Numero 6 (primavera 2014) | Pratiche

Perché ritradurre Andersen

TENER CONTO DEL DOPPIO DESTINATARIO

di Bruno Berni

hans christian andersenQuando si traduce letteratura danese, confrontarsi con le fiabe di Andersen è un obiettivo importante, ma si tratta di un sogno che potrebbe non avverarsi. È anche un’esperienza che deve trovare una giustificazione forte, perché, nonostante quella letteratura non sia pane quotidiano per il lettore italiano, Andersen è comunque l’autore danese più tradotto anche nella nostra lingua: figlio di una cultura di ”minore diffusione”, egli è noto e pubblicato in tutto il mondo, destino che in Danimarca condivide solo con il quasi coetaneo Kierkegaard. In molte lingue, come il tedesco e il francese, entra fin dalla prima metà dell’Ottocento – le fiabe furono pubblicate in fascicoli sparsi dal 1835 al 1872 –, in italiano poco dopo, dagli inizi della seconda metà del secolo: la prima traduzione di una scelta di Racconti fantastici pei giovinetti è del 1864, e molte altre ce ne sono state successivamente, come si può evincere dall’elenco in calce a questo articolo Perché dunque ritradurlo nel 2001?

José Saramago ha pronunciato varie volte una frase notevole reperibile in rete: Os autores escrevem as suas respectivas literaturas nacionais, mas a literatura mundial é obra dos tradutores; che, a orecchio, in italiano suona: «gli autori scrivono le rispettive letterature nazionali, ma la letteratura mondiale è opera dei traduttori». È un concetto che rende giustizia al mestiere, ma, riflettendoci, non è esattamente così: anche i traduttori scrivono le letterature nazionali. Io preferisco ricordare il noto articolo di Madame de Staël, De l’esprit des traductions, uscito nel 1816 nella «Biblioteca italiana» nella traduzione di Pietro Giordani col titolo Sulla maniera e la utilità delle traduzioni. Vi si dice, a proposito della traduzione di Shakespeare per mano di Schlegel, che è «come se Shakspear e Schiller fossero divenuti concittadini». Ciò che intendo dire è che naturalmente anche i traduttori contribuiscono a creare il campo letterario nazionale. Una volta riproposto nella nostra lingua, Andersen abita nella cultura italiana, è nostro «concittadino». Qui mi limiterò a spiegare perché ho deciso di ritradurlo.

Il corpus al quale Andersen diede il nome di Eventyr og Historier (Fiabe e storie; cfr. Andersen 1963-1999) è fatto di 156 testi, i cui frammenti – singole fiabe o raccolte di varie dimensioni – occupavano già nel 1974, ovvero quarant’anni fa, una bibliografia di quasi seicento diverse pubblicazioni in italiano, e quindici anni fa, quando cominciai a tradurre, probabilmente più di mille. Perché affrontare ancora la traduzione di un’opera già così diffusa al punto che una delle edizioni più famose, quella delle Quaranta novelle tradotte da Maria Pezzé-Pascolato nel 1904 per Hoepli, si trova ancora in commercio in edizioni sempre nuove, fatto quasi unico per l’editoria italiana? Perché riprendere in mano un’opera entrata a tal punto nel canone italiano che alcuni suoi soggetti sono diventati modi di dire nella nostra lingua, dal “brutto anatroccolo” alla “principessa sul pisello”, dalla “sirenetta” alla “piccola fiammiferaia” al “re nudo”?

Il motivo più banale è che una traduzione, come si dice di solito, dovrebbe essere rifatta ogni generazione. Ma ci sono motivi più forti. Come prima cosa va detto che nei confronti della cultura danese – e nordica in generale – l’editoria italiana ha sempre avuto un’apertura molto limitata, e che, nei casi in cui ne abbia accolto i testi, come è capitato a un classico che non poteva essere ignorato quale Andersen, l’abitudine – fino agli anni cinquanta del Novecento – è sempre stata quella di accedervi con traduzioni di seconda mano, cosa frequente con le lingue di minore diffusione. Se le prime traduzioni di Andersen furono quelle tedesche e francesi, soprattutto da queste ultime Andersen è stato tradotto in italiano per tutto l’Ottocento e da quelle tedesche per buona parte del Novecento. Si tratta di una pratica oggi deprecabile, ma allora molto diffusa, che spesso ha influenzato il contenuto dei testi.

