Numero 3 (autunno 2012) | Studi e ricerche

Zia Barbara e Anita / 2 (e fine)*

LA SECONDA PARTE DELLA STORIA

di Gianfranco Petrillo

Quando, nell’ottobre del 1935, il figlio, il giovane fisico Gian Carlo Wick, fu chiamato a Roma da Enrico Fermi a collaborare con i «ragazzi di via Panisperna», Barbara Allason lo seguì volentieri, probabilmente, avendo subito una perquisizione in casa in seguito ai nuovi arresti degli esponenti di GL nel 1935, anche per mettere un po’ di distanza tra sé e i compagni di cospirazione. Ma i problemi economici premevano. In un primo tempo, nelle scuole private dove trovava qualche ora di insegnamento non durava a lungo, in quanto era tanto nota come studiosa quanto per le sue disavventure politico-giudiziarie (Allason 2005, 249 ss). Riuscì a ottenere delle collaborazioni giornalistiche, come con «Il Meridiano di Roma», grazie alla presentazione di Giacomo Debenedetti, e «Il Lavoro» di Genova, ma sotto lo pseudonimo di Riccardo Giorgini, che già aveva dovuto adottare nel 1930 anche per pubblicare un’antologia scolastica di autori tedeschi (Allason 2005, 252 e 305).

Fortunatamente per lei, infatti, in Italia allora, dominante l’idealismo – che univa alla considerazione prioritaria dei fattori culturali rispetto a quelli economici la predilezione per il patrimonio culturale germanico -, il tedesco continuava a essere considerato una lingua di alto prestigio, che costituiva un cardine dei programmi scolastici, alla stregua del francese e certamente più dell’inglese. Dopo qualche altro prodotto per le scuole, compresa una traduzione annotata di Der gestiefelte Kater (ossia Il gatto con gli stivali, 1797) di Ludwig Tieck, Allason si piegò al mestiere di tradurre per l’editoria popolare romanzi per signorine, debitamente edulcorati dall’autocensura redazionale e dalla censura di regime. Natascia Barrale (2011) ha segnalato puntualmente quanto siano state toccate da tali interventi impropri anche le versioni mondadoriane di Allason. Ma in un successivo, più ampio e molto puntuale lavoro Barrale (2012, 171) ha segnalato anche «un’aggiunta davvero singolare» inserita da Allason in Elena Willfüer studentessa in chimica, sua versione di un romanzo di Vicki Baum, uscita per Mondadori nel 1932. Elena scrive a un’amica domandandosi se esista ancora qualcuno «che vive in una tana, di notte lavora al lume di una candela e non ha che la compagnia di un topolino!». A questo punto Allason a pagina 175 aggiunge, ironica e polemica:

Ma poi penso invero che siamo a migliaia, noi, proletari intellettuali, a soffrire e a inghiottire adesso e chi sa per quanto tempo ancora, e forse per sempre.

Come ha dimostrato Christopher Rundle (2010), il fascismo colpiva con la censura romanzi come questo perché era ben più preoccupato della produzione libraria di massa che non della saggistica per le élite colte. Per questo appare abbastanza arzigogolata l’attribuzione niente meno che a Luigi Einaudi, invece che ad Allason come è attestato nell’edizione del 1962, della traduzione di In de Schaduwen van Morghen, del grande storico olandese Johan Huizinga, comparsa anonima presso Einaudi nel 1937. Tale attribuzione si basa su uno scambio di lettere tra l’insigne economista, padre e sostenitore del giovane editore Giulio che intendeva pubblicare il libro, e l’autore (Carta 2006, 214). Da quel carteggio – per metà in inglese e per metà in italiano -, pubblicato in appendice dell’articolo di Carta, si evince con certezza soltanto che, grazie al suo prestigio e all’amicizia con Huizinga, Einaudi aveva ottenuto i diritti dell’opera, facendosi garante della qualità dell’edizione italiana. Per nulla convincente è l’argomentazione di Carta che spiega la totale assenza di attribuzione della traduzione in questa edizione del 1936 con il fatto che sarebbe stata «una stonatura» il nome di un senatore del Regno quale traduttore «di un’opera che al regime non poteva accomodare». Non ci fossero altri argomenti in contrario, ne basterebbero tre: possibile che Luigi Einaudi, con tutti i suoi impegni di cattedratico sia a Torino che a Milano, di senatore a Roma, di direttore di un’importante rivista scientifica e di autore di saggi in proprio, trovasse la voglia e il tempo di tradurre un’opera impegnativa come quella, da una lingua impervia come l’olandese? Perché il libro tradotto fu ripubblicato tal quale nel 1962, come avverte lo stesso Carta, attribuendo la traduzione a Barbara Allason e mancando così una clamorosa rivelazione? E infine: un regime ben più suscettibile di quello fascista, quello nazista, aveva già permesso prima dell’edizione italiana l’uscita in Germania del libro tradotto in tedesco (lettera di Huizinga del 13 settembre 1937, in Carta 2006, 234).

