire un sonno mortale. Dunque era proprio come annunciava Elias Canetti nel suo La provincia dell’uomo: «Che ci siano lingue diverse è il fatto più misterioso del mondo. Vuol dire che per le stesse cose ci sono nomi diversi. E questo dovrebbe far dubitare che non siano la stessa cosa» (Canetti 1978, 22-23)

Infine il fatto più straordinario di tutti era che nel paese in cui sono nata le diverse lingue per semplicità venivano chiamate «la nostra.» Credo che questo singolare composto di moltitudini sia l’idea sovversiva che più ha influenzato il mio pensiero sull’altro da me.

«L’alterità nasce ogni volta che l’uomo, incontrando se stesso, non si riconosce», sostiene Umberto Galimberti in un bel libro dal titolo Parole nomadi (Galimberti 2018, 18).

Racchiudere sotto la denominazione «la nostra» una varietà di idiomi significa fare esattamente l’azione opposta: riconoscersi ogni volta che ci si incontra sotto diverse forme e non solo, vuol dire anche riconoscere in se stessi e contenere l’elemento di estraneità, l’altra dentro di me.

Dopo aver vissuto per quattordici anni nella nostra lingua, l’incontro con l’italiano si rivelò brusco e totalizzante. Non si trattava più di navigare in un mare placido fatto di somiglianze e differenze che rimandano una all’altra permettendo di trarre un senso, bensì un vagabondare nel vuoto e annaspare alla ricerca di un filo a cui aggrapparsi per ricominciare a tessere la vita che si era pietrificata nell’assenza delle parole. Era rimasta da qualche parte indietro, in una sorta di dimensione sospesa, perché è una verità incorruttibile, l’idea che «non si abita un paese, si abita una lingua», come scriveva il filosofo rumeno Emil Cioran (2007, 23).

L’esilio è il mio primo atto di traduzione: vivere nella nuova lingua richiedeva uno sforzo di interpretazione, bisognava rinominare tutto e verificare la tenuta della realtà nelle nuove parole, poiché in queste parole sconosciute nulla sembrava contenere la vita. Aleggiavano nell’aria, leggere e vuote, una sfilza infinita di suoni che non mi era chiaro se fossero una parola unica lunga cinque ore di scuola o un discorso articolato. Quando iniziai a distinguere una parola dall’altra, quando compresi il confine tra una parola e l’altra mi parve di essere già a buon punto nello studio dell’italiano: dunque anche in questa lingua c’è un ordine, pensai. Tradurre significò mettere ordine al caos, adattare tutto ciò che avevo conosciuto e imparato a una nuova esperienza e in quel mestiere dell’adattamento scoprii la frustrazione dell’impossibilità di far coincidere i significati. Qualcosa slittava sempre e si perdeva dentro una frattura insanabile. Visto da questo punto, adattare significò anche intraprendere la lunga strada per accettare la mia nuova condizione, quella della straniera, dell’altra e, per dirla con Valerio Magrelli, diventare una sorta di imballatore:

[…] anche io faccio cambiare casa
Alle parole, alle parole
che non sono mie,
e metto mano a ciò
che non conosco senza capire
cosa sto spostando.
Sto spostando me stesso.
(Magrelli 2018, 258)

Oggi, che sono passati più di venticinque anni dal mio trasloco nella lingua italiana, è difficile accedere alla sensazione di straniamento che avevo vissuto in quei primi mesi di approdo. Mi accade, però, di essere riportata a quello stato di confusione e incertezza dalle domande spiazzanti:

«Scrivi direttamente in italiano? E chi ti aiuta?»

«Non senti che perdi parti di te che non sai esprimere?»

«Non traduci verso la tua lingua madre? Davvero non ne saresti in grado?»

«Com’ è possibile allora che traduci verso l’italiano?»

