In chiusura

Samuel Johnson e il suo gatto prediletto, Hodge.

Questo numero, il numero 21, è l’ultimo numero di «tradurre».

A più di dieci anni dal numero 0, la nostra rivista chiude e la testata «tradurre» non esisterà più.

L’abbiamo fondata con il desiderio di creare un luogo –  diverso dalle sedi (poche) nelle quali all’epoca si collocava il dibattito sulla traduzione – dove poter parlare di traduzione, anzi del tradurre, come pratica che “cambia il mondo”. Volevamo farlo in modo scientificamente solido e documentato, ma lasciando anche spazio e legittimità agli aspetti più umani e personali. Al centro si collocava una nostra idea di traduzione in quanto ingranaggio di quella macchina complessa e poderosa che è la filiera del libro e di un’editoria che si occupa di scegliere, selezionare, pubblicare, far circolare libri, idee, linguaggi. Insomma, per noi la traduzione era e continua a essere un modo di costruire cultura, un atto mai neutro, mai slegato da meccanismi economici, politici, da contesti storici.

Siamo riusciti nel nostro intento?

In parte sì.

Abbiamo dato voce a molti traduttori, del presente e del passato. Lo abbiamo fatto attraverso numerosi articoli che hanno raccontato traduttori e mediatori, ripercorrendone la vita e le vicende editoriali. E lo abbiamo fatto attraverso le nostre interviste, dando letteralmente voce a traduttori di varie generazioni, formazione, e operanti nelle più diverse combinazioni linguistiche. Interviste lunghe, ricche, generose, nelle quali né intervistato né intervistatore si sono risparmiati.

Di certo abbiamo regalato ai nostri lettori incursioni nelle varie ‘botteghe’ di un mestiere che si impara facendolo. Ci siamo occupati di strumenti lessicografici, delle problematiche di chi traduce da lingue meno note o pubblicate, di specifiche questioni traduttive, dai giochi di parole ai linguaggi settoriali. I nostri autori ci hanno regalato esempi, aneddoti, studi, confessioni, sfoghi, ripensamenti.

C’è qualcosa in cui non siamo riusciti?

Certamente.

Non siamo riusciti, per esempio, a instaurare un dialogo vero con il mondo accademico, e questo ci dispiace molto. Si badi bene: molti illustri accademici hanno scritto su questa rivista e diversi componenti della redazione sono – anche – accademici incardinati in prestigiosi atenei. Ma dobbiamo ammettere di non essere riusciti a sdoganare l’idea che la separazione fra modo “accademico” e “non accademico” di parlare di traduzione non dovrebbe esistere. Perché se a parlare di traduzione (e a insegnarla!) fossero persone che davvero si occupano di traduzione, che conoscono la realtà del tradurre anche nei suoi aspetti più prosaici (i rapporti con gli editori, l’importanza di considerazioni commerciali nell’operare determinate scelte) e che praticano concretamente la traduzione o che frequentano e conoscono sul serio l’ambiente e le dinamiche editoriali, allora – che siano accademici o meno –  tale divario dovrebbe venire meno. Non sempre, purtroppo, è così, e anche di questo la nostra rivista ha discusso pubblicamente.

Ma nonostante tutto – anzi, forse anche in virtù dei tanti crucci che certi ‘fallimenti’ ci hanno portato e che abbiamo sempre affrontato con una sana dose di scanzonata (auto)ironia –  il nostro è tutto sommato un  bilancio più che positivo. Lo è anche, e forse soprattutto, da un punto vista umano.

Per dieci anni «tradurre» ha vissuto ed è cresciuta esclusivamente grazie al lavoro volontario dei suoi redattori. E in questi dieci anni la redazione è cresciuta così come è cresciuto il numero dei nostri lettori. Sono nate amicizie, collaborazioni, tradizioni: le riunioni del sabato, la Festa di «tradurre» in concomitanza con il Salone del Libro, l’annuale “ritiro” (si fa per dire) a Torre Pellice, saltato solo nel 2020 a causa della pandemia. Le amicizie e i legami che si sono creati con il tempo all’interno della redazione non terminano certo qui. Continueranno gli incontri annuali di Torre Pellice, e di sicuro non ci lasceremo sfuggire l’occasione di festeggiare in occasione del Salone!

I materiali e i contenuti che «tradurre» ha prodotto nel corso di un decennio non andranno persi. Saranno sempre consultabili, per adesso su questo sito, in futuro forse in forma di archivio digitale, ma sempre comunque ad accesso libero e aperto. E nei primi mesi del 2022 uscirà – su carta! – una raccolta di tutte le interviste pubblicate su «tradurre» (comprese le due interviste  di questo numero), curata dalla nostra Paola Mazzarelli con una sua introduzione

Perché, dunque, chiudere questa esperienza?

«tradurre» è una rivista dall’anima cartacea, ma pubblicata online. È fatta di corpose e imponenti bibliografie, di articoli redatti con una meticolosa attenzione ai dettagli, alla logica delle citazioni, votati al più totale rigore bibliografico, e supportati da un puntiglioso lavorio di fact-checking ‘estremo’. È una rivista dai tempi lenti: si esce ogni sei mesi, gli articoli si lavorano a lungo, il processo di revisione spesso vede revisore e autore coinvolti in fitti e articolati scambi di email, telefonate, spesso vivaci, anche polemici e conflittuali, ma sempre arricchenti e (quasi sempre) risolti.

Forse non è più tempo per una rivista così.

Forse siamo tutti un po’ stanchi (e più vecchi!) Forse, semplicemente, è arrivato il momento per alcuni di noi di tirare il fiato e riposarsi, per altri di dedicarsi a qualcosa di diverso dalla traduzione, e per altri ancora di continuare a occuparsi di traduzione, magari in luoghi più agili, più nuovi, più al passo coi tempi di quanto non sia «tradurre», che è e rimarrà sempre fedelissima a se stessa e all’idea di traduzione che l’ha fatta nascere.

Desideriamo quindi ringraziare tutti i nostri lettori, e tutti coloro (tanti!) che hanno collaborato con la nostra bella rivista. Grazie a tutti voi per averci tenuto compagnia, per averci letto, sostenuto, bacchettato, incoraggiato, per aver contribuito con i vostri articoli, le vostre riflessioni, e con i tanti messaggi di affetto che sempre hanno accompagnato ogni nostro numero.

La redazione