Noi però raccogliamo il suggerimento dello stesso Carta, che in nota alle sue considerazioni ammette che «Su Barbara Allason ‘traduttrice’ di Huizinga sarebbe necessario compiere ulteriori indagini». Ebbene, ecco qua: lettera di Allason a Giulio Einaudi del 23 maggio 1959 da Port Jefferson, NY (Archivio Einaudi, Allason): nel 1936 o 1937, ricordava l’anziana intellettuale al più giovane amico,

fu proprio Suo Padre a recarmi il volume tedesco Crisi della civiltà di Huizinga. Quella traduzione, per ovvie ragioni, non poté uscire col mio nome. Al che io mi piegai. Poi non pensai mai di chiedere che il nome falso [in realtà l’anonimato] fosse sostituito col mio nome vero. Né adesso glielo chiedo (Penso che l’opera non si stampi più).

Certo, il nome dell’inquisita per antifascismo Allason Barbara, quello sì, sarebbe stato ben più che una stonatura, su un testo del genere e con tale editore (a sua volta inquisito). E la traduzione, come è ovvio, era stata svolta dal tedesco, non dall’olandese. Una volta sollecitato al ricordo, tanti anni dopo, l’editore – contro l’aspettativa della traduttrice, come abbiamo visto – si affrettò a mettere in programma la ripresa di quell’importante titolo, stavolta col nome giusto di chi l’aveva tradotto. Sia detto di passata: anonima d’altronde, col titolo Il naufragio del transatlantico, era già uscita nel 1933 da Mondadori la traduzione di Allason da Atlantis di Gerhart Hauptmann (Decleva 1993, 180). Ma alla visibilità, in questo caso, Allason teneva molto meno.

Il nome Allason poteva invece tranquillamente comparire in un’opera edificante come la biografia di Paolina Maria Jaricot, fondatrice della Società per la propagazione della fede, scritto per la Lega italiana cattolica editrice di Torino, dove lei era tornata nell’ottobre del 1937 in seguito al trasferimento del figlio a Palermo, e pubblicato nel 1938.

Nel 1939 Allason seguì il figlio anche a Padova, dove, dopo la breve parentesi palermitana, Gian Carlo Wick ebbe cattedra e dove ella poté conoscere e apprezzare Concetto Marchesi. Quindi tornò a Roma, ove rimase per tutta la durata della guerra, la quale non interruppe l’intensa attività di Barbara:

Nel 1941 Longanesi mi incaricò di fare per il suo «Sofà delle Muse» [una collana “filosofica” della Rizzoli] una scelta e traduzione delle lettere di Nietzsche. Io ero allora poco… in auge; però per l’Utet continuavo a lavorare. Accettai, feci il lungo interessante lavoro (Scegliere un 300 pagine da SETTE volumi di epistolario). Lo consegnai; fu stampato. Qual non fu la mia sorpresa nello scoprire in una vetrina di libraio il MIO libro con questa dicitura: Traduzione e scelta di Antonietta Berti! Longanesi aveva avuto paura del mio nome! E senza avvertirmi… lo aveva cambiato.

Questo è quanto scrisse il 2 novembre 1954 a Luciano Foà nella speranza di vedere ripubblicato quel suo lavoro da Einaudi (Archivio Einaudi, Allason).

Per la Utet, sollecitata da Farinelli, Allason si era nel frattempo imbarcata nella versione del Faust. Ma «il destino pietoso» le risparmiò un temuto fallimento, «riducendo in cenere il mio manoscritto, ospitato nella cassaforte dell’Utet divenuta incandescente durante uno dei più atroci bombardamenti scatenati sulla mia cara Torino». Così scriveva nel 1946 nelle Memorie e così è rimasto scritto anche nelle edizioni successive (Allason 2005, 263). Tuttavia un Faust allasoniano, non sappiamo se rifatto coraggiosamente di sana pianta o su qualche copia provvidenzialmente conservata del primitivo dattiloscritto, risulta pubblicato da De Silva nel 1950 e nel 1965 ripubblicato addirittura da Einaudi (dove si era ventilato fin dal 1950 di affidare la versione del capolavoro goethiano a Ervino Pocar – Verbali 2011, 174).