Queste domande mi inchiodano sempre alla necessità di giustificare e legittimare il mio lavoro, quindi mi struggo per trovare una spiegazione scientifica al mio essere una scrittrice e traduttrice verso una lingua in cui non sono nata. L’unico strumento che trovo è la mia autobiografia, il mezzo meno affidabile che, però, mi permette di muovermi come un’etnologa e seguire percorsi al di fuori delle definizioni e delle teorie, anzi soffermandomi proprio negli interstizi, come sapientemente suggerisce Marcel Mauss nel suo Le tecniche del corpo: «L’ignoto si trova alla frontiera tra le scienze, là dove i professori si mangiano fra di loro. È in genere in questi interstizi mal condivisi che si trovano i problemi urgenti. È là che bisogna penetrare» (Mauss 2017).

Come rispondere a quelle domande? Come si può affermare allo stesso tempo che il bosniaco è la mia lingua madre, ma è anche la mia lingua straniera? E che l’italiano era una lingua straniera che è diventata la seconda madre?

Chi è l’Altra tra le due?

Mi vengono in mente due episodi.

Il primo: a casa mia la radio è sempre sintonizzata sulla stessa frequenza; se prima di accenderla guardo l’ora, posso facilmente immaginare la trasmissione che sta andando in onda e la voce che giungerà alle mie orecchie. Così, quando qualche sera fa vidi che erano le 19,13 e mi apprestai a pigiare sul tasto di accensione, mi aspettavo di sentire la voce nota del conduttore, invece nella stanza irruppe d’un tratto una lingua che conoscevo, ne comprendevo le parole, eppure mi pareva si fosse aperta una crepa tra il luogo dov’ero stata solo pochi secondi prima e quello dove la lingua della radio mi aveva trascinato.

Dove sono? Chi è quest’altra me? Che anno è?

La confusione durò pochi secondi. Poi la voce familiare del conduttore radiofonico spezzò la distorsione spazio-temporale spiegando a chi si fosse sintonizzato solo in quel momento che era appena andato in onda uno spezzone di un film, uscito nelle sale alla fine del 2019, che ha per protagonista un uomo bosniaco.

L’aggancio al tempo cronologico placò lo spaesamento, poiché c’è un ordine temporale nelle lingue della mia vita che rimette tutto a posto, stabilisce la durata di ogni cosa. Fino a un certo anno la lingua madre compariva naturalmente in tutti i momenti della mia vita senza terrorizzarmi. Quando e come era diventata altro da me, provocando spaesamento e spavento con la sua comparsa improvvisa? Cosa di questa lingua mi terrorizza? E quando i ruoli si sono invertiti, trasformando l’italiano in un porto sicuro?

Il secondo episodio: l’estate scorsa ricevetti la notizia che un mio romanzo, scritto in italiano, sarebbe stato tradotto in bosniaco e con l’occasione mi comunicarono il nome della traduttrice. Passai alcuni giorni a stupirmi della situazione apparentemente contraddittoria: essere tradotta nella mia lingua madre! Dopo alcuni mesi ricevetti le pagine tradotte, mi sedetti a leggerle e mi meravigliai di come alcune parti sembravano tornate alla loro origine, suonavano più autentiche nella traduzione che nell’originale. Mentre altre, pur appartenendo linguisticamente di più all’italiano, nel passaggio al bosniaco avevano compiuto una magia pari a quella dei biscotti di Alice nel paese delle meraviglie. Leggevo i miei pensieri da adulta tradotti in una lingua in cui avevo pensato soprattutto da bambina e fu come addentare il biscotto che nell’arco temporale di alcune pagine mi fece diventare adulta anche nella mia lingua madre. Che cosa si era sbloccato? Qualcosa che per due decenni non mi aveva permesso di diventare grande nella mia lingua madre.

Più ci inoltriamo nella riflessione e più diventa complicato trovare una risposta convincente alla domanda chi è l’Altra?