Si pensi a quell’edizione francese delle fiabe di cui parla Andersen nella sua autobiografia (Andersen 1961), in cui Il brutto anatroccolo (in danese Den grimme ælling), per errore viene letto da un traduttore tedesco come Den grønne ælling, ovvero «l’anatroccolo verde», e in una traduzione francese eseguita sul tedesco diventa Le petit canard vert. O si pensi alle innumerevoli traduzioni italiane effettuate dal francese tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, nelle quali i «vestiti nuovi» sono quelli del granduca. Anche in questo caso il motivo è una traduzione di seconda mano: ne I vestiti nuovi dell’imperatore (Kejserens nye Klæder) abbiamo un simile sovrano semplicemente perché la Danimarca di Andersen aveva un re, non un imperatore. In un’edizione francese del 1856 illustrata dal Bertall c’è invece un granduca, perché il traduttore David Soldi non poteva rappresentare, per opportunità politica, un imperatore nudo al pubblico di un paese governato allora proprio da tale figura.

In Italia sono esistite dunque molte traduzioni di seconda mano, attività che ha pregi e difetti: il pregio è di aver avuto Andersen in italiano abbastanza rapidamente, mentre altri autori nordici sono arrivati con molto ritardo o mai; il difetto è di non aver avuto per troppo tempo un’edizione basata sull’originale. Non si tratta solo di un problema linguistico: molti traduttori non avevano contatti con la cultura di origine del testo, considerata “minore”. Questo significa che Andersen, con la traduzione di seconda mano, è entrato nella nostra letteratura senza che il traduttore si assumesse in prima persona la responsabilità della valutazione, perché chi traduceva da una lingua terza non era consapevole del panorama culturale della lingua di partenza, ma era costretto ad affidarsi a una interpretazione filtrata che avrebbe potuto anche non adattarsi a quella di arrivo o non essere coerente con quella di partenza. Questo è il primo dei motivi per cui ho pensato che fosse necessario mettere mano a una nuova traduzione delle fiabe di Andersen, affinché esistesse una versione diretta, dal danese.

Non che nel 2000 non esistessero ancora edizioni tradotte dall’originale. Ce n’erano almeno due abbastanza diffuse: quella del 1954, uscita nei «Millenni» di Einaudi, tradotta da Alda Castagnoli Manghi e Marcella Rinaldi, che conteneva 107 testi su 156 ed è stata a lungo la più ampia, tuttora in commercio;, e poi un’edizione del 1986, anche questa tradotta dal danese, da Anna Cambieri (Mondadori), che conteneva poco più di 80 testi. Si tratta di un buon numero rispetto alle centinaia di pubblicazioni; tuttavia, anche nella migliore edizione, sono pochi i testi rispetto al totale. E questo è il secondo dei motivi per cui una dozzina di anni fa decisi che era ora di ritradurre Andersen: affinché esistesse una versione finalmente completa della raccolta delle fiabe.

Una peculiarità di Andersen è che molti suoi testi si prestano bene a riduzioni e adattamenti, essendo per lo più costruiti intorno a un nucleo che assume frequentemente un carattere simbolico. Gran parte delle centinaia di edizioni presenti per decenni sul mercato – quelle che abbiamo in mente, quelle sulle quali ci siamo formati tutti – è rappresentata da testi ridotti e adattati, con una collocazione editoriale predefinita: molte edizioni delle fiabe di Andersen fino a Novecento inoltrato sono state pubblicate in collane di libri per ragazzi, con una scelta dei testi arbitraria, che non corrisponde del tutto alle intenzioni dell’autore; soltanto alcune vengono presentate in un contesto editoriale adeguato, come quella Einaudi già citata. È questo il terzo forte motivo per tradurre Andersen ancora una volta.

Quella di Andersen è una lingua abbastanza colloquiale, che ha fortemente influenzato il danese moderno, ma si tratta di una lingua ricca di sfumature; le storie hanno un’architettura personale nella quale sono frequenti – diversamente dalla fiaba popolare – descrizioni dell’ambiente e della natura, motivazioni psicologiche e morali, un’accurata ricerca lessicale e una struttura complessa, mentre sono spesso assenti i caratteri della fiaba orale, quali il lieto fine, la magia e l’incipit «C’era una volta», che invece torna nelle versioni per l’infanzia. Tutta questa intensa elaborazione formale e contenutistica purtroppo scompare nelle edizioni per ragazzi: le traduzioni con destinatario infantile tendono, nella migliore delle ipotesi, a semplificare il testo portandolo a una forma che non corrisponde a quella dell’originale, pur conservando il nucleo del contenuto; nei casi peggiori, invece, la parte scritta viene completamente subordinata alle illustrazioni, che prevalgono sulla pagina, sicché il contesto editoriale errato danneggia il testo a svantaggio del contenuto.