La De Silva era una casa editrice fondata nel 1942 da Antonicelli con un programma che proseguiva quello della «Biblioteca europea» da lui ideata per Frassinelli un decennio prima. Sua principale collaboratrice era Anita Rho. Fra i titoli messi in programma c’era anche una Germania «della signora di Staël» da far tradurre a “zia Barbara” (Fondo Antonicelli, B. 2). Questo titolo della De Silva comparve in effetti, nel 1943, ma ne risulta traduttrice Ada Caporali, nome che invece non compare mai tra le poche e sparse carte rimaste della casa editrice nel Fondo Antonicelli al Centro Gobetti. Ma è da escludere che si tratti di uno pseudonimo di comodo assunto da Allason per i noti motivi. Ada Caporali appare infatti autrice di altre due traduzioni in tutto, tutt’e due uscite nel 1945 presso l’Eclettica, una casa editrice torinese effimera ma che in quel solo anno sfornò una nutrita serie di titoli interessantissimi. Che l’una traduzione, il discorso di Thomas Mann su Freud e l’avvenire, sia dal tedesco, potrebbe indurre a crederlo; che l’altra, di tre traités moraux di Gide, sia dal francese, non smentirebbe; che il nome di Ada Caporali non compaia più dopo il 1945, sembrerebbe confermare. Tuttavia appare molto strano che nessuna di tali traduzioni sia mai più stata ripubblicata, né sotto il nome di Caporali né sotto quello di Allason. Ma una prova in contrario è che per la stessa De Silva Allason produsse invece di certo una scelta di Massime e riflessioni goethiane che uscì, col suo nome, in quello stesso 1943. Un esiguo margine di dubbio potrebbe essere eliminato con una ricerca su Ada Caporali e con il raffronto delle date di pubblicazione: il Goethe nei 45 giorni? I libri firmati Caporali prima della Liberazione? Ma lavorati quando, visto che Allason era a Roma e dal giugno del 1944 le comunicazioni con Torino erano interrotte?

Nel 1940 era infatti tornata a Roma, dove rimase durante la guerra. Non partecipò quindi alle vicissitudini della Resistenza torinese. Anita sì. Suo padre era morto nel 1935 e quindi anche la madre, Silvia Allason, poté collaborare con lei a fare della “vigna” Allason, in collina, un

rifugio di partigiani, di fiancheggiatori e di ebrei […] È Anita che mi racconta, ella che, benché sospettata anche lei, assieme a sua madre vi ha accolto i nostri compagni di fede, con fraterno cuore. […] Io vedo sfilare attraverso le parole di Anita visi noti e ignoti. Ecco Ada Gobetti […] Ecco Franco Antonicelli, Pinella Bianco, Henek Rieser comunista, Bertorotta socialista, e Manfredini, e Vittorio Foa e Mario Andreis. […] Poi fu arrestata anche Anita. Una decina di S.S., di cui due soli tedeschi, irruppero nel giardino della “Vigna”, perquisirono, non seppero trovar nulla. […] Si portarono via Anita.

Anita Rho con alcune amiche e Benedetto Croce
Foto Franco Antonicelli

Con Anita fu arrestata anche l’amica Anna Lanza, che si trovava lì. Furono sottoposte a interrogatorio da un ufficiale ubriaco nel quartier generale torinese delle SS, l’Albergo Nazionale «di lugubre fama»: «Che cosa salvò le due ragazze? Il perfetto tedesco parlato da Anita? La gaia scaltrezza di Anna Lanza? L’ubriachezza dell’inquirente? A mezzanotte esse erano rimesse in libertà» (Allason 2008, 83-4 e 86).

Allason quindi non partecipò alla Resistenza. Quasi a fare ammenda di ciò e del suo cedimento del 1934, un anno dopo la Liberazione pubblicò quelle Memorie di un’antifascista che contribuirono, soprattutto quando furono ripubblicate nelle edizioni Avanti! nel 1961, alla formazione della consapevolezza democratica di generazioni più giovani. E contemporaneamente riprese l’attività di germanista con numerosi contatti con case editrici (Fondo Allason, fascicoli vari), dai quali risulta prevalere in lei il desiderio di confermarsi come studiosa, con delle curatele, piuttosto che come semplice traduttrice.

Aveva ormai settant’anni passati quando propose a Einaudi la traduzione del Titan di Jean-Paul Richter, ricevendo il 7 marzo del 1949 un rifiuto di Bruno Fonzi perché Cesare Pavese riteneva il romanzo «illeggibile» (Fondo Allason, cartella 3, fascicolo E). Eppure lo stesso Pavese portò la proposta in redazione quasi un anno dopo, il 25 gennaio 1950, per la prestigiosa collana «Millenni», contemporaneamente alla proposta di affidare ad Anita Rho i Buddenbrook per i «Supercoralli» (Verbali 2011, 104). Quindi, su suo incarico, Natalia Ginzburg scrisse ad Allason il 9 febbraio:

potrebbe eventualmente mandare il testo a Pavese, che vorrebbe darci uno sguardo perché non lo ricorda bene? […] So che è molto occupata con Schiller, ma forse troverà un po’ di tempo anche per Jean Paul.

Davanti a tanta sottovalutazione dell’impegno di traduzione, la destinataria non poté a meno di sottolineare in rosso le parole «un po’ di tempo» appuntando sarcasticamente in calce: «fantastico!» (Fondo Allason, Cartella 3, fascicolo E).