Un’ipotesi potrebbe arrivare dal racconto dell’antropologo Francesco Remotti nel suo Contro l’identità, sul guerriero Tupinamba, catturato dai propri nemici e destinato a essere mangiato da essi. Durante la prigionia, contraddistinta da pratiche e rituali di assimilazione del prigioniero da parte della tribù nemica, Tupinamba si trova in bilico tra la propria identità e la propria alterità, e soltanto in questa posizione liminare è capace di comprendere la follia di uno scontro fra alterità e identità. Il cannibalismo, lungi dall’essere un atto di barbarie, diventa simbolo di un meccanismo importante: ci si nutre di alterità, si vive attraverso l’alterità e talvolta, per conservarsi, si muore nell’alterità: «Lo straniero, il prigioniero, consente di riportare alla vita, si tratta in qualche modo di una purificazione o di una rivitalizzazione ottenuta passando attraverso l’alterità: un’alterità non più cruda e totale, un’alterità addomesticata, introdotta, assimilata» (Remotti 2007, 78).

Esattamente come il guerriero Tupinamba, anch’io fui fatta prigioniera dalla lingua italiana. A quattordici anni arrivai in Italia con un unico bagaglio, ossia la mia lingua madre, ma nel giro di poco un altro idioma invase il mio mondo, riducendo lo spazio della lingua madre alle quattro mura della casa dove abitavo con la mia famiglia. Resistere a questa invasione avrebbe significato chiudersi e spegnersi nell’incomunicabilità, «restare senza parole o vivere in terza persona», direbbe Christa Wolf (1994, 9-10). Invece scelsi di addomesticare e farmi addomesticare. Nel giro di pochi anni ciò che mi era estraneo divenne familiare e viceversa: la lingua madre venne confinata alle brevi e faticose telefonate internazionali, alla musica degli anni ottanta, ai libri che arrivavano due mesi dopo averli ordinati.

Cessò di dare nome alla realtà, però continuò a raccontare l’altra me, quella che in italiano non è mai esistita se non come una traduzione. Riuscire a salvare la lingua madre significava continuare a mantenere un dialogo con quell’altra me, ma come salvare una lingua in cui non si vive più?

«Una lingua in cui si è cessato di scrivere grava come un peso morto», ammonisce Emil Cioran. (Cioran 2015, 108)

Tuttavia io non ho mai scritto nella mia lingua madre. Per la scrittura avevo sin da subito scelto l’italiano, un’alterità che si era insinuata sotto la pelle, diventando la lingua che mi raccontava nel mio presente continuo; non credo di averla mai considerata una lingua nemica, anzi, dal primo incontro l’ho corteggiata, desideravo possederla, piegarla alla mia necessità di espressione. Ne intravedevo il potere trasformativo nonostante o proprio perché mi lasciava sfinita la sera quando mi coricavo nel letto con la mascella dolorante a causa di tutte quelle vocali che pretendevano di cambiare la struttura ossea allenata da anni di consonanti.

Ne gustavo la cedevolezza e volubilità quando con una lettera in più mi ridicolizzava mentre chiedevo con ostinazione al fruttivendolo un mezzo cavallo, invece di un cavolo.

Avevo scelto la lingua straniera proprio come i Tupinamba: per rivitalizzarmi e purificarmi. Ecco farsi chiara la risposta alla domanda: che cosa mi intimorisce della mia lingua madre?

Mi terrorizza l’esperienza che ho fatto in quella lingua, il peso schiacciante delle parole, poiché era diventata la lingua dell’estremo e dell’eccesso, tutto ciò che raccontava aveva una potenza inavvicinabile: l’infanzia, la natura, la violenza, la distruzione, la povertà.

È nel suo essere la lingua di un’esperienza radicale e fuori dall’ordinario che aveva preso a pietrificarmi quando compariva senza preavviso, come se preannunciasse una catastrofe. L’italiano si è offerto a me come un riparo, una misera certezza, poiché grama era la mia conoscenza. Eppure ogni termine imparato era un tassello in più nella costruzione del nuovo mondo, uno spazio in cui le parole innocue mi insegnavano le sfumature, i toni, le vibrazioni, la possibilità che il linguaggio sia ali e non solo piombo. L’italiano si presentava a me come la lingua della tanto agognata normalità, una base sicura dalla quale poter anche partire per andare a recuperare quanto rimasto di me sull’altra sponda.