Il problema concerne molti aspetti del testo e riguarda anche i titoli delle fiabe. È vero che alcuni titoli delle storie di Andersen hanno assunto forma proverbiale, ma è vero anche che la tendenza a rielaborare i testi originali ha investito talvolta proprio i titoli, in funzione di un loro adattamento al pubblico infantile. È per questo che molti assumono un carattere esplicativo che manca all’originale, per esempio con la tendenza ad anticipare il nucleo dell’azione, a sottolinearne alcuni aspetti o ad adattare alcuni elementi alla vita quotidiana di un bambino moderno: così L’acciarino (Fyrtøiet) si trasforma in Da soldato a re e persino in La meravigliosa scatola di fiammiferi; È proprio vero (Det er ganske vist!) diventa Le cinque galline o La bocca della verità; I vestiti nuovi dell’imperatore cambia in Il vestito invisibile, fornendo un’interpretazione non richiesta peraltro errata, perché il vestito non è invisibile come credono i personaggi, ma semplicemente non c’è, come dovrebbe essere chiaro al lettore.

Un’altra inesattezza nei confronti del testo originale è la sovrabbondanza di diminutivi e vezzeggiativi privi di giustificazione filologica, dalla «principessina» della Principessa sul pisello (Prindsessen paa Ærten) alla «margheritina», dalla «fatina» o «mammina» o «nonnina del sambuco» all’«uccellino» del canto popolare. Se ne ritrovano molti, altrettanto ingiustificati, anche in storie in cui il contenuto dovrebbe scoraggiare l’avvicinamento del pubblico infantile: tale è il caso de LElfo della rosa (Rosenalfen), spesso trasformato in «genietto» o «spiritello» a dispetto dell’atmosfera a tratti macabra della fiaba (che deriva da una novella di Boccaccio), così come quello de Le scarpe rosse, dove il diminutivo «scarpette» – che è praticamente la norma anche nelle edizioni più corrette – appare fuorviante nei confronti della trama per molti aspetti tragica della storia, che anche in questo caso a una visione televisiva sarebbe certamente contrassegnata perlomeno con un bollino giallo. Perciò nel caso delle fiabe di Andersen spesso viene operata una riduzione ingiustificata e per molti aspetti arbitraria, finalizzata all’adattamento al destinatario considerato il suo obiettivo primario, il pubblico dei bambini.

Ma c’è dell’altro, forse il problema maggiore. Una caratteristica saliente di Andersen, soprattutto dei suoi primi testi, è la frequente sovrapposizione di due destinatari: il primo è quello infantile, alle spalle del quale lo scrittore ne immagina un secondo, ossia un lettore adulto, il solo in grado di apprezzare certe sfumature ironiche e alcune maliziose allusioni. Pensiamo alla scena de Lacciarino in cui il soldato, diventato ricco, ha molti amici, ma poi, quando torna povero, è costretto ad abitare «in una stanzetta sotto il tetto» (et lille bitte Kammer, heelt inde under Taget), dove nessuno va più a trovarlo perché ci sono «troppe scale da salire» (saa mange Trapper at gaae op ad): è un tratto ironico che il lettore bambino non è in grado di percepire. O pensiamo a Il piccolo Claus e il grande Claus (Lille Claus og store Claus), dove il sagrestano va a trovare la contadina in assenza del marito, perché quel brav’uomo del contadino «aveva una singolare malattia: non sopportava la vista dei sagrestani» (han havde den forunderlige Sygdom, at han aldrig kunde taale at see Degne): qui Andersen adatta il testo popolare lasciando aperto uno spiraglio di ironia per il pubblico adulto. Questi sono chiari esempi di doppio destinatario, che col tempo vanno a scomparire, poiché Andersen abbandona la sovrapposizione, lasciando il posto volta per volta a una maggiore consapevolezza di avere di fronte un lettore maturo o a una diversa concezione della comunicazione al lettore bambino.

In molti testi più tardi lo scrittore non ha affatto in mente una fiaba destinata all’infanzia, e piuttosto intende inserire nella cornice delle Fiabe e storie dei veri e propri racconti destinati a una fascia di lettori adulti, come La vergine dei ghiacci (Isjomfruen) o La driade (Dryaden), ma anche le notissime L’ombra (Skyggen) o Zia Maldidenti (Tante Tandpine). Di questo lo scrittore è ben consapevole: se pubblicando le sue prime fiabe dà ai fascicoli il titolo di Fiabe narrate ai bambini (Eventyr, fortalte for Børn, presenti nel primo volume dell’edizione critica succitata), pochi anni dopo il riferimento al destinatario infantile scompare dal titolo, e, successivamente, alla definizione di «fiabe» viene affiancata anche quella di «storie», più consona al carattere di molti dei testi pubblicati, ma quasi sempre ignorata dalle raccolte italiane.