Mentre, probabilmente dopo la morte di Pavese, Allason si sfogava annotando a margine della lettera di Fonzi che «bisognava sapere il tedesco meglio di quello che lo sapeva lui quando giudicava il Titano», ad affossare la proposta furono altre due circostanze: un pesante intervento epistolare di Carlo Muscetta letto alla riunione settimanale di redazione del 15 novembre 1950 da Natalia Ginzburg: «Quanto a Titano vorrei domandarvi se sapete che appartiene al genere dei libri noiosi, e se la Allason non sia sempre “vitanda” anzi che no» (Verbali 2011, 199); e, forse ancor più, la considerazione, già espressa sia all’editore sia alla germanista da Fonzi il 3 marzo 1949, che la Einaudi aveva appena pubblicato il romanzo dell’americano Theodor Dreiser dall’identico titolo (Archivio Einaudi, Allason). Sta di fatto che non se ne fece nulla. Né miglior sorte ebbe nel 1952 la proposta di Allason di pubblicare le Fiabe della sua amata Bettina Brentano (Verbali 2011, 453).

Ma l’anziana e vigorosa intellettuale aveva molte frecce al suo arco. Un vecchio amico scienziato, Gustavo Colonnetti, già professore di suo figlio, era divenuto presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche e in quanto tale presidente dell’Unrra-Casas, l’ente che utilizzava una quota degli aiuti postbellici americani per alleviare almeno in parte la gravissima carenza di abitazioni in cui versava la popolazione italiana. Realizzata una prima fase del programma, a stendere una sorta di relazione Colonnetti chiamò la vecchia amica torinese. Allason (1950) diede lì forse la sua migliore prova di narratrice-giornalista, raccontando con commossa partecipazione, sotto il titolo Purgatorio, un viaggio attraverso le miserie dell’Italia che stentava a risorgere dalle distruzioni. Come nelle traduzioni, la sua prosa risentiva dell’origine ottocentesca ma riusciva ad avere freschezza e genuinità che meriterebbero una rivisitazione, come l’ha avuta quella sua guida, paesaggistica e culturale insieme, delle sue amate colline torinesi, Vecchie ville, vecchi cuori, che uscì quello stesso anno.

Intanto Anita Rho era impegnata nella traduzione dei Buddenbrook manniani per Einaudi, usciti nel 1952, quando iniziò l’impresa Musil. Suggerito all’Einaudi, pur con qualche titubanza, dal nume Bobi Bazlen, di Der Mann ohne Eigenschaften, «poiché dai saggi di traduzione precedentemente fatti da altre persone non è stato possibile avere un’idea sufficientemente precisa del valore di quest’opera», fu richiesto un assaggio di traduzione a Rho, la quale si dichiarò disposta a tradurne il primo volume avvertendo che «le sarebbe necessario molto tempo a causa delle gravi difficoltà di “resa” del testo» (Verbali 2011, 368). Decisivo per la pubblicazione del capolavoro musiliano fu quindi il modo con cui Rho ne garantì da subito la leggibilità. Anita si confermava così un pilastro della casa editrice. A lei pensò Giulio Einaudi in persona per ottenere in fretta e furia le fiabe di Andersen per le strenne del Natale 1952 (Verbali 2011, 453). Erano così impegnativi, lunghi e di grande portata i lavori che le si chiedevano che la sua retribuzione era stata fissata in rate mensili, sulla carta una sorta di stipendio, che la traduttrice percepì però sempre in ritardo e irregolarmente.

Intanto, come abbiamo visto, Allason viveva una sorta di seconda giovinezza. Era una delle firme prestigiose del «Mondo» di Mario Pannunzio, sul quale pubblicò fra l’altro nel 1954 un’entusiastica quanto tardiva recensione di Armada di Franz Zeise nella versione «eccezionalmente bella» della nipote per De Silva, che il 9 giugno suggerì direttamente a Giulio Einaudi, invano, di ripubblicare (Archivio Einaudi, Allason). Quella recensione dovette essere letta da un giovane Leonardo Sciascia, che ne fu indotto molti anni dopo a far riprendere il libro da Sellerio.

Le simpatie politiche di Allason, tuttavia, affondando le proprie radici nell’Italia giolittiana e crociana, erano ancor più moderate di quelle dei pannunziani, tanto è vero che collaborò, proprio quando dal partito liberale maturava il distacco dell’ala sinistra che avrebbe dato vita al partito radicale, all’«Opinione», organo del PLI, arroccato sull’intransigenza di Giovanni Malagodi (Fondo Allason, Cartella 3, fascicolo D).

Si recava spesso in viaggio, specie in America, dove il figlio si era trasferito dopo la guerra, chiamato all’università di Pittsburgh. Gian Carlo Wick si era poi trasferito a Berkeley, ma lì

si rifiutò di firmare una umiliante dichiarazione di stampo maccartista impostagli dagli elementi più retrivi dell’Università della California e da questa fu cacciato assieme a tanti altri nomi prestigiosi (tra cui il Nobel Steinberger) in uno degli episodi più vergognosi e squallidi della storia accademica statunitense. Ricevette comunque subito un invito da parte della Columbia University per stabilirsi a New York in cui rimase […] fino al suo ritorno in Italia presso la Scuola Normale Superiore di Pisa (Regge 1992).