Eva Hoffman nel suo Come si dice scrive:

[…] nella mia terapia di traduzione, io faccio avanti e indietro sulle fessure, non per sanarle, ma per vedere che io – una persona, prima persona singolare – sono stata su entrambi i bordi. Pazientemente, io uso l’inglese come un canale per andare indietro e verso il basso; tutta la strada giù verso l’infanzia, quasi fino all’inizio. Forse ogni lingua, se inseguita abbastanza lontano, porta esattamente allo stesso luogo. (Hoffman 1996, 273-74)

Come accennavo, non ho mai scritto nella mia lingua madre, ho scritto soprattutto di ciò che è accaduto in quella lingua e questo è stato, dopo l’esilio, il mio secondo atto di traduzione. Forse potrei addirittura sostenere che la mia scrittura è in primo luogo il tentativo di tradurre una vita e con l’aiuto del lost in translation renderla narrabile, persino sopportabile.

Non è insolito, dunque, che nel confuso andirivieni da una lingua all’altra a un certo punto il mestiere di traduzione abbia imposto una direzione al mio movimento: dalla lingua madre alla seconda lingua e non viceversa, a dispetto delle teorie e delle consuetudini.

Per molto tempo non mi sono concessa l’opportunità di riflettere su questa scelta, presa com’ero dal tentativo di giustificare la mia conoscenza della lingua italiana, poiché lo sguardo sospettoso che suscita una traduttrice di questo tipo si avvale dell’idea che non sia assolutamente possibile conoscere nessuna lingua come la propria lingua madre e per conoscenza non si intende solo sapere il significato dei vocaboli, la grammatica o il contesto culturale, bensì una conoscenza più sottile e profonda, la si definisce «sensibilità linguistica», e pare che non sia concepibile essere sensibili in una seconda lingua.

Ma come si decide la sensibilità linguistica? Se diamo ragione a Bruno Osimo e crediamo che davvero «I traduttori non sanno le lingue, sanno i discorsi», oppure che «Il traduttore è esperto nella differenza e nella difficoltà di comunicarla» (Osimo 2011, 292 e 293), allora stare sulla soglia diventa un privilegiato punto di interpretazione e mediazione. Oltre a presupporre l’esercizio continuo dell’estraneità, suscita lo stupore quasi infantile davanti alle molte potenzialità della parola. Quando dico infantile, intendo proprio quel particolare stato di meraviglia nell’apprendimento del linguaggio: è una meraviglia che coinvolge tutti i sensi e fa in modo che la parola imparata abbia un suo rimando nell’udito, nell’olfatto o nel tatto. L’italiano non è diventato la mia lingua di espressione nel momento in cui ne ho imparato i vocaboli e la grammatica, lo è diventato in seguito, quando, attraversandomi, le parole hanno acquisito un corpo, da volatili e impalpabili che erano sono scese e si sono radicate nella realtà.

La mia necessità di tradurre è radicata nell’esperienza dell’incomunicabilità e nel senso di impotenza dei primi tempi in Italia. Proprio per questo sin dall’inizio la direzione della traduzione ha seguito la traiettoria del movimento della mia vita: dalla «nostra lingua» verso l’italiano, per portare linguisticamente qui il mondo e la lingua che avevo abbandonato e ai quali ero legata da una lealtà invisibile.