Se però le sfumature stilistiche e la sovrapposizione dei destinatari scompaiono nelle traduzioni e negli adattamenti, la distinzione netta di un lettore privilegiato – insieme alla scelta del contesto editoriale – genera una selezione delle fiabe pubblicate. Guardando più a fondo le storie di Andersen tradotte in italiano si scopre che nel corso dei decenni è avvenuta in Italia – come altrove, persino in Danimarca – una selezione in base alla quale la maggior parte delle edizioni contiene testi in cui è marcato il destinatario infantile. Per questo motivo, come dimostra la citata bibliografia, la maggioranza delle fiabe e delle storie rivolte esplicitamente a bambini ricorre in un numero enorme di edizioni, mentre quelle con destinatario adulto sono meno tradotte, o addirittura non lo sono nel caso di storie di difficile traducibilità, come i testi interamente in versi – All’erbivendola chiedi (Spørg Amagermo’er!) e Balla, balla mia bambolina! (Dandse, dandse, Dukke min!) – oppure quelli molto legati alla cultura danese – Una collana di perle (Et Stykke Perlesnor) o Il libro illustrato del padrino (Gudfaders Billedbog).

In seguito a queste scelte, è molto probabile che, passando in rassegna le 156 storie, la maggior parte dei lettori sia in grado di sorridere, riconoscendone alcune, e di richiamarne altre alla memoria con un po’ di impegno, ma non ne rammenterà più di una ventina su 156. E tutti i testi elencati apparterranno a quelli che hanno un chiaro destinatario infantile, perché quelli sono stati pubblicati più spesso, quelli sono penetrati a fondo nella vita del lettore italiano fin dall’infanzia.

Per tornare a una delle osservazioni iniziali, ovvero che nessuno ha mai pubblicato integralmente le Fiabe e storie, il dato più importante è che la notorietà dello scrittore è stata paradossalmente limitata dallo stesso equivoco che l’ha generata. Poiché è sempre stato considerato un autore di «racconti fantastici pei giovinetti», è sempre stato pubblicato in un numero infinito di traduzioni e rielaborazioni, che ne hanno favorito la diffusione, ma limitatamente alle storie che potevano adattarsi a tale modello, un numero molto lontano dal totale. Questo dunque è il motivo principale per cui ho scelto non solo di ritradurre Andersen, ma di tradurre l’intero corpus delle Fiabe e storie. Non per costringerlo a non essere più un autore «pei giovinetti», ma per tentare di reinserirlo nel campo letterario italiano restituendogli gli stessi requisiti con cui lo scrittore volle inserire le Fiabe e storie in quello danese: solo riproponendone l’opera in un’adeguata edizione, integrale e rispettosa dell’originale, Andersen si può trasformare davvero in nostro «concittadino», lasciando ovviamente l’ultima parola al lettore italiano.

Bibliografia

Principali traduzioni straniere

Contes pour les enfants, traduits du danois par V. Caralp, Leprieur et Morizot, Paris 1848

Gesammelte Märchen, Lorck, Leipzig, 1849 (non compare il nome del traduttore).

Contes, traduits du danois par D[avid] Soldi, Hachette, Paris, 1856

Traduzioni italiane

Racconti fantastici pei giovinetti, Paolo Carrara, Milano, 1864 (non compare il nome del traduttore)

Quaranta novelle, trad. it. di Maria Pezzé-Pascolato, Hoepli, Milano 1904

Fiabe, trad. it. di Alda Castagnoli Manghi e Marcella Rinaldi, Einaudi, Torino, 1954

Fiabe, traduzione di Anna Cambieri, scelta e introduzione di Alda Castagnoli Manghi, 2 voll. , Mondadori, Milano, 1986

Fiabe e storie, edizione integrale tradotta e curata da Bruno Berni, Donzelli, Roma, 2001 (II edizione 2005; poi Feltrinelli, Milano, 2012)

Altri riferimenti

Andersen 1961: Hans Christian Andersen, La favola della mia vita, Edizioni Paoline, Milano (traduzione di Mario Carpitella da Hans Christian Andersen, Mit Livs Eventyr, Reitzel, Copenhagen 1855)

Andersen 1963-1990: H.C. Andersens Eventyr, kritisk udgivet efter de originale Eventyrhæfter med Varianter ved Erik Dal og Kommentar ved Erik Dal, Erling Nielsen e Flemming Hovmann, 7 voll., Reitzel, København

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