Qui la nostra storia è toccata, sia pure solo tangenzialmente, dal terzo tra i ragazzi prodigio torinesi del Novecento (il quarto, se oltre a Gobetti e Ginzburg si volesse contare il giovane Gramsci): Furio Jesi. Al momento di rientrare in Italia per proseguire la carriera a Pisa, infatti, Wick, che aveva nel frattempo divorziato da una prima moglie torinese dalla quale aveva avuto due figli, si risposò nel 1969 con una sua lontana parente e stretta amica di famiglia, Vanna Chirone, che era appunto la madre di Jesi, rimasta vedova poche settimane dopo la nascita del figlio, nel 1941.

Anita invece non si allontanava dalla sua scrivania. Lavorava indefessamente per Einaudi, nonostante la lentezza, e talvolta la riluttanza, con cui la casa editrice faceva fronte ai suoi impegni con lei. L’ingenuo lettore penserà che l’autrice delle traduzioni dei Buddenbrooks e di Der Mann ohne Eigenschaften rimaste canoniche per decenni sarà pur stata non solo ben remunerata per tanta opera, ma anche tenuta in buon conto in seguito. Così non era, come documenta la corrispondenza intrattenuta fra Rho e la casa editrice, ora conservata nell’Archivio Einaudi.

Mentre era intenta a quell’impegnativo lavoro, la traduttrice dovette scrivere più volte per sollecitare il pagamento arretrato della traduzione di Die Rettung di Anna Seghers, già pubblicata, di cui al 19 luglio 1950 erano state pagate 30.000 lire «mentre me ne sono dovute 140.000», il che la fece sbottare: avrebbe sospeso la versione del romanzo manniano,

per dedicarmi a un lavoro più immediatamente redditizio. Questo non lo faccio per dispetto o per ripicco, ma perché io lavoro per vivere e non posso permettermi il lusso di rinunziare per mesi a ciò che mi spetta.

Con scarsi risultati. Il 1° novembre scrisse personalmente all’editore: era ancora in credito di 80.000 lire ed era alla vigilia di un’operazione. Benché questo copione si ripetesse poi ancora varie volte, né la casa editrice demorse dal chiederle collaborazione né lei dal darne. Appena otto giorni dopo, «Sbaglio, o m’hai detto che sai un po’ di norvegese?», le scriveva qualcuno dalla Einaudi, probabilmente Natalia Ginzburg. E nacquero così, sia pure dopo un intervallo di alcuni anni dovuto a uno stop di Luciano Foà, i Drammi di Ibsen. La versione italiana fu certo condotta più sulla traduzione tedesca che su un originale della piena comprensione del quale da parte della pur bravissima Anita non abbiamo modo di accertarci, benché quel lavoro essa avesse avviato probabilmente, su impulso di Antonicelli, fin dal 1944 per la De Silva (Lettere 1962, 41).

Agli inizi del 1955 Giulio Einaudi ricorse a un aumento di capitale. Anita aveva da poco richiesto «alcuni mesi di arretrati», lamentando di trovarsi «in una nera bolletta», ma ciò non le impedì di sottoscrivere immediatamente un certo numero di azioni, di che l’editore la ringraziò personalmente il 9 febbraio (Archivio Einaudi, Rho). Stesso atteggiamento ebbe zia Barbara, che scrisse probabilmente allora a Foà, dimenticando di mettere la data:

ho ottenuto – grazie ai buoni uffici del dr Rusca – che la casa Rizzoli rinunciasse alla proprietà del mio volume: Nietzsche Lettere. Mi son valsa del diritto che me ne fornì il signor Longanesi falsificando il mio nome di traduttrice.

Ora lo offriva a Einaudi, promettendo di correggere l’«assurdo voi» imposto dal «sempre coraggioso» Longanesi nel suo «fiero proposito filofascista». «Condizioni. Le dico subito: Tutto quello che la Casa mi darà io lo passerò in azioni della Giulio Einaudi editore» (Archivio Einaudi, Allason).

Il rapporto con gli editori è ostico anche per i traduttori affermati. Nel 1959 Allason convinse Giulio Einaudi a pubblicare, con una sua introduzione, una prosa filosofica di Heine. Consegnati la traduzione e il saggio, aspettò invano la pubblicazione. Due anni dopo, il 1° febbraio 1961, il germanista della casa editrice, Renato Solmi, pur molto deferente («Mio padre [il poeta Sergio], che ebbe occasione di conoscerla vari anni or sono, quando io ero ancora un ragazzo, m’incarica di porgerLe i suoi saluti», le aveva scritto il 6 giugno 1953), le contestava che dalla introduzione – «viva, acuta, intelligente» e da lui letta «con vivo interesse e ammirazione» – le notizie biografiche andavano estrapolate e, soprattutto, che vi veniva dato troppo rilievo alla conversione del poeta, ebreo, al cattolicesimo: «problema non strettamente attinente all’argomento e che credo non possa interessare un granché il comune dei lettori»(Archivio Einaudi,Allason). Il libro non uscì mai. Né uscì mai il Titano di Jean Paul, riproposto con intatto entusiasmo nel 1961, commissionatole, tradotto, pagato e da lei sollecitato ancora nel 1967.