Un giorno mi è capitato di udire una donna dire che avrebbe voluto una lingua privata dell’infanzia, una lingua senza trappole insidiose. Sentirla pronunciare questa frase mi aveva causato una vertigine, il suo desiderio socchiudeva la porta di un dolore inimmaginabile, inenarrabile, un dolore al quale non voleva nemmeno concedere una lingua. A differenza di quella donna, io mi sono aggrappata alla lingua piena di infanzia, era quella degli adulti che non desideravo. Mi sono avvalsa dell’escamotage di invecchiare in un altro idioma, per cristallizzare per sempre un mondo perduto nelle parole di una bambina. Il flusso spontaneo che si era interrotto tra parole e emozioni nella mia prima lingua madre, la perdita della cosiddetta sensibilità linguistica, mi ha spinta a fuggire in un’altra lingua per poter riavviare quel circuito. E di questa rivitalizzazione la traduzione è stata la chiave.

«Quando una lingua non prende cose in prestito da un’altra lingua, si blocca», è l’insegnamento di Alain Rey che mi ha permesso di scoprire il frutto più importante della relazione tra le mie due lingue madri e di utilizzarlo nella scrittura e nel mestiere della traduzione, ossia il doppio peso della parola. Essa può risuonare caustica e assoluta, ma anche morbida e leggera; è uno strano equilibrio che permette di scrivere di temi dolorosi senza annegare, di aspetti esistenziali puntellandoli con l’ironia. La lingua che ne risulta è uno spazio ampio che contiene i tempi, i luoghi e i discorsi, una cerniera che tiene insieme senza obbligare a scegliere, depositaria della memoria di sé in cui, per dirla con Christa Wolf:

«Il presente si insinua nel ricordo, e il giorno odierno è già l’ultimo giorno del passato. Così diventeremmo sempre più estranei a noi stessi, senza la memoria di ciò che abbiamo fatto, di ciò che ci è accaduto. Senza la memoria di noi. E senza la voce che tenta di parlarne» (Wolf 1994, 10).

Riferimenti bibliografici

Canetti 1978: Elias Canetti, La provincia dell’uomo. Quaderni di appunti 1942-1972, Milano, Adelphi, 1978 (traduzione di Furio Jesi da Die Provinz des Menschen. Aufzeichnungen 1942-1972, Frankfurt am Main, Suhrkamp)

Cioran 2007: Emil Cioran, Confessioni e anatemi, Milano, Adelphi, 2007 (traduzione di Mario Bortolotto da Aveux et anathèmes, Paris, Gallimard, 1987)

Cioran 2015: Emil Cioran, Ineffabile nostalgia. Lettere al fratello 1931-1985, a cura di Massimo Carloni e Horia Corneliu Cicortas, Milano, Archinto (traduzione dei manoscritti conservati presso la Biblioteca Astra di Sibiu e la Biblioteca Academiei di Bucarest)

Galimberti 2018: Umberto Galimberti, Parole nomadi, Milano, Feltrinelli, 2018

Hoffman 1996: Eva Hoffman, Come si dice, Roma, Donzelli (traduzione di Maria Baiocchi da Lost in Translation. A life in a new language, New York, E.P. Dutton, 1989)

Kristof 2004: Agota Kristof, L’analphabète. Recit autobiographique, Geneve, Editions Zoé, Ginevra (traduzione italiana: L’analfabeta, traduzione di Letizia Bolzani, Bellinzona, Casagrande, 2005)

Mauss 2017: Marcel Mauss, Le tecniche del corpo, a cura di Michela Fusaschi, Pisa, ETS (da Les techniques du corps, Sixième partie de Sociologie et anthropologie, Paris, Presses universitaires de France, 200411)

Magrelli 2018: Valerio Magrelli, Le cavie. Poesie, Torino Einaudi, 2018

Osimo 2011: Bruno Osimo, Dizionario affettivo della lingua ebraica, Milano, Marcos y Marcos

Remotti 2007: Francesco Remotti, Contro l’identità, Roma, Bari, Laterza

Wolf 1994: Christa Wolf, Trama d’infanzia, Roma, E/O, 1994 (traduzione di Anita Raja da Kindheitsmuster, München, Luchterhand, 1992)