E perché tardava a uscire la sua traduzione, consegnata da anni, di Der Wendepunkt (La svolta) di Klaus Mann, «dieci volte più bello» del «modesto» Das letzte Jahr di Erika Mann, quel L’ultimo anno di Roberto Margotta ed Ervino Pocar appena uscito, anno 1961, da Mondadori, l’editore che cavalcava monopolisticamente l’onda della «moda» (è sempre Allason che così si esprime) dei Mann? Oh bella! Ma è semplice: erano già due anni che La svolta era stata ceduta appunto alla Mondadori, le rispondeva candidamente Foà, senza nemmeno un cenno di giustificazione per non averla avvertita (Archivio Einaudi, Allason). Il bel libro del figlio di Thomas Mann tradotto da Allason sarebbe uscito l’anno dopo dal Saggiatore di Alberto Mondadori.

Dopo tanti anni di collaborazione, come con la zia, anche con Anita dovette essere il divo Giulio in persona a trattare per ammansirla con le sue arti incantatrici, rivelando a sua volta la sostanziale (e chissà fino a che punto inconsapevole) incomprensione del lavoro di traduzione che condivideva con quasi tutti i suoi colleghi di allora e di poi.

Cara Signorina – le scriveva il 15 gennaio 1965 – Davico [Guido Davico Bonino, incaricato per l’Einaudi dei rapporti con i traduttori] mi ha riferito della vostra telefonata di stamani e sono stato lieto di apprendere che, dopo la piccola vacanza del Kröger di Mann, lei si accingerà nuovamente a Musil. A quanto mi è dato di capire, si tratterà di tradurre una raccolta di prose a sé stanti, breve e molto affascinante. Il che, spero renderà meno pesante questa Sua nuova fatica. La ringrazio sin d’ora della sua collaborazione e le invio molti auguri cordiali.

Rho si credette allora in diritto di dettare le proprie condizioni contrattuali per Tonio Kröger. Restituì la copia del contratto correggendo la cifra unitaria da 1200 a 1800 lire a cartella e chiese che il compenso le venisse versato a rate mensili mentre lavorava, come era diventata consuetudine. Davico si inalberò, e mandò un biglietto all’editore: «Lei approva quel 1800? Per il compenso mensile, io sono contro: il libro è di cento paginette e può essere pagato alla consegna» (come se Rho non fosse già stata scottata più volte). Giulio mediò: «Non si può concordare, eccezionalmente, 1500 lire?».

Anita rispose alla lettera dell’editore solo il 4 febbraio, cercando di mettere i puntini sugli i ma subito dopo rivelando la debolezza recondita di tutti i grandi traduttori, sempre attirati dagli autori più prestigiosi:

Caro Dottore, sono caduta e mi son fatta male a un occhio: questa è la ragione del mio lungo ritardo. Sarò molto contenta di tradurre il Kröger anche se lei esagera chiamandolo «piccola vacanza»: non è mai una sinecura cercare di lavorar bene. Quanto a Musil, quantunque l’impegno mi spaventi, lo faccio volentieri per il suo enorme interesse.

Il Kröger fu consegnato, in ritardo, a fine settembre 1966. E il compenso ne fu liquidato a marzo 1967, quando le condizioni esistenziali della traduttrice si erano fatte drammatiche.

Anita aveva dei seri problemi fisici che riguardavano le gambe (Simonetta Rho). Nel 1929 una sua lettera ad Antonicelli proveniva dall’Istituto ortopedico Rizzoli di Bologna e dallo stesso corrispondente sappiamo che nell’aprile 1944 aveva appena subito un’operazione:

Mi addolorano le vicende tue. Spero che le tue sventure fisiche abbiano termine una buona volta: ne hai bisogno. L’altra tua afflizione – proseguiva cripticamente la lettera di Antonicelli – è più lunga e sottile e neppure tu vorresti, ora, cancellarla dall’anima […] Anche da questo lato ti meriti una fortuna grande, degna dell’animo tuo (Lettere 1962, 42).

Soprattutto Anita Rho doveva essere affettivamente molto sola. Lo inferiamo dalla disavventura “sentimentale” in cui incorse quando era ormai prossima alla sessantina, tra il 1963 e il 1969 («La Stampa», 8 giugno 1974) e che finì, con la perdita di tutte le sue proprietà, in un triste strascico giudiziario e, quel che è peggio, in una prostrazione psico-fisica che incise sul suo lavoro, che la costrinse al ricovero in casa di cura e da cui non si riebbe più. Cesare Cases ebbe molti anni dopo a ricordare, in una intervista a «Tuttolibri» del 24 marzo 1990, di essere stato chiamato a rivedere il lavoro per il terzo volume dell’Uomo senza qualità, il quale, «a causa di una crisi personale dell’ottima traduttrice, era purtroppo mal tradotto».

Continuò a lavorare, ma diradando gli impegni. Probabilmente anche altre sue traduzioni comparse dopo il 1970 risalivano a tempo prima, come nel caso clamoroso di parte del primo e di tutto il terzo volume del romanzone di Heimito von Doderer I demoni: in questo caso, non si sa a quale scopo, il 7 giugno 1974 si fece rilasciare dalla Einaudi un attestato con cui si certificava che la «dott. Anita Rho ci ha consegnato nel febbraio 1966 la traduzione da lei eseguita del libro I demoni di Doderer, traduzione che non è mai stata pubblicata» (Archivio Einaudi, Rho). In un altro caso tutto induce a credere che colui che appare come cotraduttore del Meister apprendista presso Adelphi (1976), Emilio Castellani, sia stato chiamato a completare un lavoro lasciato a mezzo. A quando risaliva la traduzione, Incontri, dei due racconti riuniti da Musil sotto il titolo Vereinigungen, comparsa l’anno della morte di Rho, il 1980?

Proprio quando aveva toccato il fondo dei suoi guai, le era venuto a mancare anche il sostegno di zia Barbara, morta il 20 agosto 1968, a 91 anni.

Vecchia ormai, ma indomita, la scrittrice e germanista si era impegnata negli ultimi anni a promuovere ancora il proprio lavoro, arricchendolo e rifinendolo. Ripubblicò da Einaudi, ampliandola, la sua vecchia scelta di lettere di Nietzsche. Poi volle completare la sua versione del teatro schilleriano, di cui tre drammi aveva già tradotti per Antonicelli. Vi si impegnò per Einaudi senza nemmeno avere un contratto: era ormai alla fine della sua fatica quando, a ottantaquattro anni suonati, scrisse al caporedattore Daniele Ponchiroli, il 16 gennaio 1963: «Verrò un giorno per trattare, in piena fiducia della “giustizia” della casa Einaudi»; e consegnò il dattiloscritto. Un anno dopo era ancora senza contratto e della pubblicazione del volume non si parlava neppure. Intanto aveva invece ottenuto un contratto e addirittura già l’intero compenso per tradurre, finalmente, il suo amato Titano, ma in luglio doveva confessare di stentare ad andare avanti a causa della sua «grave malattia di questa primavera» e, protestando che un milione era poco per lo Schiller, chiedeva che le si dessero altre 300.000 lire, tenendo conto che aveva anche steso le 17 note introduttive. L’editore in persona le rispose con estremo riguardo, augurandole «che la quiete di villa Allason – che sinceramente invidio – Le consenta di mandare avanti, in serena tranquillità il lavoro di traduzione del Titano»; la sua richiesta pecuniaria sarebbe stata accolta; lo Schiller era programmato addirittura per Natale del 1966, ma lui si sarebbe adoperato per farlo anticipare di un anno.

Il 22 giugno Allason scrisse ancora a Giulio:

Le assicuro [...] che non vorrei tediarla – ma veramente, sì, mi duole un po’ pensare che quel Teatro di Schiller a cui ho dato tanto di me – arrischia di uscire… dopo la mia morte. Non rida. Il Columbus day di quest’anno io compirò 88 anni. Sono molti. Son tanto più di quel che il buon Dio concede ai mortali […] E ci sono il Titano e lo Heine che dormono nei Suoi cassetti.

Il 4 ottobre 1967 impugnò la penna (sì, la penna: in precedenza aveva sempre scritto a macchina) e ancora una volta scrisse a Giulio Einaudi, con mano tremolante:

volge la fine dell’anno; si avvicina il mio 90° compleanno. E Schiller – il Teatro di Schiller – non vede ancora la luce – Eppure io odo da molte parti esprimere il desiderio di quest’opera; sento dire che è una lacuna nella nobile collezione di classici tedeschi [...] Dovrò io veder tramontare quest’anno – delusa – nonostante una promessa che pareva così calda e recisa? Non voglio crederlo: Voglio credere, anzi, che Ella manterrà una parola che mi fu cara, che mi spronò al lavoro. Mi lasci questa speranza, e la Casa Einaudi si arricchisca ancora di questa gemma!

L’editore si affrettò a rispondere al «Suo cenno di sollecito così garbato e civile»: c’era la coda di altri classici «che attendevano (Le parrà impossibile) da maggior tempo ancora, di vedere la luce». Ma passate le feste lo si sarebbe mandato in composizione (Archivio Einaudi, Allason).

Non era vero. Anche la Mondadori, intanto, le respingeva la richiesta di veder ripubblicato in edizione economica il suo vecchio Pellico (AEM). Barbara Allason non vide il suo Schiller. L’11 giugno 1969 Giulio Einaudi mandava ad Anita Rho

una delle prime copie della traduzione dello Schiller a cui dedicò tante cure, come Lei ben sa, Barbara Allason. Purtroppo non siamo riusciti, nonostante ogni migliore intenzione, a fare alla traduttrice stessa questo omaggio: lo accolga Lei che le fu vicina e che può realmente apprezzare la vivacità interpretativa di questa ultima fatica della nostra compianta amica.

*(La prima parte del saggio si può leggere sul numero 2 di “tradurre” (primavera 2012))

Fonti

AEM: Fondazione Alberto Mondadori, Milano, Archivio Arnoldo e Alberto Mondadori, Segreteria editoriale autori italiani, f. Barbara Allason

Archivio Einaudi, Allason: Archivio di Stato di Torino, Archivio Giulio Einaudi editore, Corrispondenza con autori e collaboratori italiani, B. 4, f. Allason Barbara

Archivio Einaudi, Rho: Archivio di Stato di Torino, Archivio Giulio Einaudi editore, Corrispondenza con autori e collaboratori italiani, B. 171, f. Rho Anita

ASUT Lettere: Archivio Storico dell’Università di Torino, Facoltà di Lettere e Filosofia, Registro della carriera scolastica, IX.A.397 (1909-10 – 1911-12), p. 143

ASUT Scienze: Archivio Storico dell’Università di Torino, Facoltà di Scienze, Registro di matricola n. 44; e Verbali di laurea 16.11.25-13.2.1935, II, ad nomen Wick Gian Carlo

Barrale 2011: Natascia Barrale, La nuova donna. I romanzi tedeschi al femminile nell’Italia fascista, «tradurre. pratiche teorie strumenti», n. 0, primavera 2011

Barrale 2012: Natascia Barrale, Le traduzioni di narrativa tedesca durante il fascismo, Carocci, Roma

Carta 2006: Paolo Carta, Politica e morale ne La Crisi della civiltà di Johan Huzinga, in «Laboratoire italien. Politique et société», 6/2006 (mise en ligne le 7 juillet 2011: http://laboratoire italien.revues.org/237)

Chirone 2012: Colloquio con la Signora Vanna Chirone Wick, Torino, 7 febbraio 2012

Crain Merz 2009: Noemi Crain Merz, Donne del Partito d’Azione: Barbara Allason e Ada Gobetti, in «Annali della Fondazione Ugo La Malfa. Storia e politica», a. XXIV, pp. 123-132

Decleva 1993: Enrico Decleva, Mondadori, Utet, Torino

Fondo Allason: Archivio del Centro Studi Piero Gobetti, Torino, Fondo Barbara Allason, Corrispondenza (cartelle e fascicoli in ordine alfabetico dei nomi dei corrispondenti)

Fondo Antonicelli: Archivio del Centro Studi Piero Gobetti, Torino, Fondo Franco Antonicelli, Corrispondenza: Busta 1, Frassinelli editore; Busta 2, De Silva editrice.
Lettere 1962: Lettere di antifascisti dal carcere e dal confino, vol. II, Editori riuniti, Roma 1962

Macke s.d.: Carl Wilhelm Macke, Ziviler Liberalismus. Erinnerung an die italienische Germanistin und Übersetzerin Barbara Allason (http://www.germanistica.it/saggi/macke_allason.asp)

Minicucci 1997: Simona Minicucci, «Guardare i libri di tutti i paesi con occhi italianissimi». Lavinia Mazzucchetti e la letteratura tedesca, in Stampa e piccola editoria tra le due guerre, a cura di Ada Gigli Marchetti e Luisa Finocchi, FrancoAngeli, Milano 1997, pp. 236-258

Ojetti 1954: Ugo Ojetti, I Taccuini 1914-1943, Sansoni, Firenze 1954

Regge 1992: Tullio Regge, Addio al fisico Wick maestro e gentiluomo che studiò con Fermi, «La Stampa», 22 aprile 1992

Ricordi 1988: Ricordi fotografici di Franco Antonicelli, a cura di Franco Contorbia, Bollati e Boringhieri, Torino 1988

Ronca s.d.: Alessandro Ronca, La campagna della R.N. Dogali nelle Antille, nelle Guyane e in Amazzonia vista attraverso il «libro dei visitatori», 1904-1905 (www.solofrastorica.it/dogali.htm)

Rundle 2010: Christopher Rundle, Publishing Translations in Fascist Italy, Peter Lang, Bern

Segre Amar 1994: Sion Segre Amar, Lettere al Duce. Dal carcer tetro alla mazzetta, Firenze, Giuntina 1994

Segre Giorgi 1994: Giuliana Segre Giorgi, Piccolo memoriale antifascista, a cura di Alberto Cavaglion, La Nuova Italia, Firenze 19992 (prima edizione Lindau, Torino 1994)

Simonetta Rho: email di Simonetta Rho, 5 marzo 2012

Tortorelli 1997: Gianfranco Tortorelli, La letteratura straniera nelle pagine de “L’Italia che scrive” e “I libri del giorno”, in Stampa e piccola editoria cit., pp. 157-196

Zucaro 1964: Domenico Zucaro, Lettere all’OVRA di Pitigrilli, Parenti, Firenze 1964

Nella rubrica Strumenti si troveranno gli elenchi delle Opere di Barbara Allason e delle Traduzioni di Anita Rho.

La prima puntata del saggio è comparsa nel numero 2 di “tradurre” (primavera 2012).

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